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24 maggio, 2014

Dall'Eden all'Inferno


Francesca Stavrakopoulou, biblista ed archeologa, appartiene a quel nutrito novero di studiosi che si approccia alla Torah secondo una rigorosa metodologia critica. Le sue ricerche in loco l’hanno condotta a chiedersi quale fu la vera natura dell’Eden, se gli antichi ebrei adoravano anche una divinità femminile, se il regno di David fu leggendario…

Tra le varie investigazioni, quella sul giardino dell’Eden è forse la più gravida di conseguenze per una visione complessiva del testo sacro e delle interpretazioni successive. La Stavrakopoulou, comparata la cultura ebraica con le testimonianze archeologiche, storiche ed iconografiche di altri popoli medio-orientali dell’antichità, propende per l’identificazione dell’Eden con un manufatto architettonico, per la precisione con il tempio di Gerusalemme, costruito su progetto dell’architetto fenicio Hiram per volontà del re Salomone. L’ipotesi può apparire audace, soprattutto perché un tempio non è un verziere: tuttavia l’edificio era adornato con motivi vegetali (foglie di palma, melegrane etc.) e, da un punto di vista metaforico, può essere considerato il giardino di YHWH, la sua dimora.

Ha ragione la biblista, quando interpreta i Cherubini del Paradiso terrestre come ieratiche figure antropozoomorfe riconducibili a sculture simili con cui i re della Mezzaluna fertile abbellivano palazzi e templi. La Stavrakopoulou ritiene che la storia di Genesi non riguardi i progenitori di tutta l’umanità, ma solo un’etnia ed i suoi miti di fondazione. Lo stesso Adamo adombrerebbe un re giudeo detronizzato da un avversario più potente. Questa ci sembra un’esegesi forzata che soprattutto cancella lo sfondo senza dubbio sumerico di Genesi.

A ragione Zecharia Sitchin, Biagio Russo et al., come è notorio, reputano l’Eden un luogo coltivato. Il termine probabilmente origina dall'ugaritico 'dn', con il significato di "posto in cui scorre molta acqua", "luogo ben irrigato", a sua volta dall’accadico edinnu, “pianura”. La fonte è il sumero edin, eden, "steppa", "pianura". Nella Bibbia è descritto come una plaga dalla vegetazione lussureggiante e ben delimitata.

Il libro del profeta Ezechiele 28: 12- 14, ci offre una descrizione dell’Eden che taluni specialisti ritengono più antica del racconto di Genesi. YHWH si rivolge ad Ezechiele con queste parole: “Figlio dell'uomo, intona un lamento sul principe di Tiro e digli: ‘Così dice il Signore Dio, pieno di sapienza, perfetto in bellezza; in Eden, giardino di Dio, tu eri coperto d'ogni pietra preziosa, rubini, topazi, diamanti, crisoliti, onici e diaspri, zaffiri, carbonchi e smeraldi; e d'oro era il lavoro dei tuoi castoni e delle tue legature, preparato nel giorno in cui fosti creato. Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa; io ti posi sul monte santo di Dio e camminavi in mezzo a pietre di fuoco”.

La raffigurazione è evocativa e sembra suffragare la congettura della Stavrakopoulou, secondo cui il giardino è una sontuosa costruzione consacrata a Dio, impreziosita da gemme rutilanti e da lamine d’oro.

L’Eden era dunque a Gerusalemme? Capitale del regno ebraico dal 1070 a.C in poi, dopo la divisione della nazione in due regni, (997 a.C.), Gerusalemme continuò ad essere la capitale del regno meridionale di Giuda. Il nome più antico della città di cui si abbia memoria è “Salem” (Ge. 14:18). Il toponimo è presumibilmente da associare ad una divinità semitica occidentale chiamata Salem. Il presunto fondatore del Cristianesimo, Shaul- Paolo (Eb. 7:2) spiega che il vero significato della seconda parte del nome è “pace”, ma pare una falsa etimologia. Nei testi accadici la città era chiamata Urusalim o Ur-sa-li-im-mu. Nel toponimo si può staccare la base Ur che significa “città” nell’idioma dei Sumeri.

I primi abitanti di Gerusalemme furono i Gebusei, un gruppo di Cananei: “Urushalim”, da cui deriva “Gerusalemme”, è una parola cananea-amorrea che significa “fondato dalla divinità Shalem” e la città ha una storia che va ben oltre quella del popolo ebraico, risalendo ai Sumeri.

Gerusalemme è nota anche, per sineddoche, come Sion, toponimo dall’etimo oscuro. ll monte Sion è un'altura di 700 metri sul livello del mare. Su questo poggio si formò il nucleo originario della futura Gerusalemme.

Sitchin opina che il Monte Moriah, dove fu poi eretto il Tempio, fosse un luogo dove gli Annunaki istituirono il secondo centro di controllo della missione dopo il Diluvio universale. Prima del cataclisma, questa base era ubicata a Nippur, ma, dopo che le inondazioni sommersero la Sumeria, fu deciso di creare un altro spazio-porto proprio nel sito che in seguito ospitò Gerusalemme, città sacra per le tre religioni monoteiste medio-orientali, perché furono gli “dei” a fondarla. Sotto il basamento della Spianata delle moschee si dovrebbero trovare monoliti di eccezionali dimensioni e peso, come a Baalbek.

Che sia o no quella di Sitchin una ricostruzione fantasiosa, è incontestabile che Gerusalemme è città decisiva per Ebrei, Cristiani e Musulmani. A Gerusalemme predicarono i Messia ed il profeta Maometto fu assunto in cielo là dove oggi si staglia la scintillante Cupola della roccia.

Dante, che fu iniziato oltre che sommo poeta, riconosce il ruolo centrale della città ma – singolare scelta – vi colloca nei pressi l’ingresso dell’Inferno.

Con un volo pindarico, lungo il solco che si immerge nelle viscere del pianeta, possiamo accennare alla pellicola “Matrix” dove Zion-Sion, è l’unico centro di "Matrix” in cui gli uomini sono liberi, ma è situato (non è poi così strano) nelle profondità della Terra. Simboleggia la Terra Promessa per l'equipaggio della nave. Un simbolismo biblico ed onirico è collegato anche al nome della nave, Nebuchadnezzar (Nabucodonosor). Nebuchadnezzar, re di Babilonia, fu istruito in sogno da Dio per distruggere gli abitanti di Gerusalemme che adoravano falsi profeti.

Che Gerusalemme sia la “città della pace” donde si irradia la luce per l’umanità è forse un sogno romantico, come tutti i sogni destinati a dissiparsi con il risveglio.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

20 ottobre, 2012

L'incubo dell'universo-software

Alcune esperienze visionarie (penso in special modo a certi raggelanti racconti di Phlip K. Dick ed all’ambiguo apologo “Matrix”) suggeriscono sfumature artificiali e tecnologiche del mondo. L’universo è descritto alla maniera di un programma informatico interattivo, come cablato all’interno di ciascuno di noi.

Gli oggetti sono bit. Le emozioni, i sentimenti ed i pensieri informazioni digitali; la percezione è generata da un software. Nell’officina aliena è tutto rigidamente organizzato e diretto. Gli automi controllano automi che si credono liberi: le loro azioni sono sequenze di un filmato. I gesti si spezzano, il movimento è una successione di fotogrammi bloccati.

Il cosmo è un gioco di ruolo, con piattaforme e livelli. Le leggi di natura (ma è una “natura” meccanica) sono le regole del gioco. L’applicativo viene di volta in volta aggiornato. Ogni tanto un virus penetra nel sistema. Nulla ha scopo né senso: sullo schermo dello spazio brulicano cifre fosforescenti, serie infinite di zero e di uno.

Il fulcro di tutto è un dispositivo generatore di numeri, un’intelligenza artificiale la cui anima è un microprocessore.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

29 dicembre, 2009

Due

Il mondo materiale pare scisso da una dualità: in esso coesistono armonia e crudeltà, magnificenza e lordume. Giacomo Leopardi, nel celebre passo dello Zibaldone in cui descrive il "giardino delle sofferenze", osserva, con sguardo che potremmo definire gnostico, la natura in cui, di là dalle parvenze amene, si consuma una lotta per la sopravvivenza senza esclusione di colpi.

La riflessione sull'intima natura della natura ha impegnato profeti, filosofi, scienziati, artisti: alcuni vedono nel creato il sigillo divino, altri ritengono che in un mondo voluto da Dio si sia poi infiltrato un sabotatore per deturparlo [1], altri concepiscono la materia come antitesi pura dello Spirito, una "morta gora".

Nel Leopardi maturo l'immagine della natura si sdoppia: da un lato essa ostenta un'immagine gradevole, dall'altro affiora la sua essenza di forza cieca, di volontà tesa solo a perpetuare sé stessa, senza curarsi del destino delle creature, dei loro inani patimenti. Ecco allora la potente e solenne immagine della Natura: nella sua glaciale imperturbabilità, risponde alle domande sgomente dell'Islandese sul non-senso dell'esistenza.

E' quella del poeta recanatese una concezione anti-cosmica non molto distante dalle dottrine dualiste (dagli gnostici ai Catari) che vedono nella creazione ilica una caduta, benché Leopardi non creda in un principio spirituale contrapposto all'universo mosso da forze meramente meccanicistiche.

Il dualismo, con le sue forme più o meno radicali (dal dualismo platonico e neoplatonico con cui il cosmo che è letteralmente "ordine"è salvato, benché sia considerato inferiore all'Idea del Bene o all'Uno, al dualismo temperato del Cristianesimo paolino etc.) ha conosciuto un'inaspettata reviviscenza per mezzo di alcuni orientamenti all'interno dell'Ufologia, anche in forme estreme. Mi riferisco qui, in particolar modo, a Corrado Malanga che si è convinto che esistono due generi di uomini: gli uomini con anima e quelli, invece, che ne sono privi, i cosiddetti umani. Tale dicotomia ontologica ricorda la
distinzione gnostica tra uomini pneumatici (spirituali) ed ilici (materiali). Bisogna ammettere che questa visione è impopolare, ma, a mio parere, potrebbe non essere del tutto infondata. Infatti, prescindendo dal significato che intendiamo attribuire alla parola "anima", sembra che un divario incolmabile separi le persone: da un lato uomini con coscienza, dall'altro esseri simili a vuoti involucri, ad automi. Nel celebre film Matrix tale dialettica è riproposta, quantunque in modo ambiguo, nell'antitesi tra gli uomini e le macchine. Tale contrapposizione è evocata da quei ricercatori che individuano negli extraterrestri conosciuti come Grigi delle unità bioniche.

Il discorso è complesso e costellato di aporie, poiché è pressoché impossibile accordarsi sul valore del termine "anima" e sulle sue caratteristiche. Resta l'impressione che non tutti gli uomini siano uguali sicché talora si è tentati di ventilare ipotesi audaci ed eretiche, ad esempio, ammettendo che le piante possiedano una forma di coscienza e, nel contempo, negando che talune persone siano dotate di interiorità, simili a burattini eterodiretti, a robot menomati. Ancora più ardua è la riflessione sulla possibilità che una macchina possa acquisire, insieme con un'autonomia di pensiero e di azione, un'ombra di io. Il paradosso sarebbe se, in futuro, come in alcuni racconti e romanzi di fantascienza, cominciasse a nascere una progenie di automi senzienti in grado di soppiantare un'umanità meccanizzata e "dis-animata".

Già oggi la differenza tra uomini massificati e computers "intelligenti" è minima.


[1] Gli storici delle religioni e gli antropologi lo denominano demiurgo-trickster.



APOCALISSI ALIENE: il libro

11 dicembre, 2009

L'ambiguità di "Matrix" (un controdiscorso)

Il film "Matrix", per la regia dei fratelli Wachowski, (1999), è stato oggetto di numerose interpretazioni confluite anche in una raccolta di saggi Pillole rosse. Matrix e la filosofia, 2006. Sorprende che tra i vari esegeti, alcuni dei quali si sono persi nelle elucubrazioni più cervellotiche, nessuno abbia interpretato la nota pellicola in modo letterale. Questa lettura è peregrina, benché contenga, a mio parere, dei frammenti di verità. (Vedi Il dominio delle macchine da Atlantide a Zeitgeist).

Bisogna ricordare che "Matrix" è un'opera cinematografica che esprime, pur con qualche deviazione dall'ideologia dominante, la Weltanschauung e gli obiettivi del sistema. Pertanto trasformarla nella Bibbia dell'uomo che si ribella al potere è, per lo meno, un'ingenuità. Purtroppo è quello che è accaduto: la pillola rossa, (il) Neo-Messia che redime la popolazione asservita... sono divenuti altrettanti topoi di una rivoluzione velleitaria, surrogati della speranza in un futuro migliore. In ogni caso "Matrix", oltre a fornire interessanti spunti di riflessione su temi ontologici (che cos'è la realtà?), lascia filtrare qualche rivelazione affidata a particolari all'apparenza insignificanti e ad alcune battute dei personaggi, più che all'intreccio nel suo complesso, soprattutto se si leggono al contrario certi aspetti.

Proviamo ad invertire la dialettica uomini-macchine e scopriremo inquietanti risvolti. Si pensi alla frase pronunciata da Morpheus che è un'allusione alle scie chimiche: "Non so quando avvenne, ma ricordo che fummo noi ad oscurare il cielo". Il mentore di Neo intende qui riferirsi alla decisione che presero gli uomini di filtrare la luce del sole per tentare di sottrarre alle macchine l'energia che, alimentandole, le stava rendendo in grado di sopraffare le persone. E' questo forse uno stratagemma narrativo per deresponsabilizzare le élites che perseguono il folle disegno di trasformare l’umanità in un computer bionico. L'oscuramento è anzi volto alla distruzione della biosfera, mentre le microstrutture (M.E.M.S.) sono alimentate dalle onde elettromagnetiche e dai raggi ultravioletti.



L'antitesi tra artifciale e naturale enfatizzata nel film confligge con l'integrazione tra organismi viventi e programmi informatici senzienti vagheggiata dal sistema. D'altronde l'algida matrice che genera una realtà intesa come neuro-simulazione, è combattuta da rivoltosi la cui visione della vita, meramente biologista (gli uomini sono batterie, la mente identificata con l’encefalo, le esperienze come neuro-stimolazioni...), non si discosta molto dalla ferrea ed impersonale gestione energetica attuata dalle macchine.

Benché, per l'enucleazione dei motivi che costellano la pellicola dei fratelli Wachowski si siano scomodati Platone, la Gnosi, Kant etc., siamo al cospetto di una concezione tecno-esoterica in cui i nomi dei personaggi sono sovente più significativi della trama: così Neo è, nella sua vita irreale, Anderson, ossia in una contaminatio tra greco ed inglese, il Figlio dell'Uomo (adombramento del falso Messia, già evocato da Steiner); Morpheus è il nome del dio del Sonno, dunque è colui che, lungi dal risvegliare il protagonista in un mondo atroce ma vero, lo immerge nell'ipnosi dell'inganno che si perpetua, anche se in un differente stato percettivo.

Emblematico è anche il nome della città di Zion. Sion, la città di Dio, è l’unico centro di "Matrix "in cui gli uomini sono liberi, ma è ubicato (non è poi così strano) nelle profondità della terra. Simboleggia la Terra Promessa per l'equipaggio della nave, ma adombra anche uno fra i vertici dell'esecrando potere mondiale.

Un simbolismo biblico ed onirico è collegato anche al nome della nave, Nebuchadnezzar (Nabucodonosor). Nebuchadnezzar, re di Babilonia, fu istruito in sogno da Dio per distruggere gli abitanti di Gerusalemme che adoravano falsi profeti.

Pare dunque di poter intravedere, nel discorso digitale-cibernetico, una filigrana luciferino-transumanista: Neo, il Messia del futuro, è l'Uomo-macchina che, battendosi (fingendo di battersi) per liberare l'umanità dalla schiavitù all'Intelligenza artificiale, alla fine ne riafferma il predominio, mancandogli del tutto una dimensione spirituale, surrogata dalla padronanza delle arti marziali.

L'epigrafe del film è nell'obliqua battuta di Morpheus: "Il corpo non sopravvive senza mente". Il generico e rigido dualismo corpo-mente si rattrappisce nell'unità del cervello, sia esso biologico o elettronico.

Nonostante questi limiti ed ambiguità della produzione cinematografica, resta indelebile la sequenza in cui, azzerata la simulazione elettronica, Morpheus mostra a Neo la Terra così com'è realmente: un immenso cumulo di rovine sovrastato da un cielo grigio e metallico, una landa in cui gli edifici semidistrutti da una guerra planetaria paiono statue di divinità pagane spezzate dalla furia di un cataclisma. E' immagine potente, simbolo della desertificazione del mondo che ci circonda e dell'aridità interiore.

Non occorre, però, che alcun programma informatico crei uno scenario di vita fittizia, visto che il pianeta è già un cadavere.

Non occorre che le macchine prendano il sopravvento su uomini che sono già automi.



APOCALISSI ALIENE: il libro

03 settembre, 2009

Dark city

"Dark city" è una pellicola australiano-statunitense del 1998 per la regia di Alex Proyas.

"In una città anni Cinquanta dove è sempre notte, un gruppo di alieni manipola le memorie delle persone, cambiando le loro vite e le loro case, mentre sono addormentate, ma John Murdoch (Rufus Sewell), accusato di omicidio, resiste al trattamento. La sceneggiatura di Proyas, Dobbs e Goyer precede alcuni temi di "The Truman show" e pone domande vertiginose su che cosa sia l'identità" (P. Mereghetti).

Il film anticipa pure qualche motivo del più celebre "Matrix": l'atmosfera cupa, l'illusorietà della percezione, la strenua battaglia contro il controllo. Il protagonista, che cerca di risolvere il rompicapo della sua esistenza, in cui fluttuano memorie non sue ed oggetti mentali, si imbatte in un'organizzazione criminale controllata da un gruppo di individui chiamati Strangers. Sono alieni in grado di fermare il tempo e di alterare la realtà fisica. Alla fine, dopo varie peripezie, Murdoch elimina il capo degli Strangers. Dal buio dov'era stato risucchiato, l’uomo risale alla luce. Nell'ultima scena Murdoch sul pontile incontra una donna…

La fantascienza, con produzioni come "Dark city", dimostra di essere non tanto un genere anticipatorio, piuttosto una specie di filigrana del mondo in cui viviamo, con le sottili trame nascoste agli "uomini che non si voltano". E' una filigrana, però, che pare si possa scorgere non in controluce, ma sul fondo buio della metropoli, non città madre, ma, con volo etimologico, "città matrice", metafora della condizione umana contemporanea e forse di sempre.

Nel film la città campeggia in una scenografia simile alle cupe skylines del classico "Metropolis" e di "Batman". L'antitesi oscurità-luce, oltre all'evidente valore simbolico, snoda la lenta, ma irreversibile catabasi nell'ombra di cui Matrix, nell'ultimo episodio della saga, svela la genesi tecnologica oltre che morale.

La disperata ricerca dell'essenza, l'occulta regia degli "altri", la creazione delle memorie-schermo sono aspetti che si agganciano alle frange notturne dell'Ufologia e ne marcano la credibilità.

Il quesito sulla vera natura dell'anima è il fulcro di una rivelazione temeraria, abissale, sull'orlo di un lieto fine. Nella finzione.



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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

16 giugno, 2009

Schiavi degli invisibili

"La prima mucca che si rivolterà perché le rubano il latte, verrà subito uccisa. E la prima ape che si lamenterà perché le rubano il miele, verrà schiacciata. E il primo uomo che scoprirà l'esistenza dei veri padroni dell'umanità, i Vitoni, morirà immediatamente": questo è l'incipit del romanzo di fantascienza scritto da Erik Frank Russell. L'opera fu ispirata a Russell da due considerazioni: "Dato che tutti gli uomini amano la pace, perché allora non riescono ad averla?. "Se esistono razze extraterrestri più progredite dell'uomo, perché non vengono a trovarci?" La risposta di Russell, suggeritagli dalle opere di Charles Fort, è la seguente: "Il genere umano è già stato conquistato da altre intelligenze. Sono questi nostri sconosciuti padroni a fomentare le guerre e ad impedire alle altre razze del cosmo di comunicare con noi".

Erik Frank Russell (1905-1978) esordì nel genere fantascientifico, pubblicando sulla rivista Astounding Science Fiction, nel febbraio 1937, The saga of Pelican West e, in seguito, altri lavori. Il suo romanzo più noto è Sinister barrier.

L'opera narrativa apparve sulla rivista Unknown, nel 1939. La prima edizione in volume è del 1943, rimaneggiata nel 1948; la traduzione italiana, con l'indovinato titolo Schiavi degli invisibili, fu pubblicata nella collana "Urania".

"L'azione del romanzo si svolge nell'anno 2015 e prende le mosse da una sconcertante catena di decessi tra le fila dei più grandi scienziati del mondo. Un intrepido investigatore intravede un movente occulto che lega queste morti sospette e catalizza attorno alla sua convenzionale figura una struttura narrativa di taglio poliziesco. Il protagonista ben presto mette in luce la presenza minacciosa di coloro che reggono i destini dell'umanità. Sono gli impalpabili, ma onnipotenti vitoni, resi visibili all'uomo da una fortuita scoperta scientifica che ha scatenato la loro spietata reazione. L'idea dei vitoni, descritti come sfere luminose azzurro-pallido dotate di percezione extrasensoriale, è sviluppata da Russell con ricchezza di implicazioni: il loro ruolo nella storia del mondo si rivela quello di diabolici provocatori di rivalità, gelosie, odio e guerre tra gli uomini. Per la razza primigenia dei vitoni, la Terra è un volgarissimo pascolo di vacche da mungere e le vacche sono gli uomini che, debitamente istigati, forniscono da sempre ai loro invisibili padroni l'indispensabile alimento di energia emotiva. Senza mai essersene resi conto, gli uomini hanno offerto a questa genia di vampireschi parassiti un prezioso distillato di emozioni, le stesse emozioni dalle quali sono scaturiti secoli e secoli di ottuse discordie. La storia si conclude con la distruzione dei vitoni, per opera di una pugnace schiera di uomini."

Questo è l'intreccio di Sinister barrier, una summa di motivi che si incastrano quasi in modo perfetto nel disegno della congiura arcontica, della cui mortale insidia la Gnosi (Paolo e Filippo, in particolar modo o chi per loro) tentò di avvertire un'umanità dormiente ed incantata da falsi dèi. Numerosi sono gli addentellati tra la "finzione" e la realtà: i vitoni sono invisibili come gli Arconti; le demoniache creature si nutrono dell'energia succhiata ad uomini inconsapevoli; i parassiti dell'astrale istigano stragi e scontri per dominare il mondo (divide et impera) proprio come le élites. Persino le sembianze dei vitoni, ossia quelle di sfere azzurrognole, evocano i globi e gli aloni luminosi che talora sono scorti dalle vittime di rapimenti "alieni" e non solo.

Russell tende a stemperare la tragicità di una condizione che egli sente intimamente verosimile con l'ironia, ma i suoi carnefici occulti ricordano troppo i vampiri della tradizione antica e medievale e soprattutto i voladores di Castaneda per essere reputati solo il parto di una fervida fantasia.

Gli uomini in genere non accettano di guardare l'invisibile: preferiscono baloccarsi con le loro stolide credenze, aggrapparsi ai loro dogmi scientifici. L''incredula, tetragona razionalità impera ed i dominatori hanno facile gioco nel rafforzare la loro sanguinaria egemonia. Chiediamoci: si spiega tutta la ferocia della storia, solo incolpando l'umanità? Altri lo credano, ma penso la verità sia differente. Forse non ha torto Russell, allorquando ipotizza che i vitoni impediscono ad esseri evoluti di entrare in contatto con l'umanità. Pare che la Terra sia un gigantesco penitenziario i cui carcerieri non tollerano che alcuno si avvicini alla prigione. Specialmente il pianeta è una stalla.

Su Gaia sono stati piantati neri vessilli ed edificate mostruose strutture di potere: nessuno può scampare. Nessuno può scampare? Alcuni congetturano che agisca un collegio nascosto, una quinta colonna ed anche tale possibilità trova riscontro nel romanzo di Russell che mette in scena un manipolo di coraggiosi oppositori destinati a battere i vitoni. E' questo forse l'aspetto più caduco del libro, più un tributo all'happy end, un ingenuo auspicio che un credibile sviluppo di una trama compromessa nel suo terribile antefatto. Interverrà un salvatore? Un popolo delle stelle potrà oltrepassare le colonne d'Ercole? Il raggiungimento della massa critica porterà all'implosione del sistema?

Si può e si deve ancora agire, ma ricordiamo che l'inferno è dietro l'angolo.


Fonte: Enciclopedia della Fantascienza, Milano, 1980, s.v. Russell e Schiavi degli invisibili

Articolo correlato: F. Lamendola, Gli esseri psichici, signori della menzogna, si servono di umani per realizzare i loro fini, 2009


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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

07 maggio, 2009

Oltre il dualismo (articolo di Davy-seconda ed ultima parte)

Pubblico la seconda ed ultima parte dell'articolo di Davy, "Oltre il dualismo". E' un testo molto eccentrico e, per alcuni versi, duro, ma che apre prospettive degne comunque di essere prese in considerazione, almeno per ampliare l'orizzonte dell'indagine. Mi paiono, in particolare, molto interessanti le riflessioni sul tema della percezione, riferita a diversi angoli visuali. A ben leggere, la teoria esposta, pur nella sua audace fuga in avanti, trova degli antecedenti nella "risoluzione" catara e nel Nirvana buddhista. D'altronde, perché, in molte tradizioni, si persegue il fine dell'estinzione, se l'essere non fosse, almeno in parte, un cedimento? (Si vedano Entropia e buchi neri e Horror pleni). Per quanto riguarda il discorso dell'energia, lo espanderei alla dimensione di solito denominata astrale e ad altre sfere di esistenza non manifeste: tenendo conto dell'estensione ontologica dell'essere umano (di tutti?), il "semplice" spegnimento della fonte relativa all'involucro potrebbe non essere bastevole.

Riprendiamo il discorso della contrapposizione tra consenso e dissenso e soffermiamoci sulle scie chimiche che potrebbero dimostrare la volontà dei potenti a dimezzare o a sfoltire la popolazione mondiale: tale conclusione diventa discutibile, quando si leggono i documenti militari ufficiali su cui è basata la gestione del futuro. Documenti come l'Air Force 2025 esprimono l’intenzione delle élites di aumentare, secondo specifiche selezioni, la popolazione mondiale futura e non il contrario.

L'U.S.A.F. non si pone come obiettivo lo sterminio, semmai il contenimento della popolazione, un mirato controllo demografico.

Abbiamo dimostrato che le scie chimiche servono anche a causare malattie, ma varie patologie (si pensi al Morgellons) derivanti dalle irrorazioni chimico-biologiche, sono effetti collaterali di un’operazione i cui veri scopi sono altri.

Come sappiamo l’essere umano, in termini individuali, è considerato elemento anonimo di una massa umana standard, formata da una moltitudine di individui che possono essere calcolati e descritti in termini meramenti quantitativi: “l’essere umano attuale” è semplicemente paragonato ad una batteria elettrica che diventa infinita fonte di energia. Tramite la riproduzione, inoltre, gli uomini assicurano una costante alimentazione.

Sappiamo che l’ambiente circostante è possibilità di espressione per altre specie, come, ad esempio, gli insetti che, nonostante vivano nel nostro stesso mondo, hanno comunque una percezione del tempo e dello spazio molto differente dalla nostra. Ci potremmo riferire anche agli "alieni" che, oltre alla differente percezione spazio-temporale (da quanto viene talora riportato), agiscono nella nostra dimensione, ma con la capacità di influire sulle "leggi" definite dalla fisica tradizionale, ma ciò avviene perché essi hanno basi di calcolo percettivo (spazio-tempo-energia) diverse da quelle umane. Per questo non vedremo mai gli "alieni" con il nostro "metodo" di lettura e, se avverrà un’invasione, sarà un’invasione psichica e non tecnologica.

Nel contempo, vediamo insetti fisici in luogo di primitivi microcircuiti elettrici, perché anch’essi sono, in un certo senso, alieni, ma avendo gli stessi teso la ragnatela sulla quale vengono programmati i parametri di lettura dell’essere umano, hanno inserito impostazioni di lettura a proprio piacimento nella programmazione genetica.

L’essere umano si esprime tramite il cervello che traduce appunto tali parametri di lettura scritti nella programmazione genetica: il cervello è una sorta di computer che analizza e traduce miliardi di reazioni bio-chimiche in lassi di tempo limitati ed elaborando dati sensoriali di uno spettro molto ristretto. L'uomo, come ogni essere vivente, è sia alimentato sia sfruttato.

Quindi, a questo punto, è plausibile che il cervello funga come una specie di trasformatore elettrico che attinge ad un’infinita e potenziale energia Animica nella parte inconscia. Con un processo di trasformazione, l'encefalo produce energia elettrica nella parte Conscia che si esprime in movimenti, sentimenti e percezioni. La stessa attività elettrica generata non può essere sfruttata dalla persona stessa, perché essa è costantemente canalizzata da un filtro che la devia ... altrove, ovvero tutto ciò che manifestiamo in sentimento ed azione, è in realtà sfruttato “Altrove”.

Se questa fantascientifica teoria fosse verosimile, la nostra realtà sarebbe una pura illusione, assimilabile alla famosa “Matrix” e sarebbe dunque una realtà fittizia basata sullo sfruttamento dell’elettricità umana: gli uomini, tramite l’ipnosi condizionata, crederebbero di vivere una vita che è in verità “solo” fonte di energia elettrica.

L’essere umano è schiavo di un sogno costante e senza valore, ma crede di vivere ed esistere realmente in un film che, invece, non gli appartiene (se non avesse questa credenza, non esisterebbe alcun tipo di limitazione genetica e cerebrale): infatti è stato programmato con un cervello da gallina che gli impone di pensare che questa sia la vita.

Anche se talvolta alcuni diventano consapevoli di ciò e nonostante certi sappiano che l’essere umano è la batteria che alimenta l’ipnosi collettiva, possiamo anche credere nell’esistenza di altre entità che possono definirsi "aliene". Esse hanno altre concezioni e metodi di lettura della matrice sulla quale è, per ora, scritto ogni destino, ma il punto d’osservazione principale in questo infinito universo, è quello umano.

Dunque l’uomo alimenta la “macchina” che ha creato artificialmente l’apparente realtà e nessuno ha mai notato che l’essere umano stesso, nonostante possa divenire conscio dell’ipnosi e del condizionamento, darà sempre energia (indipendentemente dalla sua volontà) alle macchine… E' dunque l’uomo inconsapevole nemico di sé stesso, perché l’unico modo per uscire da questa fittizia realtà è togliere l’alimentazione a tali macchine e l’unica maniera per togliere l’alimentazione è la propria estinzione.

Infine ci troviamo di fronte ad un dilemma: salvare l’umanità conosciuta per salvare le macchine oppure distruggere la stessa umanità per NON alimentare e distruggere le macchine, artefici di questo sogno?

Leggi qui la prima parte.



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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

18 aprile, 2009

Vizi e virtù del virtuale

Nell'ormai lontano 1966, Primo Levi scrisse un racconto intitolato Trattamento di quiescenza. L'autore riuscì a predire la tecnologia su cui si fonda la realtà virtuale: una macchina trasmette sensazioni a livello nervoso, generando scenari fittizi ma realistici. Fino a qualche anno addietro il virtuale era legato ad un casco ed un guanto ad hoc. Si penetrava in una dimensione parallela, astrattamente verosimile.

Oggi le tecnologie mettono a disposizione strumenti con cui la differenza tra la “realtà” empirica ed il mondo ricostruito per mezzo di matrici si è ridotta. In futuro entreremo in modo inavvertito in una gabbia dorata? Lì le sensazioni saranno portate ad un diapason parossistico, con la perdita della sensibilità. E' evidente che questa parabola implica una rivoluzione antropologica poiché non sappiamo che significato assuma l'io in una rielaborazione tecnologica del reale e come si configuri l'identità. La percezione assumerà inedite, distorte configurazioni. Sono questioni complesse e che presuppongono quesiti ancora più radicali: che cos'è la realtà? Non è forse anch'essa, almeno sotto certi rispetti, una matrice? Forse viviamo in una simulazione di cui non siamo consapevoli.

Il celebre film Matrix descrive un mondo reale che è un cupo, angosciante sotterraneo, mentre le macchine creano una simulazione scambiata per realtà. Uscire da Matrix è un'esperienza sconvolgente, perché si scopre il vero volto della vita: alla fine, però, si sfocia in una sorta di antiliberazione, giacché la conoscenza della verità, invece di elevare verso uno stato di affrancamento totale, costringe ad una lotta spesso impari contro il potere, imprigiona in un'esistenza travagliata. Manca una prospettiva superiore né le arti marziali o qualche conoscenza tecnica possono colmare il vuoto.

In verità, i fenomeni, pur nella loro caducità, paiono manifestazioni di una coscienza invisibile il cui potere creativo lascia meravigliati. E' una Mente che inscena spettacoli grandiosi, che intreccia le collane delle costellazioni alle ghirlande dei corimbi, lascia vibrare nel canto delle balene l'eco remota della genesi.

Proprio perché i demoni incrudeliscono in quest'angolo di cosmo, allestendo spettacoli rutilanti e finti come dozzinali scenografie di cartapesta, dimostrando un pazzo odio per la natura, siamo indotti ad allontanarci sempre più dalla seduzione silicea del virtuale per (ri)scoprire la bellezza delle rive sideree dove si infrangono onde di silenzio ineffabile. Senza ascoltare il canto delle sirene di plastica, potremo navigare verso isole incognite, fantastiche.

L'armonia è spontanea e naturale. E' agli antipodi di avvilenti simulazioni virtuali riconducibili, alla fine, a sequenze di gelide cifre.

Qualche orizzonte più arioso si disegna, se comprendiamo che la tecnologia non è il rimedio contro la tecnologia.



APOCALISSI ALIENE: il libro
TANKER ENEMY TV: i filmati del Comitato Nazionale

Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

15 aprile, 2009

Oltre il dualismo (articolo di Davy-prima parte)

Pubblico un articolo che ha suscitato in me alcune riflessioni. In primo luogo, ha ragione Davy, nel momento in cui avverte che, non di rado, certe contrapposizioni sono fittizie e create dal sistema per attuare il solito "divide et impera". Un giornalista italiano, reputato dai più uno strenuo ricercatore delle verità scomode, in realtà, non ricordando mai che il C.F.R. fu fondato dai Gesuiti (è solo un esempio), con i suoi pur pregevoli e documentati articoli, ma a senso unico, alla fine disinforma. Dunque è bene imparare (è arduo, ma bisogna provarci) a distinguere tra veri e falsi attivisti: anche nel campo delle scie chimiche siti infiltrati dai servizi servono a sterilizzare il problema, a deviare l'attenzione su questioni marginali e depistanti, a dividere e confondere i cittadini.

E' palese: Davy vuole andare oltre per cercare di rendere conto dell'eterna lotta tra il bene ed il male (mi si passi l'espressione un po' enfatica e riduttiva, ma rende l'idea), riferendo questa distinzione ad un substrato cosmico ed energetico. Non mancherò di notare che il balzo è notevole e pure un po' audace: possiamo assimilare bene e male alle cariche positive e negative di alcune particelle? Qui noto un inevitabile iato, ma apprezzo che ci si interroghi su questo radicale tema per fornire qualche risposta, sebbene provvisoria e parziale. Esiste un punto in cui non ha più alcun senso parlare di bene e di male? Sì, quel punto, a mio parere, è il Nulla. Già negli istanti successivi al Nulla (o Nirvana, il non-respiro), almeno come possibilità cominciò ad affiorare un'anomalia: già il tempo lo è. Può essere stato un azzardo alla Hawking o l''entropia o una scheggia proiettata dallo scalpello, nel momento in cui la mirabile scultura della creazione prendeva forma. Forse è un aspetto consustanziale all'universo o connaturato a questo universo in cui viviamo noi terrestri ed altri esseri. E' possibile che un giorno questa frattura sarà ricomposta. Spero che quel giorno non sia lontano, pur nella coscienza che il tempo è illusorio.

Sull'anomalia mi soffermerò nell'ambito di una recensione. Quindi per ora non aggiungo altro, ma sottolineo un passaggio del testo di Davy che ritengo cruciale: "La massa è per il 95% ottusa ed ignorante ed è così che deve essere al 1.000 per 1.000 affinché sia controllata in modo definitivo". Porsi e porre dei quesiti, interrogare la realtà, indagare, per quanto possibile a 360 gradi, rifiutarsi di accettare "verità" preconfezionate serve a non essere controllati in modo definitivo, serve a non servire.



La distinzione tra bene e male è in sé il paradosso più grande dell’intera umanità, perché tutto è basato su tale antitesi. Il sistema nel globo crea contrasti nelle popolazioni a causa delle differenti ideologie di uno stesso paese, come di paesi differenti. Ci sono governi che la pensano in un modo ed altri in un altro, altri stanno un po’ da una parte ed un po’ dall’altra, ma mai in un punto in comune che concili tutti quanti.

Lo stesso vale per il credente come per l’attivista politico o studioso di cospirazioni che sia, il quale spreme di continuo le proprie meningi per capire quale sia la cosa giusta per l’umanità, ma ciò accade anche allo stesso fantomatico cospiratore che sta da una parte o dall’altra. Entrambe le parti, qualunque esse siano, esprimono il consenso da una parte ed il dissenso dall’altra. Esprimono un’intesa che crea degli opposti, in cui gli stessi opposti determinano un’intesa nell’opposta ideologia. Il rischio è che la parola “cospiratore” resti nel mezzo del libro delle parole e che il suo significato dipenda solo da chi l’analizza.

Su ciò è basato il “dividi e comanda” e la “trascendenza”, ossia sulla creazione di un’ideologia come la religione o la politica: esse, scisse in opposti, diventano varie confessioni o fazioni politiche che inducono la massa umana a scannarsi dentro quegli opposti (creati appositamente e gestiti dagli strati più alti della piramide), con il solo scopo di portare una persona a credere che si può essere di un colore o di un altro, ma mai di essere del proprio colore e della propria convinzione personale.

Purtroppo (o per fortuna), in questi ultimi anni, in molti hanno imparato a capire e generalizzare il singolo individuo, come anche la propaganda che può influire su miliardi di persone in modo contemporaneo. (Si pensi agli eventi del 9-11).

Quello che si può riscontrare nelle varie parti analizzate, è in sé l’assuefazione del singolo individuo, come della massa a cui appartiene, verso l’ufficialità mediatica che è posta come verità standard dai libri di scuola e dai mezzi di comunicazione di massa. La stessa verità ufficiale, però, non è solo questo: è anche tutto ciò che viene consentito di pubblicare anche nei siti più accusati, la cui più realistica descrizione dei fatti è comunque una verità che crea opposizioni e consensi tra attivisti ed “attivissimi burattinai”.

Come tempo addietro scrissi nell’articolo Le limitazioni del proprio io, quando un individuo va un po’ oltre alle concezioni standard, trova le risposte più adeguate alle sue domande in recinti appropriati e, come nel caso di chi dedica la propria Esistenza alla divulgazione, ci si trova molto spesso a fornire risposte consone a quegli individui che sono andati di là dalle normali concezioni. Purtroppo (o per fortuna), però, a loro sono sicuramente state date risposte adeguate ai relativi dubbi. Tuttavia fino a che punto abbiamo scavato nella tana del bianconiglio per ottenere tali risposte?

Negli ultimi anni, la scienza ha tentato di dimostrare come alcune caratteristiche della materia-energia rispecchino una struttura più profonda. Si è dimostrato che qualunque elemento (come ogni situazione), per esistere deve avere almeno un opposto, descrivendo dalla reazione dalla molecola creata da atomi con differente carica fino alla composizione di qualunque sostanza tramite le stesse molecole composte da atomi. Tutto è descrivibile in equazioni, la cui rappresentazione è semplificata e generalizzata nel linguaggio scientifico che pare sempre più simile alla descrizione di un programma creato da evoluti programmatori : essi talora lo paragonano nelle proprie conclusioni ad una realtà in stile Matrix. Se ciò fosse vero, se fossimo veramente in Matrix, come sarebbero in realtà le cose?

Ho riscontrato negli anni che è vero che non tutti sono uguali e che la nuova classe di potere punta proprio all’inadeguata eguaglianza sociale, perché la massa è per il 95% ottusa ed ignorante ed è così che deve essere al 1.000 per 1.000 affinché sia controllata in modo definitivo. Se così non fosse, infatti, oggi l’attivismo sarebbe la forza sociale che avrebbe preso le redini dell’Italia e del mondo, ma così non è e mai sarà, poiché la “massa” è un semplice software che legge il programma, secondo la propria programmazione genetica che tende ad essere influenzata drasticamente da determinati fattori esterni che puntano ad equalizzarla.

Chi è andato oltre nel capire la logica, spesso cerca le vere spiegazioni: chi è andato oltre è un’anomalia che sarà chippata da “fantomatici” alieni per rimettere l’individuo sulla “retta via”.

In sintesi, le persone normali (ovvero i menomati senza possibilità di ragionamento) sono quelli senza consistenti interferenze esterne, perché i chips sono impiantati solo a chi si pone DETERMINATE domande.



APOCALISSI ALIENE: il libro
TANKER ENEMY TV: i filmati del Comitato Nazionale

Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

07 aprile, 2009

Hard and soft

"E' necessario che gli animali si divorino tra loro. [...] Il morire è un cambiare di corpo, come l'attore cambia di abito. [...] Gli uomini si armano gli uni contro gli altri perché sono mortali ed i loro ordinati combattimenti che assomigliano a danze pirriche, ci mostrano che gli affari degli uomini sono semplicemente dei giochi e che la morte non è nulla di terribile [...]. Come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare le stragi, le morti come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali. [...] Coloro che non conoscono ciò che è serio, prendono sul serio i loro giochi e sono giocattoli essi stessi. Anche i fanciulli piangono e si lamentano per cose che non sono mali".


Così si esprime il filosofo Plotino, convinto che la vita è illusione, fantasma ludico. Sulla scia di Platone, il pensatore ritiene che la vera realtà sia iperuranica. Il celebre film Matrix si richiama, tra le varie fonti, al fondatore dell'Accademia, ma con una fondamentale differenza: il mondo reale è orribile, squallido, mentre in Platone il regno delle idee è radioso, illuminato dall'Idea del Bene. Quale Weltanschauung si avvicina maggiormente al vero?

Sono numerose e, almeno all'apparenza inconciliabili, le concezioni dell'universo: a concezioni soft, secondo le quali il cosmo è Maya, mentre il vero essere è oltre (Vedanta, Parmenide sino a Bohm e Wheeler, passando per Berkeley), si contrappongono interpretazioni hard, per cui il reale possiede una sua oggettività, un suo substrato. Alle quattro interazioni fondamentali, manifestazioni della materia-energia, soggiacciono delle leggi avulse dalla mente. La stesse visioni cosmologiche oscillano tra versioni radicali (per Wheeler l'essere si palesa quando è percepito), ad altre che postulano un quid indipendente dall'osservatore che influisce su certe condizioni, ma non le pone.

Apparenza? Realtà? In che cosa consiste la differenza e come distinguerle? Se il mondo fenomenico è solo un velo ingannevole o un programma in cui tutto è codificato, allora ha ragione Plotino e "gli affari degli uomini sono semplicemente dei giochi". Da quale principio promanino le parvenze e per quale motivo l'essere scivoli nell'hyle, resta un arcano. Lo slittamento era ed è un male necessario?

Se la vita è un dramma in cui si recita una parte, l'etica rischia di perdere i suoi fondamenti; se l'esistenza è predeterminata da un oloprogramma, si dissolve il libero arbitrio.

E' possibile che il non essere si sia, in qualche modo, solidificato, sebbene, come i solidi possa essere ricondotto ad una vibrazione originaria, ad un movimento rapidissimo di fili sottilissimi. E’ proprio questo moto velocissimo a dare l’illusione della stasi. Similmente la luce bianca contiene tutti i colori, benché noi ne vediamo uno solo.

La totalità è attraversata da profonde fratture da cui si genera il molteplice con una proliferazione di enti, dalla materia sino all’essere, passando per numerosi livelli intermedi.

Il non essere così, espulso dalla porta, altro allotrio rispetto all'Uno, rientra dalla finestra come relativo al cui interno gli schemi spazio-temporali e le ripetizioni meccaniche paiono infrangibili, assolute.

Suprema, improba impresa soltanto immaginare un modo di uscire dalla caverna, ma è il nostro destino, anche se, dapprincipio, la luce che splende là fuori ci accecherà.



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