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06 maggio, 2018

A Silvia



Nessun pastore e un solo gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali. (F. Nietzsche)

Tutto è falso. (T.W. Adorno)

La standardizzazione del modo di pensare e di operare assume estensioni nazionali o addirittura continentali. (A. Gramsci)

Le epiche gesta di Silvietta sono sfociate in un'iniqua sentenza. Eppure - sarà un tòpos - non tutti i mali vengono per nuocere: così abbiamo avuto l'opportunità di approfondire un caso antropologico quanto mai istruttivo. Per compiere lo studio, abbiamo, infatti, seguito qualche simposio del C.I.C.A.P. cui è intervenuta la Professoressa Silvia Bencivelli, "giornalista scientifica", di recente riciclatasi come autrice di romanzi d'appendicite.

In primo luogo, con l'aspetto avvenente, quasi angelicato della nostra eroina, stride il linguaggio che ella affetta: è costellato di espressioni che, mentre ambiscono ad essere alla moda, risultano grottesche e sgradevoli. Ci riferiamo specialmente al turpiloquio, esibito per apparire giovanili, sovente incastonato in discorsi pretenziosi e vani. La volgarità gratuita è un oltraggio all’”idioma gentile” (E. De Amicis), oltre che segno di cattivo gusto. Date queste premesse, che la sua zuccherosa fatica pseudo-letteraria sia un abominio è facile concludere. Leggiamo l’incipit della goffa opera, “Le mie amiche streghe”, libro incensato da una coorte di adulatori: "E' podalico. Lorenzo deve nascere tra un mese, ma è podalico e non ha nessuna intenzione di girarsi. Solo che Valeria il cesareo non lo vuole fare. Non vedo alternative, le ho detto. E lei ha scosso la testa". In poche righe una serqua di strafalcioni: il più intollerabile è il solito pleonasmo. La prosa di Paolo Attivissimo, al confronto, è di rara eleganza.



Che cosa pensare poi delle sue pose piene di malcelato sussiego, atteggiamenti di studiata naturalezza, usuali nei negazionisti storici con cui la Bencivelli condivide molti tratti del contegno? Accrescono l’immagine di una donna le cui frustrazioni sono sublimate nello specioso ruolo sociale: dietro si estende il deserto dei sentimenti e degli ideali. E' un ruolo costruito grazie all'alacre collaborazione di cortigiani zelanti ed onnipresenti nel circo della disinformazione: editori, scienziati, registi, attori, gazzettieri, fumettisti, scrittori... il cui folgorante successo è nell'essere dei perfetti falliti... ma con le giuste aderenze.

E' dunque questa l’”umanità”? Quando non è formata da esseri malvagi e perversi, è un brulichio di omuncoli tronfi, di donnicciole imbellettate, gonfie di vuoto come le labbra della Lilli Gruber. Davvero molte persone sono personae, ossia maschere: le loro caratteristiche le omologano in stereotipi che rendono assai agevole classificarle in un’unica categoria, quella della massa acefala. Ci vengono in mente le profetiche parole di Nietzsche che preannunciò l’avvento degli ultimi uomini, individui talmente degeneri da trasformarsi in un cumulo amorfo, omogeneo. Tra gli animali non si rileva altrettanta, deprecabile uniformità.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

29 ottobre, 2017

Effetto trascinamento



Effetto trascinamento: così definiremmo la deplorevole situazione che si genera, quando per smentire una tesi considerata bizzarra ed inverosimile, si avvalorano, palesando totale assenza di spirito critico, i più screditati modelli propugnati dall’establishment pseudo-scientifico e le più ridicole versioni ufficiali. Un esempio per tutti: ci si impegna per confutare la teoria della Terra discoidale (vulgo “teoria della Terra piatta), con argomenti più o meno persuasivi, più o meno plausibili, ma, nel contempo, ci si trascina dietro, nella foga della confutazione, tutto il più polveroso armamentario della propaganda: si adducono come prove documenti partoriti dalla nasuta N.A.S.A., (comprese castronaute dalle improbabili permanenti), ci si richiama ad autori famigerati per la loro vicinanza alla disinformazione, si evocano paradigmi che esorbitano dal tema trattato, come l’obsoleto Darwinismo o concetti scientifici messi in discussione, se non in crisi, dalle più recenti acquisizioni della fisica quantistica, di altre avanguardie epistemologiche, di altri orizzonti gnoseologici.

Non solo, invece di procedere con rigore metodologico e con precisione semantica, presto si scade nella denigrazione, usando i soliti epiteti (ad esempio, l’orrido neologismo “complottisti”). Così subito si comprende che il proposito di oggettività ostentato da certi ricercatori è solo il velo dietro cui si nasconde la maschera butterata del negazionismo. Non ci stupiamo poi se le posizioni tendono a radicalizzarsi, se qualcuno si arrocca a difesa di convincimenti che si induriscono in dogmi, in luogo di essere smussati e concepiti come tappe di un percorso conoscitivo, stadi suscettibili di essere superati in una direzione o in un’altra.

Uno fra gli aspetti considerati da chi sostiene la teoria della Terra sferoidale, come da chi è assertore del modello discoidale, è la prospettiva, naturalmente colta da... prospettive differenti. In questo ambito ci pare si noti, da una parte e dall’altra, la resa all’oggetto, la capitolazione di fronte alla “cosa”: non ci consta, infatti, che i vari contendenti ricordino, nel considerare la percezione delle linee, l’incidenza della retina che tende ad incurvare le rette. E’ un particolare di cui tenevano conto i Greci, allorché erigevano i templi con le colonne che erano leggermente rigonfie nella parte centrale – tale convessità è definita “entasi” – proprio per compensare la tendenza della retina ad incurvare i segmenti diritti.

Si dimentica, infine, che la prospettiva non è solo un fenomeno ottico “esterno”, ma pure un processo psicologico e persino una manifestazione intellettuale, come c’insegna Erwin Panofsky nel fondamentale saggio “La prospettiva come forma simbolica”. Nel volume la profondità, la successione dei piani e il progressivo rimpicciolimento delle immagini, quanto più si allontanano dall’osservatore, sono inquadrati in un contesto culturale. Lo specialista, rifacendosi a Cassirer, dimostra che gli uomini in parte vedono la “realtà” non com’è percepita, ma com’è pensata e conosciuta. Un bambino che disegna la casa, il prato, l’albero ed il cielo, ignora tranquillamente la prospettiva, perché sa che è un’illusione dei sensi. “Scienziati” e teorici ne sono altrettanto consapevoli?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 ottobre, 2017

Contro gli antropocentrismi



I vari orientamenti della New age, alla fine, sono viziati dal solito antropocentrismo e sono speculari a quelle dottrine che incolpano l’uomo di ogni nefandezza. Da un lato si nega Dio oppure si afferma con sicumera prossima alla tracotanza – quella che i Greci chiamavano hybris – che l’uomo è l’unico vero Dio.

Ora, riteniamo che negli uomini, forse non in tutti, si trovi un nucleo spirituale che possiamo definire “anima”, ma, se egli si crede Onnipotente, se si colloca al centro dell’universo, misconoscendo che esiste altro da sé, un orizzonte che non è contenuto nel cerchio dell’individuo, allora tale superbia dichiara la sua orgogliosa meschinità ed il suo fallimento.

Esiste poi un antropocentrismo di segno contrario, tutto sommato non così differente da quello egocentrico: si manifesta quando si considera responsabile l’uomo di ogni errore, di ogni male che affligge il mondo. Senza assolvere sempre e comunque il singolo che ha i suoi limiti, si dimentica l’influsso pernicioso degli Arconti e dei loro disgustosi collaboratori "umani".

Si passa da un eccesso all’altro, mentre, con la consapevolezza che l’uomo è un essere contraddittorio, ambivalente (e che cosa non lo è?), si impara che è necessario distinguere, soppesare ogni questione: è opportuno astenersi da giudizi inappellabili e da condotte arroganti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro


01 ottobre, 2017

Che cos'è la verità? (I)



Che cos’è la verità? “Quid est veritas?” Chiede Pilato al Messia, stando al racconto evangelico. La domanda del procuratore (?) romano contiene in sé la risposta che è una non risposta: infatti Pilato ritiene che la verità sia inattingibile.

Ci chiediamo anche noi che cosa sia la verità, indipendentemente dal fatto se la consideriamo conoscibile oppure no. Distinguiamo il vero empirico da quello metafisico. Chi, di fronte ad una controversia, non desidera ottenere sentenze inconfutabili, definitive? In questi ultimi tempi ferve la polemica circa la forma della Terra: è più o meno sferica o è discoidale? Ammettiamo che è una questione significativa sul piano antropologico, scientifico, filosofico, percettivo: è legittimo, anzi doveroso, dubitare delle interpretazioni altrui, siano ortodosse o eterodosse, per conseguire una propria verità che potrebbe anche essere la “media” di differenti modelli o discostarsi del tutto dai paradigmi, siano essi dominanti o recessivi. Ammettiamo che è una questione che ha importanti risvolti in rapporto alla concezione dell’universo e dell’uomo all’interno del cosmo.

Sono implicazioni importanti, non vitali, giacché la verità cui ambiamo, spinti da un’esigenza incoercibile, non appartiene all’ordine empirico, ma al dominio spirituale, quindi al nostro essere più profondo, più imperscrutabile, più vero. Se siamo esseri coscienti, abituati a definire le coordinate ontologiche, essenziali dell’esistenza, ci interroghiamo sul valore del nostro destino, di ciò che ci ha preceduto (se esiste) e di ciò che ci seguirà (se esiste), sul Principio e sulla Fine. Ci interroghiamo sul significato ed il ruolo del male, sulla possibilità di conciliare l’esistenza di Dio con il male: ecco sono queste le verità che ci riguardano e ci guardano, come altrettante sfingi. Le verità vere non sono risposte, ma, appunto sfingi che ci interrogano per mezzo di enigmi.

Sin qui, non abbiamo neppure tentato di definire la verità, perché l’esercizio delle definizioni è logorante e, alla fine, tautologico. La definizione corrente ci ricorda che “la verità (in latino veritas, in greco αλήϑεια, in inglese truth...) designa il senso di accordo o di coerenza con un dato o una realtà oggettiva o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso”. Se dovessimo anche solo sfiorare le possibili accezioni e sfumature di termini e sintagmi come “coerenza”, “realtà oggettiva” (sic), “falso” etc., ci perderemmo in un labirinto rispetto al quale il dedalo di Cnosso è un percorso agevole.

Dunque in questa breve esposizione, ci limitiamo a suggerire un’analogia, anzi un’identità tra Verità e Vita: la Vita è tale, solo se e quando, dissipatesi le nebbie del dubbio, lacerati i veli della menzogna, scopriamo – impresa improba - il senso ultimo di tutte le cose, il centro di noi stessi, là dove il finito e la caducità si incontrano, anzi si fondono con l’Infinito e con l’Eternità.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 maggio, 2017

Paradise lust



Lo sterminio dei campi. (A. Zanzotto)

Se ci è ancora concesso di vivere un’esperienza significativa in questo mondo inaridito, avviene quando possiamo – in casi rarissimi oggigiorno – contemplare un paesaggio, trascorrere un po’ di tempo in un parco, aver cura di un giardino o di un orticello. Davvero, se esiste il Paradiso, esso è simile ad un verziere: d’altronde Paradiso significa appunto “giardino”. Non è solo la bellezza delle fonti, degli alberi e dei fiori, dalle forme e dalle tinte più disparate a suscitare una sensazione, per quanto effimera, di estasi. Non è solo il gioco sempre diverso di luci e di rezzi, quanto la coscienza di essere immersi in qualcosa di vivo: i tronchi ed i rami impercettibilmente si ispessiscono, le fronde crescono, riempiendosi di gemme e di foglie, i frutti si coloriscono, i boccioli un po’ alla volta si schiudono per esibire corolle variopinte... E’ dunque un universo vivace, fluido, percorso da linfe, da umori, da tensioni.

I sentimenti che si provano di fronte ad uno spettacolo siffatto sono ineffabili: se ne esiste uno che può, almeno in parte, rendere quanto si prova, è la nostalgia, un desiderio intenso, struggente ed indefinito. E’ forse il ricordo confuso e crepuscolare di un’età dell’oro per sempre perduta, quella evocata in tanti miti primordiali, quando non esisteva il male, solo perché non lo si concepiva, prima che il tempo profanasse il tempio della vita su cui si proiettarono le ombre della colpa, del disfacimento e della morte, prima che si avviasse l’assordante motore della storia.

Così talora ci è ancora concesso di vivere un’esperienza feconda in questo mondo sterile. Persino per qualche istante sogniamo un’impossibile riconciliazione, il ritorno all’armonia iniziale, l’apocatastasi.[1] E’ solo un sogno più labile ed evanescente della realtà...

[1] Secondo il teologo e filosofo Origene, alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale e tutte le creature saranno reintegrate nella pienezza del divino. Questo ristabilimento si definisce “apocatastasi”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 febbraio, 2017

I versi sulla speranza del poeta persiano Gurgani

Il poeta persiano islamico Fakhr al-din As’sad Gurgani è un autore della cui vita si sa pochissimo: a lui si deve un poema-epico-cavalleresco composto intorno al 1054.

I suoi magnifici versi sulla speranza meritano di essere riportati.

“Speranza, dolcissima speranza, desiderio dei giorni./ Solitudine, noia, eppure speranza,/ speranza, salda certezza,/ speranza, acqua di vita […] Oh, cuore giardiniere, magnifico rosaio! / Contadino devoto di un amore casto e insonne, / che poti, zappi e speri, / col palmo pieno di spine, / perché un giorno vedrai la gloria delle rose”.

“Desiderio e speranza: d’essi / solo sentiamo grande bisogno / noi qui di questo mondo. / Finché s’accende il sole, / finché la luna è bianca, / voglio amare e sperare in questo amore”.

“Sono un ramo ed ho sete, /cielo annuvolato. / Sono straniero e fitta / mi dimora nel cuore la nostalgia. / Chiedo di te sull’orlo / dei sentieri al passante; / quello mi risponde: ‘Rinuncia al tuo anelito vano. / Sarà disperato chi tanto spera”.

L’intuizione di Gurgani è scintillante: la speranza è non solo insopprimibile sogno del cuore, sempre vano, eppure sempre risorgente, ma pure sentimento contiguo alla disperazione.

William Shakespeare, anzi John Florio nel dramma “La tempesta” scolpisce l’identità tra speranza e disperazione: “La disperazione significa una speranza così alta / che neanche l’ambizione riesce a guardare più in alto / e anzi dubita di ciò che ha già scoperto”.

Che cos’è la speranza? Attesa senza aspettativa alcuna, futuro senza avvenire, seguitare ad affacciarsi sull’orizzonte del mattino, anche quando è sempre buio. La speranza tende l’anima in modo parossistico, stira i legamenti, strappa i tendini. Essa è un letto di Procuste, un tenebroso inferno appena rischiarato dal raggio di una stella cadente. La speranza è la dimora degli uomini che non si rassegnano all’ineluttabilità del male. E’ labirinto senza uscita, ma dove continuiamo ad aggirarci. La speranza è disperazione, sguardo lucido, disincantato sul mondo. La speranza è attraversare la notte infinita, invece che rinunciare ad inoltrarvisi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

02 febbraio, 2017

Necrofilia



E’ sbalorditivo ed avvilente constatare che sono proprio i cultori del sapere umanistico i più entusiasti fautori della tecnologia. Intere schiere di letterati capitolano: è una resa incondizionata di fronte ad innovazioni che sono letali. Persino il linguaggio degli ex intellettuali dichiara che l’ultima roccaforte è stata ormai espugnata. Un umanista che usa, ad esempio, il verbo “messaggiare” dimostra di aver rinunciato ai valori che rendono nobile, elegante l’idioma italiano. E’ una totale disfatta, perché i difensori della Tradizione dovrebbero per lo meno mettere in guardia dai pericoli insiti nelle “magnifiche sorti e progressive”.

Le sirene della tecnologia seducono tutti, dai bimbi agli anziani: essi vivono in simbiosi con il cellulare o con qualche altra diavoleria. Ci si incammina a grandi falcate verso una società senza contante, digitalizzata, virtuale dove la più algida solitudine è contraffatta dietro le false relazioni sociali delle reti asociali. Ci si incammina a grandi falcate verso il trionfo del più cerebrale materialismo, un materialismo senza materia.

La tecnologia più invasiva e dannosa oggi si fregia dell’aggettivo “smart”, intelligente (sic): la più becera stupidità è, nella tipica inversione orwelliana, smart. Non appena si legge o ode tale epiteto, la schiena è percorsa da un brivido di orrore religioso: i dispositivi smart, sono, nel migliore dei casi - si pensi ai cosiddetti contatori intelligenti - solo apparati che irradiano, attraverso il Wi-Fi, mortali campi elettromagnetici. Con il pretesto della comodità, dell’efficienza, della velocità, le nostre abitazioni sono diventate il vestibolo degli ospedali, l’ingresso dei cimiteri.

Purtroppo sono pochissimi oggigiorno gli uomini a non essere attratti, anzi catturati dalla tecnologia: è un’attrazione per ciò che è incolore, inerte, morto, purché smart. E’ una forma di necrofilia: ecco perché la natura langue e muore nell’indifferenza della massa acefala. Le nostre metropoli sono ormai necropoli, popolate da moltitudini di morti ancora prima che siano morti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 gennaio, 2017

Prolissità

Fra i tratti che rivelano la decadenza dei nostri tempi annovereremmo la prolissità. Gli scrittori non sanno più esprimersi in modo conciso ed efficace: le recensioni di libri e pellicole cinematografiche sono ampollose ed inconcludenti, mero sfoggio di patinata erudizione; i locutori sproloquiano, ripetendo luoghi comuni con insopportabile monotonia.

Per prolissità non intendiamo solo la lunghezza spropositata di testi che potrebbero essere più incisivi, se fossero più stringati, ma ci riferiamo pure al modo ridondante e fangoso con cui si esprimono oggi quasi tutti. Si pensi a quegli spazi di reti “sociali” dove si possono scrivere solo scarni messaggi: si potrebbe fare di necessità virtù, ossia si potrebbe concentrare in un enunciato aforistico la densità del pensiero, invece notiamo che quasi tutti gli utenti si affannano ad eliminare articoli e preposizioni articolate per accorciare il testo; ne risultano enunciati monchi e balbettanti.

La brevitas può essere una sfida: è un limite che, come tutti i limiti, è suscettibile di diventare un’opportunità. Essa costringe a snellire il discorso, ad imperniare l’idea, a reperire il vocabolo acconcio per rendere il concetto. L’essenzialità sprona anche a valorizzare il testo attraverso un fulmen in clausula, un suggello inatteso e folgorante.

Il modo peggiore per trasmettere delle conoscenze è diluirle in lezioni pedanti e specialistiche: si mette a dura prova la pazienza dei destinatari, spinti nel labirinto di una terminologia per pochi iniziati, nel dedalo di rimandi che rinviano ad altri rimandi.

Rem tene, verba sequentur” ci ammonisce Catone il Censore, cioè “Conosci l’argomento, le parole verranno spontanee”. Purtroppo oggi pochissimi conoscono l’argomento ed un numero ancora inferiore conosce i vocaboli per lumeggiare il tema. Alla “comunicazione” attuale mancano il pensiero, l’elocuzione appropriata ed i riferimenti veritieri. Così una frasetta pur nella sua piccolezza risulta verbosa, perché incatramata di poche parole, tutte vuote e logore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

27 novembre, 2016

Letto, fatto



Si impara più dall'osservazione che dai libri. (A. Dumas giovane)

Uno fra i più diffusi e radicati pregiudizi è il convincimento secondo cui per imparare a scrivere, bisogna leggere. Per una sorta di prodigio, dopo che si è divorato un cospicuo numero di libri, si diventerebbe dei letterati.

Senza dubbio la lettura è utile, ma, come osservò qualcuno: “Se tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare, tra il dire e lo scrivere, c’è di mezzo il mare ed il cielo”. La lettura è una consuetudine che può ampliare il proprio repertorio lessicale, può favorire la capacità di riflettere e di osservare, ma non produce ipso facto competenze nell’elaborazione: esse si acquisiscono, se si acquisiscono, con un tenace tirocinio e per mezzo di idonei strumenti cognitivi di cui oggi pochissimi dispongono. Naturalmente anche il talento gioca la sua parte.

Leggere? Che cosa? Il mercato editoriale oggi offre testi in quantità soverchia: è difficile orientarsi, perché, insieme con qualche volume pregevole, si sforna moltissima paccottiglia. Allora è meritorio disdegnare ed ignorare tanti titoli per scoprire qualche libro negletto ma valido. Soprattutto è auspicabile riscoprire i classici da cui si trae sempre qualche insegnamento. Non solo, sono i testi della Tradizione a pungolarci, stimolando una Weltanschauung critica, laddove la “cultura” contemporanea è soggiogata da conformismo, ipocrisia ed ignoranza.

Bisognerebbe poi promuovere un nuovo tipo di lettura, accanto a quella estensiva, una fruizione, per così dire, a spizzichi e bocconi, a morsi. Bisogna imparare a strappare ad un testo un amaro aforisma, uno scorcio descrittivo, una scheggia di filosofia: ne potranno scaturire sorgenti di pensiero non meno feconde di quelle che sgorgano dalla lettura completa di un romanzo o di un saggio. Una frase, estrapolata dal suo contesto, potrà brillare di una luce inconsueta, simile al riflesso su una sfaccettatura di un diamante colpito da un raggio inatteso.

Ciò che avviene nel momento della ricezione, per cui una parte può valere talvolta più del tutto, accade pure nell’universo della creazione: quanti capolavori sono nati dal brandello di un enunciato, dall’accenno di un accordo, da una “casuale” macchia di colore!

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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 novembre, 2016

Elogio dell'errore



Errando, discitur”, si suole ripetere, ossia “sbagliando, s’impara”. Purtroppo non è quasi mai cosi, poiché l’ultimo degli errori è solo il primo di una nuova serie. Eppure l’errore va elogiato per varie ragioni.

In primo luogo, errare significa deviare dal percorso prestabilito, come c’insegna l’etimologia. Errare è dunque vagare, esplorare nuovi territori, affrontare sfide formidabili.

Inoltre lo sbaglio può essere produttivo: quante scoperte ed intuizioni sono scaturite da sviste! Una trascuratezza in un esperimento, un azzardo in un’opera hanno spalancato la porta ad orizzonti inattesi.

Gli insegnanti sanno che certi lapsus nei compiti degli allievi hanno una loro logica che non è quella quadrata, aristotelica, ma una ratio più profonda: sono inesattezze che spingono a rivedere consolidati giudizi, spronano a guardare il problema da un’altra angolazione, eccentrica.

Certo, restano tutti gli errori che abbiamo commesso, commettiamo e commetteremo, quelle azioni che suscitano rammarico, persino rimorso, e che vorremmo non aver mai compiuto. Sono azioni che non ci hanno insegnato alcunché, scivoloni lungo il cammino che ci hanno lasciato con le ossa rotte.

Se accusare sempre e comunque il destino di queste cadute, può coincidere con il desiderio di liberarci dalle responsabilità, d'altro lato accusare sé stessi di ogni sbaglio accende ed alimenta un senso di colpa più dannoso che inutile. In fondo, pure codesti errori, per quanto dolorosi ed imperdonabili, ci appartengono, sono esperienze che danno sostanza al tempo, sebbene amara. Essi hanno deviato il corso della vita, creato diversioni, meandri, lanche. Tuttavia, come il fiume, anche attraverso anse e deviazioni, alla fine raggiunge il mare, così l’esistenza, nonostante e, in parte, grazie ai suoi inciampi, tocca il suo fine.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

27 ottobre, 2016

Sheeple



In tempi recenti è stato coniato in inglese il termine “sheeple”: è il risultato di una crasi, ossia fusione, fra sheep, pecora, e people, gente. E’ un’invenzione linguistica, anche grazie al suono scivoloso, quanto mai ingegnosa, perché fotografa l’attuale condizione umana.

Non so chi a sia dovuto questo geniale neologismo, usato, tra gli altri, da David Icke nel suo ultimo, terribile saggio “L’imbroglio della realtà e l’inganno della percezione”. E’ comunque un vocabolo perfetto per la sua derisoria incisività: guardiamo quelle teorie di infelici studenti che al mattino arrancano verso scuole-penitenziari con zaini gonfi di libri inutili e mal scritti; guardiamo i miseri anziani in fila negli uffici postali per ritirare miserabili pensioni che permettono loro a mala pena di sopravvivere; guardiamo le interminabili code di gente che va a pagare le tangenti ad uno Stato-mafia…

Domina un senso di grigia rassegnazione, di acquiescenza, persino di stanco plauso nei confronti dei carnefici: esattori, ufficiali giudiziari, funzionari, dirigenti, burocrati, amministratori…

E’ questo il risveglio di cui da almeno dieci-quindici anni si ciancia? E’ questa la presa di coscienza per opera di una massa che, per definizione, può solo essere una moltitudine anonima e senza identità? Qualcuno ogni tanto si desta dal letargo, ma per uno che apre gli occhi, quanti sono quelli che finiscono nel tritacarne?

E’ in atto semmai una mutazione antropologica che ben analizza il Professor Francesco Lamendola nel suo “Verso una post-umanità”, 2016. Nonostante qualche smagliatura moralistica, la sconsolata disamina del Nostro è impeccabile. L’adulterazione ha quasi del tutto strappato agli uomini non solo la loro dimensione etica e spirituale, ma li ha privati pure della dignità. E’ un vero paradosso: negli animali si può scorgere un barlume di consapevolezza, persino nelle piante, mentre l’umanità è ormai annientata, reificata.

Di fronte a questo desolante spettacolo ci restano solo le parole, ci resta solo l’arma spuntata dell’ironia: lo squallore resta tale, ma l’umorismo rende un po’ meno amaro l’umore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

16 ottobre, 2016

Elogio dell'ignoranza



Viviamo in una società dove il brusio dell’"informazione" e lo scientismo hanno quasi del tutto eclissato il vero sapere, la cultura nutrita di pristine tradizioni, di consuetudini semplici, di un’istintiva e schietta adesione alla natura.

La gente di campagna è considerata, per atavico pregiudizio, ignorante, come sono guardati con sufficienza gli anziani che, più per ragioni di temperamento che anagrafiche, non sono integrati nella “comunicazione” digitale, oggi glorificata, perché ritenuta l'unica efficace ed efficiente.

Eppure quanta saggezza in quelle persone spesso attempate che ancora usano vocaboli pregnanti, corposi modi di dire, antichi e sapidi proverbi: è un mondo ormai quasi del tutto tramontato. Quante risonanze a volte in un termine solo, in un verbo coniugato nel modo giusto, in una frase impreziosita da una cadenza o da una massima vernacolare!

E’ bello percorrere una viottola del contado ed imbattersi, di quando in quando, in uomini e donne che salutano il viandante, pur non conoscendolo. A volte ci si sofferma a scambiare qualche parola e, anche se il discorso non è profondo, è pieno di cordialità, di passione, di buon senso. E’ il buon senso di chi, ad esempio, ha compreso che il cielo ed il tempo non sono più quelli di una volta. E’ il fiuto di chi non si lascia abbindolare dagli “esperti”.

Ben venga dunque questa ignoranza piena di consapevolezza: è un’ignoranza che ha alcunché di aristocratico e persino di sdegnoso, malgrado la sua rustica genuinità. Ben venga l’incompetenza tecnologica. Ben venga il rifiuto di una realtà algida e cervellotica, a favore di un’attitudine pratica, eppure non priva di un suo soffio spirituale. E’ nelle concretezza delle cose, delle esperienze, delle relazioni umane che splende ancora un’ombra di significato.

Altri elogi

Elogio della Politica

Elogio della ripetizione

Elogio dell'inadeguatezza

Elogio della felicità

Elogio della selce

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APOCALISSI ALIENE: il libro

06 ottobre, 2016

Dalla prospettiva ai modelli interpretativi del mondo



Al di fuori della Matematica che si riferisce solo a numeri morti e formule vuote e perciò può essere perfettamente logica, la Scienza non è altro che un gioco di bambini nel crepuscolo, un voler acchiappare ombre di volatili, fermare ombre di erbe al vento. (F. Pessoa)

La prospettiva, come di solito la si intende, fu elaborata nell’età umanistico-rinascimentale in primo luogo da uomini di genio quali Leon Battista Alberti, Filippo Brunelleschi e Piero della Francesca. Il termine “prospettiva” deriva dal latino “perspectiva” (Piero scrisse il trattato De perspectiva pingendi) e significa vedere bene, vedere in modo nitido (la radice indogermanica “spek” vale appunto “guardare”: si considerino lessemi come spettacolo, specchio, spia etc; il prefisso "per" ha valore intensivo). La prospettiva rinascimentale, basata su precisi criteri matematici, non è – come dimostrò Erwin Panofsky – la semplice riproduzione ottica del “reale”, ma una sua interpretazione aritmetica. Ne risulta un carattere astratto di là dal suo apparente realismo, consistente nella convergenza delle linee verso uno o più punti di fuga e nel rimpicciolimento degli oggetti all’aumentare della distanza dal punto di osservazione. La prospettiva matematica non tiene conto né della curvatura della retina né degli effetti atmosferici. Essa è dunque uno schema della realtà, sebbene dotato di un buon grado di approssimazione. La prospettiva degli antichi, invece, per quanto priva di rigore geometrico, tentava di rendere la natura ottica e retinica della percezione. Proprio per questo le colonne dei templi greci presentavano sovente, ad un terzo circa dell’altezza, un rigonfiamento definito entasi, che aveva scopo ottico-prospettico.

Ora, nei numerosi studi circa la Terra piatta si prescinde da un aspetto che, in una teoria fondata su un’osservazione diretta dei fenomeni dovrebbe essere essenziale: ci riferiamo alla convessità della retina che curva le rette e raddrizza le linee curve. Perché si trascura ciò? Tale omissione non rischia di rovesciare i corollari dei postulati? E’ poi plausibile una teoria imperniata sui sensi che sappiamo possono essere fallaci?

La stessa percezione non è mai del tutto oggettiva: è permeata di forme simboliche, di filtri culturali ed antropologici. E’ segno di superficialità porla a fondamento di un intero modello. Inoltre rivolgiamoci le seguenti domande: chi percepisce che cosa? In che modo? Soprattutto chiediamoci: che cos’è la cosa?

Come abbiamo scritto, il paradigma della Terra piatta, formulato con toni apodittici, rischia di tradursi in una resa all’oggetto, alla “realtà” là fuori, come se si potesse essere sicuri che davvero esiste un mondo esterno al soggetto che lo percepisce. E’ ovvio che tale obiezione vale anche nei confronti del paradigma opposto. Entrambi, quando esposti in termini assoluti e non proposti come ipotesi cosmologiche, denotano un ingenuo realismo, oggi superato dalla stragrande maggioranza non solo dei filosofi ma anche degli scienziati (si pensi almeno al biocentrismo di Robert Lanza) in favore di sistemi riconducibili, in misura più o meno radicale, alla teoria dell’universo olografico-noetico (dal greco nous, mente, intelletto), secondo cui spazio, tempo ed estensione sono proiezioni coscienziali, privi di una loro oggettività. Ammettiamo che il sistema olografico ha alcuni punti deboli, ma possiede tutto sommato una sua coerenza interna. E’ vero che non riesce a spiegare in modo convincente né la “concretezza” del cosmo né la genesi del male, inoltre – come abbiamo già osservato – è incompatibile con l’idea di libero arbitrio, dal momento che la Coscienza si estrinseca in un mondo che ab origine è già contenuto in sé (tutto è già accaduto). Nondimeno, il pattern olografico-coscienziale è ricco di spunti interessanti e può favorire una visione duttile e critica della “realtà”.

Al contrario, altre teorie impongono non una visione del mondo, ma un particolare tipo di mondo con coordinate rigide, promovendo il dogmatismo ora biblico ora scientista. Ci sembra un regresso rispetto alle acquisizioni più recenti, alla possibilità di ampliare gli orizzonti conoscitivi lontani da pregiudizi, semplificazioni, antiquate dicotomie.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

23 settembre, 2016

Stream and strand

Quali meandri percorrono i ricordi! Le memorie sono matasse aggrovigliate di cui è difficile trovare il bandolo. Qual è il nesso tra una memoria ed un’altra che non sembra avere alcunché di comune con la rimembranza da cui è stata partorita? Risalendo – è non è facile – la corrente delle associazioni intuitive, possiamo riuscire a scoprire la sorgente di quel particolare pensiero: si resta allora sorpresi di come un’immagine mentale, scendendo lungo le anse delle immagini successive, sia sfociata in un concetto tanto lontano, tanto eterogeneo.

Comunque, nei casi in cui il flusso di coscienza lascia intuire la sua direzione, la facoltà di ricordare, per quanto di natura enigmatica, pare ancora possedere una sua logica. Spesso è un luogo o un odore o un sapore a ridestare ricordi addormentati da tempo: ecco allora che un’onda ci sommerge e noi anneghiamo nel passato.

A volte, però, accade che una reminiscenza ci piombi addosso all’improvviso, senza alcuna causa, senza che le sia stato offerto un appiglio: da dove provengono codesti flash? Che cosa provoca questi veri e propri agguati? Tali rimembranze, simili a macigni che di botto rotolano da una scarpata, ci schiantano e ci schiacciano. Ecco allora che la concatenazione dei ricordi, da fiume della coscienza - stream of consciousness – si inarca in uno spaventevole maroso che si abbatte su di noi, scaraventandoci su una spiaggia ignota, desolata.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

27 agosto, 2016

Importanza delle virgolette



Non sono pochi gli articoli veritieri ed utili pubblicati su taluni siti indipendenti a proposito dei soggetti più disparati, ma purtroppo nella maggioranza dei casi, ci si dimentica di adottare quegli accorgimenti linguistici che collocano la questione esaminata nella giusta luce. Soprattutto non si impiegano quasi mai le virgolette atte a ristabilire il corretto valore del tema analizzato.

Vediamo due esempi. Se ci si sofferma sulla geoingegneria clandestina alias scie chimiche (chemtrails), non si possono citare programmi o progetti, bensì “programmi” o “progetti”, affinché i fruitori capiscano subito che non sono “piani”, ma criminali attività perpetrate ogni giorno in quasi tutto il pianeta da decenni. Altrimenti, si rischia di evocare qualcosa di là da venire, scivolando nella disinformazione dei geoingegneri istituzionali e degli pseudo-ambientalisti che, negando in modo pervicace l’ecocidio ed il genocidio in atto, presentano la geoingegneria come un’opzione del tutto teorica, fingendo anche, con infinita insincerità, di essere contrari.

Un altro caso. Anche i detrattori più agguerriti e tenaci dello stravolgimento normativo noto come “Buona scuola”, scrivono Buona scuola. No!!! O usi la dicitura tra virgolette oppure in modo ancora più efficace definisci la nefanda iniziativa dell’eroico Teo, “Pessima scuola”. “Pessima” – lo rammentiamo – è il superlativo assoluto di "cattivo".

In un modo o l’altro l’ironia, anzi un implacabile sarcasmo, nei confronti delle mistificazioni di ufficialisti, negazionisti e gazzettieri deve affiorare; diversamente si intorbida la notizia, si confondono eventi ed opinioni, si disorientano, anche in maniera involontaria, i lettori.

E’ poi necessario adoperare, quando si riporta una fonte o la si traduce, delle note esplicative o correttive; è d’uopo ricorrere pure ad un idoneo “sic” per sottolineare l’aberrante gravità di un’affermazione proveniente da un bugiardo di regime. Mentre le notizie dei canali ufficiali devono essere smascherate per esibire il loro carattere capzioso, fraudolento, menzognero, le informazioni di siti non allineati, se contengono ambiguità e sfocature semantiche e concettuali, vanno rettificate. Verbigrazia, non useremo mai il vieto e falso sintagma “cambiamenti climatici”, ma la locuzione i cosiddetti “cambiamenti climatici”.

E’ sovente – lo sappiamo – questione di sfumature, ma, come ci ricorda Nietzsche, “Nulla è importante come le sfumature”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

16 luglio, 2016

Eclissi della contemporaneità



Sono gli schiavi i padroni più feroci.

Viviamo in un’era di somma corruzione, di totale disfacimento. Gli ultimi sopravvissuti a quest’epoca di dissoluzione possono soltanto essere dissonanti con questi tempi… Sono, però, tempi? No, perché ogni momento storico ha un’impronta, una cultura per quanto decadente, mentre oggi la volgarità del più turpe materialismo ristagna mefitica, appena velata dall’ipocrita cipria delle “classi dirigenti”.

I veri uomini oggi non esprimono più il tempo in cui vivono, perché appunto non esiste più il tempo, putrefatto in un carnaio di malvagità pura e di ignoranza becera, la malvagità del sistema e l’ignava ignoranza di ex-uomini ed ex-donne che, in modo spesso inconsapevole, cooperano con l’establishment.

Siamo spiriti liberi: in questa palude maleodorante, in questo mondo immondo, tutto è contaminato, fuorché lo spirito e la libertà.

Viviamo in un’era di decomposizione, priva di slanci estetici, di istanze etiche: è il trionfo della vanità, dell’egocentrismo, della prepotenza. Della giustizia è stato fatto strame, la politica è stata trasformata in un sordido lupanare, l’”educazione” è misero servilismo; i criminali sono celebrati e gli onesti messi alla gogna. Oggidì probabilmente troveremo un barlume di umanità nelle succursali terrene dell’Inferno.

Come resistere di fronte a tanto scempio, di fronte al crescendo dell’orrore quotidiano? Non sappiamo rispondere: possiamo soltanto aggrapparci all’ultima speranza in una redenzione finale. E’ la stessa folle, irrazionale, eppure tenace speranza di Montale che suggella il componimento “Il sogno del prigioniero” con i versi: “L'attesa è lunga,/ il mio sogno di te non e finito”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

13 luglio, 2016

Il marchio

Da generazioni i biblisti si arrovellano per cercare di capire in che cosa consista il marchio citato in Rivelazione, libello dal nucleo gnostico con successive addizioni per lo più paoline. E’ arduo stabilirlo, ma non saremo forse lontani dal vero se vedremo in codesto stigma una diavoleria tecnologica o tout court la tecnologia intesa non come strumento, ma come “fine”, nel senso sia di scopo ultimo sia di epilogo.



Il marchio ha una natura simbolica e spirituale (di una spiritualità invertita), ma tale significato archetipico non è incompatibile con una tangibile manifestazione: il segno distintivo adombra una ritualità che sancisce il dominio definitivo sull’essere umano (oggi ne sopravvivono pochi) ormai fagocitato dalla tecnica a tal punto da essere cosa tra le cose e per giunta cosa di valore inferiore rispetto agli altri oggetti. La mercificazione dei rapporti sociali e produttivi, di marxiana memoria, si è ormai estesa e radicata in ogni dove.

Quanti oggi asseriscono che mai e poi mai si lasceranno marchiare come capi di bestiame! Sennonché già molti smaniano onde sia incorporato il microprocessore sottocutaneo: saranno così sempre collegati con i dispositivi più avveniristici. La mentalità da alveare, la mente comune, passa attraverso la connessione. La connessione è come la veste del Centauro Nesso: mortale.

Quanti, di fronte alle lusinghe o alle insidie digitali, manterranno fede al loro impegno? Vediamo già code interminabili di individui in attesa di ricevere il microchip sottopelle, come per acquistare l’ultimo modello di iPhone.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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