20 agosto, 2014

L’uomo è un essere razionale?


L’uomo è un essere razionale? Per rispondere bisognerebbe prima comprendere che cos’è la “ragione”. E’ impresa ardua, se non impossibile. Considerata la “facoltà di pensare stabilendo rapporti e legami fra i concetti di giudicare bene, distinguendo il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto” (Zingarelli), da questa definizione corrente si arguisce che essa abbraccia sia gli intangibili orizzonti logico-conoscitivi sia gli impervi territori dell’etica.

Se risaliamo all’etimologia di “ragione” (dal latino ratio, misura, calcolo, nome collegato al verbo reor, calcolare), vi possiamo scorgere una capacità di computare il rapporto costi-benefici, ogniqualvolta si decide o si deve decidere qualcosa. Ergo il raziocinio, lungi dal possedere tratti nobili, diverrebbe uno strumento volto a favorire il maggior successo possibile nelle proprie azioni. Non sarebbe più dunque prerogativa umana, poiché anche gli animali (almeno quelli definiti "superiori") sono capaci di valutare i pro ed i contro di un comportamento. Si pensi ad un ghepardo che, allorché è in procinto di cacciare una gazzella, deve soppesare una serie di fattori: la preda è troppo veloce? E’ difesa in qualche modo dalle altre gazzelle? Qual è la distanza che separa il predatore dal potenziale pasto?

La tanto celebrata intelligenza, spartiacque tra gli uomini ed i bruti, tra gli uomini e le bestie, potrebbe essere, invece, una giustificazione a posteriori di scelte dettate da desideri e da motivazioni inconsce. La ragione dunque come coonestamento di circostanze irragionevoli? Il filosofo scozzese Hume scrive: “La ragione è schiava delle passioni e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa di quella di obbedire e servire ad esse”. (D. Hume, Trattato sulla natura umana)

Se diamo... ragione a Hume, siamo inclini a concludere che l’intelletto è solo un inganno volto a sublimare le inclinazioni più basse ed egoistiche. Nietzsche ed altri sarebbero d’accordo. Se osserviamo il genere umano e ciò che esso ha prodotto sino ad oggi, si dubita che vi alberghi alcunché di razionale. Quale potrebbe essere la causa? In fondo il Sapiens, in quanto essere naturale è, per molti rispetti, un prolungamento del mondo in cui vive e il mondo è di per sé contraddittorio. Chi potrebbe negarlo? E’ così spiegata l’irragionevolezza umana, rispecchiamento della non logicità del tutto?

La morale e la giustizia, che è un’etica istituzionale, nonché le religioni vorrebbero sancire dei princìpi universali secondo ragione e secondo l’accordo con le leggi divine. Inutile rammentare che, essendo la morale priva di un fondamento certo ed univoco, causa sovente più danni di quelli che mira ad evitare. Questo vale soprattutto per l’etica imposta (ebraica, cristiana, musulmana etc.) che, tentando di disciplinare una casistica quasi infinita sulla base, per di più, di dogmi, scivola non solo nella coercizione, ma anche nella costante necessità di ridefinire circostanze, limiti, deroghe e punizioni. Alla fine la morale assoluta diventa il relativismo assoluto sottoposto all’arbitrio di chi ha i titoli per interpretare i testi sacri.

Dunque l’uomo è un essere razionale? Lo sono tutti? Si sarebbe tentati di rispondere che è più sensato un sano istinto di una paludata, artefatta ragione.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

17 agosto, 2014

L'armata delle tenebre


Lo scenario internazionale si sta incendiando. Si accendono sempre nuovi focolai. Non appena le fiamme di un conflitto cominciano a languire, ecco che divampano in un’altra regione. Il governo occulto fomenta odi e divisioni, con la solita strategia del divide et impera. Si pensi soprattutto alla temibile avanzata dell’I.S.I.S. in Medio Oriente, lo strano califfato, miscuglio di mercenari, di Sunniti wahabiti, di provocatori occidentali. Chi ha armato e finanziato l’I.S.I.S.? Soprattutto l’Arabia saudita (i Sauditi aderiscono al credo dei wahabiti) e l’Impero di U.S.A.tana che ora sembra li voglia combattere.

Molti si chiedono se la situazione sia sfuggita al controllo degli Stati Uniti e dei loro alleati o se il caos, le innominabili violenze e le immani distruzioni non siano comunque il presupposto di una guerra su scala globale che veda, come auspicavano i mefistofelici Pike e Mazzini, un aspro scontro tra mondo musulmano (o sedicente tale) e sionismo.

Propendiamo per la seconda interpretazione. Il pianeta non è multipolare, se non all’apparenza ma monopolare: il regista è unico, anche se il film si gira in differenti set. D’altronde come si potrebbero considerare gli Stati Uniti la nazione che vuole dominare il globo, mentre qualcuno infierisce contro la sua economia e la sua stessa popolazione? Si ricordi, a titolo di esempio, che la California è destinata nell’arco di un paio d’anni a restare senz’acqua, a causa della geoingegneria clandestina ed intestina. E’ un po’ come quando il sistema immunitario aggredisce sé stesso.

Quello che interessa alla feccia mondialista è promuovere disordine e sovvertimento. Che momentaneamente sia una fazione o l’altra (Wahabiti o Israele) a prevalere poco importa.

In questo quadro si comprende pure che i governi nazionali diretti da poteri nascosti presumibilmente agiscono ed agiranno affinché il contagio dell’Ebola si propaghi sempre più, nonostante le dichiarazioni in senso contrario. L’immigrazione selvaggia di questi anni è lo stratagemma per diffondere epidemie e pericolosi vaccini, per innestare criminalità e tensioni sociali. E’ l’escamotage per disintegrare dall’esterno le società occidentali, mentre dall’interno i consorzi umani sono disgregati, favorendo un inesorabile declino produttivo e la degenerazione etica. Di conserva l’ambiente è depauperato e distrutto in ogni dove.

Sbaglia chi vede nei “politici” solo degli incompetenti: essi sono dei diligentissimi esecutori, degli abili prestigiatori. Mentre, infatti, i ciarlatani fingono di adoperarsi per la risoluzione dei problemi, li creano e li inaspriscono, attuando un progetto, architettato da pazzi, di cui non comprendono quasi nulla. Fondamentali sono i privilegi e la notorietà che sono garantiti alle classi “dirigenti” da chi li manovra. Per svolgere il loro compito di sicari, i “politici” sono perfetti. Purtroppo quasi tutti scambiano i sicari per i mandanti, con il risultato di accanirsi contro gli sgherri, come un gatto che rincorre e tenta di acciuffare un topolino finto.

Pare che nessuno sia in grado di ostacolare o di sventare i mortali piani della cricca, mentre si profilano all’orizzonte i cavalieri dell’Apocalisse.

Si salvi chi può.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

13 agosto, 2014

The objective

The objective” è una produzione cinematografica statunitense-marocchina del 2008.

Siamo in Afghanistan, qualche anno dopo l’invasione statunitense seguita all’auto-attentato alle Torri gemelle di New York il giorno 11 settembre 2001.

Un agente della C.I.A. viene mandato sul posto per portare a termine una misteriosa missione. Gli viene affidato un plotone della Delta Force: sono veterani addestrati per combattere tra le impervie montagne afghane.

Poche ore dopo la partenza alla ricerca di un enigmatico imam, che in realtà funge da contatto con i servizi segreti di Washington, l’operazione s’infila in un cul de sac. Il reparto si ritrova nel bel mezzo del nulla, minacciato da presenze intangibili di gran lunga più pericolose degli studenti islamici.

Il regista del film “The objective” è Daniel Myrick, uno dei due producers di “The blair witch project”, la celebre pellicola realizzata ad imitare una documentazione video di tipo amatoriale. L’interesse precipuo della pellicola risiede per lo più negli indizi che dissemina circa l’esistenza di un’antichissima civiltà abituata a muoversi nello spazio con i prodigiosi vimana. Nell’epilogo aperto i soldati comprendono che su di loro incombono entità ancestrali e dalla natura ambigua: il fine vero della missione non è neutralizzare i taliban, ma ripristinare i legami con alieni demoniaci.

Bellissima la fotografia che valorizza il paesaggio scabro e maestoso dell’Atlante marocchino e non privo di una certa efficacia il montaggio, decorosa la recitazione degli attori, ma il prodotto soffre per una regia televisiva oggi molto in voga.

Alcuni ricercatori sostengono che i marines realmente scopersero un vimana all’interno di una caverna dell'Afghanistan. Il ritrovamento coinciderebbe con l’improvvisa visita in loco per opera di autorità al massimo livello. Qual è la partita che si gioca davvero dietro i conflitti che sembrano dovuti a ragioni prosaiche, quali il controllo delle risorse?

L’allusione ad un gioco occulto, che supera i meri fini economici e strategici, è la chiave di volta di “The objective”. D’altronde, quando l’esercito a stelle e strisce aggredì l’Iraq, fu depredato il museo archeologico di Baghdad: molte testimonianze appartenenti ai Sumeri e ad altri popoli mesopotamici furono volutamente distrutte o portate via. Chissà perché...

Fonte: silverland

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

10 agosto, 2014

1+1=4


Aveva ragione il narratore e poeta tedesco, Hermann Hesse, a scrivere che “la psicologia serve a scrivere libri, non a risolvere i problemi delle persone”. Nonostante ciò, a volte qualche psicologo ha delle intuizioni.

Verbigrazia, la psicologia transazionale ritiene che all’interno dei rapporti interpersonali si creino circostanze per cui a ciascun attore si sovrappone il ruolo che egli/ella riveste.

Così, quando il genitore dialoga con il figlio piccolo, in primo luogo esprime sé stesso, ma in maniera inconsapevole esterna le caratteristiche del genitore, in quanto figura con un preciso ruolo sociale. Il dialogo tra genitore e figlio non è un dialogo, ma una conversazione a tre, addirittura a quattro, qualora il genitore, ad esempio, in qualità di generale dell’aeronautica, manifesti qualche lineamento della sua maschera, tipica di militare d’alto grado.

Si comprende che nelle dinamiche umane si generano interferenze, come se uno o più intrusi intervenissero nell'interazione. Il problema si pone ogni volta in cui è un adulto (l’età adulta è in parte adulterata) ad intervenire: l’adulto non sa del tutto emanciparsi del suo ruolo. In taluni casi ci imbatteremo in personae (letteralmente maschere) che hanno annullato la loro natura primaria per identificarsi in toto in uno stato gerarchico. L’abito non fa il monaco ma il vescovo, vale a dire che, quanto più un individuo è in alto nella scala del consorzio umano, tanto più l’indole si assottiglia, nascosta sotto strati e strati di finzioni. Sono finzioni di cui certi soggetti non sono neppure più consci. L’annichilimento della coscienza passa attraverso la costruzione di un ego falso.

A ben vedere, questo intreccio relazionale era stato già compreso da Pirandello che scopre all’interno della “comunicazione” inganni, travisamenti, moltiplicazione e disgregazione dell’identità, la iattura dell’incomunicabilità.

Uno più uno dà due, solo quando sono due bambini ad interagire: il bambino non conosce riserve mentali, secondi fini, infingimenti, sottotesti… Sono la scuola, la società e l’”educazione” a rovinarlo… [1]

E’ necessario il più possibile scrollarsi di dosso tutte le mistificazioni che si stratificano sul temperamento per recuperare la sincerità, anche con tutti i suoi spigoli, e la trasparenza. La diversità tra schiettezza ed ipocrisia, sia pure involontaria, è spartiacque tra essere ed esistere (ex-sistere), cioè essere fuori di sé, alienati.

“In verità vi dico: se non vi convertite e non diventate come fanciulli, voi non entrerete affatto nel regno dei cieli”. (Matteo, 18,5)

[1] Anche nei bambini qualcosa non quadra: non si può idealizzare l’infanzia. L’analisi di questo problema, però, esula dalla breve riflessione svolta.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

08 agosto, 2014

Il podere


“I temi essenziali di Federigo Tozzi si ritrovano tutti nel romanzo Il podere, apparso nel 1920: quel senso desolato della vita, soprattutto quella fatalità del male e della morte che lo avvicinano a Verga. E’ la storia della decadenza rapida ed inarrestabile di una proprietà contesa fra gli eredi presunti di un fattore, Giacomo: il figlio Remigio, la seconda moglie, la serva. In questa atmosfera d’odio, Remigio si logora in una sorda e sordida lotta con l’ambiente contadino”.(Anonimo)

Con il suo stile aspro e nervoso, lo scrittore toscano intaglia personaggi brutali ed abbrutiti, mossi quasi sempre da biechi interessi economici che li spingono a mentire e ad ingannare. Il rancore, l’invidia, la cupidigia rodono sia la piccola borghesia senese, composta da volgari notai e fatui causidici, sia la plebaglia dei salariati. In questa umanità degradata non alberga più umanità. Tozzi, però, non indulge ad alcun giudizio: egli lascia che siano gli attori del dramma, con la loro fisionomia fisica e morale deturpata dalla grettezza più che dalla fatica, a dichiarare il loro squallore.

“Il podere” è un capolavoro, non soltanto per l’asciutto racconto degli eventi che si affrettano nel tragico epilogo, ma soprattutto per lo straniamento che fissa vicende e luoghi in una dimensione sospesa, allucinata, quasi l’esistenza fosse un funesto incantesimo che non si riesce a spezzare. La natura stessa non è contemplata, non è rifugio idillico al male di vivere, ma presenza estranea, anzi ostile.

E’ proprio nella riproduzione di una natura viscerale che Tozzi dà il meglio di sé: avverti l’odore del fieno e del letame, il brulichio degli insetti, la solenne solitudine del Monte Amiata, le punture della pioggia, l’umidore delle stalle… E’ un romanzo che penetra i sensi, più che l’anima, li inebria, li confonde, li stordisce.

Quasi ebbro di dolore, incapace di comprendere ciò che lo circonda, Remigio si lascia circuire da avvocati senza scrupoli, da donne arcigne, da subalterni loschi: il suo destino è scritto nel sangue e nella terra.

Tozzi è reputato il maggiore erede di Verga. Lo è, ma pure trascende il narratore siciliano, in quanto l’inetto è figura squisitamente novecentesca e perché, dietro l’ingiustizia che lacera i rapporti umani, si allunga l’ombra di un’ingiustizia ulteriore, metafisica, un po’ come in Kafka.

Non esistono risposte: di fronte al male assoluto, inesplicabile, si può soltanto restare muti e “con gli occhi chiusi”, come il protagonista di un altro celebre libro di Tozzi.

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05 agosto, 2014

L'oppressione dell'opinione


Il filosofo Parmenide distinse tra verità (alétheia) ed opinione (dòxa). Non ci occuperemo qui della prima, perché è tema abissale e bisognerebbe, in primo luogo, discernere fra verità empirica ed ontologica, per dedicarci, invece ad una riabilitazione della dòxa che è, letteralmente, ciò che appare. Anche l’apparenza, però, ha la sua sostanza.

Nella nostra società omologata del non pensiero unico, chi manifesta un’idea è subito stigmatizzato: si ripete che ogni interpretazione deve essere ancorata ai fatti, inclusa in una teoria “scientifica”, altrimenti non vale alcunché. E’ un modo, uno dei tanti, per reprimere la libertà di pensare.

Gli aggettivi – non per le ragioni addotte da Filippo Tommaso Marinetti – sono vietati: qualsiasi aggettivo si trasforma ipso facto in diffamazione.

Non è un caso se oggigiorno i “delitti” che i giudici perseguono con maggiore solerzia sono i “reati” d’opinione: con il pretesto della calunnia e dell’ingiuria, ci si accanisce contro chi dimostra di possedere uno spirito critico. I tribunali sono ingolfati da cause inerenti a presunte diffamazioni, mentre i veri misfatti restano impuniti. Lo “psicoreato” è l’incubo che aleggia nelle tetre aule di una “giustizia” iniqua e nella necropoli dell’establishment. In maniera moralistica oltre che oppressiva, certe toghe si impancano a divinità che credono di poter giudicare il bene ed il male, di dover assegnare premi agli eletti e punizioni ai reprobi.

Sono poi meri pareri quelli palesati dai pochi intellettuali e ricercatori ancora degni di questi nomi o qualcosa di differente, di più sostanzioso? Non saranno valutazioni argomentate, analisi, persino moniti e denunce? Li si liquida come esternazioni prive di oggettività: si invocano i fatti (sull’idolatria dei fatti ha scritto pagine memorabili Nietzsche, ma i censori sono per natura ignoranti e confondono Nietzsche con un famigerato marchio di calzature); si pretende un’assoluta aderenza alle cose, mentre si elargisce un imbarazzante pressappochismo.

E’ bene ripeterlo: nell’ipocrita società odierna non è ammessa alcuna libertà. Quanto più i diritti del cittadino sono celebrati, tanto più essi sono distrutti. Così si culmina con il paradosso per cui è soprattutto la scuola, che dovrebbe essere palestra di idee, luogo di elaborazione culturale attraverso la dialettica, ad essere l’istituzione in cui, malgrado tante belle parole, la possibilità di esprimere la propria Weltanschauung è ferocemente negata. La scuola non è la tomba della cultura, poiché un sepolcro è comunque un monumento a ciò che fu. Il sistema “educativo” è televisione senza schermo: come la televisione intrattiene, indottrina e plagia in maniera irreparabile.

Attualmente l’unico pensiero consentito è quello dell’opinione pubblica ed è indubbio che essa si caratterizza per il fatto di non avere alcuna opinione.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 agosto, 2014

La disfatta dei fatti

Molti si chiedono e ci chiedono per quali motivi gli ideatori delle varie operazioni false flag siano così sciatti e superficiali: qui un errore, là un buco nella sceneggiatura, qui un’incongruenza, là un’esagerazione... Sono tutti svarioni che rendono inverosimili gli eventi, improbabili certi particolari.



Si considerino, a guisa di esempio, i “fatti” inerenti all’aereo della Malaysia airlines precipitato, ma che non è precipitato, in Ucraina. Gli artefici del misfatto hanno commesso tanti e tali sbagli nella costruzione dell’accadimento che, a volte, anche un fruitore sprovveduto ha l'impressione che qualcosa non quadri. Il particolare che non dovrebbe sfuggire neppure ad una persona animata da cieca fiducia negli organi di regime è quello dei passaporti: sono documenti intatti, senza una sola traccia di bruciatura, persino con la fodera di plastica integra. Tralasciati altri aspetti che solo osservatori attenti e smaliziati notano, perché tanto pressappochismo?

Le risposte possono essere le seguenti. In primis, i registi di queste pellicole ai “confini della realtà” sanno che il cittadino medio, ridotto a suddito votante, è di una stupidità assoluta. Crede in tutto quello che propina la televisione. Di fronte a qualche incoerenza, la sua mente piccola piccola all’inizio ha uno sbandamento, ma poi riorganizza il quadro generale del mondo affinché coincida con quello disegnato dal piccolo schermo. Costui è simile al bigotto che, non essendo in grado di rilevare alcune gigantesche illogicità dei Vangeli, basa la sua fede sulla catechesi per cui il Messia può essere nato contemporaneamente in due anni differenti, senza che ciò scalfisca i suo convincimenti.

Mai sopravvalutare l’opinione pubblica il cui tratto saliente è il non avere alcuna opinione. La gente non si pone domande e, anche se è sfiorata da un dubbio, la perplessità è subito eliminata in una concezione normalizzante che garantisca il quieto vivere a base di partita, birra e rutto libero.

Vedrei anche nelle sviste che punteggiano gli avvenimenti orchestrati dalla feccia mondialista delle provocazioni, quasi si volesse sfidare il manipolo di investigatori veri a scovare gli indizi di una macchinazione. Tanto sono i farabutti ad avere il coltello dalla parte del manico. Non è vero ciò che è vero, ma quanto essi affermano essere tale, contro ogni evidenza. Vedi alla voce geoingegneria clandestina e bis-pensiero orwelliano.

Qualcuno ritiene che, essendo la storia umana un gioco, ancorché crudele e con regole truccate, la disseminazione di tracce sia uno sprone affinché una minoranza dell’umanità possa evolvere attraverso una sempre maggiore presa di coscienza. E’ necessario lacerare i veli degli inganni e delle illusioni per acquisire una Weltanschauung più scaltrita e persino disincantata. E’ una spiegazione che ci pare plausibile, anche se abbisognerebbe di qualche rettifica su cui in questa sede non indugiamo.

Ciò esposto, crediamo che per comprendere le cause dell’incuria che dimostrano i registi degli eventi globali si debba focalizzare l’attenzione sulla natura assunta dal mondo attuale. La realtà di oggi è mediatica non solo perché è trasmessa dai media, ma soprattutto in quanto è mediata, filtrata, costruita dai media. Essi creano delle narrazioni, delle storie in cui sono più importanti la suspense e l’intreccio accattivante della verosimiglianza. Così i passeggeri degli aerei che si schiantano o spariscono sono morti, ma sono vivi. Il velivolo è un Boeing, ma hai i motori di un Piper. E’ caduto in due luoghi diversi. Ha seguito più corridoi. E’ stato abbattuto dai Russi, dagli Ucraini, dalle tartarughe Ninja, dai frombolieri di Corinto, da uno sciame di calabroni... Le liste dei viaggiatori cambiano di continuo, come il numero dei deceduti (possibilmente è un numero simbolico). I defunti resuscitano; i sopravvissuti non si riescono a rintracciare. Oggi su quel volo viaggiava uno scienziato nucleare, ieri si era imbarcato un gigolò di Tortona, domani salirà a bordo un ragioniere di Caniccattì. La madre di un ebreo ortodosso non conosce una parola di ebraico, ma parla con accento californiano ed è talmente disperata per il rapimento del figlio che se la ride. Che importa? Lo scopo di questi romanzi d’appendicite è scatenare un conflitto planetario. Molti giurano e spergiurano che ci riusciranno. Non importa come! Tanto il pubblico-spugna assorbe tutto, come fosse (e, in parte, lo è) un teleromanzo in cui la trama tanto più è avvincente, quanto più è imbrogliata e surreale. Le differenze tra realtà e finzione sono sempre più labili: la finzione spesso è più realistica ed esercita maggiore attrattiva su una massa anestetizzata e stupida. Si prova dolore non per gli innocenti che muoiono, ma per un contrattempo che ci impedisce di vedere una puntata di “Cento vetrine”.

Per parafrasare Walter Benjamin, ormai l’opera d’arte vive nell’epoca della sua falsificabilità tecnica. La televisione e la Rete permettono di falsificare, ritoccare i dettagli, cambiare il plot (ed il complotto) a posteriori, correggere gli errori di sceneggiatura, montare nuove sequenze, il tutto ad uso e consumo di spettatori scemi ma avidi di effimere emozioni: il 9 11 fu una tragedia... televisiva.

Invano oltre e dietro molte sequenze narrative cercheremo i fatti ed i nessi logici. I fatti, se mai sono esistiti, oggi non esistono più. Non esistono i fatti, ma solo le televisioni.

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