Visualizzazione post con etichetta Marino Moretti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marino Moretti. Mostra tutti i post

11 giugno, 2017

Che vale?



Marino Moretti (Cesenatico, 1885-1979) è poeta e narratore. “Nelle sue prime raccolte “Fraternità” (1905) e soprattutto “Poesie scritte col lapis” (1910), è evidente l’impronta di Pascoli e di poeti come A. Samain e F. Jammes, per lo stabilirsi di un tono 'crepuscolare', secondo la definizione attribuitagli da G. A. Borgese”.

“Che vale?”, componimento tratto dalla silloge “Poesie scritte col lapis”, è formato da quartine di tre ottonari ed un novenario, tutti piani. Le rime sono incrociate secondo lo schema ABBA(solo tra i vv. 26-27 la rima è sostituita dall’assonanza “ombre-incombe”).

Il ritmo monotono, creato da frasi brevi, spezzate, dalla frequente coincidenza dei versi con gli enunciati, consuona con l’atonia dell’ispirazione. I giorni si allineano tutti uguali, vuoti, una patina uniforme vernicia cose ed eventi, il grigio spegne ogni colore. Domina incontrastata, invitta la noia. La stessa tragedia della vita e della morte (o della vita-morte?) è declassata a vicenda trascurabile.

Con i toni dimessi e sommessi che gli sono consueti, l’autore esprime un senso rassegnato dell’esistenza appiattita dalla ripetitività. Il passato ed il futuro, il cielo e la terra su cui fissiamo lo sguardo inerte, il dolore e la gioia, la luce e l’ombra sono altrettante suppellettili polverose di un alloggio in cui da troppo tempo nessuno entra più.

Le antitesi che intessono la lirica (odio, amore; avvenire, passato) stentano ad opporsi per allinearsi nello stanco profilo delle cose. Le anafore e le iterazioni rispecchiano il monocorde ritmo dei giorni, pallide fotocopie di un originale privo di qualsiasi originalità.

Lo scrittore è consapevole che nulla possono gli uomini, con i loro reiterati ma vani tentativi, al cospetto di una forza superiore (ciò che vorresti non vuole / quei ch’è più forte). Il destino è indifferente ed ineluttabile: incaponirsi per tentare di cambiarlo è come pensare che un alito di vento possa sradicare una quercia.

Chinar la testa che vale,
che vale fissare il sole
e unir parole a parole,
se la vita è sempre uguale?

Si discorre d’avvenire?
Si rammemora il passato?
Chi è vivo deve morire,
chi è morto è bell’e spacciato!

Poeti, dolci fratelli,
perché far tanto sussurro
se un lembo di cielo è azzurro,
se son biondi dei capelli?

Un po’ d’azzurro (che vale?)
ed un po’ d’oro, un riflesso
d’oro… Ma il mondo è lo stesso,
ma la vita è sempre uguale!

Non c’è né duolo né gioia,
non c’è né odio né amore;
nulla! Non c’è che un colore:
il grigio; e un tarlo: la noia.

Chinar la testa che vale?
Che vale fissare il sole?
Ciò che vorresti non vuole
Quei ch’è più forte, o mortale!

Non c’è né duolo né gioia,
non ci son luci né ombre:
il grigio, il grigio che incombe
sui cuori e il tarlo: la noia!

Questa è la strada del bene,
questa è la strada del male:
star troppo a scegliere che vale?
Peuh! Quella che viene, viene!


Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

09 ottobre, 2013

L’assurda razionalità del Tutto

Il reale è irrazionale e l’irrazionale è reale… purtroppo.

Gli atei ed i razionalisti affermano che il male non esiste. Hanno perfettamente ragione, se si analizza la realtà solo attraverso strumenti razionali. E’ singolare che gli spiritualisti ed i materialisti, pur agli antipodi, concordino su tale punto, adducendo diverse motivazioni: il mysterium iniquitatis non sussiste. Logici e matematici pensano che il mondo possa essere compreso per mezzo della logica. Essa dimostra che il male non è nelle cose, ma nelle interpretazioni. Peccato che l’universo non sia logico, essendo autocontraddittorio.

Certo, il bene ed il male sono categorie umane, valori che gli uomini attribuiscono agli enti. La Natura di per sé non è (o pare?) né malvagia né benevola: essa è quella che è. Siamo noi a vedere in un terremoto il male e in un tramonto dai colori rutilanti il bene. Il ghepardo che caccia e divora la gazzella non è malvagio: è nella sua natura predare degli erbivori di cui si ciba.

Tuttavia il male ed il bene non risiedono tanto in un’esegesi antropocentrica e negli influssi deleteri o benefici che gli eventi esercitano su ognuno di noi. Il male è anche nella mancanza di senso, nell’irrazionalità dell’essere. Qual è lo scopo di tutto questo? Che fine hanno il cosmo, l’esistenza, il dolore? La domanda metafisica per miscredenti e scienziati razionalisti è priva di significato. Essi si richiamano a tutti quei filosofi antichi e moderni che hanno constatato la verità effettuale, ponendo dinanzi all’uomo lo spettacolo di un universo la cui unica giustificazione è nell’assenza di ogni giustificazione.

Spesso gli irreligiosi celebrano Lucrezio che nel “De rerum natura” distrugge le illusioni umane: la chimera dell’immortalità, della Provvidenza, di un premio per i giusti e di una punizione per i reprobi... La Natura è indifferente alla condizione delle sue creature, siano piante, animali, uomini. I cicli cosmici sono una perenne aggregazione e disgregazione di atomi. Dopo la morte si sprofonda nel nulla, lo stesso nulla da cui si proviene.

Eppure Lucrezio sembra a tratti ribellarsi a questa raggelante visione o, meglio, denunciarne l’assurda razionalità. Se il poema si apre con l’inno a Venere, immagine della vita e dell’energia, si conclude con la drammatica descrizione della “pestilenza” che dilagò ad Atene durante la prima fase della Guerra del Peloponneso. La morte e la distruzione paiono abitare nel cuore dell’universo, essere il sigillo di una realtà votata all’insignificanza, al disfacimento.

E’ appunto nella gratuità, nel gioco assurdo del caso che si incarna il male. E’ veramente così? Non lo sappiamo. E’ indubbio che spesso così ci sembra. Per questo motivo il poeta e romanziere Marino Moretti può suggellare una sua accorata e bellissima lirica con il verso: “Così parve la vita, senza scopo”.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

21 gennaio, 2010

Di fronte all'abisso del Nulla

Sgomenta ed attrae l'abisso del nulla. Ci chiediamo per quale motivo gli uomini evitino la solitudine: anche gli anacoreti cercano nel silenzio dei loro romitaggi tra le montagne o nei deserti di udire la voce di Dio. L'uomo comune, per combattere l'isolamento, si circonda di "amici" e di conoscenti, li tempesta di telefonate, li subissa di inviti.

Un impulso incoercibile spinge le persone a cercarsi, ad unirsi: i fidanzati, oggi teneri e romantici, domani, sposi, si detesteranno o si sopporteranno vicendevolmente. Intanto avranno procreato e generato una terza infelicità. Anche qui agisce una sorta di horror vacui, una paura del vuoto, una smania di colmarlo in qualche modo. E' per questa ragione che l'autore crepuscolare Marino Moretti in una sua malinconica lirica, si chiedeva se non dovesse risolversi ad avere un figlio o almeno a piantare un tiglio. Si desidera lasciare qualcosa di sé, prima che le ombre avvolgano tutto.

In verità, non sappiamo che cosa ci attenda oltre la soglia e se perderemo per sempre quanto abbiamo costruito con passione e spirito di sacrificio. Forse scivoleremo nel nulla: allora sarà stato vano ogni affanno ed ogni gioia, vana ogni conquista ed ogni sconfitta. E' possibile che l'universo contempli questa destinazione per gli uomini. Forse, invece, ci aspetta un'altra vita altrove o di nuovo su questo pianeta.

Di fronte ai patimenti dell'esistenza, alle spine confitte nel cuore, al lento, irreversibile declino, il nulla non spaventa più, ma ci appare come un porto di pace. Solo grazie all'anestetico che ogni notte, se non siamo insonni, ci elargisce l'oblio, riusciamo a tollerare i mille triboli che straziano l'anima di giorno.

Antichi filosofi amaramente conclusero che è "meglio non esser nati": nichilismo assoluto, ma non scaturito per lo più da pose atee e provocatorie, a differenza il nichilismo di alcuni pensatori contemporanei, bensì sgorgato da una profonda, sconfinata esperienza del dolore.

Avremmo evitato questa abnorme mole di mali, se... Distinguiamo: non tutti i destini sono uguali. Il cupio dissolvi afferra gli sventurati ed i malinconici; gli altri vivono ogni dì, come se fosse il primo. Anche, questi ultimi, però, quando si affacciano, a causa dell'età avanzata o di una grave malattia, sul limitare dell'ignoto, si domandano che cosa sia e sia stato preferibile: immersi in pensieri ombrosi, tetri si interrogano sul senso (o non-senso?) del percorso, contemplano il baratro, incerti tra tremore e speranza. In ogni vita può leggersi in filigrana il significato recondito? Giace un significato nell'esistenza, a somiglianza di una partitura che, mentre per un profano è solo un bello ma insignificante insieme di glifi, diventa una melodia di fronte al musicista? Ci interroghiamo se ciascun evento del cosmo, dal palpito d'ala di una farfalla all'edificazione di una cattedrale gotica, obbediscano ad un piano segreto o se il caso, come un demiurgo maldestro, si sia insinuato in ogni dove.

Pensare ad un ordine mirabile, di là dalle eterogenee, confuse, lacerate apparenze, richiede fervida immaginazione. Non sappiamo rinunciare al senso, poiché in esso è la nostra consolazione, ma anche la giustificazione del tutto. E’ possibile che il cosmo sia frutto del caso? Forse il cosmo è la meravigliosa creatura di un Dio assalito da un senso di solitudine: i fogli bianchi sono lì per essere riempiti di parole, le tele per essere abbellite di figure e paesaggi, i silenzi per essere costellati di note, i cieli trapunti di astri… Da quel desiderio originario promanano tutti gli altri, come in un’irradiazione di luce ai confini del buio.

Non abbiamo certezze e forse, possiamo se non accettare, rileggere sotto una nuova luce un’accorata massima di Giacomo Leopardi contenuta nello Zibaldone: “Non v’è altro bene che il non essere: non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive”.

Di là dal nichilismo raggelante, si coglie un’intuizione: l’intuizione che, in fondo l’essere vero è imparentato con il non essere. Basilide scrisse:“Il Principio è l’inesistente”. Così certamente “le cose”, le mere cose, inerti e dure, sono insensate, mentre solo nel non essere delle cose così come sono è il bene. Se immaginiamo le cose radicalmente trasfigurate, restituite al loro valore originario, esse recuperano quel riverbero di Assoluto che hanno perso. Appunto “le cose che non sono cose”, il tempo e lo spazio che non sono più né tempo e spazio, ma orizzonti inimmaginabili di un “essere oltre” possono attingere l’estasi della vita. Qualsiasi paradiso confinato sulla Terra è un eden da cartolina turistica.

In fondo poi il Nulla, tanto vituperato e temuto, non è forse la sorgente del tutto, la fonte invisibile e sotterranea da cui erompono i fiumi dell’essere? Dio nella teologia negativa è Assoluto di là dell'essere e del non-essere e quindi privo di specificazioni, ineffabile secondo il linguaggio umano e qualsiasi altro linguaggio. E’ l’Assoluto che si specchia nel lago del Nulla: forse è per questa ragione che la rarissima esperienza del Nulla, annichilente ed abissale, paradossalmente ci avvicina al divino.



APOCALISSI ALIENE: il libro

AddThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...