
La lirica “Fiume all’alba” si snoda in tre strofe ingolfate di repliche. L’invocazione ad una natura ormai larvale e marginalizzata si congestiona negli aggettivi, (infeconda tenebrosa e lieve incompiuta inquieta) ammucchiati come oggetti in un’opera di Arman, eppure frementi di una vita disperatamente amata nei suoi palpiti agonici, estremi. Il linguaggio dell’inanità, dell’incalzante impetrazione sbatte nella nevrosi. Il paesaggio si umanizza, vibrando di tremiti, odori e luci: si carica dell’inquietudine di esistere per trasfigurarsi in un delirio visionario. Così, mentre l’io lirico tenta di (ri)appropriarsi, anche attraverso l’inutile precisione della toponomastica, di luoghi e tempi,(caro acerbo volto) si sfianca in un’annominatio sgomenta (dispero della primavera), a dichiarare la perdita irrevocabile, definitiva.
Fiume all'alba
acqua infeconda tenebrosa e lieve
non rapirmi la vista
non le cose che temo
e per cui vivo
Acqua inconsistente acqua incompiuta
che odori di larva e trapassi
che odori di menta e già t'ignoro
acqua lucciola inquieta ai miei piedi
da digitate logge
da fiori troppo amati ti disancori
t'inclini e voli
oltre il Montello e di caro acerbo volto
perch'io dispero della primavera















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Buon pomeriggio, Zret.
RispondiEliminaParole meravigliose, intense, che fanno venire voglia di urlare contro l'inutilità dell'essere umano.
Perch'io dispero della primavera . Anche io mi sento immersa in un perenne autunno dell'anima.
Ciao, Sharon
E' questa, Sharon, la condizione degli ultimi esseri umani sulla Terra: essi disperano della primavera, eppure...
RispondiEliminaCiao
la poesia ci sostiene nello smarrimento,
RispondiEliminanon conoscevo Zanzotto...grazie
L'ultimo appiglio.
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