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13 febbraio, 2009

Il Vangelo di Giuda contro la retorica del martirio

Elain Pagels e Karen L. King sono le autrici di un saggio intitolato Il vangelo ritrovato di Giuda, 2007. E' opera smilza e non molto pregnante, ma con il pregio di mettere a fuoco una caratteristica del controverso libello: il netto rifiuto della retorica del martirio. E' tratto molto significativo che è rimasto in ombra a causa delle roventi polemiche sul ruolo di Giuda rispetto al Messia. In breve, mentre Ireneo, Tertulliano e molti altri scrittori esaltano il sacrificio, la morte come testimonianza suprema ad imitazione di quella di Cristo, l'ignoto autore di questo vangelo, esecra la celebrazione, non priva di una vena di sadomasochismo, del sangue.

Sanguen est semen Christianorum, ricordava Tertulliano: molti vescovi esortavano i seguaci del Messia a non temere le condanne, le torture, le belve. La morte tra le sevizie avrebbe spalancato loro le porte del Cielo.

Nel II e III secolo d.C. alcuni vescovi non esitavano a magnificare il martirio purché fossero i poveri e gli umili ad essere dilaniati dalle fiere, non i cristiani delle classi dirigenti che, durante le persecuzioni, trovavano il magistrato compiacente subito pronto a rilasciare un certificato falso (il libellum) in cui si dichiarava che avevano sacrificato all'imperatore. Tutti i cristiani erano uguali, ma alcuni erano più uguali degli altri.

Più o meno tranquilli, grazie alle loro aderenze i dignitari cristiani, mandavano al macello le pecore, decantando i benefici spirituali della morte tra le torture. E' incredibile l'attualità di questo vituperato vangelo in cui si descrive l'ipocrisia dell'alto clero non molto diversa dalla doppiezza con cui i chiericuti di oggi condannano le guerre per poi benedire gli eserciti e le bandiere. Noi ci arricchiamo con le banche armate e voi partite per il fronte.

Come altri testi gnostici, anche questo libretto dipinge la società ed il mondo come dominio del caos, dell'oblio e della violenza, un mondo contrapposto ad una realtà spirituale dove splende la luce perfetta di Dio. La terra, invece, è sotto il calcagno di un dio malvagio. Lo stesso Culianu, tra i maggiori conoscitori dello Gnosticismo, si chiese donde derivò l'idea dei due dèi: forse non ci discosteremo da una possibile risposta, se penseremo ad un influsso della religione mazdea con la contrapposizione tra Ahura Mazda, il dio della Luce, ed Ahriman, il dio delle Tenebre. Anche l'antitesi tra il Dio del Vecchio Testamento ed il Dio del Nuovo è all'origine di questa concezione dualistica: poco importa se fu un'interpretazione errata. Fondamentale è riconoscere che la dottrina degli Arconti, idea che da Paolo (?) si trasfonde nelle cosmologie gnostiche, dia conto della brutale, iniqua forza di Satana in questa sentina dell'universo che chiamiamo Terra.

Il Vangelo detto di Giuda contiene una visione lucida, penetrante dello stravolgimento con cui il potere elogia il sacrificio (altrui) ed il dolore, presentandolo come strumento di elevazione, laddove non di rado è anticamera della pazzia. Si pensi alle untuose parole dei vari porporati circa la vicenda di Eluana Englaro. Potere "politico" e potere "religioso" furono e sono alleati nella mistificazione per cui l'orrore è bandito come "migliore dei mondi possibili".

La glorificazione dei più folli, assurdi patimenti è in bocca a coloro che mai hanno veramente sofferto e aborrono anche solo da una lieve pena.


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