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27 settembre, 2009

Tod

"Morire è ritornare al niente, come sembrano credere molti, o significa ridiventare il Dio unico, come per quegli scienziati di Princeton e Pasadena che concepiscono la scienza più moderna come via per lo Spirito e la Salvezza? Siamo uomini-macchina, come sostenne il lucido, spietato estremismo illuministico (La Mettrie, De Sade), o siamo idee divine, sogni di Brahma? Nel primo caso, la morte è una semplice operazione di smontaggio. Nel secondo, è un transito: noi siamo un sogno di Dio... con la morte torniamo al sognatore divino, che ci riassorbe in sé, nell'unità senza tempo e senza spazio della sua coscienza unica". Così riflette Giuseppe Conte, nel saggio Il sonno degli dei, Milano, 1999.


La morte, tema cruciale, domanda vertiginosa sull'orlo del baratro.

Di nuovo, se per qualche istante trascuriamo i significati, le concezioni, le tradizioni sulla morte, cercando di estrarre i suoni, le forme ed i loro frantumi, scopriamo sbalorditivi accostamenti. Così, se circoscriviamo l'analisi ad alcune lingue indoeuropee, caviamo fonemi taglienti dal vocabolo "morte": mort(em) in latino, ma anche obitum, letum, exitium, interitus, caedes; in inglese death; in tedesco Tod; in greco, la precipite morte è il tremendo vocabolo thànatos; in sanscrito mrti. A prescindere dai valori semantici, questa T, che è anche una croce, segmenta la vita e recide il filo sottile dell'esistenza. Questa T è lama affilata e patibolo su cui è appeso il cosmo: l'universo come crocifissione primigenia bisognosa di redenzione tramite il supremo sacrificio.

Nello scrigno delle coincidenze e dei voli etimologici, la morte splende sinistramente con una chiostra di denti (death, tooth, teeth...). E' forse per questo che, secondo una credenza popolare, sognare di perdere un dente preannuncia la morte di qualcuno.

"Stridore di denti".

Se l'orizzonte dei significati è quasi sempre rassicurante o eufemistico, levigando la scabra morte con la quiete, l'oblio, il sonno, il passaggio..., il ritmo ossessivo delle dentali, simile al tremito fatale delle lancette che, ad uno ad uno, strappano gli attimi dell'esistenza, echeggia nella tranquilla dimora dei giorni. La morte, sorella del tempo.

Se il ticchettio si perde, un po' alla volta, nell'immemore melodia del silenzio, la fine non dev'essere temuta.

Nella foresta, al calar del sole, si spengono i colpi del picchio sul tronco dei larici.



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