26 febbraio, 2015

Oblivion



La logica quadrata è suprema follia.

La Terra, dopo essere stata aggredita da una civiltà aliena, è divenuta inospitale, poiché sono state usate armi nucleari per sconfiggere gli invasori. Jack Harper e la sua compagna, Victoria Olsen, sono gli ultimi che vivono ancora su Gaia, ma sono in procinto di trasferirsi su Titano, dopo che sarà completata l’estrazione di energia dagli oceani. Un giorno un’astronave si schianta su una landa che Harper pattuglia per controllare il funzionamento dei droni usati per proteggere gli impianti di estrazione dalle sortite di insidiosi extraterrestri sopravvissuti, gli Scavengers. Il protagonista salva una donna russa, Julia (interpretata dalla bella attrice Olga Kurylenko) componente dell’equipaggio la cui navicella è precipitata. Cominciano allora delle peripezie che portano Harper a riscoprire un po’ alla volta il suo vero passato, a comprendere che l’umanità è stata vittima di un feroce inganno.

“Oblivion” è una pellicola che si apprezza specialmente per la suggestiva fotografia – le riprese sono state realizzate tra Stati Uniti ed Islanda – e per l’intreccio adrenalinico ma non scevro di pause elegiache.

L’interesse principale della produzione risiede nel tema del controllo esercitato attraverso un sistema tecnologico, il Tet, una colonia spaziale a forma di tetraedro. Il rinvio d’obbligo è all’inquietante monolite di “2001: Odissea nello spazio”, la celeberrima ed enigmatica opera di Stanley Kubrick, ispirata ad un racconto di Arthur C. Clarke. E’ un tòpos che punteggia la letteratura ed il cinema di fantascienza, tanto più efficace quanto più l’apparato che programma il destino umano rivela la sua natura algida ed impersonale, come avviene nelle raggelanti (pre)visioni di Philip K.Dick. E’ l’adombramento di una regia dalla logica implacabile perché quadrata.

Il prelievo dell’energia dai mari potrebbe essere letto come assorbimento di forze vitali succhiate ad un genere umano sempre più esangue? La finzione, come non di rado avviene, codifica messaggi xenologici più o meno obliqui, tra cui la clonazione, l’annullamento della memoria, la colonizzazione di corpi celesti... Intelligenti pauca.

In fondo “Oblivion” è una metafora sull’incompatibilità fra la tecnologia disanimante ed una natura ormai prostrata e negletta: emblematica la scena in cui la collega di Harper getta via una piantina fiorita che l’uomo ha poco prima amorevolmente innaffiato, temendo che il fiore possa essere fonte di contaminazione.

E’ una lotta fino all’ultimo sangue e fino all’ultima linfa. Vedremo chi la spunterà.

Scheda del film:

Anno: 2013
Regia: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Joseph Kosinski, Michael Arndt
Attori: Tom Cruise, Morgan Freeman, Nikolaj Coster-Waldau, Olga Kurylenko, Zoe Bell, Melissa Leo, Andrea Riseborough
Fotografia: Claudio Miranda
Paese: Stati Uniti d’America
Durata: 110 minuti

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

22 febbraio, 2015

Iside velata

La storia ama ammantarsi di simboli. Così anche il sedicente "califfato islamico", l’I.S.I.S., adombra, come hanno notato alcuni accorti autori, per mezzo del suo acrostico, la dea egizia Iside. I vessilli neri di Al Baghdadi evocano il lato notturno della realtà, quel lato oscuro che la dea primigenia incarna in una delle sue innumeri, mutevoli ipostasi.



Siamo ormai giunti ad una cruciale fase delle vicende “umane” la cui natura emblematica, abilmente offuscata dietro una cortina di pretesti economici e politici, si palesa in una simbiosi tra verità e finzione, tra dura razionalità ed eterea fantasia. Tutto è simbolo, poiché, in senso letterale, tutto è gettato insieme, saldato, fuso in un denso coagulo.

E’ questa un’era di angeli furiosi e di demoni patetici, un’epoca in cui la ferocia stessa è coperta da una glassa dolcissima sino ad essere stomachevole. Oggi ogni cambiamento, per quanto spaventoso, si insinua con la soavità di un sopore. E’ in questo modo che, quasi inavvertito, il microprocessore, si infila sottopelle, con la lieve, quasi piacevole trafittura di una sinistra iniziazione. E’ in questa maniera che l’umanità affluisce verso il cimitero delle macchine, come se si riversasse nei Campi Elisi.

Oggidì la Coscienza, là dove ne sopravvive una larvale ombra, non riesce a destarsi da un sonno popolato di incubi setosi.

Si è innescata una reazione a catena e di questa catena non troviamo l’anello debole.

Siamo prigionieri della precarietà, tutti contratti in un hic et nunc che ci stringe sino a strangolarci. Le nostre vite sono spanate: continuano a ruotare su sé stesse a vuoto, senza interruzione.

Solo un drappello di uomini oggigiorno interroga il mondo, cerca di comprendere la morfo-sintassi del reale, le regole dell’universo. Invano, perché la grammatica di Dio conosce solo eccezioni. Che cosa può offrire la filosofia? La filosofia è il gancio cui ci aggrappiamo per non precipitare nell’abisso, ma quel gancio è confitto nel nulla.

Mai come in questi tempi crepuscolari, la storia collettiva si incunea nell’esistenza individuale. Siamo incastrati in un meccanismo impazzito: dal sangue che sprizza dagli arti stritolati comprendiamo che la fine è prossima, ma che siamo noi ad essere i vivi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

19 febbraio, 2015

Un aforisma di Seneca

Diutius accusare fata possumus; mutare non possumus: stant dura et inexorabilia. “Possiamo accusare il destino; non possiamo cambiarlo: esso rimane tetragono ed inesorabile”.



Così scrive Seneca e, al cospetto di questa granitica sentenza, mi pare che si sfaldino come sfoglie fra le dita, tutte le fragili certezze, oggi tanto in voga, circa il potere della mente e la cosiddetta legge dell’attrazione. Possiamo lamentarci della sorte ed aggiungere a parole parole, ma le parole sono, in fin dei conti, inutili: quasi nessuno le ascolta. Quei pochi che le ascoltano non le capiscono.

Qualcuno è forse riuscito, almeno per ora, ad imprimere un diverso corso alle vicende umane, applicando le tecniche di un libro?

Possiamo nutrirci ancora di qualche illusione: una fede, una speranza, un ideale, ma la fede oggi è vacillante come la fiamma di una candela cui resta ancora solo un grumo di cera. Le speranze e gli ideali poi si sgretolano sul muro della “realtà”.

Grande lezione quella di Seneca: ci insegna ad essere sobri nelle reazioni, a non indulgere in geremiadi. Ci insegna ad accettare l’ineluttabile con forza d’animo, a non lasciarci incantare dai miraggi.

Possiamo dolerci del fato ed aggiungere a parole parole, tentare di comprendere la gymkhana dell’esistenza, aggiungendo a parole parole.

Se è nella nostra indole, se è una forma di catarsi, ben venga, ma dobbiamo sapere che al destino, come al cuore, non si comanda.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

16 febbraio, 2015

Giorno d'esame

Henry Slesar (1927-2002), scrittore e sceneggiatore statunitense, nel racconto “Giorno d’esame” mette in scena tre personaggi: una coppia di genitori ed il figlio Dickie che sta festeggiando il dodicesimo compleanno. [1] L’atmosfera è tesa e precaria a causa della dell’imminente esame governativo che il ragazzo dovrà sostenere. E’ un test per misurare l’intelligenza, reso infallibile dal fatto che i giovani candidati devono bere un liquido che costringe a rispondere in modo veritiero. Il giorno dell’esame il protagonista è condotto dal padre in un edificio freddo “come un tribunale”: vi opera un personale dai modi educati ma algidi. La sequenza in cui è raccontata la fase preparatoria dell’esame in una stanza avvolta nella penombra contribuisce ad accrescere la tensione nel lettore che segue, passo passo, le azioni di Dickie dal momento in cui trangugia la bevanda a quando è invitato a sedersi su una “solitaria poltroncina di metallo” di fronte all’elaboratore di cui si illuminano i quadranti. La tensione tocca il diapason, quando i genitori del ragazzo, a casa, ricevono la telefonata che annuncia loro con modi sbrigativi e burocratici l’esito della prova.



La storia è ambientata in una supertecnologica società futura in cui si vive “senza nemmeno azzardarsi a pensare” e dove l’intelligenza dei singoli è rigidamente controllata affinché non superi una certa soglia, reputata pericolosa per il sistema. Un alto quoziente intellettivo è un reato, punito a priori con la morte di chi è un giorno potrebbe ragionare e maturare idee e convinzioni proprie. In questo modo ogni critica del potere, ogni ribellione diventano impossibili.

L’autore dosa in modo sapiente la suspense sino allo Spannung dell’epilogo, inquadrando scene in cui domina il grigio. E’ un’uggiosa giornata di pioggia: i pacchetti infiocchettati per il genetliaco di Dickie ed i suoi giornalini creano note di colore, ma l’atmosfera angosciosa le spegne. Il grigiore pare la sostanza di una società svuotata, smorta. Slesar, con il campo ed il controcampo, fissa gli sguardi inquieti dei genitori e quello del piccolo protagonista: nei suoi occhi la luce della gioia per la festa è velata dall’ombra di un presentimento. La macchina da presa poi si muove per inquadrare lo spazio di un atrio delimitato da colonne, locali asettici e freddi.

La fantascienza distopica del narratore è il monito su un mondo in cui non è proibito il libero pensiero, ma il pensiero tout court.

[1] Il racconto ha ispirato un episodio della serie “Ai confini della realtà”.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

12 febbraio, 2015

L'Ucraina e la Terza forza

Sarà l’Ucraina del sanguinario Porošenko il focolaio da cui divamperà la paventata (e progettata) Terza guerra mondiale? Pare che la feccia abbia proprio deciso di far scoppiare un conflitto su larga scala, ricorrendo ad una serie di maldestre operazioni false flag. Se, infatti, succederà il finimondo, non sarà tanto per i pur indiscutibili contrasti tra Stati Uniti e Russia, ma per una precisa volontà di distruzione. E’ una volontà che proviene da una Terza forza, un centro occulto di potere che istiga i contendenti a combattersi, a dilaniarsi vicendevolmente. Il modus operandi di questa Terza forza – i Gesuiti? Una Ur-lodge reazionaria? Una coalizione bellicista internazionale? – è il seguente: destabilizzare per stabilizzare, ossia distruggere per costruire un nuovo assetto planetario di tipo tirannico.



Ricordiamo che la Merkel e Putin sono affiliati alla medesima loggia, la Golden Eurasia: è possibile che essi fingano di essere antagonisti, mentre mirano allo stesso scopo. Lo stesso Putin ha accesso alla cabina di regia o recita una parte? Fatto sta che, ipso facto, il Presidente russo potrebbe distruggere l’avversario statunitense, senza sparare un solo colpo, ossia mostrando al mondo le prove satellitari del 9 11 come inside job. Se lo statista non gioca quest’asso, che cosa si deve arguire? Fatto sta che immani stragi potrebbero essere evitate, se la verità fosse gridata ai quattro venti. Si privilegiano forse altre strategie, improntate al temporeggiamento ed al compromesso o a qualcosa di peggio: si strappa la Crimea all’Ucraina, ma restano poi molti nodi da districare.

La politica attuale è simile ad un gioco delle parti: le azioni sul proscenio mimano altre azioni che, a loro volta, adombrano obiettivi difficili da concepire. I ruoli sono intercambiabili ed il pubblico non è messo al corrente, per mezzo degli a parte o dei monologhi, delle vere intenzioni che animano gli attori-personaggi.

Qual è la vera partita che si sta giocando? Quale ruolo ricoprono i Gesuiti per lo meno nel contesto europeo? Non dimentichiamo che l’influente compagnia fondata da Ignazio de Loyola, dispone già di pezzi forti sulla scacchiera: l’ambiguo papa Bergoglio, Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea e, da poco tempo, il Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella. Tale egemonia qualcosa dovrà pur significare.

Decisivo in questo gioco di specchi, dove una singola immagine si frantuma in mille parvenze, è il ruolo dei media, anzi della propaganda: sceneggiate si susseguono a sceneggiate, attentati-farsa si sommano ad incidenti-farsa.

La natura teatral-televisiva del mondo odierno non inganni: se i casus belli sono finti e persino esilaranti nella loro inverosimiglianza, le conseguenze sono e rischiano di essere cruente. I passaporti delle “spie russe” (sic) sono falsi, ma le bombe e le carneficine sono tragicamente vere.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

10 febbraio, 2015

Sulle strade di Babilonia


Dove conducono queste strade su cui franano le pendici del cielo?

Gli astri, scaraventati dalle loro traiettorie, sbandano ai confini del buio. Grovigli di fiamme soffocano l’orizzonte.

Dove conducono queste strade su cui si ammucchiano le macerie del tempo?

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

07 febbraio, 2015

Il golpe del lenone: qualche cenno sul metodo storiografico


E’ noto che convenzionalmente la storia contemporanea comincia con la Rivoluzione francese del 1789: è una periodizzazione che ha una sua ratio, se si ricorda il retroterra ideologico e culturale in cui maturarono gli eventi che portarono al crollo dell’ancien régime.

Chi oggi intenda intraprendere un’analisi del passato degna di questo nome, dovrà investigare in primo luogo gli accadimenti-spartiacque, le svolte, gli snodi lungo l’itinerario storico. Sono avvenimenti spesso densi di valenze simboliche, riconducibili a riti propiziatori. La storiografia deve prefiggersi un approccio critico: il metodo critico, sull’esempio di Nietzsche, sarà implacabile e “dissacrante” con il fine di svelare il carattere mistificatorio delle ricostruzioni ufficiali, la natura laida del potere, la prostituzione dei panegiristi.

Prendere dimestichezza con la contemporaneità significa altresì riconoscere l’incidenza di operazioni oblique nell’ambito di una politica spregiudicata. Si giustificano, in tale contesto, alcuni termini stranieri, a cominciare dal lessema tedesco Realpolitik. La parola designa una condotta che, prescindendo del tutto dall’etica, persegue fini riconducibili alla ragion di stato, con il pretesto, però, di difendere principi e valori. E’ per eccellenza la pratica di governo attuale, tutta belle parole, discorsi alati, in cui ogni termine ha un’accezione diametralmente opposta a quella veicolata.

Alcune espressioni-chiave sono le seguenti: inside job, false flag, cui prodest? Sono diciture che denunciano la responsabilità diretta, ma occultata di apparati statali che attribuiscono al “nemico esterno” omicidi, stragi, attacchi, sabotaggi… in modo da fomentare la xenofobia e per perseguire obiettivi economici o strategici. Queste azioni, dirette contro i cittadini di un paese, orchestrate e compiute da frange del paese stesso, sono simili ad una malattia autoimmune: è, infatti, lo Stato che ritorce la sua forza distruttiva (thanatos) contro chi a quello Stato appartiene. Tale fredda e feroce consuetudine si comprende se si ricorda che i veri centri di potere sono sovranazionali, ecumenici, indifferenti quindi agli interessi delle singole nazioni: ciò non consuona con una concezione che vede un unico regista di tutte le strategie mondiali. Tuttavia l’esistenza di un fulcro da cui si irradiano iniziative più o meno omogenee è innegabile; si pensi alla coordinazione planetaria della geoingegneria clandestina.

Fondamentale è anche il sintagma latino casus belli, indicante, com’è noto, il pretesto per scatenare un conflitto o per un giro di vite ai danni della popolazione. Il divide et impera è tattica collaudata: oggi si afferma nella pericolosa bugia nota come "scontro di civiltà", un'idea diabolica che sprona i popoli a massacrarsi a vicenda affinché alla fine restino solo gli psicopatici delle classi dirigenti.

Bisogna ricordare inoltre la triade dialettica para-hegeliana, problema-reazione-risoluzione: questo schema, che individua una questione partorita in modo surrettizio dall’establishment onde i cittadini reagiscano e rivendichino a gran voce un intervento autolesionista previsto dal sistema medesimo, è talmente efficace che consente non solo di sviscerare molti fatti, ma addirittura di prevederne il corso. Non è il massimo poter preconizzare il futuro, ma tant’è…

E’ palese che sono strategie molto scaltrite di un machiavellismo elevato all’ennesima potenza. Il cinismo e l’utilitarismo nella prassi politica sono tanto più validi quanto più sono ammantati di ideali altissimi: si pensi, a mo’ di esempio, alla cosiddetta “buona scuola” di Renzi, iniziativa che, dietro il falso obiettivo di migliorare l’offerta formativa, nasconde e, in parte, lascia trapelare un programma di piena, irreversibile devastazione.

Si osservi il carattere deamicisiano del repertorio governativo: la “bontà” addolcisce il veleno delle vere intenzioni, delle riserve mentali. “La bontà”, come ci insegna Adorno, è, però, “una deformazione del bene”.

Da alcuni anni il linguaggio dei “politici” e degli “economisti”– ed è un linguaggio pragmatico, ossia che precede di poco o ipso facto si traduce in misure deleterie - brulica di termini o espressioni inglesi a volte errate o approssimative: jobs act (sic), welfare, eurobond, fiscal drag, governance…

E’ una sorta di “inglesorum” atto a sbalordire ed a confondere l’uditorio: siamo sicuri che, dietro questi lessemi, si cela sempre qualche insidia.

Il “reggitore” attuale non ha bisogno di essere “lione” oltre che “golpe”: egli è solo golpe, la volpe di cui ogni atto, di cui ogni parola è un golpe.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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