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13 giugno, 2018

Le ragioni del silenzio



Le ragioni del silenzio sono molteplici: in primo luogo, ci si è sempre più allontanati dall’attualità. La cronaca, sebbene incida spesso sulle nostre condizioni materiali, è il cascame della storia e la storia stessa è misero simulacro della miseria umana.

La massa “vive” come se dovesse vivere per sempre; così non è. Alla massa appartiene non solo il volgo profano, ma soprattutto chi crede di essere sveglio, perché ha capito che il potere è perverso (grande scoperta!). Al popolino appartengono specialmente tutti quegli idioti saccenti che dispensano nuove teorie scientifiche a proposito della "realtà" nella sua interezza, senza conoscere né il significato di “teoria”, senza essersi mai chiesti che cosa sia la “realtà”. [1]

Per questo, se si scrive, si cerca di scavare in profondità, di strappare al destino un brandello di senso, altrimenti non è il caso neppure di cimentarsi. A che pro soffermarsi sul tragicomico spettacolo della “realtà” che ci circonda? Essa ha valore solo - e solo se - lascia trasparire qualcosa che sta oltre. L’universo fisico ha un significato soltanto se vi si può leggere in controluce una filigrana metafisica. La stessa filosofia vale, se si può trascenderla per tenderla in modo parossistico verso il paradosso, poiché l’esistenza, che è il fulcro del pensiero, è paradosso.

Siccome, però, alludere a tale situazione irrazionale con il linguaggio, che è pur sempre strumento logico, è arduo, sovente quanto si elabora si riduce ad un aforisma, lontano dall’articolo atteso dai lettori.

Un altro problema è costituito dal fatto che i testi filosofici sono spesso fraintesi, a causa della densità concettuale che li rende ostici anche a chi li concepisce e li appronta.

Per queste ragioni, si può decidere di interrompere l'aggiornamento della pagina personale: eppure, quanto più ci si chiude nel silenzio, tanto più anche in una sola frase si coagula la dynamis di un saggio formato da mille pagine. In poche parole si può concentrare una potenza dirompente, proprio poiché l’idea è imprigionata in un ambito ristretto, a somiglianza di quando si confina un'energia smisurata in uno spazio limitato. Si perde in estensione, ma si acquista in spessore ed efficacia.

[1] Che cos’è, infatti, la “realtà”? Un insieme di cose o di eventi, come ritengono i più? Una neurosimulazione? Un ologramma? Una proiezione della coscienza? O che cos’altro? Qual è lo statuto ontologico del “reale” di là dal senso comune? Qual è la differenza tra un modello scientifico e la "realtà"? Non bisogna mai rinunciare ad uno spirito critico affinché non si dia per scontato alcunché. Solo in questo modo ci si può emancipare dalla schiavitù nei confronti dell’”oggetto” per asserire i diritti dell’esegesi: questo non è relativismo ma consapevolezza che l’universo è una sfida formidabile ad ogni tentativo di comprensione esaustiva. Sebbene le domande sulla natura intrinseca del mondo siano destinate a naufragare nell’oceano dell’incomprensibile, è più opportuno, come scrive Manzoni, “tormentarsi nel dubbio che adagiarsi nell’errore”. Leggere Husserl, Wittgenstein, Kuhn, Feyerabend etc. potrebbe giovare a chi si è... appiattito su posizioni dogmatiche, pur convinto, con infinita spocchia, di aver rivoluzionato la scienza, di aver rifondato la cultura.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

12 gennaio, 2018

Domani



E’ inevitabile: gli uomini non riescono a vivere il presente, piuttosto tendono a proiettarsi nel futuro, quando non si ripiegano sul passato. Si è che l’adesso, oltre ad essere insoddisfacente, è quanto mai effimero: così ci protendiamo, pieni di ingenue speranze, verso l’avvenire. Non sappiamo neppure se domani saremo ancora vivi, ma non ci stanchiamo mai di progettare, antivedere, concepire, come se il futuro ci appartenesse, come se fosse una miniera di opportunità e di gratificazioni.

Lo stesso Nietzsche, fra i pochi pensatori che non si lascia incantare dal miraggio dell’avvenire, dalle “magnifiche sorti e progressive”, nel momento in cui esorta a vivere l’istante onde sia riempito di gioiosa accettazione dell’esistenza, non vince del tutto l’istinto a proiettarsi nel tempo futuro, dacché, spinto da un disperato ottimismo, è incline a vagheggiare in un'età lontana l’avvento dell’oltreuomo.

La religione e la scienza, ma pure la politica promettono l’eldorado: basta saper aspettare… e si aspetta Godot.

“Domani”: mai vocabolo fu più evocativo, mai vocabolo fu più vuoto.

A differenza di quanto il volgo ripete, l’incitamento di Orazio “carpe diem” non solo non significa “cogli l’attimo”, bensì “afferra il giorno”, ma soprattutto non esprime un triviale edonismo, quanto un’esortazione a strappare ad un destino avaro le pochissime gioie che ci può forse offrire, con la consapevolezza che il domani incombe, foriero di incognite e di insidie.

Più dei filosofi, i poeti additano le verità, non di rado sgradevoli. Leopardi, nel celeberrimo “Sabato del villaggio”, c’insegna a non riporre fiducia alcuna nel futuro: “diman tristezza e noia recheran l’ore”. La fede nell’avvenire è solo una delle tante illusioni che consentono all’umanità di sopravvivere: è il monito che echeggia pure nel “Dialogo di un passeggere e di un venditore di almanacchi”. L’anno nuovo, che popoliamo di disegni e di sogni, se non sarà simile all’anno che l’ha preceduto, sarà peggiore.

Così, anche se siamo consci nel nostro intimo del perenne, sempre risorgente inganno, ci lasciamo ammaliare dalle sirene del futuro. Eppure, come le sirene che affascinano Ulisse, che cosa può garantire il futuro? Solo la morte.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 ottobre, 2017

Contro gli antropocentrismi



I vari orientamenti della New age, alla fine, sono viziati dal solito antropocentrismo e sono speculari a quelle dottrine che incolpano l’uomo di ogni nefandezza. Da un lato si nega Dio oppure si afferma con sicumera prossima alla tracotanza – quella che i Greci chiamavano hybris – che l’uomo è l’unico vero Dio.

Ora, riteniamo che negli uomini, forse non in tutti, si trovi un nucleo spirituale che possiamo definire “anima”, ma, se egli si crede Onnipotente, se si colloca al centro dell’universo, misconoscendo che esiste altro da sé, un orizzonte che non è contenuto nel cerchio dell’individuo, allora tale superbia dichiara la sua orgogliosa meschinità ed il suo fallimento.

Esiste poi un antropocentrismo di segno contrario, tutto sommato non così differente da quello egocentrico: si manifesta quando si considera responsabile l’uomo di ogni errore, di ogni male che affligge il mondo. Senza assolvere sempre e comunque il singolo che ha i suoi limiti, si dimentica l’influsso pernicioso degli Arconti e dei loro disgustosi collaboratori "umani".

Si passa da un eccesso all’altro, mentre, con la consapevolezza che l’uomo è un essere contraddittorio, ambivalente (e che cosa non lo è?), si impara che è necessario distinguere, soppesare ogni questione: è opportuno astenersi da giudizi inappellabili e da condotte arroganti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro


20 agosto, 2017

Lo spartiacque



Che cosa sta per succedere? Alcuni avvertono, sebbene in maniera oscura ed indefinita, che qualcosa di decisivo sta per accadere. Purtroppo molti cadono nelle solite trappole, credendo che, complici pure ingenue interpretazioni dei pittogrammi nel grano, presto una particolare congiunzione celeste sarà foriera di un salto evolutivo e risolutivo di ogni problema.

Infinita sprovvedutezza! Se un evento determinante è prossimo ad accadere, sarà simile al 9 11, sarà un tragico spartiacque: alcuni indicano la data del 23 settembre come cruciale passaggio. In effetti, come avvenne per il giorno in cui, con un empio rito, furono demolite le Torri gemelle, in parecchie serie televisive, pellicole cinematografiche, pubblicazioni etc. è stato criptato il numero-data 239 (o 923, secondo la successione adottata negli Stati Uniti d’America ed altrove). Sarà una coincidenza, se l’isotopo più importante del Plutonio, l’elemento chimico usato negli ordigni a fissione atomica, è 239Pu che ha un periodo di dimezzamento pari a 24200 anni? Un preavviso di una guerra termonucleare?

Pare che un ruolo nodale sarà giocato dal diabolico CERN, da qualche sinistro “esperimento” condotto nel laboratorio ginevrino. Saranno accadimenti che presumibilmente trascenderanno la mera tessitura storica per afferrare brandelli di un’altra realtà, una realtà abissale, in senso proprio.

Non sono prove, ma indizi ed intuizioni, simili, però, ai segnali ed ai presagi che in passato ci condussero a preannunciare fatti poi verificatisi. [1] In ogni caso, il giorno del marchio è vicino: sarà un bivio. Dopodiché, cominciato il periodo della Grande tribolazione, non sarà più possibile tornare sui propri passi.

E’ il momento che tutti - credenti, increduli e perplessi – si preparino ad una lotta che non sarà “contro carne e sangue”, ma soprattutto di natura spirituale. I tempi, tra la noncuranza e persino la derisione degli stolti, sono maturi per la messe e non pochi saranno quelli falciati ed inceneriti.

Ancora poca sabbia nella clessidra...

[1] Ad esempio, quando Benedetto XVI, il giorno 11 febbraio 2013, annunciò la sua abdicazione, prevedemmo che sarebbe stato eletto un papa gesuita (papa nero) e che avrebbe assunto il nome di Francesco, non in ricordo di Francesco d’Assisi, che in realtà si chiamava Giovanni di Pietro Bernardone, ma in onore di Francesco Saverio, uno tra i corifei della famigerata Compagnia di Gesù.

Articolo correlato: Robert Reynouard, Regard sur la date du 239 et la recurrence du nombre 38 dans le tissage des evenements, 2015

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APOCALISSI ALIENE: il libro

12 agosto, 2017

La stretta finale: le ragioni di una scelta



Mi sono pervenute molte richieste di chiarimenti circa la decisione di sospendere sine die la pubblicazioni di articoli su Zretblog.

Le ragioni di tale scelta sono molteplici: ora, la vita di ognuno di noi, corre su due binari, quello dell’esperienza individuale e quello dell’esperienza collettiva. Lungo il primo abbiamo avvertito un’esigenza di valorizzare la ricerca di risposte che prescindono da situazioni empiriche per aprirsi verso orizzonti ulteriori. Tale necessità richiede di dedicare tempo ed energie a sé stessi, trascurando la scrittura di testi che, pur su soggetti rilevanti, hanno ancora carattere divulgativo, mentre il romanzo, che dovrebbe essere completato entro pochi mesi e di cui abbiamo indicato un titolo falso per depistare i negazionisti, ha l’ambizione di accogliere un po’ tutto l’universo tematico esplorato in questi anni. Non solo, i temi, attraverso il pretesto dell’intreccio, sono non solo approfonditi, ma proiettati oltre il confine del dicibile. E’ ovvio che un progetto ciclopico, in gran parte già attuato, assorbe intere giornate, lasciando poco spazio ad altre attività.

Lungo il binario del vissuto collettivo, rotaia che corre parallela all’altra, ma che, di quando in quando, vi si collega con uno scambio, bisogna rilevare quanto la situazione sia precipitata. Quasi tutte le “profezie” elaborate in questi anni si sono adempiute o sono prossime ad adempiersi. Ne menzioniamo solo due: l’implementazione del microprocessore sottocutaneo e la siccità biblica che sta affliggendo molti stati e regioni. All’appello manca la Terza guerra mondiale di cui comunque si possono intravedere le premesse, secondo le indicazioni accennate in passato.

E’ evidente che l’umanità, anche se pochi ne sono consapevoli, ha di fronte a sé delle sfide tremende, apocalittiche: anche qui non ha molto senso continuare a proporre articoli che non potranno mai svegliare i letargici, mentre è più rilevante, anzi vitale, cercare delle risoluzioni, visto che dai governi e dagli apparati in generale ci si può aspettare solo la creazione di nuovi problemi.

Risoluzioni? Non alludiamo solo a quelle pratiche, pur decisive, ma spesso purtroppo poco praticabili in un periodo come il nostro che è un continuo costeggiare il baratro, ma soprattutto a vie d’uscita che esulano dalla logica. La conoscenza è utile, ma capitale è l’individuazione di un percorso interiore che conduca a sciogliere il nodo di Gordio. Non è più solo il tempo delle indagini, ma il momento di un salto di qualità, favorito da uno slancio verso l’oltre, dall’abitudine a vivere con la coscienza che è il sentiero terreno è, per dirla, con Heidegger, un “sentiero interrotto”. Non è facile, ma bisogna provarci, perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Indizi e presentimenti – non sono prove, ma... - ci inducono a ritenere che la stretta finale sia vicina, quindi forse entro pochi anni saremo costretti a cambiare, ad adattarci, volenti o nolenti. Gli amici potranno continuare a seguirci, grazie al libro cui abbiamo accennato sopra, per mezzo del blog Tanker enemy ed iniziative correlate, sempre che eventi epocali non costringano tutti noi a svolte radicali, irreversibili.

Se otterremo informazioni basilari a proposito degli eventi che incombono, le condivideremo con i lettori attraverso articoli estemporanei, ma la pubblicazione di riflessioni ed indagini con una cadenza più o meno regolare è, per ora, sospesa.

Con l’auspicio che possiamo presto uscire a “riveder le stelle”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 agosto, 2017

Congedo

Molti lettori mi hanno chiesto per quale ragione il blog da circa un mese non risulta più aggiornato. E’ doverosa una risposta agli affezionati sodali: ho deciso di sospendere a tempo indeterminato la pubblicazione degli articoli, perché considero l’esperienza conclusa. In verità gli spunti non mancano, tutt’altro: infatti molte riflessioni, alcune delle quali assai incisive, stanno confluendo in un testo di ampio respiro, libro che dovrebbe essere edito entro la fine dell’estate.

E’ stata un’avventura emozionante, costellata di gratificazioni, in primis i commenti degli amici. E’ stata un’occasione per un arricchimento reciproco, per un percorso di ricerca, per uno scambio di idee e di segnalazioni, ma i tempi sono cambiati. Sono sopravvenute altre esigenze, sono subentrati altri progetti. Si chiude quindi un capitolo. Se ne aprirà un altro? Vedremo.

Mi accommiato dai lettori con un arrivederci, più che con un addio: mai dire mai. Soprattutto li saluto con un sentito ringraziamento per la cooperazione offerta in questi anni. Stringo calorosamente la mano a Catherine, a Corrado, a Giovanni Ranella, Ghigo, Wlady ed a tutti gli altri che non nomino, sperando un giorno di poterli incontrare di persona in un mondo finalmente rigenerato.

Ad altiora.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

17 giugno, 2017

Cenere



I giorni non passano: essi appassiscono, anzi si sbriciolano, si inceneriscono. Anche quando siamo stati creativi o abbiamo compiuto un'azione lodevole, ci pare che un altro giorno sia stato inghiottito dal nulla.

I dì si susseguono tutti differenti, tutti uguali, lasciando tracce invisibili. Che cosa manca? Che cosa rende il tempo fumo? Che cosa trasforma la vita in cenere?

In cuor nostro conosciamo la risposta a queste domande, ma non riusciamo neppure ad articolarla, perché il cuore è fuso con il più abissale non-senso.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

03 giugno, 2017

Cataste



Nel componimento intitolato “La belle dame sans merci”, Montale rievoca un non-incontro, avvenuto in un anonimo albergo, con la donna amata. La disillusa poesia è imperniata sul tema dell’incomunicabilità, ma l’autore estende la sua amara Weltanschauung alla vita intera di cui le incomprensioni tra uomo e donna sono soltanto una sfaccettatura.

L’io lirico si sofferma a descrivere i due mentre consumano la prima colazione. I silenzi sono imbarazzati, gli sguardi freddi, ognuno è perso nei suoi pensieri, chiuso in un guscio di solitudine: “Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due / e il nostro breakfast gela fra cataste / per me di libri inutili e per te di reliquie / che non so: calendari, astucci, fiale e creme”.

Ecco: i libri sono oggetti “inutili” quanto gli altri. Formano delle “cataste”, termine che sottolinea la loro inanità. Li vediamo ammucchiati sul tavolino, con i dorsi mezzo consunti, le copertine gualcite, qualche segnalibro che pende pigramente... E’ così: anche i libri sono superflui, come le carabattole, le profane “reliquie” della donna. Sì, alcuni volumi ci possono donare qualche minuto di conforto, a guisa di una canzone, possono persino illuminare un aspetto recondito del mondo, aiutarci a dimenticare la felicità del passato – è la felicità del tempo trascorso a bruciare l’anima, perché dal confronto tra il passato e lo sterile presente, tra la vita com’è e come sarebbe potuta essere, scaturisce l’inesauribile sorgente del dolore.

Nonostante ciò, bisogna riconoscere che tutta la letteratura e la saggistica fino ad oggi pubblicate non possono cambiare di una virgola lo stato delle cose. Vogliamo forse credere che i manuali quantici sul pensiero positivo e scempiaggini simili ci renderanno ipso facto ricchi, belli e felici? [1]

Lo precisiamo: la lettura dei classici è fondamentale, ma non attendiamoci chissà quali miracoli da codeste e da altre opere. Ecco perché i tomi sono adatti all’arredamento. Alla fine molti di essi non saranno mai squadernati, mai letti. Resteranno lì muti ed inerti, come i mattoni di una parete nuda.

Perché, a ragione, Montale, definisce i libri “inutili”? Perché essi sono composti da una babele di parole: esiste qualcosa di più vano delle parole? Esse sono soltanto l’altra faccia del silenzio, della reciproca indifferenza. Sono suoni vuoti, graffi trascurabili. Ogni cosa è inconsistente nell’universo: il destino come la libertà, la speranza come la disperazione, la sapienza come l’ignoranza, il giorno come la notte..., tutti gli opposti e pure i loro corollari.

Tutto è niente. Per questo motivo Heidegger osserva con intelligenza che, quando chiediamo a qualcuno che vediamo demoralizzato, che cosa lo turbi, colui, rispondendo “niente”, è sincero e va al cuore del problema. Essere avviliti davvero significa comprendere che la sostanza di ogni esperienza, dolorosa o lieta che sia, è il nulla. Il filosofo tedesco si riferisce più ad uno stato ontologico che esistenziale, ma centra la questione. E’, infatti, la mancanza di significato, di prospettiva, di consequenzialità ad annichilire la condizione umana.

E’ dunque vero quanto è scritto nell’Ecclesiaste: “Vanità delle vanità, vanità delle vanità, tutto è vanità”... anche riflettere sulla vanità.

[1] E’ come pensare che Federico De Massis - Task force butler possa diventare avvenente e snello, compulsando un prontuario sulle diete dimagranti. E’ e resterà sempre un bisunto trippone dalla voce fessa.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

13 maggio, 2017

Il cellulare ed il cielo



Dal cielo è questa penombra / che senza termine è la fede / anche dell’insetto che procede / dalla foglia immemore alla stella. (A. Zanzotto).

E’ ormai impossibile qualsiasi coesistenza, qualsiasi conciliazione: la stragrande maggioranza dell’umanità ha gli occhi fissi al cellulare; pochissimi sono ancora abituati ad osservare il cielo. Ciò avviene in senso letterale, ma pure metaforico. Il telefono cellulare, con tutte le sue “evoluzioni intelligenti” (mai l’intelligenza fu tanto sciocca), è emblema di una società adescata dalla tecnologia, anzi convertita essa stessa in un oggetto, reificata. Niente e nessuno potrà mai scalfire la massa in cui si è spento anche l’ultimo battito. Il contegno della massa non è adattamento né rinuncia, piuttosto adesione inconsapevole e piena al non pensiero unico, alla morte dell’immaginazione.

E’ indubbio: il destino ed il futuro appartengono a quell’esigua minoranza che sa ancora porsi delle domande, che non si lascia ammaliare dal canto stonato di sirene sintetiche. Il destino ed il futuro appartengono a quelli che sono capaci di indagare e contemplare: costoro, anche quando guardano il firmamento, per cogliere segni e forse presagi di quanto sta per accadere, intuiscono che lo stesso cielo cela qualcos’altro… Comprendono che “l’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint Exupery).

Essi non ignorano gli eventi, ma, in luogo di lasciarsi risucchiare dai “fatti”, passano accanto alle circostanze: guardano oltre per tentare di intravedere uno spiraglio, una fenditura nell’uniforme parete del mondo. Questa avanguardia affronta le sfide della vita, ma non ignora che il cimento più arduo è e sarà affrontare sé stessa.

Si vive così una condizione ossimorica, con la coscienza che la realtà si nutre di contraddizioni e di antitesi. Si procede attenti alle innumerevoli variabili, senza trascurare quei particolari che potrebbero chiarire l’intero quadro.

Ci si protende verso il fine della fine, consapevoli che niente è facile né gratuito, ma lasciandosi indietro le illusioni fatte baluginare innanzi agli occhi vacui degli schiavi. Sono grandi illusioni, ma più grandi saranno le delusioni.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 maggio, 2017

Segnalazioni



Quanti si ostinano ancora a segnalare siti ed articoli che finalmente svelano la “verità ultima” o individuano la risoluzione di ogni problema! Com’è facile immaginare, sono portali “quantici” o cose simili. Riflettiamo: è poi così importante conoscere la “verità ultima”? Inoltre è possibile conoscerla? Pessoa ritiene che non sia possibile. Scrive il celebre autore portoghese: “Non esiste altro problema, se non quello della realtà e questo problema è insolubile e vivo”. Ancora: “Nessun problema ha risoluzione. Nessuno di noi scioglie il nodo gordiano; tutti noi desistiamo o lo tagliamo. Per conseguire la verità, ci mancano dati sufficienti e processi intellettuali che chiariscano l’interpretazione di quei dati”.

Quanti si ostinano a segnalare libri risolutivi! Si continuano a pubblicare testi presentati come la summa del sapere, come la rivelazione finale, ma, nel migliore dei casi, possono solo rischiarare per un istante l’oscurità in cui è avviluppato l’universo. Si può lumeggiare una sfaccettatura di un tema, chiarire un significato o definire un’etimologia, rispolverare un’intuizione dimenticata, ma non ci risulta che alcunché possa essere radicalmente cambiato, dopo aver letto qualche saggio.

Tralasciamo tutte quelle segnalazioni attinenti alla cronaca di questi tempi ferrigni: è sufficiente un briciolo di discernimento per comprendere la piega (sinistra) che hanno preso gli eventi e la direzione verso cui ci stiamo incamminando. Non abbiamo quindi bisogno di scavare fosse già scavate.

Nel campo delle domande fondamentali, le indicazioni che si ricevono sono di deprimente banalità e sempre le stesse da tempo immemorabile. E’ cambiato un po’ il linguaggio, ma la sostanza è la medesima. Annota sempre Pessoa: “La vita è un gomitolo che qualcuno ha aggrovigliato”. E’ così: è impossibile trovare il bandolo della matassa, anzi, più ci incaponiamo nel tentare di districarla, più i fili si ingarbugliano.

Di fronte all’”infinita complessità delle cose” siamo più inetti di bimbi che cercano di camminare, dopo che per molto tempo si sono mossi solo carponi. Meglio: siamo viandanti costretti a scalare una ripida parete rocciosa, senza corde, senza chiodi, senza alcuna esperienza.

Non solo si creano illusioni, squadernando sentenze che sono balbettii, ogni volta in cui si additano sbocchi che sono vicoli ciechi, ma si dimostra superbia e persino un atteggiamento blasfemo rispetto all’imperscrutabile mistero della vita. Perché viviamo? Qual è il nostro destino oltre il fragile interludio terreno? Perché questa prolissità del cosmo, la ridondanza dell’essere, il vuoto incommensurabile del non-senso? Le risposte non soffiano nel vento, ma sono pietrificate nel più granitico silenzio.

Nota: le citazioni di Pessoa sono tutte desunte dal monumentale “Libro dell’inquietudine”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

09 aprile, 2017

Coincidenze



Che significato hanno quelle che chiamiamo “coincidenze”? Stiamo leggendo un testo e di colpo ci imbattiamo nella stessa parola che qualcuno in quel preciso momento pronuncia. Succede anche con vocaboli talmente rari che siamo tentati di escludere la casualità.

Per molte ragioni almeno i sincronismi ci sorprendono: in primo luogo, perché ci pare che – come taluni amano ripetere – l’universo ci stia inviando un messaggio. Siamo dunque i destinatari di segni appartenenti ad un codice? Non è un piccolo privilegio essere coloro cui sono indirizzate importanti missive. Sono segni simili ai sogni, anch’essi enigmatici nella loro pregnanza ed inestricabilità semantica. Pure i sogni sono comunicazioni che vengono da profondità arcane, inesplorate: manifestano, velandole, verità abissali. Rivelano, ossia velano di nuovo.

Il cosmo tenta di instaurare un dialogo con noi, ma per riferirci che cosa? Se già è difficile interpretare le icone di questa dimensione spazio-temporale, è quasi impossibile decriptare quelle che la trascendono. I sincronismi sono smagliature nel tessuto del mondo, bulloni che stanno per saltare.

Le convergenze ci stupiscono, anzi ci sgomentano, anche poiché possiedono alcunché di fatale: si ha l’impressione di essere delle puntine che inciampano in un granello di polvere sul microsolco definito “vita”. Si avverte un senso di astratta irrealtà. Scrive John Keel: “La nostra realtà non è poi così reale come sembra. La profezia, l’arte di prevedere il futuro, sarebbe impossibile, se il futuro non esistesse già in qualche forma. E’ solo che ci mancano i giusti mezzi per definire e descrivere quella forma”. Probabilmente è così: il futuro esiste già e noi possiamo solo andargli incontro.

Certo, meglio la razionalità del destino, per quanto nascosta ed incomprensibile, che l’illogicità, la follia del caso. Questo ci conforta, ci spinge a vedere nel quadro degli eventi, persino quelli più inaccettabili, un disegno, un filo che tutto unisce, di là dalle apparenti separazioni.

In fondo, siamo all’interno di un gioco cosmico, anche se poi è diventato un giogo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

22 marzo, 2017

Infelici e contenti



Ha ragione il glottologo russo, Roman Jakobson, quando afferma che i sinonimi perfetti non esistono: infatti, se prendiamo in considerazione la contentezza, dobbiamo constatare che essa non equivale alla felicità. Essere contenti significa essere appagati: per dirla con Epicuro “non aver fame, non aver sete, non aver freddo, non aver caldo”. E’ una “felicità da moribondi”: così accortamente la giudica lo storico della Letteratura greca, Gennaro Perrotta. E’ un mero soddisfacimento di istinti naturali ed è già molto, se pensiamo che molti uomini, nel nostro mondo civile, soffrono i morsi dell’inedia e dell’arsura.

Tuttavia tale soddisfazione è ben lungi dal combaciare con la felicità che è uno stato di grazia, una luce immateriale che rischiara l’anima e splende sulla vita. E’ evidente quanto sia rara tale condizione che – ha ragione La Rochefoucauld – “dipende dal gusto e non dalle cose”. Sebbene sappiamo che il desiderio di essere felici, è quasi sempre destinato alla frustrazione, non smettiamo mai di perseguire quegli obiettivi che ci potranno forse donare un istante di estasi. Così l’esistenza si consuma in vani tentativi, mentre immense energie si esauriscono in sacrifici degni di fini migliori. Si è che nel cuore umano l’anelito alla felicità è insopprimibile ove si intenda per felicità appunto quel senso di armonia con sé stessi e con il mondo, quella linfa che alimenta l’esistenza, il brivido d’infinito che trascorre l’arido tempo, non il volgare divertissement dei bruti.

E’ palese che, mentre la felicità è affatto infrequente, la serenità non esiste: per essere sereni, è necessario liberarsi di ogni magagna, fugare ogni affanno, sciogliere le tristi speranze del passato e gli esangui ricordi del futuro. Chi su questa martoriata terra può asserire di non essere neppure sfiorato dalle ombre del tempo?

Molti dunque sono – non è un paradosso – infelici ma contenti e vice versa. La formula conclusiva di molte fiabe, “E vissero felici e contenti”, è superficiale, fatua, falsa.

Una profonda ingiustizia, infine, rende la felicità ed il suo contrario, il dolore, non equilibrati, non equipollenti: invero, mentre la prima giunge ad un punto in cui non può andare oltre, la sofferenza non conosce limite alcuno, poiché di un patimento si può sempre immaginare ed esperire un’esacerbazione, uno stato peggiore. E’ per questo motivo che Dante scrive che le già intollerabili, spaventose, brutali pene dell'Inferno si accresceranno ulteriormente, allorquando le anime dei dannati, dopo il Giudizio universale, si ricongiungeranno ai corpi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

20 febbraio, 2017

Quello che non amiamo sentirci dire



Ma ciò che è fatale accadrà. (Eschilo)

Guardare le forme della vita che si sgretola.
(E. Montale)

Le ultime parole sono amare, anche quando sono quelle di un lieto fine. (Anonimo)

Georges Ivanovič Gurdjieff (Gyumri, 14 gennaio 1872 – Neuilly-sur-Seine, 29 ottobre 1949), è un filosofo, scrittore, mistico e maestro di danze di nazionalità armena.

Bisogna riconoscere che Gurdjeff ha ragione, quando asserisce che quasi tutti gli uomini sono automi, soggiogati da impulsi inconsci e dal treno degli eventi. Il tono con cui l’autore armeno ammannisce i suoi insegnamenti non di rado è increscioso, non scevro di spocchia e saccenteria. Nondimeno, a differenza di tanti guru del passato e soprattutto del presente, sempre inclini a blandire i discepoli, sciorinando dinanzi al loro sguardo ebete un carosello di illusioni, Gurdjeff ha il coraggio e la sincerità di dire pane al pane, vino al vino: il libero arbitrio e specialmente la convinzione di poter incidere sul reale con qualche misteriosa energia interiore sono chimere.

Il cerchio si chiude: la saggezza degli antichi (Eschilo, Sofocle, Virgilio, Seneca...) si salda con le ipotesi degli attuali pionieri. La libertà è un inganno. Essa può valere come placebo, come bordone che aiuta lungo il disagevole cammino della vita, ma pare avere le sue fondamenta sulla sabbia.

Se è vero che l’inconscio ed il subconscio controllano il 95 per cento della nostra vita, se specialmente è vero che esiste un campo di informazioni avulso dal tempo, “zona” in cui non intercorre alcuna divisione tra presente e futuro, poiché tutto è già accaduto nel primo istante ucronico, allora il dominio della libera volizione è nullo. [1]

Ecco, questo ci dispiace: che il totem del libero arbitrio cada rovinosamente, di essere costretti ad amare o ad accettare il nostro destino (amor fati), anche sotto la forma attraente-repulsiva della responsabilità individuale. In particolar modo ci dispiace ammettere che siamo alla mercé degli accadimenti, come un’imbarcazione in balia della burrasca.

Non amiamo le verità sgradevoli; ancora meno chi le addita.

[1] Vedi D. Bem, P. Tressoldi, M. Deggan, Feeling the future: a meta-analysis of 90 experiments on the anomalous anticipation of random future events, 29 gennaio 2016

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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 dicembre, 2016

Semplice



Quando io crederò imparare a vivere e io imparerò a morire. (Leonardo da Vinci)

Quante volte cerchiamo le risposte nei libri, negli altri, nella natura, in noi stessi! Cerchiamo risposte che non troviamo. E’ poi così importante sapere? Non è preferibile essere felici, visto che non potremo mai snidare le cause delle cause, portare alla luce le vere radici del male?

Che cosa ci spinge a cercare di conoscere, a tentare di essere felici, quando la conoscenza, per un attimo acquisita, si rivela solo come un altro grado di ignoranza, quando la felicità, per un attimo sfiorata, si rivela solo come un altro grado di dolore?

Vorremmo, ma che cosa può anche la più tetragona volontà contro i fendenti del destino?

Invece di aspirare alla conoscenza dovremmo ambire alla saggezza. Come scrive T. S. Eliot: “Dov'è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov'è la conoscenza che abbiamo perso con l'informazione?” Aggiungiamo: dov’è l’informazione che abbiamo perso con la disinformazione? Siamo precipitati dalla saggezza alla disinformazione, dal cielo nell’abisso, dal silenzio iniziatico al frastuono dell’incomunicabilità.

Siamo tragicamente soli nei momenti decisivi dell’esistenza, cioè quando dobbiamo vivere e quando dobbiamo morire, vale a dire che siamo soli sempre sicché potremo condividere il dolore e le rarissime gioie solo con noi stessi.

E’ molto semplice: cerchiamo un modo idoneo per vivere ed un modo idoneo per morire, ma non li abbiamo ancora trovati.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 dicembre, 2016

Destinatari



Anche per il pensiero c’è un tempo per arare ed un tempo per mietere. (L. Wittgenstein)

Per chi si scrive? A chi ci si rivolge quando si elabora un articolo, si produce un video e via discorrendo? Senza dubbio i destinatari non sono i negazionisti la cui manifesta incapacità li colloca molto al di sotto dei sub-uomini.

Si ha sovente l’impressione che molti messaggi siano destinati ad essere captati ed intesi da una cerchia, un’aristocrazia che non riesce a varcare il confine della propria superiorità intellettuale, anche se forse è un cenacolo che impercettibilmente si allarga. La sfida all’establishment è agone contro l’ignoranza, poiché il sistema è ignoranza eretta a sistema. Si capisce allora quanto sia arduo non tanto educare, ma almeno informare un’opinione pubblica purtroppo plagiata.

Le carenze culturali si traducono in inettitudine, in remissività nei confronti del potere. Questo vale specialmente per gli Italiani inclini a lamentarsi, ma quanto mai recalcitranti ad agire, anche quando è intaccato ed attaccato il loro orticello.

Per chi si scrive dunque? Un po’ come Nietzsche per tutti e per nessuno. La vera élite si prefigge di spronare a porsi delle domande, ad individuare delle possibili risoluzioni: non vuole e non può offrire risposte apodittiche né strategie decisive, perché verrebbe meno al suo ruolo di coscienza critica.

Bisognerebbe anche che ciascuno smettesse di cercare, dimostrando un contegno puerile, una guida umana cui delegare sia l’azione sia – ed è più grave – il pensiero: occorre reperire in primo luogo le risorse necessarie alla comprensione della realtà in sé stessi, soprattutto per essere sé stessi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

27 novembre, 2016

Letto, fatto



Si impara più dall'osservazione che dai libri. (A. Dumas giovane)

Uno fra i più diffusi e radicati pregiudizi è il convincimento secondo cui per imparare a scrivere, bisogna leggere. Per una sorta di prodigio, dopo che si è divorato un cospicuo numero di libri, si diventerebbe dei letterati.

Senza dubbio la lettura è utile, ma, come osservò qualcuno: “Se tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare, tra il dire e lo scrivere, c’è di mezzo il mare ed il cielo”. La lettura è una consuetudine che può ampliare il proprio repertorio lessicale, può favorire la capacità di riflettere e di osservare, ma non produce ipso facto competenze nell’elaborazione: esse si acquisiscono, se si acquisiscono, con un tenace tirocinio e per mezzo di idonei strumenti cognitivi di cui oggi pochissimi dispongono. Naturalmente anche il talento gioca la sua parte.

Leggere? Che cosa? Il mercato editoriale oggi offre testi in quantità soverchia: è difficile orientarsi, perché, insieme con qualche volume pregevole, si sforna moltissima paccottiglia. Allora è meritorio disdegnare ed ignorare tanti titoli per scoprire qualche libro negletto ma valido. Soprattutto è auspicabile riscoprire i classici da cui si trae sempre qualche insegnamento. Non solo, sono i testi della Tradizione a pungolarci, stimolando una Weltanschauung critica, laddove la “cultura” contemporanea è soggiogata da conformismo, ipocrisia ed ignoranza.

Bisognerebbe poi promuovere un nuovo tipo di lettura, accanto a quella estensiva, una fruizione, per così dire, a spizzichi e bocconi, a morsi. Bisogna imparare a strappare ad un testo un amaro aforisma, uno scorcio descrittivo, una scheggia di filosofia: ne potranno scaturire sorgenti di pensiero non meno feconde di quelle che sgorgano dalla lettura completa di un romanzo o di un saggio. Una frase, estrapolata dal suo contesto, potrà brillare di una luce inconsueta, simile al riflesso su una sfaccettatura di un diamante colpito da un raggio inatteso.

Ciò che avviene nel momento della ricezione, per cui una parte può valere talvolta più del tutto, accade pure nell’universo della creazione: quanti capolavori sono nati dal brandello di un enunciato, dall’accenno di un accordo, da una “casuale” macchia di colore!

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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 novembre, 2016

Elogio dell'errore



Errando, discitur”, si suole ripetere, ossia “sbagliando, s’impara”. Purtroppo non è quasi mai cosi, poiché l’ultimo degli errori è solo il primo di una nuova serie. Eppure l’errore va elogiato per varie ragioni.

In primo luogo, errare significa deviare dal percorso prestabilito, come c’insegna l’etimologia. Errare è dunque vagare, esplorare nuovi territori, affrontare sfide formidabili.

Inoltre lo sbaglio può essere produttivo: quante scoperte ed intuizioni sono scaturite da sviste! Una trascuratezza in un esperimento, un azzardo in un’opera hanno spalancato la porta ad orizzonti inattesi.

Gli insegnanti sanno che certi lapsus nei compiti degli allievi hanno una loro logica che non è quella quadrata, aristotelica, ma una ratio più profonda: sono inesattezze che spingono a rivedere consolidati giudizi, spronano a guardare il problema da un’altra angolazione, eccentrica.

Certo, restano tutti gli errori che abbiamo commesso, commettiamo e commetteremo, quelle azioni che suscitano rammarico, persino rimorso, e che vorremmo non aver mai compiuto. Sono azioni che non ci hanno insegnato alcunché, scivoloni lungo il cammino che ci hanno lasciato con le ossa rotte.

Se accusare sempre e comunque il destino di queste cadute, può coincidere con il desiderio di liberarci dalle responsabilità, d'altro lato accusare sé stessi di ogni sbaglio accende ed alimenta un senso di colpa più dannoso che inutile. In fondo, pure codesti errori, per quanto dolorosi ed imperdonabili, ci appartengono, sono esperienze che danno sostanza al tempo, sebbene amara. Essi hanno deviato il corso della vita, creato diversioni, meandri, lanche. Tuttavia, come il fiume, anche attraverso anse e deviazioni, alla fine raggiunge il mare, così l’esistenza, nonostante e, in parte, grazie ai suoi inciampi, tocca il suo fine.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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