30 agosto, 2015

Un'esperienza di pre-morte narrata da Thomas De Quincey



Il cosiddetto “mito di Er”, raccontato da Platone all’interno della “Politeia”, si potrebbe già interpretare come il resoconto relativo ad un ‘esperienza di pre-morte, per quanto arricchito di parti interpretative. Se prescindiamo da altre presunte testimonianze antiche e medievali, prima di imbatterci negli studi di Raymond Moody Jr, di Elizabeth Kubler Ross e di altri studiosi circa le Near death experiences, dobbiamo indugiare su un episodio riportato en passant dallo scrittore britannico Thomas De Quincey (1785-1859) all’interno della quasi-biografia “Confessioni di un mangiatore d’oppio” (1821;1856). [1]

Scrive De Quincey: “Una mia stretta parente un giorno mi riferì che un giorno, durante l’infanzia, in un fiume dove sarebbe annegata, se non fosse stata soccorsa all’ultimo momento, sul limitare della morte s’era rivista in un istante, dinanzi allo spirito, tutta la vita con ogni particolare avvenimento dimenticato – non successivamente, ma simultaneamente allineato e come riflesso in uno specchio; in un impeto di intuizione, aveva avuto la facoltà di coglierli sia nel loro complesso sia nei loro particolari”.

In nota l’autore aggiunge le seguenti delucidazioni: “L’eroina di questa notevole avventura fu una bimba di nove anni. Ella sopravvisse al memorabile salvamento non meno di novant’anni e posso presentarla come una donna di qualità notevoli ed interessanti. [...] Tra la prima e la seconda volta in cui ella mi narrò l’aneddoto testé riferito, trascorsero ben quarantacinque anni, eppure le due narrazioni che mi fece non differiscono d’uno iota né il più piccolo accidente dell’episodio ha subito la minima alterazione”.

Il breve racconto del Nostro enuclea, invero, una sola fra le invarianti che connotano i vissuti di pre-morte, ossia il “film della vita”, quel momento in cui il protagonista del liminale viaggio rivede tutti gli accadimenti dell’esistenza: i fatti si avvicendano l’uno dopo l’altro e, nel contempo, sono coesistenti nonché nitidi come immagini di un diorama. E’ una visione, come osserva De Quincey, sia globale sia particolare di ogni evento trascorso. Non figurano nella narrazione in esame cenni alle altre costanti delle N.D.E.; tuttavia la relazione è di estremo interesse e fededegna.

La “pellicola della vita” ci spinge a chiederci: esiste il vero oblio o tutto è registrato in una memoria universale, altrimenti nota come akasha (letteralmente “spazio”), un archivio ove sono contenute ogni vicenda e persino ogni pensiero che alberga nelle menti degli uomini?

[1] Sempre nella stessa opera, l’autore accenna ad un caso ante litteram di autocombustione umana.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

28 agosto, 2015

Oltre il turbocapitalismo



Diego Fusaro è filosofo ed intellettuale degno di questo nome: intellettuale è, infatti, colui che per mezzo della cultura interpreta la realtà e prova ad educare l’opinione pubblica. E’ quindi un’eccezione in un panorama desolante invaso da negazionisti e pennivendoli.

In un suo intervento del 2014 Fusaro si soffermò sul cosiddetto Nuovo ordine mondiale: l’analisi è senza dubbio di notevole spessore, perché lo studioso, avvalendosi per lo più di categorie interpretative marxiane, traccia un quadro della globalizzazione inteso come culmine di un forsennato processo di accumulazione capitalista, l’altrimenti definito “imperialismo”. Il New world order è dunque la concentrazione del potere politico-economico in una classe di plutocrati che, mentre affermano il loro controllo finanziario e produttivo su quasi tutto il pianeta, impongono un pensiero unico in cui i rapporti umani sono reificati. Così alla struttura (il modo di produzione capitalista) si sovrappone la sovrastruttura (l’ideologia che mercifica l’uomo e lo aliena da sé stesso e dalla natura). E’ un’ideologia che consacra il migliore dei mondi possibili (in realtà il peggiore) per demonizzare qualsiasi espressione di pensiero non allineato.

Le argomentazioni svolte da Fusaro sono, nel complesso, convincenti e soprattutto esposte con quell’empito morale oggi rarissimo. Nondimeno la sua disamina, pur valida sotto molti rispetti, lascia qualche zona d’ombra. Ci chiediamo: nel momento in cui il turbocapitalismo avrà completato la sua conquista della Terra, una volta saturato ogni mercato, come e dove saranno creati nuovi sbocchi per le merci? Dopo che saranno sconfitti i pochi paesi che si oppongono alla globalizzazione, quali obiettivi si prefiggeranno gli usurai internazionali? Molti ritengono che il capitalismo imploderà, a causa delle sue numerose contraddizioni tra cui la caduta tendenziale del saggio di profitto, il graduale impoverimento dei consumatori ed il progressivo esaurimento delle risorse.

Ci sembra un quadro plausibile, ma incompleto, perché la Tirannide planetaria, definita in modo eufemistico "Nuovo ordine mondiale", è un ibrido tra un capitalismo predatorio ed un socialismo statalista (non comunismo che, almeno in teoria, è libertario ed antistatalista) Si dovrebbe anche considerare l’Ideenkleid prevalente rispetto alla struttura economica, poiché la cupola mondialista è animata da intenti spirituali (di una spiritualità invertita e degenere), ossia mira all’instaurazione di un dominio apolide sotto il segno di credenze perverse.

Ciò non significa che gli strumenti interpretativi marxiani non siano idonei ad evidenziare i mali della nostra società, afflitta dalla distruzione del ceto medio, dal cronico sottosviluppo di intere aree e paesi, da flussi migratori volutamente incontrollati, dallo snaturamento e marginalizzazione delle culture nazionali, da un mercato del lavoro sempre più selvaggio e degradato, dallo smantellamento delle provvidenze sociali etc. Sono, però, chiavi di lettura in parte obsolete e che vanno integrate con metodi più scaltriti, benché eterodossi. Almeno oggi paiono metodi eterodossi, ma in futuro saranno normale prassi ermeneutica, perché, come ci insegna anche Marx, la storia, anche la storia del pensiero, è sempre in divenire, è un continuo processo dialettico.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

25 agosto, 2015

Regalità e crocifissione

Scrive Robert Graves, saggista, poeta, narratore e studioso delle religioni antiche: “Anticamente, a quanto sembra, in tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, la crocifissione era la sorte cui erano destinati i sacri re annuali: per l’esattezza, la crocifissione su un albero entro un cerchio di pietre. Si ritiene che tale prassi sopravvivesse in età storica nella Britannia settentrionale e nelle regioni più selvagge della Gallia: i dignitari legavano il re ad una quercia che era stata potata a forma di T. Il rex era poi ornato con rami verdi, incoronato di biancospino, fustigato e malmenato, infine arso vivo. […] La sua anima ascendeva nel cielo sotto sembianze di un’aquila. […] Paralleli alle pratiche celtiche si incontrano in Asia Minore, Siria e Palestina. Presso gli Israeliti il re era ancora crocifisso annualmente a Shiloh, Tabor ed altrove al tempo dei Giudici; e la croce a tav, vale a dire a forma di T, era tatuata a mo’ di marchio sulla fronte degli appartenenti al clan al cui interno era designato il rex sacrorum. In qualità di marchio di casta ricorre nella letteratura sacra ebraica in due sensi contraddittori: nel Genesi come il marchio di Caino, ed in Ezechiele, come il segno impresso sulla fronte di tutti i giusti quale distintivo rispetto ai peccatori, in vista del giorno del giudizio.

Con la salita al trono di Saul, si instaurò l’usanza di prolungare il regno del sovrano per un certo numero di anni e nel frattempo di sacrificare ogni anno un dod, un sostituto, un ariete. Il pio re Giosia abolì la crocifissione, inserendo nel Deuteronomio un articolo secondo cui tutto ciò che era crocifisso non era benedetto, bensì maledetto.[…] Presso altre nazioni il sacro re sfuggiva alla crocifissione a patto che trovasse un dod, un figlio, un nipote materno che il re insigniva temporaneamente dei simboli della regalità, la qual cosa spiega la leggenda del sacrificio di Dioniso per opera di Zeus, ma, con l’andar del tempo, furono accettati congiunti meno diretti e, ancor più tardi, prigionieri di guerra di sangue reale o di rango inferiore, infine si ritennero adeguati alla bisogna persino i criminali. Allora la crocifissione si tramutò in una punizione del crimine. Tuttavia alcuni elementi del rituale antico persistettero anche dopo che le sue origini sacre furono dimenticate: presso i Romani tra i suddetti elementi rientra l’azzoppamento della vittima, mentre è appesa alla croce: poiché il sacro re era in origine claudicante, anche il suo sostituto dev’essere azzoppato.[…] E’ difficile stabilire fino a che punto il rituale romano fosse di origine indigena ed in qual misura cananea, giacché gli antichi Romani usavano una croce ad X, mentre la croce a T fu mutuata dai Cartaginesi durante la Seconda guerra punica: i Cartaginesi erano Cananei. In ogni caso, è un paradosso che la crocifissione, che era stata un mezzo magico per procurarsi l’immortalità, fosse in seguito considerata dai Giudei una punizione ignominiosa e fosse usata dai Romani per scoraggiare i sediziosi”.

Le fonti romane (Livio in primo luogo) descrivono il rex sacrorum o rex sacrificulus, come una figura sacerdotale in cui probabilmente si assommavano carismi sacri e simboli del potere. Anche se in età repubblicana il rex sacrorum era subordinato al pontefice massimo, è probabile che in principio egli fosse il re le cui prerogative dipendevano dalla sua immolazione, come spiega Graves. E’ anche vero che la zoppia è un attributo della sacralità, riscontrabile, ad esempio, nel dio Efesto-Vulcano. Non è un caso se il Re Pescatore (Amfortas) nella tradizione del Graal è affetto da una menomazione che è attributo del sacrum.[1] Sacralità e regalità anticamente erano non solo connesse, ma consustanziali: il re è sommo sacerdote e viceversa. Presso gli Ebrei, il Messia è sovrano, ma anche intermediario tra il popolo e YHWH, non meno dei sacerdoti. Se in molti contesti i ruoli furono distinti, tracce delle pristine cerimonie e valenze si reperiscono ancora in età successive. Un sovrano come Numa Pompilio, celebrato dai Romani come colui che, grazie ai consigli della Ninfa Egeria, dettò all’Urbe i riti, la disciplina augurale, le ricorrenze religiose etc., rivela la correlazione tra sacerdozio e dignità regale.

Perché la croce e la crocifissione, prima di denotare infamia, erano emblemi religiosi e regali? Probabilmente perché la croce nelle sue varie fogge adombra il legame tra la Terra ed il Cielo, tra il mondo naturale e la dimensione soprannaturale.

Il Messia crocifisso fu re? Sul cartiglio fu scritto, secondo i Vangeli, Iesus Nazireus rex Iudaeorum: tale titolo non sembra avere valore ironico. Così la crocifissione, alla luce degli studi antropologici, attesta, invece di sminuire o negare, la regalità del Cristo, la cui morte è gloriosa proprio perché su una croce, immagine altresì di una riconciliazione tra Dio e l’Uomo. Che Gesù discendesse o no dalla stirpe di David è controverso, ma che fosse di lignaggio aristocratico è plausibile, a parere di molti storici.

Stando a recenti indagini, risulterebbe che i Romani usassero per le condanne capitali di sediziosi e malfattori le croci ad X, dato che le altre causavano una morte troppo rapida del condannato, laddove una lunga agonia era garantita solo se il reo era attaccato ad una decusse.

[1] Altri attributi sono il segno distintivo, la capacità di operare prodigi e guarigioni, la conoscenza di formule segrete. Forse il rex Nemorensis è figura simile al rex sacrificorum.

[2] Amfortas, il Re Pescatore o Re Ferito, è un personaggio che figura in alcune opere del ciclo arturiano come ultimo discendente della dinastia dei Re del Graal, custodi della preziosa reliquia. E’ caratterizzato in modi anche molto differenti dai vari autori. In ogni caso, soffre di una menomazione alle gambe o ai genitali ed ha difficoltà a muoversi. Nel Cristianesimo dei primi secoli talora Gesù era rappresentato come gobbo e zoppo, prima che si affermasse l’iconografia del Cristo-Orfeo e quella del Pantocrator.

Fonti:

H. Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano, 1991, s.v. inerenti
Dizionario di antichità classica, Milano, 2000, s.v. inerenti
A. Grabar, Le vie dell’iconografia cristiana, 1982-2011
R. Graves, Iesus rex, 1946, p.458-459


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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

22 agosto, 2015

China crisis



11 agosto 2015: il governo cinese decide di svalutare lo yuan dell’1,9 per cento, generando pesanti onde d’urto sulle borse mondiali e sull’economia statunitense.

12 agosto 2015: la città di Tianjin è colpita da un’arma del Pentagono "Rod of God", un dispositivo bellico che dallo spazio può centrare qualsiasi bersaglio sulla Terra. Sono distrutti sei isolati della città, dove si trovano alcuni depositi per lo stoccaggio di composti chimici.” Così scrive Mike Adams.

La rovina è immane, numerose sono le vittime anche tra i vigili del fuoco: essi, accorsi sul teatro dell’esplosione, per spegnervi il gigantesco rogo, sono investiti da una seconda, micidiale deflagrazione.

Mike Adams di "Natural news" ipotizza che il disastro non sia stato un incidente, ma una ritorsione dell’esecutivo statunitense contro Pechino che, per ridare fiato ad un’economia in affanno, ha deciso di deprezzare lo yuan in modo da favorire le esportazioni. Naturalmente quella di Adams è solo una congettura, suscettibile di essere verificata o smentita, comunque suffragata da molti e convincenti indizi. L’autore riferisce di dissidenti cinesi che vedono nella sciagura un attacco perpetrato da Washington: questi dissidenti, però, bollati dalle autorità cinesi come “teorici del complotto,” sono stati minacciati ed è stato intimato loro di tacere.

Perché avviene ciò? Se davvero gli Stati Uniti sono gli autori del misfatto, perché Pechino non muove le sue accuse contro il suo principale "rivale" economico? Per rispondere bisogna in primo luogo analizzare lo scacchiere economico e finanziario internazionale, in cui l’apparato produttivo di ciascuna superpotenza è legato a doppio filo a quella delle altre. Ad esempio, l’ex Celeste Impero detiene gran parte del debito pubblico statunitense. Se gli U.S.A. dovessero fallire, la Cina si ritroverebbe con carta straccia. Questo chiarisce perché le guerre commerciali, nell’ambito del turbocapitalismo mondializzato, non sono guerreggiate, limitandosi a qualche colpo basso di natura tattica. D’altronde quante imprese occidentali hanno delocalizzato gli stabilimenti in Estremo Oriente pur di sfruttare una manodopera a basso costo e non sindacalizzata! La caduta di un gigante trascinerebbe con sé nel baratro altre nazioni, con un effetto domino, giacché globalizzazione è sinonimo di interdipendenza, una precaria e fragilissima interdipendenza. La bancarotta di uno stato o di un altro non conviene, almeno per ora, ad alcuno: né alle multinazionali né al complesso militare né ai vari governi. Si persegue un equilibrio globale che permetta di privatizzare e massimizzare i profitti, scaricare i debiti sui cittadini, proletarizzare i ceti medi, trasformare gli operai in schiavi, spolpare le risorse naturali per tirare avanti in questo modo fino a quando la corda non si spezzerà.

Questo è il cinico piano a breve termine: esiste, però, un progetto a lungo termine che ci è illustrato dallo studioso John Coleman. Questo disegno prevede: “Un unico governo mondiale ed un unico sistema monetario, sotto l’egida di plutocrati non eletti. Questa Entità globale porterà alla riduzione demografica per mezzo di malattie, conflitti, carestie, con il fine di stabilizzare la popolazione in un miliardo di persone: sarà questo il numero utile alla feccia, nei settori che saranno strettamente e chiaramente definiti.

Non esisterà nessuna classe media: esisteranno solo i governanti ed i servi. Tutte le leggi saranno uniformi nell'ambito di un complesso giuridico di tribunali internazionali che applicheranno lo stesso codice di leggi. Sarà insediato un Governo mondiale con un'unica forza di polizia ed un unico esercito per far rispettare le leggi in tutti gli ex paesi dove esistevano i confini nazionali. Il sistema sarà attuato sulla base di uno stato sociale: coloro che saranno obbedienti e sottomessi al Potere mondiale saranno premiati ed avranno i mezzi per vivere; coloro che si ribelleranno saranno dichiarati fuori legge e/o semplicemente moriranno di fame e saranno così un bersaglio per chiunque desideri ucciderli. La proprietà privata non esisterà più, perché sarà vietata, così come saranno proibite le armi da fuoco e qualsiasi altro tipo di armi".

E’ evidente che una crisi cinese sarebbe il preludio di un collasso statunitense, a sua volta prodromo di un tracollo pressoché generalizzato. La Terza forza (quella dei nerovestiti che hanno il loro portavoce in un piazzista argentino?) lascia pure mano libera ad U.S.A.tana, acconsente, fino ad un certo punto, che i vari potentati si scannino fra loro, poiché il caos politico, sociale, economico e persino climatico è il necessario presupposto per la progressiva, quasi indolore instaurazione della Tirannide finale. E’ soltanto questione di tempo... un tempo che congiura contro di noi, ma forse anche contro di loro.

[1] Che l’esplosione sia stata un attacco o la conseguenza dell’incuria che contraddistingue le istituzioni ad ogni latitudine, la sostanza delle cose non cambia: siamo sempre al cospetto di una tragedia, una delle tante...

Fonti:

- Naturalnews
- Ningizhzidda

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

20 agosto, 2015

Profezie



Oggi, poiché ci troviamo sul “limitar di Dite”, si evocano spesso le profezie, soprattutto quelle bibliche, affermando che esse si sono avverate e sono in procinto di avverarsi negli eventi di questi ultimi decenni.

Bisogna in primo luogo precisare che per lo più le profezie dell’Antico Testamento non si riferivano all’avvenire, in quanto in ebraico ed aramaico (in generale nelle lingue antiche semitiche ed indoeuropee) il tempo verbale futuro è un'invenzione relativamente tarda. Inoltre il profeta ebreo è colui che parla in nome di Dio, per ammonire il popolo, per ricordargli il suo traviamento, ma anche la misericordia del Signore, non un veggente che anticipa gli accadimenti ancora a venire. Vero è che in talune occasioni, egli si esprime circa le attese messianiche, ossia a proposito del Re (Messia, Colui che porta il sigillo regale) che restaurerà il dominio di David, una volta sconfitti gli oppressori (I Babilonesi ed i Seleucidi prima, i Romani poi), ma questa non è la regola. Tra l’altro i Messia, di cui i Giudei aspettavano (aspettano) l’avvento sono – come ci insegna Robert Graves – cinque; due erano quelli previsti da alcune sette ebraiche (anche gli Esseni?) e due quelli attorno ai quali si formò la prima comunità cristiana (Ebioniti). Non bisogna poi dimenticare che le credenze religiose e quindi le concezioni escatologiche divergono tra Ebrei e Samaritani, tra “Ortodossi” ed altri gruppi israelitici. La fede israelitica non è un corpus monolitico: nessun credo lo è. [1]

Tralasciando la congerie di preannunci e commenti ebraici, ci si accorge che anche il Cristianesimo adombra gli avvenimenti futuri con “predizioni” in genere oscure e in parziale squilibrio tra loro: fra tutte la più enigmatica è quella del Rapimento, senza contare che alcune anticipazioni paiono essere riferite (profezie post eventum?) alla conquista di Gerusalemme per opera delle legioni romane comandate da Tito. A proposito dell’Apocalissi, gli orizzonti ermeneutici sono molteplici, sebbene si debba riconoscere che il testo sia molto aderente a certe situazioni attuali, pur nel dubbio che taluni presagi di Cerinto (?) siano circostanze accadute perché qualcuno ha agito affinché accadessero, seguendo il canovaccio della Rivelazione. I modi ed i tempi della Parousia sono una questione non facile da dirimere.

Di solito gli oracoli sono suscettibili di molteplici interpretazioni sia nelle loro ermetiche simbologie sia nei tempi di adempimento: stando ad alcuni, già sette-otto anni addietro sarebbe dovuto cominciare il periodo della Grande Tribolazione. Se così fosse stato, oggi quel terribile interludio dovrebbe essere già concluso; il che purtroppo non è.

Ancora, le profezie danieline sono accolte dai Cristiani, laddove il Libro di Daniele non è considerato canonico dagli Ebrei: ciò ingenera ulteriore confusione, in un quadro già molto farraginoso. Come armonizzare, poi, le rivelazioni ebraico-cristiane con quelle islamiche o di altri popoli (Nativi americani, Indiani, Maya etc.)? Si trova pure un trait d’union, ma è un filo molto sottile, simile al filamento di una ragnatela quasi invisibile in controluce. Reperire qualche consonanza tra le prolessi musulmane (ritorno di Isa, ossia il Cristo, vittoria su Satana etc.) e quelle cristiane non è forse così arduo, considerato il comune substrato culturale, ma negli altri casi il compito è improbo.

Comunque sia, il concetto di profezia destinata in toto ad adempiersi esclude, piaccia o no, il libero arbitrio umano, anche se si troverà sempre qualche teologo e filosofo disposto a compiere il triplo salto mortale ed a mille contorsionismi logico-verbali, pur di conciliare l’inconciliabile. Se i fatti anticipati dagli oracoli sono ineluttabili, che senso hanno tanti moniti, persino tanti timori rispetto a ciò che non si può stornare?

Non aveva forse torto Lorenzo il Magnifico a scrivere: “Ciò ch'ha esser convien sia".

[1] Nel I sec. a. C. i Messia attesi erano il Figlio di David, il Figlio di Giuseppe, il Figlio dell’Uomo, il Sommo sacerdote (Messia di Aronne?), il servo umiliato di YHWH.

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16 agosto, 2015

Twilight bar



Arthur Koestler (Budapest, 1905 – Londra 1983) è uno scrittore ungherese naturalizzato britannico. Fu giornalista ed autore di opere letterarie, soprattutto romanzi improntati ad una forte tensione morale, generata dall’attrito tra valori individuali ed ideologie. Tra i titoli più significativi ricordiamo "Buio a mezzogiorno" (Darkness at noon, 1940), "Lo yogi ed il commissario" (The yogi and the commissar, 1945), "Ladri nella notte" (Thieves in the night, 1946).

Koestler scrisse pure una commedia di irresistibile umorismo, "Il bar del crepuscolo" (Twilight bar, 1933). La pièce è incentrata sul tema della felicità imposta per legge. Nel testo teatrale due esploratori provenienti da una lontana galassia approdano sulla Terra, in cerca di terre da colonizzare.

Nel prologo del dramma un’enorme astronave plana sulle città, emettendo un fischio acuto. Il veicolo spaziale causa un’interruzione nell’erogazione di energia elettrica nelle aree sorvolate. Il vascello precipita in mare e due creature, con indosso tute bianche, raggiungono la riva, muovendosi come in uno stato di trance. Essi si presentano come messaggeri inviati da un concilio cosmico per avvertire l’umanità che ha tre giorni di tempo per emendare i suoi errori. Se i terrestri non mostreranno un rapido ravvedimento, il genere umano sarà sterminato ed il pianeta sarà ripopolato da una razza superiore.

Di fronte all'ultimatum, il governo si dimette, l'opposizione si defila, mentre sale al potere una sorta di poeta squilibrato che si proclama "dittatore della felicità". Il denaro è abolito, ogni autorità è destituita, cadono tabù e convenzioni: ben presto, però, i terrestri, costretti ad essere “felici”, rimpiangono i tempi in cui potevano indulgere alla malinconia ed allo sconforto.

Il matematico Jacques Vallée rileva che "Il bar del crepuscolo" è il primo testo in cui è descritto un black out causato da un U.F.O. Lo considera un particolare predittivo di notevole rilevanza: è una dimostrazione che gli artisti attingono ad un immaginario atemporale? Nell’opinione di Vallée, le coincidenze tra le opere di fantasia ed i particolari concreti forniti dai testimoni di avvistamenti sono fatti eccezionali che spianano la strada ad infinite speculazioni. Non solo, in alcuni racconti antecedenti all’età tecnologica ed all’avvento dell’ufologia, si possono già rintracciare ipotesi inerenti alla relatività del tempo, compreso il missing time e persino un’osservazione che precede di quattro secoli taluni orizzonti della teoria quantistica: ci riferiamo all’osservazione dovuta ad una creatura allotria che si rivolse a Fazio Cardano. A costui, figlio dello scienziato, medico ed occultista Gerolamo Cardano, l’essere disse: “Dio crea il mondo momento per momento, così che, se Egli fermasse per un solo istante la Sua attività creatrice, tutto cesserebbe di esistere”.

Come spesso avviene, uno sguardo sul passato può gettare una luce sul presente e pure sul nostro precario futuro.

Fonti:

Enciclopedia della Letteratura, Milano, 1997 s.v. Koestler Arthur
J. Vallée, Dimensioni, Roma, 1998-2008, p. 187

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10 agosto, 2015

Sabbie mobili

Il rimpianto per l’Eden, dalla Bibbia – anche se il Genesi probabilmente racconta tutta un’altra storia – sino a Milton ed oltre, si è cristallizzato in un mito, nel senso più alto del termine. E’ il vagheggiamento di un tempo in cui non esisteva il tempo, di una condizione in cui l’uomo non era uomo. Forse egli viveva, in una primigenia età dell’oro, in un eterno presente, come gli animali, mentre la sua coscienza era immersa in una luce aurorale, trasognata.

Scrive Milan Kundera: ‘La nostalgia del Paradiso è il desiderio dell’uomo di non essere uomo’. Per essere chi? Un animale? Un dio? Eravamo esseri in cui gli opposti si toccavano, con l’animalità sublimata in una natura celestiale.

Purtroppo gli uomini (non i bruti né gli automi)– non importa quale sia il loro stato, se schiavi o illusi di essere liberi, non possono essere quasi mai felici, sereni mai. Intrappolati nel qui ed ora, per tentare di scampare alle sofferenze, essi si rifugiano nel passato o nel futuro, ma il passato ed il futuro non sono approdi, bensì sabbie mobili.

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