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11 gennaio, 2014

Extraterrestri, le radici occulte di un mito moderno

Gianluca Marletta ed Enzo Pennetta sono autori di un libricino intitolato “Extraterrestri, le radici occulte di un mito moderno”, 2011. Il testo si situa nel solco della saggistica xenologica che ascrive in toto il fenomeno U.F.O. a dimensioni occulte di natura non fisica. Tempo fa, esprimemmo un giudizio severo che oggi ci sentiamo globalmente di confermare. Quali sono le ragioni di tale valutazione?

In primo luogo, nel già ripetitivo panorama della letteratura ufologica, il titolo dei due autori non aggiunge alcunché di nuovo: numerosi studiosi, troppo celebri per essere menzionati, già formularono ed esplorarono l’ipotesi parafisica. Transeat: è possibile comunque che si intenda proporre un taglio personale all’interpretazione in esame.

Ciò che non convince è l’approccio riduzionista a causa del quale tutti gli aspetti hard dell’Ufologia sono ignorati a favore di una lettura che, pur legittima, è opinabile quando diventa esclusiva, apodittica. Il rigetto delle caratteristiche materiali elimina ipso facto il problema del terraforming, dell’ibridazione genetica, delle misteriose mutilazioni animali, dalla retroingegneria (si pensi alla notevole testimonianza del Tenente Colonnello Philip J. Corso). Sono questioni che è arduo negare, ma pure facile omettere per non essere accusati di essere dei visionari.

E’ questo il limite maggiore: la tesi è enunciata, senza avvertire la necessità in qualche modo di dimostrarla. E’ così che si getta tutto nello stesso calderone: lo spiritismo ottocentesco, il contattismo, l’archeologia spaziale, gli oggetti volanti non identificati...

Se cardine della ricerca è il discernimento, allora il testo in oggetto non è una ricerca. Si consideri solo il caso del contattismo, molto più complesso di com’è presentato, non riconducibile sic et simpliciter all’occultismo. Vero è che gli ufonauti incontrati da Adamski e dai numerosi epigoni lasciano intuire, di là dai mirabilia tecnologici e dalle apparenze angelicate, obiettivi, se non malevoli, ambigui, ma sarebbe auspicabile adottare criteri più duttili. Quando si affrontano temi controversi, come quelli connessi alla Xenologia, occorre affinare e calibrare gli strumenti interpretativi: è come se un orefice usasse pinze e tenaglie per lavorare l’oro.

Un altro aspetto ci sembra minare la fatica di Marletta e Pennetta: l’opposizione, ormai obsoleta e rude, tra ipotesi parafisica ed ipotesi extraterrestre. A ben vedere, i due orizzonti non sono così lontani: è possibile che una civiltà, dopo aver toccato il culmine del “progresso” tecnologico, abbandoni la tecnica per procedere lungo la via dei poteri psichici, del dominio della materia e dello spazio-tempo attraverso il pensiero. Ad esempio, nell’India vedica dèi, semidei ed eroi ora impiegano la tecnologia ora ne sono svincolati. Lo stesso termine “loka”, in sanscrito, designa sia il pianeta fisico sia un mondo sovradimensionale: invero, realtà fisica ed iperfisica coesistono e si compenetrano, anche se, quasi sempre noi percepiamo solo la prima, anzi una sua piccola frazione. Un Venusiano non deve per forza provenire dal pianeta materiale che chiamiamo Venere.

Pertanto se nella Bibbia ed in altri libri tradizionali alcuni specialisti scorgono “angeli” in carne ed ossa nonché macchine volanti, mentre altri ricercatori vedono immagini sciamaniche e fenomeni eterici, probabilmente hanno ragione entrambe le categorie di studiosi. Si tratta di stabilire dove il testo o l’esperienza descrivono un referente concreto e dove, invece, un simbolo, pur nella consapevolezza che tale distinzione può essere sfumata. Lo stesso vale per la fenomenologia ufologica, il cui versante tecnologico (viti e bulloni), sebbene sia da ridimensionare, non può essere escluso del tutto, pena la creazione di una grisaille in cui si confonde tutto ed il contrario di tutto: esoterismo, occultismo, New age, scienza di frontiera…

Occorre provare a superare la tradizionale separazione tra empirico e meta-empirico. La scienza ortodossa si ostina ad ignorare le cosiddette energie sottili nonché la sfera metafisica: in questo modo si preclude dogmaticamente una visione più ampia ed approfondita. La vera ricerca, però, non può prescindere dalla ricognizione, sempre critica e prudente, di territori liminali. In molti casi l’osservazione del “fatto concreto” dà l’impulso per un’indagine che, un po’ alla volta, travalica i confini dell’empiria, lasciando intravedere inattesi paesaggi.

Dunque la visione dei due scrittori è poco aggiornata e rischia di appiattirsi su un’esegesi dicotomica, anzi manichea dove il bene coincide con il Cattolicesimo ed il male con tutto il resto.

Le ambizioni antropologiche degli autori, cioè dimostrare che le manifestazioni ufologiche nascondono il fine delle élites di creare il terreno adatto ad una pseudo-religione mondialista, si diluiscono nella brevità (brevis laboro esse, obscurus fio...) dell’opuscolo, ma soprattutto sono quasi vanificate dall’impostazione confessionale.

Condividiamo, pur con alcuni distinguo, l’assunto centrale dell’opuscolo, ossia dietro gli Altri (tutti?) opera un agente pericoloso, ma se il fine è portare i lettori nell’ovile della Chiesa cattolica, come tante docili pecorelle bianche, allora preferiamo rimanere pecore nere.

Siamo concordi con altre tesi degli autori, ostili al riduzionismo scientifico, al darwinismo, alla teoria dei cambiamenti climatici dovuti al biossido di carbonio etc. Perciò, visto che le premesse sono buone, auspichiamo che “Extraterrestri, le radici occulte di un mito moderno” sia solo un primo passo di un lungo cammino verso mete più originali, specialmente verso concezioni emancipate dal dualismo interpretativo cui si è accennato sopra.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

23 dicembre, 2009

Rieder e l'antigravitazione (prima parte)

Nel suo acuto saggio “Gli Alieni”, Johannes Fiebag riporta una testimonianza da lui raccolta riferita a Jurgen Rieder, un uomo che, nel febbraio del 1975, visse un incontro ravvicinato del terzo tipo nei pressi del Lago di Costanza. Rieder fu protagonista, insieme con un suo coetaneo, Heiner di un incontro notturno. Verso la mezzanotte trillò il telefono a casa di Jurgen: era il suo amico Heiner che, avendo cacciato di frodo una lepre, era stato rincorso da una guardia forestale. Temendo guai con la legge, Heiner aveva chiesto aiuto a Jurgen nel cuore della notte. Il giovane si precipitò nel bosco ed esortò l'amico a costituirsi, ma senza convincerlo.

Erano ormai le tre, quando all'improvviso, il cielo ottenebrato da scure nubi, si tinse di un colore lattiginoso, come se stesse albeggiando. I due giovani scorsero poi delle luci danzanti tra gli alberi: Jurgen, incuriosito e mesmerizzato, nonostante l'amico tentasse di trattenerlo, afferrando il lembo della giacca, si avvicinò ai bagliori che apparvero come tre grandi figure, alte circa tre metri. Questi umanoidi sembravano assisi su sedili volanti di cui manovravano delle leve ai lati. In testa indossavano dei caschi che coprivano interamente i volti. I giganti avevano sul dorso una sorta di grosso zaino che arrivava all'altezza della testa e si libravano a bordo dei loro sedili volanti a circa due metri dal suolo da cui schizzava il pietrisco.

Racconta il testimone, accostatosi ad uno delle strane creature : "Questo coso mi venne così vicino che potei specchiarmi nel suo elmo lucente e rendermi conto di come stavo lì impalato. Ora scorgevo anche, a sinistra ed a destra del casco, sullo zaino che portava dietro quattro occhi prismatici ed avevo la sensazione di essere trapassato da un raggio laser... Mi formicolava tutto il corpo, anzi provavo un vero e proprio dolore. Poi mi sentii risucchiare la pelle, come se dal corpo venissero risucchiati tutti i liquidi e di colpo mi prosciugassi e mi rinsecchissi. La testa mi rintronava come se fossi assordato da un forte scampanio e le ossa mi scricchiolavano."

Dopo un po' di tempo, le tre gigantesche figure svanirono e tutto tornò alla normalità. Alla disavventura di Jurgen assisté un incredulo ed atterrito Heiner che restò stranito dall'accaduto per alcuni giorni, mentre Jurgen cominciò da allora ad arrovellarsi su quale fantastico meccanismo azionasse i sedili volanti.

La singolare avventura di Rieder è esaminata con sagacia da Fiebag che ne estrapola gli aspetti peculiari riconducibili alla casistica ufologica (le luci rutilanti, la paralisi, l'incontro con umanoidi, la componente tecnologica dell'esperienza...) ed altri, invece, alquanto eccentrici (i sedili volanti, la sensazione di essere prosciugati). Sebbene questo caso sia in sé già molto stupefacente, le conseguenze del contatto sono ancora più sbalorditive, soprattutto se correlate ad altri episodi e situazioni. Infatti. da quella notte fatale, Rieder cominciò ad essere ossessionato da un unico scopo: costruire una macchina antigravitazionale le cui caratteristiche gli balenavano nella mente in visioni via via sempre più realistiche e nette. All'inizio gli apparve un triangolo con tre turbine rotanti; in seguito il triangolo si trasformò in una doppia piramide al cui interno vide incorporato un triangolo di silicio. In successive immagini mentali riconobbe che tali cristalli o elementi artificiali equivalenti - stratificati in un parallelepipedo simile ad un accumulatore - in determinate condizioni di oscillazioni esercitavano una forza antigravitazionale.

Rieder ebbe l’intuizione relativa al silicio negli anni in cui cominciarono ad essere ingegnerizzati i microprocessori costruiti con questo elemento. Piccoli cristalli di silicio, in virtù delle oscillazioni a frequenza costante, della conducibilità elettrica e della capacità di emettere impulsi, sono alla base della nostra tecnologia: sono, infatti, integrati nella memoria degli elaboratori.

Altri sono, invece, gli elementi che hanno la proprietà di ridurre l’interazione gravitazionale. Nel campo delle tecnologie antigravitazionali, spicca lo scienziato statunitense Thomas Townsend Brown. Townsend Brown è un ingegnere nato in Ohio nel 1905 e morto nel 1985, in una località denominata Avalon, nell’isola di Catalina, nello stato della California.

Dopo aver frequentato l’università, Townsend Brown lavorò all’interno di vari istituti di ricerca, tra cui il prestigioso Smithsonian Institute. Nel 1933 si arruolò nella marina statunitense, dove rimase fino al 1943, ottenendo il grado di capitano di corvetta. In questo decennio, usò le sue conoscenze per studiare e realizzare un metodo di rilevazione magnetica ed acustica delle mine di profondità. Sino alla fine del 1945 operò come esperto di sistemi radar alla Lockheed corporation. Nel 1951 pubblicò sul Physics observer una ricerca su un'apparecchiatura elettrocinetica che sembra fosse in grado di vincere la forza di gravità. Il congegno aveva l’aspetto di un ombrello con un reticolato metallico cui veniva applicata un’alta carica elettrica (tensione di circa 125.000 volts). Forse grazie a questa sua invenzione, percorse una folgorante (in tutti i sensi) carriera che lo portò al vertice della RAND Corporation, dal 1958 al 1974. In quegli anni questa società costruiva basi sotterranee segrete e sembra fosse coinvolta anche in progetti dell’esercito per il controllo mentale.

Sebbene in una totale e sinistra segretezza, le ricerche avviate da Townsend e da altri sono continuate e continuano in laboratori militari dove si sperimentano velivoli antigravitazionali, forse avvalendosi anche di conoscenze frutto di retroingegneria. Alcuni elementi chimici, fra cui il berillio, l’alluminio, il vanadio, il rame ed il bismuto, possono schermare la gravità, se associati ad un forte campo elettromagnetico. In special modo, il bismuto sembra acquisire un‘importanza di primo piano in collegamento con la superconduzione.


Nota: le fonti del presente articolo saranno indicate in calce all'ultima parte.



APOCALISSI ALIENE: il libro

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