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01 agosto, 2012

I Nomoli ed il Cozzo dei Giganti

Angelo Pitoni è un geologo e botanico, agronomo, archeologo dilettante, con una passato nell’O.S.S.(!), l’antenato della famigerata C.I.A. (la Criminal infamous agency). Come credenziali sono piuttosto inquietanti, ma tant'è...

L’avventuriero compì la sua più importante scoperta in Sierra Leone nel 1990 dove si era recato per valutare la consistenza di alcuni giacimenti minerari. Durante un colloquio con un capotribù locale, venne a conoscenza di una misteriosa storia circa un’atavica progenie di angeli ribelli, esecrati da Allah e precipitati sulla Terra.

In loco il globetrotter reperì delle delle curiose pietre azzurre che furono esaminate in Europa ed in Giappone. Le analisi condotte nei laboratori dell’università di Ginevra, di Roma, di Utrecht, di Tokyo e di Freiberg stabilirono che quei ciotoli azzurri non erano naturali. La loro composizione chimica (77% tra ossigeno, carbonio, silicio, calcio e sodio) induceva a pensare ad una specie di intonaco.

Pietre simili furono trovate in un souk del Marocco: analizzate a Londra, diedero gli stessi risultati. Oltre alle skystones, Pitoni rinvenne le statuine degli angeli caduti, Nomoli, dai volti grotteschi e terrifici. Pitoni che, attraverso la stratigrafia, riuscì a datare i reperti archeologici al 12.500 a.C. circa, venne a sapere che sculture simili ai Nomoli erano custodite nel British Museum di Londra ed al Musèe de l’Homme di Parigi: in entrambi i casi i curatori dei musei gli spiegarono che le sculture non sono attribuibili ad alcuna conosciuta cultura del continente africano.

Le statuine della Sierra Leone sono macrocefale: hanno occhi grossi e sporgenti. Curioso è il fatto che siano di granito e rimontanti ad un periodo in cui, secondo l’archeologia ortodossa, gli uomini non scolpivano questo tipo di pietra. E’ interessante notare la somiglianza tra il termine Nomolo ed il vocabolo Nommo, parola con cui i Dogon del Mali identificano le creature provenienti da Sirio B.

L’aspetto più sorprendente della scoperta riguarda un’analogia iconografica tra alcuni Nomoli ed un’opera megalitica della Sila: tale possente opera raffigura un uomo a cavalcioni di un elefante preistorico (Elephas antiquus), dalle zanne incurvate leggermente verso l’interno. Nel sito calabrese si possono ammirare, oltre all’elefante di Campana, altri enormi simulacri litici che non sono rocce modellate dagli agenti atmosferici, ma colossi su cui sono visibili le tracce di lavorazione scultorea. Il complesso monumentale, noto come “Cozzo dei Giganti”, è stato studiato dall’architetto Domenico Canino. Egli ha portato alla luce una documentazione da cui si evince che il sito era noto nel XVII secolo ed anche prima. Il dottor Canino collega il toponimo Sila (luogo delle acque?) ad una serie di altre località i cui nomi si riferiscono all’acqua: alcuni glottologi riconoscono in queste radici toponomastiche un substrato arcaico che origina dal sumero.

La tradizione sumerica dunque ancora una volta come humus su cui attecchirono le piante delle posteriori civiltà?

L’archeologia riserva sempre delle sorprese che gettano un barlume sul lontano passato, ma anche, per chi ha intuito quanto la contemporaneità affondi le sue radici in un enigmatico retroterra, sul nostro traballante, tumultuoso presente


Fonti:

A. A. Saida, Angelo Pitoni e le sue scoperte, 2012
D. Canino, L’elefante della Sila, Calabria grande: scherzo della natura o scoperta archeologica?
Id., Le pietre dell’Incavallicata, 2007
Mistery hunters, Il Cozzo dei Giganti, 2012


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22 settembre, 2009

I Dogon e la presunta ingegneria genetica

Sono molto istruttivi i miti dei Dogon. I Dogon, popolazione africana del Mali, raccontano che i Nommo arrivarono sulla Terra con un’arca accompagnata da un rumore di tuono. Dall'ordigno uscirono strani esseri anfibi con tre occhi e chele da granchio.

Oltre a Robert Temple, anche Marcel Griaule, nel suo più celebre titolo, Dio d'acqua, si interessò dei Dogon e delle loro tradizioni. Egli ricorda l'antefatto degli eventi raccontati da Temple, ossia che il dio Amma, Creatore del cosmo, per riparare l'errore compiuto da uno dei suoi figli della prima generazione, appartenente alla stirpe semi-anfibia dei Nommo, decise di dar vita ad una coppia primordiale di uomini, da cui nacquero otto capostipiti dell'etnia: quattro maschi e quattro femmine che, per autogenerazione, procrearono il successivo lignaggio degli uomini. Quando i Nommo approdarono sulla Terra, il mondo era già popolato da uomini, da alcune piante ed animali, ma solo quando il demiurgo tradusse le idee in esseri, il pianeta pullulò di vita. In seguito il più vecchio degli uomini, di nome Lebè, morì e fu inumato con il capo rivolto verso settentrione, in un campo. Nel frattempo, uno dei Nommo fu ucciso ed il suo corpo offerto agli uomini, affinché essi se ne potessero cibare. La sua testa fu sepolta sotto il sedile del fabbro primigenio. Costui cominciò a percuotere il martello sull'incudine. La testa decapitata del Nommo si rianimò ed assunse un nuovo corpo, serpentiforme dalla cintola in giù. Poi il Nommo resuscitato si accostò al cadavere di Lebè per ingerirlo.

Questa antichissima leggenda è stata interpretata, evidenziando i valori simbolici e cosmogonici di cifre e personaggi, nell’ambito di un mito di fondazione. Ora, senza dubbio tale esegesi è più che legittima, ma credo che un'ermeneutica siffatta, se esclude in toto altre spiegazioni, sia riduttiva non meno delle interpretazioni esclusivamente clipeologiche. A ben vedere, infatti, il mito sopra riportato pare trasfigurare l'arrivo di visitatori celesti ed anche un'ancestrale ingegneria genetica.

Lo scenario delineato nel mito Dogon non è poi così differente dalle saghe dei Sumeri che potrebbero custodire delle tracce riconducibili, in qualche caso, a manipolazioni genetiche volte alla creazione di una specie, il Sapiens, per opera di scienziati extraterrestri, gli Anunnaki. Nel racconto africano, tra i vari aspetti che si possono riferire a tale quadro biologico ed esobiologico, in particolare sono interessanti la commistione tra il Nommo ed il Lebè e le sembianze serpentiformi del Nommo dalla vita in giù. L’unione tra i due esseri è forse un riferimento ad un D.N.A. umano che contiene sia i geni dei visitatori (gli "dèi") sia quelli dell'Erectus o di un altro ominide, come delineato in certe tavolette sumeriche. La natura serpentina del Nommo allude alla doppia spirale della macromolecola, alla kundalini o ad esseri rettiliani? Il tema della testa decollata, che evoca il mito di Orfeo, il cui capo spiccato dal tronco, continuò a cantare, è adombramento del pensiero e dell'intelligenza.

Questi ed altri motivi sembrano condensare in sé sia valenze emblematiche sia avvenimenti studiati dalla paleoastronautica. Spesso il confine tra gli eventi e le loro molteplici interpretazioni è labile. Anche nel caso della civiltà che creò i grandiosi templi di Ankgor Wat, in Cambogia, testimonianze clipeologiche e valori simbolici si sovrappongono. Leggende khmer narrano di una scintillante luce azzurra che tagliava in due il cielo da cui discese il dio Indra. Dal dio piovvero dei fiori sulla regina che poi partorì un figlio cui fu dato il nome di Preah Ketomealea. Egli ascese al trono nel 78 d.C. ed il suo regno durò quattrocento anni. A questa saga si collega il racconto di Preah Pisnokar, essere metà divino e metà umano. Figlio di Sota Chan, dea lunare decaduta, e Loem Seng, un terrestre. Preah fu portato su un carro di fuoco nella dimora celeste di Indra, da cui fu istruito in molte branche del sapere.

Si è tentati di leggere anche in queste narrazioni khmer l’unione tra una progenie esterna ed una stirpe della Terra. Forse veramente, come è scritto in certi documenti mesopotamici, l’Homo sapiens è un lulu, un mescolato.


Fonti:

R. Eckardt, Le navi celesti di Angkor, 2009
M. Griaule, Dio d'acqua, 1996
C. Rossetti, La croce, il cranio, la maschera, 2009
R. Temple, Il mistero di Sirio, Casale Monferrato, 2001



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