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10 settembre, 2009

Segnali dal futuro

"Segnali dal futuro" è la nuova pellicola per la regia di Alex Proyas. Tra gli interpreti principali, un sempre più finto e cereo Nicholas Cage, e Rose Byrne. Testimonianza dell'irreversibile decadenza che affligge il cinema hollywodiano di questi ultimi lustri, il film, il cui regista è ormai distante anni luce dalle atmosfere gotiche di "Dark city", incarna tutti i noti difetti del genere ingigantiti in modo abnorme: catastrofismo di cartapesta, recitazione enfatica a base di smorfie ed aggrottamenti della fronte, sceneggiatura bambinesca, montaggio sgangherato...

Pertanto i motivi di interesse del film sono extra-artistici ed innestati nella tormentosa e sgomenta temperie che stiamo vivendo: nell'epilogo della storia, il protagonista, l'astrofisico John Koestler (che fantasia nei nomi!) scopre che le voci ominose udite da una bimba in grado di predire ineluttabili disastri, sono di genesi aliena. Infatti un gruppo di extraterrestri sta organizzando in segreto il salvataggio di varie coppie di bambini con lo scopo di trasferirli su un pianeta molto simile alla terra. John, dopo aver affidato ai visitatori il figlio Caleb (questo nome, invece, è molto evocativo), rincasa rassegnato con i suoi cari, aspettando l’imminente distruzione del pianeta.

In una forsennata gara tra realtà e finzione, in cui, se ci soffermiamo sulla trama degli accadimenti, non sappiamo quale delle due sia più spaventevole, "Segnali dal futuro" pare vincere sul fil di lana, a causa della conclusione segnata dall’ekpyrosis della Terra. E' un finale coraggiosamente realistico, anche se la consunzione (non la si intenda necessariamente in senso letterale) potrebbe non essere proprio dietro l'angolo. Il tema degli extraterrestri che intervengono per salvare le nuove generazioni è un motivo che attraversa la mitologia fantascientifica sino al recente e godibile telefilm francese "Mystére", per alimentare sogni che probabilmente resteranno tali.

E' superficiale l'approccio all'isotopia del destino che, privato della sua solenne e numinosa sacralità (si pensi a Sofocle), si riduce a lotteria popolare, ad indovinello sui numeri. Quello che più disturba in questa produzione pacchiana, oltre alla solita spettacolarizzazione della paura, è il semplicistico e consolatorio espediente narrativo del trasferimento su un altro pianeta: una salvezza senza redenzione.



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03 settembre, 2009

Dark city

"Dark city" è una pellicola australiano-statunitense del 1998 per la regia di Alex Proyas.

"In una città anni Cinquanta dove è sempre notte, un gruppo di alieni manipola le memorie delle persone, cambiando le loro vite e le loro case, mentre sono addormentate, ma John Murdoch (Rufus Sewell), accusato di omicidio, resiste al trattamento. La sceneggiatura di Proyas, Dobbs e Goyer precede alcuni temi di "The Truman show" e pone domande vertiginose su che cosa sia l'identità" (P. Mereghetti).

Il film anticipa pure qualche motivo del più celebre "Matrix": l'atmosfera cupa, l'illusorietà della percezione, la strenua battaglia contro il controllo. Il protagonista, che cerca di risolvere il rompicapo della sua esistenza, in cui fluttuano memorie non sue ed oggetti mentali, si imbatte in un'organizzazione criminale controllata da un gruppo di individui chiamati Strangers. Sono alieni in grado di fermare il tempo e di alterare la realtà fisica. Alla fine, dopo varie peripezie, Murdoch elimina il capo degli Strangers. Dal buio dov'era stato risucchiato, l’uomo risale alla luce. Nell'ultima scena Murdoch sul pontile incontra una donna…

La fantascienza, con produzioni come "Dark city", dimostra di essere non tanto un genere anticipatorio, piuttosto una specie di filigrana del mondo in cui viviamo, con le sottili trame nascoste agli "uomini che non si voltano". E' una filigrana, però, che pare si possa scorgere non in controluce, ma sul fondo buio della metropoli, non città madre, ma, con volo etimologico, "città matrice", metafora della condizione umana contemporanea e forse di sempre.

Nel film la città campeggia in una scenografia simile alle cupe skylines del classico "Metropolis" e di "Batman". L'antitesi oscurità-luce, oltre all'evidente valore simbolico, snoda la lenta, ma irreversibile catabasi nell'ombra di cui Matrix, nell'ultimo episodio della saga, svela la genesi tecnologica oltre che morale.

La disperata ricerca dell'essenza, l'occulta regia degli "altri", la creazione delle memorie-schermo sono aspetti che si agganciano alle frange notturne dell'Ufologia e ne marcano la credibilità.

Il quesito sulla vera natura dell'anima è il fulcro di una rivelazione temeraria, abissale, sull'orlo di un lieto fine. Nella finzione.



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