Lo stigma per eccellenza dell’Antico e del Nuovo Testamento è comunque un altro ed è occultato nella parola “Messia”. Infatti, sebbene la stragrande maggioranza degli studiosi affermi che Messia deriva dall’ebraico “mashìach” (משיח) con il significato di "unto", reso in greco con Christòs (Χριστός), dallo stesso valore, l’insigne archeologo e semitista Mario Pincherle ha dimostrato che i traduttori sono incorsi in un grossolano errore, perché Messia vale “L’uomo che porta sul petto il sigillo regale”. Spiega Pincherle: “La parola MSA è formata da tre segni archetipici (lettere “madri”). MSA significa: “L’uomo che porta il sigillo reale”. Questa parola è stata letta in modo errato. È divenuta MSHA che significa “olio d’oliva”. Da questo errore nasce la parola “Cristo”.
A mio parere, l’espressione sopra riportata potrebbe avere una valenza letterale, ossia suggerire uno stigma sulla pelle, indicazione della natura speciale della persona che lo portava e forse tale segno era una sorta di carattere ereditario di tipo genetico, oppure un marchio che veniva impresso sul corpo di chi apparteneva alla dinastia dei re, dinastia consacrata da Dio e da Lui scelta per regnare sul “popolo eletto”. Ciò si addice alla mentalità incline alla concretezza degli antichi ebrei, alieni da speculazioni intellettuali troppo sottili.
“L’uomo che porta sul petto il sigillo reale” è dunque un re: il primo monarca degli Ebrei fu Saul (XI sec. a.C.), figlio di Qish, della tribù di Beniamino. Secondo la narrazione biblica, fu scelto dal sacerdote Samuele come sovrano degli Israeliti. In Samuele I, si legge: “Allora Samuele prese un vasetto d’olio e lo versò sul capo di Saul, poi lo baciò e gli disse:“Ecco, il Signore ti ha unto e consacrato capo d’Israele, suo popolo”.
Occorre anche rilevare che Saul apparteneva alla tribù di Beniamino, il cui nome dovrebbe significare “Figlio della mano destra”, ossia “occidentale”, forse ad indicare un’origine indoeuropea della tribù. Saul d’altronde è alto, forte e di bell’aspetto: la sua complessione ricorda quella di altri eroi israeliti, ma di tribù mescolatesi con elementi indogermanici o ariane, quale Sansone della tribù di Dan. Infatti, come rilevano alcuni storici tra cui il semitista Giovanni Garbini, alcune tribù d’Israele sono identificabili con popoli del mare, un complesso assai eterogeneo di popolazioni per lo più indoeuropee: Issacar adombra i Teucri, Dan i Danai. La parentela tra Ebrei e gruppi ariani, attestata da alcuni passi biblici e da antiche tradizioni, sembra altresì suffragata da acquisizioni storiche ed archeologiche.
Tali acquisizioni implicano un legame genetico e culturale antecedente a quello ipotizzato da Baigent, Leigh e Lincoln, nel loro famoso e discusso saggio: gli autori, infatti, sulla base di alcuni passi biblici e di qualche altro dato tradizionale, pensano che i superstiti della tribù di Beniamino, quasi sterminata dagli altri ebrei, dopo una sanguinaria guerra, per aver violato la moglie di un levita, migrarono nel Peloponneso dove si fusero con l’etnia della regione. Da questo incrocio sarebbero discesi i Franchi Sicambri che si gloriavano di possedere antenati giudei. È il caso di sfatare un luogo comune: la relazione tra Franchi ed Ebrei non è, come affermano quasi tutti, un’invenzione degli scrittori succitati, ma una leggenda alto-medievale, riportata dallo pseudo-Fredegario e da Gregorio, vescovo di Tours. I Franchi si vantavano di provenire da Noè che consideravano la sorgente della loro saggezza e di discendere dai re di Troia.




È per questo che si dice che il difetto è nel manico, ossia in un testo umano, troppo umano gabellato per parola di Dio. (Vedi L’ambiguità del sacro). Poco importa se l’ episodio che ho riassunto corrisponde al vero oppure se è un aneddoto “edificante”, poiché è comunque eloquente: infatti dimostra come un santo considerato pressoché unanimemente un esempio sublime di mansuetudine e di amore, persino (atteggiamento rarissimo all’interno del Cristianesimo) per gli animali, possa essere diverso dall’immagine agiografica cui siamo abituati. D’altronde, se così fosse, Francesco sarebbe in buona compagnia, con tutti quei “santi” fanatici e sanguinari di cui è pieno il calendario della Chiesa cattolica, da “Sant”’Elena, ex tenutaria di un postribolo ed istigatrice di delitti, a Stepinac, il massacratore di Serbi e di Ebrei, canonizzato in tempi rapidissimi da Sua “santità” Giovanni Paolo II, solo per citare due degli innumerevoli criminali della Chiesa diabolica massonica romana.


Eppure continuiamo a frequentarli anche quando ci imbattiamo in persone proterve, saccenti e volgari, forse perché si spera che si possa ogni tanto convincere qualcuno a porre tra parentesi per un istante i suoi dogmi religiosi, scientifici, filosofici. Si tenta così, se non altro di insinuare un salutare dubbio, in qualcuno. È tutto inutile! La colpa è sovente di tutti gli interlocutori, anche se alcuni sono più caparbi di altri e ripetono come mantra le loro affermazioni, sfociando in ossessivi monologhi.






