
Quanti lodano la natura e vagheggiano un ritorno ad essa! Tuttavia la natura, come tutta la realtà, è duplice: in un bosco possiamo ammirare i dardi del sole che scintillano tra le fronde degli alberi, le diverse specie di fiori variopinti su cui aleggiano leggiadre farfalle, ma naturali sono, ad esempio, anche i parassiti o i batteri che divorano la carne; naturale è la lotta per la sopravvivenza che si combatte incessantemente sia nel mondo vegetale sia tra gli animali. Siamo ben lungi da un pensiero darwinista o neo-darwinista, ma solo una visione estetizzante ed ingenua può ignorare il male che alberga nel cosmo.
Dove alligna la radice del male? Nella dualità: d’altronde il termine “diavolo” contiene la base “dis” che in greco significa “due”. La duplicità pare essere il risultato di una primigenia, inevitabile di-visione dell’essere da sé stesso affinché potesse manifestarsi. Poi la situazione andò fuori controllo? Così ci troviamo a chiederci quale colpa abbia un bimbo nato sordo e cieco: le risposte su una sventura siffatta sono numerose, ma più empie della sventura stessa. Ammettiamo che una certa dose di male è inspiegabile, irrazionale. Riconosciamo che non possiamo comprendere né giustificare il mysterium (ed è appunto enigma) iniquitatitis dal nostro limitato osservatorio.
Di solito il male è attribuito al libero arbitrio, ad una precisa scelta degli esseri umani. Quale senso può avere, però, il libero arbitrio per chi, onnisciente, presciente ed onnipotente, si limita ad assistere solo ad uno spettacolo grandguignolesco e di cui conosce con noia infinita ogni particolare? Quale senso può avere la decisione di non intervenire, se non per condannare chi è già a priori condannato?
Certo, il deserto dell’inferno è punteggiato da verdeggianti oasi di paradiso. Il bene esiste, ma a volte sembra casuale, gratuito e per questo precario. Inoltre, pur ignorando il valore consolatorio ed egoistico di filosofie che sottolineano i pregi dell’esistenza, da un punto di vista qualitativo non disprezzabili, ma gocce nell’oceano dell’assurdo e delle contraddizioni, ci pare che tali concezioni eludano sempre le domande fondamentali.
In fondo, ci importa poco o punto se la gravità esista o no, se tale forza sia come la considera la scienza accademica o differente, ci importa poco o punto della reale forma della Terra: ci preme, invece, trovare non una risposta, ma la Risposta alla genesi, al fine (se veramente ha una finalità) del proteiforme male.
Quesiti più pesanti di macigni ci serrano in una cella in cui non filtra neppure un raggio di luce.
[1] Un campione di una Weltanschauung consolatoria e moralistica, benché ragionevole, è in Italo Calvino che, nel testo "Le città invisibili", scrive (male): "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio".
Dove alligna la radice del male? Nella dualità: d’altronde il termine “diavolo” contiene la base “dis” che in greco significa “due”. La duplicità pare essere il risultato di una primigenia, inevitabile di-visione dell’essere da sé stesso affinché potesse manifestarsi. Poi la situazione andò fuori controllo? Così ci troviamo a chiederci quale colpa abbia un bimbo nato sordo e cieco: le risposte su una sventura siffatta sono numerose, ma più empie della sventura stessa. Ammettiamo che una certa dose di male è inspiegabile, irrazionale. Riconosciamo che non possiamo comprendere né giustificare il mysterium (ed è appunto enigma) iniquitatitis dal nostro limitato osservatorio.
Di solito il male è attribuito al libero arbitrio, ad una precisa scelta degli esseri umani. Quale senso può avere, però, il libero arbitrio per chi, onnisciente, presciente ed onnipotente, si limita ad assistere solo ad uno spettacolo grandguignolesco e di cui conosce con noia infinita ogni particolare? Quale senso può avere la decisione di non intervenire, se non per condannare chi è già a priori condannato?
Certo, il deserto dell’inferno è punteggiato da verdeggianti oasi di paradiso. Il bene esiste, ma a volte sembra casuale, gratuito e per questo precario. Inoltre, pur ignorando il valore consolatorio ed egoistico di filosofie che sottolineano i pregi dell’esistenza, da un punto di vista qualitativo non disprezzabili, ma gocce nell’oceano dell’assurdo e delle contraddizioni, ci pare che tali concezioni eludano sempre le domande fondamentali.
In fondo, ci importa poco o punto se la gravità esista o no, se tale forza sia come la considera la scienza accademica o differente, ci importa poco o punto della reale forma della Terra: ci preme, invece, trovare non una risposta, ma la Risposta alla genesi, al fine (se veramente ha una finalità) del proteiforme male.
Quesiti più pesanti di macigni ci serrano in una cella in cui non filtra neppure un raggio di luce.
[1] Un campione di una Weltanschauung consolatoria e moralistica, benché ragionevole, è in Italo Calvino che, nel testo "Le città invisibili", scrive (male): "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio".
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