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11 giugno, 2011

Voltaire e gli Altri

Voltaire, pseudonimo di Francois-Marie Arouet (Parigi, 1694 -1778), il celebre scrittore e filosofo francese, è autore, tra i molti scritti, di una lettera al Conte di San Germano. Tale epistola sarebbe stata donata da un nobile d’oltralpe ad Eugenio Siragusa, il contattista siciliano che il 30 aprile del 1962 incontrò, secondo la sua testimonianza, sul Monte Sona, massiccio dell’Etna, alcuni visitatori non terrestri, ricevendo un messaggio di pace e di amore universale.

Il Conte di San Germano, noto anche come Saint-Germain (1698? – Eckernförde, Schleswig, 27 febbraio 1784) fu avventuriero, alchimista e fascinoso personaggio, ospite alla corte di Francia nel XVIII secolo. Il suo nome è legato a molte leggende circa i suoi mirabili poteri. Nel 1763 conobbe il veneziano Giacomo Casanova.

Si supponeva avesse scoperto l’acqua della giovinezza e la “pietra filosofale” da lui impiegata per fabbricare l’oro ed i gioielli con cui amava adornarsi. Si diceva che avesse più di duemila anni e che fosse l’Ebreo errante o il figlio di una principessa araba o di una salamandra. Per qualche tempo fu in grande favore presso Luigi XV e Madame de Pompadour. Amava ricordare le nozze di Cana dove era stato uno degli ospiti quando Gesù trasformò l’acqua in vino. [1] Morì in Germania, ma i moderni gruppi rosacrociani, che lo dichiarano uno di loro, negano il suo decesso e lo identificano con un adepto immortale”.

Nel carteggio con il conte, Voltaire scrive: “6 giugno 1761. Vi rispondo alla lettera del mese di aprile. [...] La vostra lunga strada nel tempo sarà rischiarata dalla mia amicizia per voi anche nel momento in cui mi confidate i più terribili dei vostri segreti, rivelazioni sulla metà del XX secolo. Le immagini parlanti non avranno potuto conservarsi nel ricordo a causa del tempo. Possano le vostre meravigliose macchine volanti ricondurvi a me. Addio, amico mio. Voltaire, gentiluomo del re”.

A che cosa si riferiva Voltaire, menzionando le “immagini parlanti” e le “macchine volanti”? L’illuminista, tramite il suo corrispondente, era stato reso forse partecipe di alcuni arcani di cui il misterioso conte era depositario? Il valente ufologo messicano, Scott Corrales, considera i racconti su Saint Germain, sul contemporaneo Cagliostro e su altre enigmatiche figure, dall’antichità sino alla nostra epoca, al centro di tradizioni suggestive, collegate a temi di frontiera: le creature di altri mondi, le dimensioni parallele, i viaggi nel tempo, la ricerca dell’immortalità, la presenza di confraternite esoteriche dagli scopi indecifrabili...

E’ plausibile che il conte non fosse un impostore, ma un iniziato in grado di squarciare il velo del tempo e dello spazio, per gettare uno sguardo sul futuro? Troppo facilmente bolliamo come imbroglioni personaggi che, forse mescolando le carte per evitare di esporsi e di bruciarsi, erano, invece, degli uomini(?) le cui conoscenze travalicavano gli angusti confini del sapere ordinario. Con la loro condotta sfuggente e contraddittoria, vollero custodire delle cognizioni occulte per tramandarle ad eletti o rivelarle solo in modo parziale ed indiretto, poiché certi segreti sono come i fulmini: sono sfolgoranti, ma possono incenerire.


[1] Preciso che, sulla base di recenti studi, il Messia non tramutò, in occasione dello sposalizio di Cana, l’acqua in vino, ma viceversa. Ciò ha veramente senso, ricordando il milieu in cui probabilmente sbocciò il Cristianesimo.


Fonti:

R. Cavendish, Storia della magia dalle origini ai nostri giorni, Milano, 1985, p. 174. L’autore è uno scettico che irride tutte le conoscenze e le pratiche esoteriche, relegandole nel novero delle superstizioni e della ciarlataneria. Nondimeno il suo saggio è ricco di informazioni.
S. Corrales, Vicini invisibili, 2010, traduzione a cura di Zret
Il caso “Amicizia”, documentario video
R. Malini, U.F.O., il dizionario enciclopedico, Firenze, Milano, 2003, s.v. Siragusa Eugenio


APOCALISSI ALIENE: il libro

22 febbraio, 2009

Prospettive del Male

Alcune riflessioni di un profano

Si afferma sovente che il Male è relativo, poiché ciò che nuoce a qualcuno può giovare ad un altro o viceversa. Francesco Lamendola, nel suo recente articolo, intitolato "Il «migliore dei mondi possibili» non è perfetto, ma semplicemente quello meno peggiore", indaga il tema della relatività del male, contrapponendo la visione metafisica di Leibnitz a quella di Voltaire che nel Candido aveva irriso l'ottimismo filosofico del pensatore tedesco.

Sull'argomento mi sono soffermato numerose volte e qui, senza ripetere concetti già espressi, mi vorrei chiedere se il Male sia superiore a quanto ci aspetteremmo in un cosmo che dovrebbe essere e pare essere una creazione di una Mente divina. Certamente la limitata, angusta prospettiva umana (e di chi scrive) induce ad enfatizzare il peso specifico del dolore superiore ai lati positivi in modo incommensurabile, a considerare il tempo in cui comunque si dipana l'esistenza come dimensione lacerante.

Senza dubbio grazie al male, il Bene risalta maggiormente e solo conoscendo il buio, possiamo apprezzare la bellezza della luce, ma certe cicatrici sanguinano ancora e poi, per comprendere che cos’è il bruciore sulla schiena di una frustata, occorrono mille scudisciate o ne bastano dieci?

Siddharta Gautama fu sconvolto dalla constatazione del male: il dolore, la malattia, la vecchiaia, la morte. Se avesse conosciuto Abu Graib o Guantanamo (sono solo due tra gli infiniti esempi), però, come avrebbe reagito? Di fronte alle sofferenze più atroci, alle ingiustizie intollerabili di questo mondo, come possiamo non pensare che la dose di mali sia, in alcuni casi, un po' eccessiva? Mi chiedo come si possa asserire, al cospetto di innocenti sottoposti a mostruose, diaboliche torture, che il Male è solo una mancanza di bene.

Né considero il Male solo da un'angolazione umana: una spaventosa e crudele strage a Gaza, sotto un'ottica cosmica, non è meno straziante di un formicaio allagato. E' anche vero che la morte, se rapida ed indolore, non è il peggiore dei mali, laddove la vita schiacciata da immani patimenti fisici e psicologici assurge a Male quasi assoluto. Tuttavia, se ammettiamo che l'uomo è essere che, grazie al suo intelletto, costituisce in un certo qual modo uno dei vertici della natura, equiparare la calamità che colpisce un batterio a quella che tormenta un uomo di genio è forse opinabile.

Possiamo anche ammettere che l'universo costituisca il migliore dei mondi possibili: dovremo allora immaginare che in altri pianeti abitino civiltà evolute in cui il male di qualsiasi natura sia estremamente ridotto e raro. I sostenitori dell'ipotesi monopolare, però, sembrano dar ragione a Schopenauer, concependo un cosmo come creazione ahrimanica. Ora, pur senza abbracciare l'ingenua, antropocentrica e riduttiva visione di Voltaire, non mi sento neppure di sottoscrivere le concezioni di Leibnitz che prescindono dalla possibilità che l'universo sia un cedimento ontologico o che in esso si sia introdotto un virus, foss'anche "solo" sul pianeta Terra.

Forse non tutto è così perfetto come può apparire da certi angoli visuali, sebbene sia possibile che un'infinita ed ineffabile serenità sia il coronamento di esperienze travagliate, ma consacrate al bene ed alla verità.

Nondimeno, di fronte alla sfacciata sovrabbondanza di un Male (non male), il cui vero significato e fine mi restano piuttosto oscuri, preferisco ancora una volta tacere, senza cercare il conforto di spiegazioni filosofiche, soprattutto quelle di Leibnitz.



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