24 giugno, 2017

Changes



Quest'anno un collega è andato in pensione. Pur essendo una persona schiva, ha voluto tenere un discorso di commiato. Le sue sono state parole intense, significative, intelligenti, in bilico tra un pizzico di nostalgia per una scuola che non esiste più (non era perfetta, tuttavia...) e l’amaro disappunto per l'attuale piega presa dalla società.

Tante cose sono cambiate in poco tempo: soprattutto oggi sono in via di estinzione i docenti-intellettuali, sostituiti da giovani leve a loro agio con la tecnologia, ma con scarsa o nessuna dimestichezza con i classici, più che altro avvertiti come obsoleti, persino inutili. Platone... Chi era costui?

Ormai quasi tutti sono integrati nel sistema, senza sapere di esserlo. Lo spirito critico, l’inclinazione dialettica, l’abitudine a gustare ed a compenetrare gli autori insigni, il giudizio implacabile nei confronti del potere, qualsiasi sembianza esso assuma, sono spariti. Siamo diventati coscienziosi, acquiescenti, persino entusiasti esecutori, denti dell'ingranaggio che ci stritola, nel contempo vittime e carnefici.

Tante cose sono cambiate: anche gli allievi - spesso non è neanche del tutto colpa loro - sono differenti rispetto agli alunni delle generazioni passate. Pur non essendo malandrini, sono molto egocentrici e in particolar modo, tranne qualche eccezione, manifestano problemi cognitivi più o meno gravi. Inoltre in loro manca l’insofferenza verso le gerarchie e le istituzioni: era un atteggiamento spesso velleitario, ma indizio di uno scarto generazionale oggi assorbito dal non-pensiero unico.

Le ultime fiammelle della cultura, quella vera, non la pseudo-scienza dei negazionisti che tra l’altro disconoscono il valore del sapere umanistico, sono soffocate dall’ideologia, dall'ignoranza e dalla propaganda degli apparati del regime totalitario.

Siamo i soliti laudatores temporis acti, estimatori del buon tempo andato, nostalgici di un mondo tramontato o assistiamo ad una radicale ed irreversibile mutazione antropologica? “Ai posteri l’ardua sentenza”, osservando che forse non vivranno posteri in grado di formulare giudizi né motivati ad esprimerli.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

19 giugno, 2017

Viviamo veramente gli ultimi tempi?



Ultimi tempi?

Viviamo veramente gli ultimi tempi? Quante volte nel passato, sia nel Medioevo sia in età moderna e contemporanea, è stata preannunciato l’epilogo della storia, con il ritorno, la parousia del Salvatore! La cosiddetta apocalisse di Matteo enuncia i segni della fine: terremoti, nazioni che insorgono contro altre nazioni, carestie, iniquità...

Se fossimo vissuti nell’età di Giustiniano, (527-565 d.C.), avremmo pensato che fosse imminente quanto profetizzato in Matteo e nella Rivelazione: fu, infatti, un’età afflitta da conflitti, da miseria, da varie calamità tra cui la misteriosa “peste di Giustiniano”. Anche altre età si adattano ai foschi scenari descritti nel Libro di Daniele ed in alcune parti del Nuovo Testamento. Per questa ragione Gioacchino da Fiore potè vaticinare l’avvento dell’età dello Spirito, ritenendo che la corruzione della società, insieme con vari flagelli, fossero i segni degli ultimi giorni. Discorso analogo vale per Gerolamo Savonarola e per molti altri vati o sedicenti tali dopo di lui.

Tra XIX e XX secolo numerosi sono stati i fondatori o capi di sette e di comunità apocalittiche: essi hanno preconizzato la fine, indicando sovente una data precisa. Tuttavia sono stati puntualmente smentiti. Dunque forse anche gli attuali oracoli errano quando reputano prossima la fine del mondo.

Uno Stato-Erode

Certo, la Terra è dilaniata da conflagrazioni, la scarsità di cibo e di acqua potabile è una triste realtà per miliardi di uomini e donne, i sismi sono divenuti sempre più frequenti e disastrosi, la perversità ha toccato livelli parossistici. Niente di nuovo sotto il sole... chimico? Niente di nuovo? A ben riflettere, qualcosa si discosta e si aggiunge rispetto alle prefigurazioni fin qui accennate: la nostra epoca ferrigna pare manifestare una natura diabolica non più dissimulata dietro ipocriti veli. Davvero pare che l’Anticristo, con i suoi diabolici emissari, tra cui l’esiziale e gesuitico papa Bergoglio, sia qui.

Quando nei secoli trascorsi al disfacimento etico dell’umanità si è associato l’odierno, spaventevole snaturamento della natura per cui il cielo vero è stato sostituito da un cielo sintetico, per cui lo stesso clima planetario è ormai in toto artificiale? Soprattutto quando il potere ha assunto atteggiamenti squisitamente satanici? Napoleone Bonaparte da taluni esegeti è stato considerato l’Anticristo, ma né lo Stato francese né le istituzioni dell’ancien régime e della Restaurazione possono essere confrontati con gli attuali mostri sanguinari! Si pensi – è un esempio fra molti – al ducato di Parma con Maria Luisa d’Austria d’Asburgo-Lorena, staterello creato dopo il Congresso di Vienna (1814-1815): i sudditi, piuttosto liberi di esprimersi, non versavano tributi e non erano vessati dal servizio militare obbligatorio. Oggi ci definiamo cittadini, ma non siamo neppure sudditi: siamo schiavi, spesso ignari, se non addirittura contenti di esserlo. [1]

Le vaccinazioni obbligatorie manifestano l’indole demoniaca di uno Stato-Erode che mira a massacrare i bambini e gli adolescenti, senza neppure ricorrere alle blandizie o ad orpelli che possano occultare le intenzioni omicide. [2] Quale uomo politico nel Medioevo o nell’età moderna ebbe un’essenza infernale? Da Alessandro Magno fino a Mussolini, passando per Federico II Hohenstaufen, stupor mundi, generali e statisti erano persone con i loro pregi e limiti, anche gravi, ma essi non pensavano solo ai loro interessi e, pur tra mille contraddizioni, avevano a cuore la gloria e la prosperità della patria, persino la cultura. Oggi abbiamo il ministro dell’”Istruzione”, Signora Valeria Fedeli, idonea titolare di un dicastero che, nonostante l’altisonante nome, di culturale non ha un fico secco. Questa non è decadenza! Questo è il nulla che, come nel celebre romanzo di Ende, tutto divora.



Spezzare la corda

Analizziamo infine le tragedie di questi ultimi anni: le disgrazie purtroppo sono sempre avvenute, ma mai sono state inscritte in una simbologia occulta, di taglio mefistofelico. Non di rado si ha l’impressione che roghi, incidenti, crolli di edifici e di ponti non siano mere fatalità, ma olocausti in onore di “iddii pestilenziali”. Anche quando sono sciagure non orchestrate dalle confraternite degli Ottenebrati – come si accennava – sono reinterpretate in chiave malefica con il consueto apparato di rose rosse, di crisis actors, di cifre emblematiche (il numero 11 si ripete in modo ossessivo). Di nuovo: il potere mostra il suo volto sfigurato, senza più nasconderlo con una maschera.

Qualcuno afferma che il pensiero crea. Non è facile dirimere la questione inerente al rapporto tra pensiero e “realtà”. Nondimeno, visto che tentar non nuoce, proviamo tutti a concentrare l’immaginazione eidetica su un imminente tracollo dell’attuale sistema, sulla distruzione di Babilonia la Grande. Credenti e non credenti alimentino l’incessante desiderio, coltivino la viva speranza di un cambiamento totale, di una palingenesi, perché è evidente che così non si può continuare.

[1] Naturalmente diamo qui per scontato che i contenuti danielini, di Rivelazione e pure le fonti ebraiche ed islamiche su Gog e Magog siano almeno in parte prolessi del futuro e non immagini allegoriche; d’altronde idee come quella del Cristo che verrà sulle nubi, del rapimento, del millennio etc. devono essere interpretate in senso letterale o sono di natura simbolica o entrambe le cose?

[2] Usiamo l’espressione Stato-Erode per designare in modo figurato una compagine criminale, pur consapevoli che il re di Giudea era probabilmente morto, quando nacque il Messia. L’episodio, noto come “strage degli innocenti”, è presumibilmente leggendario, anche se Erode fu monarca feroce e spregiudicato.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

17 giugno, 2017

Cenere



I giorni non passano: essi appassiscono, anzi si sbriciolano, si inceneriscono. Anche quando siamo stati creativi o abbiamo compiuto un'azione lodevole, ci pare che un altro giorno sia stato inghiottito dal nulla.

I dì si susseguono tutti differenti, tutti uguali, lasciando tracce invisibili. Che cosa manca? Che cosa rende il tempo fumo? Che cosa trasforma la vita in cenere?

In cuor nostro conosciamo la risposta a queste domande, ma non riusciamo neppure ad articolarla, perché il cuore è fuso con il più abissale non-senso.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 giugno, 2017

Che vale?



Marino Moretti (Cesenatico, 1885-1979) è poeta e narratore. “Nelle sue prime raccolte “Fraternità” (1905) e soprattutto “Poesie scritte col lapis” (1910), è evidente l’impronta di Pascoli e di poeti come A. Samain e F. Jammes, per lo stabilirsi di un tono 'crepuscolare', secondo la definizione attribuitagli da G. A. Borgese”.

“Che vale?”, componimento tratto dalla silloge “Poesie scritte col lapis”, è formato da quartine di tre ottonari ed un novenario, tutti piani. Le rime sono incrociate secondo lo schema ABBA(solo tra i vv. 26-27 la rima è sostituita dall’assonanza “ombre-incombe”).

Il ritmo monotono, creato da frasi brevi, spezzate, dalla frequente coincidenza dei versi con gli enunciati, consuona con l’atonia dell’ispirazione. I giorni si allineano tutti uguali, vuoti, una patina uniforme vernicia cose ed eventi, il grigio spegne ogni colore. Domina incontrastata, invitta la noia. La stessa tragedia della vita e della morte (o della vita-morte?) è declassata a vicenda trascurabile.

Con i toni dimessi e sommessi che gli sono consueti, l’autore esprime un senso rassegnato dell’esistenza appiattita dalla ripetitività. Il passato ed il futuro, il cielo e la terra su cui fissiamo lo sguardo inerte, il dolore e la gioia, la luce e l’ombra sono altrettante suppellettili polverose di un alloggio in cui da troppo tempo nessuno entra più.

Le antitesi che intessono la lirica (odio, amore; avvenire, passato) stentano ad opporsi per allinearsi nello stanco profilo delle cose. Le anafore e le iterazioni rispecchiano il monocorde ritmo dei giorni, pallide fotocopie di un originale privo di qualsiasi originalità.

Lo scrittore è consapevole che nulla possono gli uomini, con i loro reiterati ma vani tentativi, al cospetto di una forza superiore (ciò che vorresti non vuole / quei ch’è più forte). Il destino è indifferente ed ineluttabile: incaponirsi per tentare di cambiarlo è come pensare che un alito di vento possa sradicare una quercia.

Chinar la testa che vale,
che vale fissare il sole
e unir parole a parole,
se la vita è sempre uguale?

Si discorre d’avvenire?
Si rammemora il passato?
Chi è vivo deve morire,
chi è morto è bell’e spacciato!

Poeti, dolci fratelli,
perché far tanto sussurro
se un lembo di cielo è azzurro,
se son biondi dei capelli?

Un po’ d’azzurro (che vale?)
ed un po’ d’oro, un riflesso
d’oro… Ma il mondo è lo stesso,
ma la vita è sempre uguale!

Non c’è né duolo né gioia,
non c’è né odio né amore;
nulla! Non c’è che un colore:
il grigio; e un tarlo: la noia.

Chinar la testa che vale?
Che vale fissare il sole?
Ciò che vorresti non vuole
Quei ch’è più forte, o mortale!

Non c’è né duolo né gioia,
non ci son luci né ombre:
il grigio, il grigio che incombe
sui cuori e il tarlo: la noia!

Questa è la strada del bene,
questa è la strada del male:
star troppo a scegliere che vale?
Peuh! Quella che viene, viene!


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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 giugno, 2017

Trasalimento



E il calcolo dei dadi più non torna. (E. Montale)

Sempre più spesso accade a chi scrive, a parenti ed amici che, mentre si verga o si legge una parola, la medesima è udita, pronunciata da qualcuno. E’ il noto sincronismo esplorato – non chiarito – da Jung e da Pauli.

Il fenomeno è quanto mai sconcertante, perché si palesa sovente con vocaboli non molto comuni: si è dunque propensi ad escludere una mera casualità. Se, però, non è una manifestazione fortuita, che cos’è il sincronismo junghiano e quali sono le sue radici?

Semplificando le ipotesi esplicative sono due: tutti gli eventi, di là dalla loro apparente dislocazione lungo l’asse temporale, coesistono in un unico stato asincrono. Così, mentre percepiamo una sequenza di avvenimenti, in realtà essi sono già tutti accaduti: la simultaneità è, per così dire, una smagliatura nel tessuto cronotopico con cui il “futuro” irrompe nel “presente”.

Un’altra spiegazione potrebbe essere la seguente: il sincronismo è il segnale di una dimensione parallela alla nostra, un livello dove gli accadimenti si sviluppano secondo una direzione diversa, ma con qualche momento in cui le due realtà si intersecano, generando la coincidenza significativa.

A prescindere da queste e da altre possibili speculazioni ed indagini sulla natura del sincronismo junghiano, dobbiamo osservare che, più dell’evento in sé, è l’eco emotiva associata che sorprende. Infatti, quando si inciampa in una concomitanza, si trasale: a che cosa si deve tale turbamento, se non all’indefinita, eppure netta sensazione che tutto sia necessario, predestinato? Così, mentre si prova questa sensazione, ci si percepisce disarmati di fronte ad una forza recondita ed inscalfibile.

Se il sincronismo è l’indizio di una fatalità, si comprende perché taluni possono antivedere l’avvenire: essi semplicemente leggono ciò che è destinato a succedere, come chi, desideroso di conoscere in che maniera si dipana e conclude la trama di una storia, decide di saltare le pagine o di avvolgere rapidamente il nastro per giungere all’epilogo. Tuttavia è spesso preferibile non sapere, è preferibile ignorare il disegno tracciato dagli dei.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

03 giugno, 2017

Cataste



Nel componimento intitolato “La belle dame sans merci”, Montale rievoca un non-incontro, avvenuto in un anonimo albergo, con la donna amata. La disillusa poesia è imperniata sul tema dell’incomunicabilità, ma l’autore estende la sua amara Weltanschauung alla vita intera di cui le incomprensioni tra uomo e donna sono soltanto una sfaccettatura.

L’io lirico si sofferma a descrivere i due mentre consumano la prima colazione. I silenzi sono imbarazzati, gli sguardi freddi, ognuno è perso nei suoi pensieri, chiuso in un guscio di solitudine: “Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due / e il nostro breakfast gela fra cataste / per me di libri inutili e per te di reliquie / che non so: calendari, astucci, fiale e creme”.

Ecco: i libri sono oggetti “inutili” quanto gli altri. Formano delle “cataste”, termine che sottolinea la loro inanità. Li vediamo ammucchiati sul tavolino, con i dorsi mezzo consunti, le copertine gualcite, qualche segnalibro che pende pigramente... E’ così: anche i libri sono superflui, come le carabattole, le profane “reliquie” della donna. Sì, alcuni volumi ci possono donare qualche minuto di conforto, a guisa di una canzone, possono persino illuminare un aspetto recondito del mondo, aiutarci a dimenticare la felicità del passato – è la felicità del tempo trascorso a bruciare l’anima, perché dal confronto tra il passato e lo sterile presente, tra la vita com’è e come sarebbe potuta essere, scaturisce l’inesauribile sorgente del dolore.

Nonostante ciò, bisogna riconoscere che tutta la letteratura e la saggistica fino ad oggi pubblicate non possono cambiare di una virgola lo stato delle cose. Vogliamo forse credere che i manuali quantici sul pensiero positivo e scempiaggini simili ci renderanno ipso facto ricchi, belli e felici? [1]

Lo precisiamo: la lettura dei classici è fondamentale, ma non attendiamoci chissà quali miracoli da codeste e da altre opere. Ecco perché i tomi sono adatti all’arredamento. Alla fine molti di essi non saranno mai squadernati, mai letti. Resteranno lì muti ed inerti, come i mattoni di una parete nuda.

Perché, a ragione, Montale, definisce i libri “inutili”? Perché essi sono composti da una babele di parole: esiste qualcosa di più vano delle parole? Esse sono soltanto l’altra faccia del silenzio, della reciproca indifferenza. Sono suoni vuoti, graffi trascurabili. Ogni cosa è inconsistente nell’universo: il destino come la libertà, la speranza come la disperazione, la sapienza come l’ignoranza, il giorno come la notte..., tutti gli opposti e pure i loro corollari.

Tutto è niente. Per questo motivo Heidegger osserva con intelligenza che, quando chiediamo a qualcuno che vediamo demoralizzato, che cosa lo turbi, colui, rispondendo “niente”, è sincero e va al cuore del problema. Essere avviliti davvero significa comprendere che la sostanza di ogni esperienza, dolorosa o lieta che sia, è il nulla. Il filosofo tedesco si riferisce più ad uno stato ontologico che esistenziale, ma centra la questione. E’, infatti, la mancanza di significato, di prospettiva, di consequenzialità ad annichilire la condizione umana.

E’ dunque vero quanto è scritto nell’Ecclesiaste: “Vanità delle vanità, vanità delle vanità, tutto è vanità”... anche riflettere sulla vanità.

[1] E’ come pensare che Federico De Massis - Task force butler possa diventare avvenente e snello, compulsando un prontuario sulle diete dimagranti. E’ e resterà sempre un bisunto trippone dalla voce fessa.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

29 maggio, 2017

Elogio del dolore



Ha una sua ragion d’essere il dolore nella vita o la sofferenza è sempre e comunque da rifuggire? Pur senza santificare il sacrificio, bisogna riconoscere che i patimenti possono, almeno in certi casi, aiutare a comprendere sé stessi ed il mondo, possono anche essere sorgenti di creazioni sublimi. Quante pagine memorabili, quanti dipinti sono trasfigurazioni di sentimenti tormentosi!

Certo, anche la joie de vivre, per dirla alla Matisse, ha ispirato opere luminose. Tuttavia è la dove la pena si sublima, là dove arde l’amore disperato per la vita, che si manifesta il capolavoro: si pensi ai quadri di Van Gogh, con il cromatismo acceso e le pennellate nervose a tradurre il senso di una passione assoluta.

Il dolore dunque ci rende vivi, umani e feconda le nostre esperienze, a condizione che non sia così forte ed ininterrotto da condurre alla follia, purché non si atrofizzi nell’abitudine e nella noia, E’ codesto il pericolo: che ci assuefaccia alla tortura del quotidiano a tal punto da spegnere il desiderio e da far estinguere la fiamma del sogno.

Non è desiderabile essere tormentati dai fantasmi del passato, ma neppure dimenticare – complice, ad esempio, un rimedio chimico – vissuti infelici: essi concorrono a definire il disegno del tempo, non meno delle purtroppo rarissime gioie. Ecco il punto: la tribolazione e la felicità dipendono dal tempo che le sostanzia, dà loro forma. Se un giorno saremo emancipati dalla dimensione cronologica, né il patimento né la letizia potranno esistere, sostituiti da una pienezza che, mentre cancella ogni sconforto, innalza la giocondità nel dominio della beatitudine, della serenità, dell’estasi.

Perciò si apprezzi, se non altro in talune circostanze, l’afflizione, senza la quale il piacere (“piacer, figlio d’affanno”, scrive Leopardi) non si assaporerebbe in tutto il suo gusto, purché si ammetta che il dolore è irrazionale, disarmonico. Esso appartiene all’esistenza ed a questa valle di lacrime, ma la natura, gli esseri viventi tutti smaniano nell’attesa di essere liberati dal pungolo del male. E’ inconcepibile che nei “nuovi cieli e nella nuova terra” sopravvivano anche solo le ombre dell’iniquità e dell’angoscia: se le sopportiamo, è perché sappiamo distillarne qualche goccia di speranza.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

25 maggio, 2017

Necessità della Terza guerra mondiale



E' tipico dell'uomo rincorrere una palla o una lepre e dimenticare le cose importanti. (B. Pascal)

Molti paventano, vista la precaria situazione degli equilibri planetari, i numerosi focolai e soprattutto i progetti escogitati dalla cricca, lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Ragioniamo: dobbiamo temerla o desiderarla? Non sembri un atteggiamento bellicista, ma siamo inclini ad auspicare una deflagrazione totale, considerata l’irremissibile decadenza del genere umano. Si pensi alle nuove generazioni che, esclusa una manciata di individui, sebbene non siano del tutto corrotte, sono ormai formate da enfants gâté, da adolescenti viziati che dilapidano il loro vacuo tempo ad armeggiare con i cellulari, a cianciare di demenziali partite o di becere serie televisive. Intorno tutto si deteriora, si sgretola, crolla, ma a chi importa?

E’ questa l’umanità attuale: più spregevole che malvagia, poiché il male può assurgere ad una sua grandezza che oggi ci è negata. La “civiltà” occidentale non conosce veramente né i morsi della vera fame né l’arsura della vera sete; ignora gli orrori della guerra, rimpiazzati da surrogati catodici che nemmeno sfiorano spettatori annoiati ed insensibili.

Dispiace che, se dovesse abbattersi una sciagura epocale su questa miserabile umanità, anche chi sa ancora apprezzare i valori dell’esistenza, chi si indigna e si amareggia non per la sconfitta subita dalla squadra del cuore, ma per la distruzione del pianeta, della cultura, della dignità, di tutto, sarà colpito, spazzato via come gli altri.

Tuttavia forse - così suggeriscono talune tradizioni - alla fine (o prima della fine), dopo la grande tribolazione, il grano sarà separato dal loglio: il loglio sarà bruciato e, dopo un po’ di tempo, i venti ne disperderanno la cenere. Per sempre.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 maggio, 2017

Paradise lust



Lo sterminio dei campi. (A. Zanzotto)

Se ci è ancora concesso di vivere un’esperienza significativa in questo mondo inaridito, avviene quando possiamo – in casi rarissimi oggigiorno – contemplare un paesaggio, trascorrere un po’ di tempo in un parco, aver cura di un giardino o di un orticello. Davvero, se esiste il Paradiso, esso è simile ad un verziere: d’altronde Paradiso significa appunto “giardino”. Non è solo la bellezza delle fonti, degli alberi e dei fiori, dalle forme e dalle tinte più disparate a suscitare una sensazione, per quanto effimera, di estasi. Non è solo il gioco sempre diverso di luci e di rezzi, quanto la coscienza di essere immersi in qualcosa di vivo: i tronchi ed i rami impercettibilmente si ispessiscono, le fronde crescono, riempiendosi di gemme e di foglie, i frutti si coloriscono, i boccioli un po’ alla volta si schiudono per esibire corolle variopinte... E’ dunque un universo vivace, fluido, percorso da linfe, da umori, da tensioni.

I sentimenti che si provano di fronte ad uno spettacolo siffatto sono ineffabili: se ne esiste uno che può, almeno in parte, rendere quanto si prova, è la nostalgia, un desiderio intenso, struggente ed indefinito. E’ forse il ricordo confuso e crepuscolare di un’età dell’oro per sempre perduta, quella evocata in tanti miti primordiali, quando non esisteva il male, solo perché non lo si concepiva, prima che il tempo profanasse il tempio della vita su cui si proiettarono le ombre della colpa, del disfacimento e della morte, prima che si avviasse l’assordante motore della storia.

Così talora ci è ancora concesso di vivere un’esperienza feconda in questo mondo sterile. Persino per qualche istante sogniamo un’impossibile riconciliazione, il ritorno all’armonia iniziale, l’apocatastasi.[1] E’ solo un sogno più labile ed evanescente della realtà...

[1] Secondo il teologo e filosofo Origene, alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale e tutte le creature saranno reintegrate nella pienezza del divino. Questo ristabilimento si definisce “apocatastasi”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

17 maggio, 2017

La minaccia



Il quarto angelo suonò la tromba ed un terzo del sole, un terzo della luna ed un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente. (Rivelazione)

Nel testo "L'invasione degli intraterrestri" ci ponevamo la seguente domanda: "Forse siamo stati distratti dalle sfere che brillano in cielo. Quante pellicole stanno annunciando un’invasione dallo spazio! Depistaggio?” Alla luce di ulteriori indizi, saremmo inclini ad ipotizzare proprio un tentativo di sviare l’attenzione dalla vera minaccia futura che probabilmente non giungerà dal cielo.

Werner Von Braun preconizzò che il terrorismo “islamico” ed i meteoriti sarebbero stati usati dal sistema come spauracchi. Lo scienziato tedesco previde anche una falsa invasione aliena che sarebbe stata il pretesto per coagulare il consenso dei governi e delle nazioni contro il nemico esterno, insomma l’espediente decisivo per l’instaurazione del Nuovo ordine mondiale. Non si vede perché, adempiutesi le prime due “profezie”, non dovrebbe avverarsi la terza.

Il pericolo esiste, ma non viene dall’alto, quanto – si può presumere - dalle viscere della Terra. Tradizioni antiche e miti contemporanei (si pensi almeno a Bulwer Lyton ed ai Deros di Richard Shaver, pericolosi esseri animati dalle peggiori intenzioni), cercano di attirare l’attenzione sulla vera insidia e sulla sua ubicazione. Noi, però, siamo attratti e distratti dalle profondità cosmiche, dai visitatori delle stelle, dai “prodigi” celesti, dagli esopianeti simili alla Terra, l’ultima fandonia della nasuta N.A.S.A.

Intanto, però, il livello di radiazioni nucleari aumenta in tutto il pianeta e le energie ionizzanti, stando ad alcuni ricercatori, creano l’ambiente adatto alla genia che da millenni alberga nel sottosuolo, una stirpe nefanda ormai prossima ad uscire dai suoi tenebrosi nascondigli. Nel contempo l’energia solare, datrice di vita, sta scemando...

Intanto le scie, che deturpano il cielo, lo trasformano in un gigantesco schermo su cui proiettare fallaci ologrammi?

Fantasie? Ipotesi peregrine? Chi vivrà vedrà... ma quanto potrà fidarsi di quanto vedrà?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

13 maggio, 2017

Il cellulare ed il cielo



Dal cielo è questa penombra / che senza termine è la fede / anche dell’insetto che procede / dalla foglia immemore alla stella. (A. Zanzotto).

E’ ormai impossibile qualsiasi coesistenza, qualsiasi conciliazione: la stragrande maggioranza dell’umanità ha gli occhi fissi al cellulare; pochissimi sono ancora abituati ad osservare il cielo. Ciò avviene in senso letterale, ma pure metaforico. Il telefono cellulare, con tutte le sue “evoluzioni intelligenti” (mai l’intelligenza fu tanto sciocca), è emblema di una società adescata dalla tecnologia, anzi convertita essa stessa in un oggetto, reificata. Niente e nessuno potrà mai scalfire la massa in cui si è spento anche l’ultimo battito. Il contegno della massa non è adattamento né rinuncia, piuttosto adesione inconsapevole e piena al non pensiero unico, alla morte dell’immaginazione.

E’ indubbio: il destino ed il futuro appartengono a quell’esigua minoranza che sa ancora porsi delle domande, che non si lascia ammaliare dal canto stonato di sirene sintetiche. Il destino ed il futuro appartengono a quelli che sono capaci di indagare e contemplare: costoro, anche quando guardano il firmamento, per cogliere segni e forse presagi di quanto sta per accadere, intuiscono che lo stesso cielo cela qualcos’altro… Comprendono che “l’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint Exupery).

Essi non ignorano gli eventi, ma, in luogo di lasciarsi risucchiare dai “fatti”, passano accanto alle circostanze: guardano oltre per tentare di intravedere uno spiraglio, una fenditura nell’uniforme parete del mondo. Questa avanguardia affronta le sfide della vita, ma non ignora che il cimento più arduo è e sarà affrontare sé stessa.

Si vive così una condizione ossimorica, con la coscienza che la realtà si nutre di contraddizioni e di antitesi. Si procede attenti alle innumerevoli variabili, senza trascurare quei particolari che potrebbero chiarire l’intero quadro.

Ci si protende verso il fine della fine, consapevoli che niente è facile né gratuito, ma lasciandosi indietro le illusioni fatte baluginare innanzi agli occhi vacui degli schiavi. Sono grandi illusioni, ma più grandi saranno le delusioni.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

07 maggio, 2017

Atei e credenti



Talora siamo inclini ad invidiare due categorie di persone: gli atei ed i credenti. Irreligiosi e devoti non sono poi così diversi: gli uni e gli altri possiedono delle certezze negate agli scettici, ossia i cercatori della verità. Vero è che è difficile trovare degli atei coerenti e dei fedeli del tutto compenetrati dalle loro convinzioni, tuttavia i dubbiosi restano in un limbo dove sono senza sosta sollecitati da forze avverse e quasi equipollenti che impediscono loro di scegliere una direzione purchessia.

Riconosciute come sciocche le motivazioni dei miscredenti-dogmatici, specialmente quando radicate in un rozzo scientismo, gli esploratori degli universi non riescono ad aderire alle posizioni di chi ha fede, non tanto perché distolti dal problema del male, ma in quanto manca loro un quid, forse il kairòs, l’occasione propizia per abbracciare una rivelazione. Costoro non sono toccati da quella che i teologi chiamano Grazia. Così si resta in attesa di una svolta che pare non giungere mai. Ha ragione Alessandro Manzoni quando scrive: “E’ meglio tormentarsi nel dubbio che adagiarsi nell’errore”. Tuttavia sarebbe preferibile non essere tormentati, ma attingere, se non una sicurezza, almeno una bussola per orientarsi nel mare magnum e burrascoso della vita e della morte.

E’ comunque indubbio che gli indagatori, anche qualora un giorno decidessero di accogliere un convincimento sul mondo soprannaturale, resterebbero sempre degli isolati ed il loro cambiamento non si tradurrebbe mai in un’affiliazione ad una confraternita, giacché è nelle chiese che la spiritualità diventa idolatria, è nelle chiese che tutti i princìpi più alti si desublimano nei disvalori più abietti, benché celati da spessi veli di ipocrisia.

Infine per credere bisogna rinunciare a porsi troppo domande, occorre dimenticare la Storia, l’Archeologia, la Filologia etc. Ciò non vuol dire sia necessario essere ignoranti, ma ammettere che la conoscenza è sempre relativa, dovendosi arrestare di fronte a connaturati limiti gnoseologici ed epistemologici.

In questi tempi difficilissimi e liminali, bisogna solo augurarsi che i cercatori sappiano aprirsi, pur mantenendo discernimento, a prospettive ulteriori e che i credenti siano capaci di preservare spirito critico ed elasticità mentale, fino a quando le differenze tra pionieri e devoti sfumeranno, grazie alla fede in sé stessi e per mezzo della fiducia (e non è facile averla) nella profonda, sebbene sovente invisibile, giustizia del tutto.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 maggio, 2017

Segnalazioni



Quanti si ostinano ancora a segnalare siti ed articoli che finalmente svelano la “verità ultima” o individuano la risoluzione di ogni problema! Com’è facile immaginare, sono portali “quantici” o cose simili. Riflettiamo: è poi così importante conoscere la “verità ultima”? Inoltre è possibile conoscerla? Pessoa ritiene che non sia possibile. Scrive il celebre autore portoghese: “Non esiste altro problema, se non quello della realtà e questo problema è insolubile e vivo”. Ancora: “Nessun problema ha risoluzione. Nessuno di noi scioglie il nodo gordiano; tutti noi desistiamo o lo tagliamo. Per conseguire la verità, ci mancano dati sufficienti e processi intellettuali che chiariscano l’interpretazione di quei dati”.

Quanti si ostinano a segnalare libri risolutivi! Si continuano a pubblicare testi presentati come la summa del sapere, come la rivelazione finale, ma, nel migliore dei casi, possono solo rischiarare per un istante l’oscurità in cui è avviluppato l’universo. Si può lumeggiare una sfaccettatura di un tema, chiarire un significato o definire un’etimologia, rispolverare un’intuizione dimenticata, ma non ci risulta che alcunché possa essere radicalmente cambiato, dopo aver letto qualche saggio.

Tralasciamo tutte quelle segnalazioni attinenti alla cronaca di questi tempi ferrigni: è sufficiente un briciolo di discernimento per comprendere la piega (sinistra) che hanno preso gli eventi e la direzione verso cui ci stiamo incamminando. Non abbiamo quindi bisogno di scavare fosse già scavate.

Nel campo delle domande fondamentali, le indicazioni che si ricevono sono di deprimente banalità e sempre le stesse da tempo immemorabile. E’ cambiato un po’ il linguaggio, ma la sostanza è la medesima. Annota sempre Pessoa: “La vita è un gomitolo che qualcuno ha aggrovigliato”. E’ così: è impossibile trovare il bandolo della matassa, anzi, più ci incaponiamo nel tentare di districarla, più i fili si ingarbugliano.

Di fronte all’”infinita complessità delle cose” siamo più inetti di bimbi che cercano di camminare, dopo che per molto tempo si sono mossi solo carponi. Meglio: siamo viandanti costretti a scalare una ripida parete rocciosa, senza corde, senza chiodi, senza alcuna esperienza.

Non solo si creano illusioni, squadernando sentenze che sono balbettii, ogni volta in cui si additano sbocchi che sono vicoli ciechi, ma si dimostra superbia e persino un atteggiamento blasfemo rispetto all’imperscrutabile mistero della vita. Perché viviamo? Qual è il nostro destino oltre il fragile interludio terreno? Perché questa prolissità del cosmo, la ridondanza dell’essere, il vuoto incommensurabile del non-senso? Le risposte non soffiano nel vento, ma sono pietrificate nel più granitico silenzio.

Nota: le citazioni di Pessoa sono tutte desunte dal monumentale “Libro dell’inquietudine”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

24 aprile, 2017

L’enigma della Pietra nera



La Kaaba (cubo) è il noto edificio sacro di forma cubica situato presso La Mecca. Contiene l’Al-hajar al-aswad, la Pietra nera, forse un meteorite. L’oggetto litico era adorato dagli Arabi pagani e, dopo che Maometto conquistò La Mecca, fu integrato nella religione islamica.

Secondo alcune leggende musulmane, il sito fu scelto per la sua connessione con Abramo. Il patriarca fu condotto in Arabia da un vento di tempesta inviato da Allah che ordinò all’uomo di erigere un santuario nel luogo in cui il vento l’avrebbe portato. Mentre Abramo stava costruendo l’edificio, si fermò su una delle pietre dove rimase l’orma del piede. La Pietra nera, portata nel santuario dall’arcangelo Gabriele, era un tempo bianca, ma diventò nera a causa dei peccati degli uomini.

In un’altra tradizione fu Adamo il fondatore della Kaaba. Dopo che il progenitore fu espulso dall’Eden, egli si recò alla Mecca dove Allah depose una tenda di giacinto rosso in cui Adamo potesse vivere. La tenda, che era un angelo, in seguito divenne la Pietra nera. Quando il protoplasta stipulò un patto con gli uomini, essi siglarono un documento che fu dato in pasto alla Pietra. Nel giorno del Giudizio, la Pietra estrarrà la lingua per rivelare il nome di tutti i reprobi e di tutti gli eletti.

Quello della Pietra nera è un vero rompicapo: la sua origine è avvolta nelle nebbie di un passato lontanissimo. Scrive John Keel a proposito di questo monolite: “Alcuni dicono che fu consegnato ad Abramo o a suo figlio Ismaele (il progenitore degli Arabi, n.d.r.) da un angelo, altri sostengono che fu nascosto per secoli nella Grande Piramide, costruita appositamente per custodirlo, finché, sotto la minaccia di una guerra o di un terremoto, i sacerdoti egizi decisero di portarlo in salvo in Arabia. [...] Gli scienziati arabi che lo hanno visto, lo descrivono come un agglomerato di metallo, simile agli agglomerati di ferro e nickel delle meteore che cadono sulla Terra. Qualunque cosa sia, quando un uomo gli si avvicina, è folgorato dall’energia cosmica, la sua mente si spalanca e, in un breve istante di illuminazione, vede l’intero cosmo così com’è e non come lo immaginiamo ed è assalito dal desiderio irrefrenabile di difendere la miracolosa pietra al costo della propria vita. In epoca pre-islamica, il masso fu trasferito nel villaggio di Macaroba (La Mecca) e custodito all’interno di un robusto parallelepipedo di granito, foderato di seta nera”.

Le tribù beduine si contesero in sanguinosi conflitti il possesso del meteorite: nel secolo XII i Crociati tentarono di conquistare Macoraba per impadronirsi della Pietra. Lo stesso Maometto, pur ordinando la distruzione degli idoli venerati dai Meccani, aveva deciso di preservare sia l’oggetto sia il Cubo sacro, incorporandone il culto all’interno dell’Islam: da allora ogni musulmano è tenuto a recarsi in pellegrinaggio almeno una volta nella vita per rendere tributo alla Kaaba. E’ notevole che la Piramide di Keope (o Kufu) ospiti nella camera superiore un “sarcofago” litico che ha le dimensioni esatte della Kaaba.

Mutatis mutandis, la Pietra nera, probabilmente un betel, una “casa del dio”, ossia uno dei tanti massi e meteoriti onorati dalle popolazioni semitiche che abitavano il Medio oriente nell’antichità, ricorda il monolite di “2001 Odissea nello spazio”, la celebre pellicola di Kubrick, tratta dal romanzo di Arthur C. Clarke. Sono tutti oggetti dai poteri misteriosi ed immani, un po’ totem, un po’ strumenti per comunicare con entità invisibili (e sinistre? Extraterrestri, intraterrestri, alieni, demoni), un po’ stargate, un po’ centro di controllo dell’umanità, ma soprattutto simboli.

In quanto simboli, si stagliano sul sottile orizzonte dell’enigma, là dove la più tetra serenità e la più radiosa disperazione si fondono nel significato ultimo della Vita, significato di cui non ricordiamo più neppure l’esistenza.

Fonti:

J. Keel, L’ottava torre, Roma, 2017, pp. 204-206
A. S. Mercatante, Dizionario dei miti e delle leggende, Roma, 2001, s.v. Kaaba


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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 aprile, 2017

Al capolinea della Storia



Tutto è Storia, ma la Storia non è tutto.

Oltre la Storia

Quando hai eliminato il mistero dalla vita e dall’universo, hai eliminato tutto. Oggi molti pretendono di aver compresa l’essenza del cosmo, di aver rivelato lo scopo dell’esistenza grazie alla scienza o alla filosofia. Mai l’umanità fu tanto arrogante, superba. Dispiace constatare la deriva di certi ricercatori che, dopo un percorso di interessanti ricerche, sono approdati a conclusioni semplicistiche e rassicuranti. Tra una New age con sugo quantistico ed un Idealismo per i poveri, queste conclusioni si arrogano di essere esaurienti, definitive, escludendo orizzonti ulteriori.

Si è perso il valore della vera indagine che è sempre in divenire: gli stessi studi sul Cristianesimo, lungi dal riconoscere la complessità simbolica di remote esperienze culturali, le impoveriscono attraverso l’acribia di studi filologici e di esplorazioni archeologiche. E’ vero: la storiografia ci presenta scenari sovente prosaici, ma l’età antica e medievale custodiscono un tesoro di saggezza e di profondità che è difficile ascrivere solo a banali condizioni socio-economiche, la struttura di Karl Marx.

Bisogna riscoprire il mito, nel senso più alto della parola: il mito è il complesso degli archetipi che trascendono la “realtà” empirica. Certi avvenimenti evocano significati che superano il loro svolgimento letterale. La stessa vicenda del Redentore – di là dalla storicità degli eventi – alberga nel cuore di un’incoercibile esigenza a confidare in una liberazione dal male cui è crocifisso il mondo da quando avvenne la caduta.

In alcune pristine tradizioni, in primo luogo l’Orfismo, in parte confluite ed amalgamatesi nel Cristianesimo esoterico, scorrevano sorgenti che oggi sono quasi del tutto inaridite. Sono vene cui bisogna provare ad attingere, consapevoli che la materia, anche sotto la forma più rarefatta dell’energia, non esaurisce l’enigma della natura.

Vuoti vati

E’ necessario vedere nell’attuale nutrita schiera di “profeti quantistici” dei falsi profeti. Essi continuano a promettere fantastici cambiamenti, la rigenerazione della società, il Paradiso sulla Terra. Per loro è sufficiente che si consegua la massa critica, una massa che, per ragioni incomprensibili, non si raggiunge mai. Ripetono questa solfa da anni. Fandonie! Se veramente bastasse l’intenzione della coscienza per rinnovare e guarire il mondo, visto che la coscienza ignora lo spazio ed il tempo, quindi la quantità, una sola coscienza potrebbe compiere il miracolo: non ne servirebbero tante. Sarebbe come affermare che, per appiccare un incendio di grosse proporzioni, non basta un fiammifero, ma ce ne vogliono mille.

Dunque è evidente che ci mentono: è palese che non sarà l’uomo a risolvere i problemi degli uomini. Bisogna volgersi altrove: questo non significa aderire ad una religione positiva, tutt’altro, poiché le varie chiese (da quella cattolica sino alla Confraternita della Nuova era) sono contraffazioni della spiritualità. Dallo scientismo e dallo storicismo non si deve scivolare nell’idolatria. Bisogna, invece, aprirsi alla possibilità di una salvezza della storia e soprattutto dalla storia, una liberazione che non è di origine umana.

Per millenni abbiamo confidato nelle istituzioni, nei governi, nei “politici”. Con quali risultati? Non ci siamo ancora accorti che i poteri umani (tutti) sono squisitamente disumani. Eppure siamo avvelenati ogni giorno, in modo subdolo e proditorio, sia nel corpo sia nella mente, proprio da coloro che affermano di agire per il nostro bene. Dovremmo dar forse credito alle ultime leve della “politica”, spaventapasseri nuovi nuovi, atti a sostituire quelli a tal punto sdruciti che se ne vede la paglia all’interno?

Probabilmente epocali, apocalittici eventi si stanno preparando e non saranno né una setta né un partito ad affrontare le immani sfide che ci attendono.

Siamo di fronte ad un bivio: o ci lasciamo abbindolare dai vuoti vati del XXI secolo per avviarci sulla strada larga che porta al baratro o, pur con tutte le incognite del caso, ci incamminiamo verso la stretta via della perseveranza nell’attesa.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

17 aprile, 2017

Assenzio (II)



Nella lirica "Assenzio", Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011) coagula il senso disperso del tempo che sovrasta il mondo: l'esistenza si appiatta sotto la minaccia di un universo estraneo, profano, ostile. La stagione autunnale, con l'azzurro glaciale delle Alpi, il rosso odore del mosto ed il vento amaro, è solo l'eco vuota di una conchiglia, lo strascico di un cosmo-relitto.

La deserta stagione
nell’acqua dei cortili
le sue gioie scompone
precipita dai clivi.

Verso i monti delle alpi
torna azzurro ed assenzio
di venti, torna ai campi
la sagra del silenzio.

E il tuo freddo rimpianto
sta sui vacui confini
contro il purpureo vanto
dei mosti e dei giardini,

mentre l’astro crudele
dalle attardate sfere
rigèrmina e fedele
cresce nel suo potere.

Sigillo augusto, degna
fine, voto profondo,
spada che a morte segna
per sempre il cielo e il mondo,

delle tenebre alunno
che impietrisci l’aurora!
Nell’ombra dell’autunno
il chiuso bosco odora.


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APOCALISSI ALIENE: il libro

13 aprile, 2017

Una pura paura



Che cosa spinge Trump the pump e gli altri orrendi burattini della feccia mondialista a pigiare sul pedale dell’acceleratore con il fine di accendere quanto prima un conflitto planetario, non importa contro chi, con quale pretesto e con quali belligeranti? Forse la consapevolezza che il tempo stringe? Possibile. E’ palese che il guerrafondaio dell’Impero di U.S.A.tana mena colpi a casaccio: rinfocola odi, si accanisce contro la Siria, provoca la Corea del Nord, fomenta controversie con la Federazione russa (avversario fittizio) con cui fino a pochi mesi addietro pareva in buoni rapporti. L’importante è riuscire ad accendere la miccia.

Il clima è sempre più rovente: attentati finti e veri generano timore e senso di insicurezza nella popolazione abituata ad abbeverarsi alle fonti inquinate dei media ufficiali. Il terrore si diffonde dappertutto: stupri, rapine, omicidi, stragi, calamità “naturali” sono enfatizzati ed ingigantiti dagli organi di regime nei loro tratti più macabri ed efferati affinché la gente non si senta sicura neppure più a casa propria… casa di cui, tra l’altro, potrebbe presto essere defraudata. Quanti invocano sicurezza, protezione, legge ed ordine! Sono garanzie che il sistema sistematicamente distrugge, anche se finge di promuoverle, soprattutto perché rivendicate da cittadini sempre più spaventati, sempre più inermi. Il tutto mentre papa Imbroglio lancia messaggi sibillini sui prossimi cambiamenti...

Oggi non si governano i popoli neppure più con la costrizione, ma con la paura, una paura fuori controllo, folle, incommensurabile. Non passa giorno senza che un autocarro, in una tragica finzione, schiacci qualche passante; non passa giorno senza che bambini innocenti, in una tragica finzione, siano scorticati con armi chimiche. La verità soccombe al cospetto della dittatura televisiva, mentre l’incubo di vivere in un mondo stravolto, assediato da criminali e da minacce, abbatte le ultime barriere della razionalità.

In questo parossismo si può intravedere uno spiraglio? Il 2017 pare anno cruciale: oltre ad essere il centenario delle “apparizioni” di Fatima, è anche quello della Rivoluzione russa, sono inoltre trascorsi cinque secoli dalla Riforma luterana. Sappiamo quanto i Fulminati siano fissati con le simbologie numeriche e con le ricorrenze. Quest’anno potrebbe non passare senza offrire sorprese nel bene e nel male. La corda è molto tesa: o si spezzerà o ci colpirà in fronte... nel terzo occhio.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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