La ricerca di frontiera (e non solo), come molti filosofi dei secoli scorsi, si interroga sulla natura del pensiero: il pensiero è il risultato di reazioni chimiche e di impulsi elettrici all’interno delle cellule cerebrali? Lo sostengono quasi tutti i biologi. Senza il cervello non può esistere alcuna attività cognitiva, alcuna forma di coscienza: non è un caso se il parametro della morte cerebrale è stato assunto come linea di confine tra la vita e la non-vita. Se una persona, in seguito ad un incidente o ad una malattia, subisce dei danni all’encefalo, la sua identità psichica è gravemente compromessa. L’individuo può essere ridotto ad uno stato vegetale, quasi annichilito.Sono sufficienti questi dati empirici per identificare fenomeni cerebrali e stati mentali? I materialisti rispondono senza esitazione di sì. Eppure resta il dubbio che l’intera esistenza psichica non si riduca ad eventi biochimici, alle sinapsi: qualche anno fa, lessi un testo che riportava la notizia di alcune autopsie eseguite su uomini la cui scatola cranica era risultata vuota. Non so quanto affidabili fossero quelle informazioni: sarà stata una fola, ma chissà… Come trascurare poi tutte quelle esperienze controverse, ma piuttosto frequenti come le esperienze di pre-morte studiate, tra gli altri, dal dottor Raymond Moody e dalla dottoressa Elizabeth Kubler Ross? I resoconti di coloro che hanno gettato uno sguardo su un presunto oltremondo dimostrerebbero che il pensiero non è legato al cervello.
In ogni caso è difficile capire e concepire come una reazione chimica o un impulso elettrico possano generare realtà tanto complesse come i sogni, i concetti, le idee, i ricordi, le emozioni, le sensazioni, i sentimenti, le percezioni. Davvero, come osservava il filosofo e scienziato Poincaré, esiste uno iato tra fisica e chimica, tra chimica e biologia, tra biologia e psicologia, tra psicologia e filosofia.
Pure le recenti teorie “sintetiche” sull’universo ologramma, un universo che include lo stesso cervello, concepito anch’esso come immagine olografica, lungi dall’aver dissipato il mistero dell’identità e del cosmo, hanno reso il problema ancora più scabroso. Neppure moltiplicare gli enti, introducendo accanto alla mente, l’anima e lo spirito, giova alla comprensione del difficile tema. Sono ancora teorie, sebbene intriganti, sia quella di Bohm sia quella dell’universo tetraedrico. Non solo, altre speculazioni coesistono e spesso si contraddicono: lo scenario filosofico-scientifico di questi decenni è un labirinto, in cui ipotesi più o meno astruse si rincorrono e si neutralizzano a vicenda, come tante particelle di materia e di antimateria che si scontrano.
Elucubrazioni, solo elucubrazioni: troveremo mai una spiegazione? È tutto un’irreale-reale velo di Maya o esiste un nocciolo duro della realtà, un quid ontologico? La stessa coscienza è un “fascio di sensazioni”, per dirla con Hume, o si può isolare un substrato psichico e metafisico della persona? Troveremo mai una risposta plausibile alle mille domande che ci assillano? Credo di no: l’impegno speculativo di scienziati e pensatori è perfettamente inane, mentre tutti i quesiti che ci poniamo sarebbero oziosi, se non ci riguardassero direttamente, se non riguardassero la possibilità (che sono proclive a reputare in modo negativo) che qualcosa di noi sopravviva alla morte del corpo.
Invidio gli atomisti antichi e la loro certezza della mortalità dell’anima, un flusso di corpuscoli leggeri che, uscendo dalla bocca, si disperdono nell’etere, come una voluta di fumo.

















