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16 marzo, 2011

Ipotesi su Abramo (seconda ed ultima parte)

Leggi qui la prima parte.

Secondo R. A. Boulay, Abramo fu, invece, oriundo di Ur in Mesopotamia, donde emigrò per recarsi nella località di Harran. L’autore, che considera, come Barbiero, Gen. 14 una fonte storicamente attendibile, afferma che il patriarca non fu un semplice nomade, ma un valoroso condottiero, sacerdote e generale del dio Adad, da identificare con YHWH. Abramo fu legato a Shumer, alla maniera del padre Terah che, come si evince dell’apocrifo intitolato Apocalisse di Abramo, fu un fabbricante di idoli, ossia, per Boulay radio ricetrasmittenti (?).

L’ipotesi di Boulay si situa agli antipodi geografici ed etnici rispetto alla ricostruzione operata da Barbiero: Ur si contrappone ad Urartu (tra Curdistan ed Armenia); Abramo è un sumero per il primo, un indoeuropeo per il ricercatore italiano, il cui merito principale, a mio avviso, consiste nell’aver additato la centralità culturale di una regione, l’Urartu, che non era distante da uno dei siti archeologici più significativi, tra quelli recentemente scoperti, Gobleki Tepe. Con Boulay, pur nella diversità delle congetture, lo studioso condivide la considerazione della Bibbia come fonte storica. Ben diverso è l’approccio di altri biblisti che vi scorgono valori emblematici ed adombramenti esoterici.

Negli ultimi anni, l'orientalista Mario Liverani ha proposto di vedere nel nome Abramo l'eponimo mitico di una tribù palestinese del XIII secolo a.C., quella dei Raham, di cui si è trovata menzione nella stele del faraone Seti I, cippo reperito a Bet-She'an e risalente all'incirca al 1289 a.C.. La tribù abitava probabilmente nella plaga vicina a Bet-She'an, in Galilea (la stele, infatti, racconta di lotte avvenute nella zona). Le tribù semitiche seminomadi e pastorali dell'epoca usavano anteporre al proprio nome il termine banū ("figli di"), per cui si suppone che i Raham chiamassero loro stessi Banu Raham. Inoltre, molti di loro interpretavano i legami di sangue fra i componenti della tribù come una discendenza da un unico progenitore eponimo, anziché come risultato di legami intra-tribali. Il nome di questo mitico antenato eponimo veniva costruito con il prefisso Abū ("padre") seguito dal nome della tribù; nel caso dei Raham, sarebbe stato Abu Raham, poi divenuto Ab-raham, Abramo.

A pur provvisoria conclusione di questo articolo – gli studi sono in itinere in questo campo più che in altri – si potrebbe vedere nel nome Abramo una radice tipicamente sumera da cui deriva, ad esempio, l’etnonimo Habiru, morfema che dovrebbe valere “incrocio”, “intersezione”, “oltrepassamento”.

Pare che la verità su Abramo sia ancora lungi dall’essere conosciuta, ammesso che sia così importante appurarla.

Fonti:

F. Barbiero, La Bibbia senza segreti, Milano, 1988
R. Boulay, Flying serpents and dragon, 1990
A. Mercatante, Dizionario dei miti e delle leggende, Roma, 2001, s.v. Abramo


APOCALISSI ALIENE: il libro

05 febbraio, 2011

Il passato rettiliano dell’umanità

Richard A. Boulay è autore di “Flying serpents and dragons The story of Mankind's reptilian past”. Il saggio è stato tradotto in francese, ma non nella nostra lingua e forse non lo sarà mai. L’edizione d’oltralpe è purtroppo priva dell’apparato iconografico che impreziosisce il testo in inglese.

Boulay propugna la tesi secondo la quale gli uomini sarebbero stati creati da una razza di Rettili (gli Anunnaki), basandosi su fonti archeologiche ed iconografiche che sono menzionate pure da altri ricercatori, di solito per suffragare opinioni diverse. In verità, il titolo di Boulay non appare molto persuasivo, poiché gli indizi da lui raccolti circa una presunta ascendenza rettiliana di Homo sapiens sapiens sono pochi e per di più potrebbero essere interpretati secondo criteri simbolici. Tuttavia l’opera è ricca di spunti meritevoli di approfondimento: dalla ricostruzione della storia di cui furono protagonisti i Sumeri, considerati il popolo da cui sbocciarono le altre culture, al nesso tra Sumeri e Habiru, dal culto degli dei serpenti al tema dell’immortalità, dall’evento noto come Diluvio universale ai Rephaim…

Lo studioso insiste molto sul nesso tra Sumeri ed Ebrei. Alcune incursioni etimologiche inducono a notevoli e forse avventurose congetture: “Ibri” (Ebrei) discende dal sumero “Ibru”, con il significato di “attraversare”. Si potrebbe pensare all’etnia israelitica come ad una progenie ibridata? Fondamentale l’indugio sulla radice ebraica "Yd" che vale “conoscenza” e “compiere esperienza di”: si osservi la somiglianza con la base indogermanica “(v)id”, in cui la conoscenza assurge a visione non tanto sensoriale, quanto interiore e mistica. Da un’unica sorgente scaturiscono i diversi fiumi delle lingue, con la progressiva separazione tra sottolineatura di sensi concreti, persino sessuali (è noto che “conoscere” nella Bibbia è usato come verbo eufemistico per indicare la copula) in àmbito medio-orientale, e valorizzazione di un’accezione metaforica nel milieu giapetico.

Boulay considera la Bibbia testo eminentemente storico, da cui cava notizie su migrazioni di popoli, vicende belliche, tradizioni, culti, personaggi celebri, come Caino, Enoch, Lamech e molti altri. Forse l’impiego della Bibbia come archivio annalistico è un po’ ingenuo e sarebbe occorso un vaglio più attento di retaggi e traduzioni. Nondimeno, mentre l’interesse dell’autore per la tesi centrale scema, egli ci accompagna in percorsi emozionanti. Se questi percorsi sono come gallerie che terminano in pareti cieche, un lettore scaltrito potrà forse trovare delle aperture attraverso cui proseguire. Così, tra i numerosi argomenti che inducono ad ulteriori analisi, annovererei in primis l’usanza della circoncisione che Boulay interpreta come sacrificio di sé per ottenere qualcosa. Manca a tutt’oggi un’indagine sulla consuetudine della circoncisione al di fuori dei canoni etnologici, con l’eccezione dell’originale (ed inquietante) approccio di Nigel Kerner al tema, quantunque l’ufologo britannico riporti conclusioni altrui.

Altri scenari poi di grande interesse sono squadernati dall’autore: “le radio degli antichi”, le basi del Sinai, la distruzione di Sodoma e Gomorra… Se il taglio clipeologico risulta alquanto riduttivo, bisogna riconoscere che è integrato da stimolanti excursus sulla letteratura ebraica apocrifa, indiana, gnostica etc. con citazioni di lacerti pressoché ignorati.

Certo, si ha l’impressione che “Flying serpents and dragons” lasci varie ricognizioni allo stadio embrionale, ma è nella natura stessa di questi contenuti di frontiera un’inevitabile incompletezza.

La ricerca è appena cominciata.



APOCALISSI ALIENE: il libro



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