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12 gennaio, 2018

Domani



E’ inevitabile: gli uomini non riescono a vivere il presente, piuttosto tendono a proiettarsi nel futuro, quando non si ripiegano sul passato. Si è che l’adesso, oltre ad essere insoddisfacente, è quanto mai effimero: così ci protendiamo, pieni di ingenue speranze, verso l’avvenire. Non sappiamo neppure se domani saremo ancora vivi, ma non ci stanchiamo mai di progettare, antivedere, concepire, come se il futuro ci appartenesse, come se fosse una miniera di opportunità e di gratificazioni.

Lo stesso Nietzsche, fra i pochi pensatori che non si lascia incantare dal miraggio dell’avvenire, dalle “magnifiche sorti e progressive”, nel momento in cui esorta a vivere l’istante onde sia riempito di gioiosa accettazione dell’esistenza, non vince del tutto l’istinto a proiettarsi nel tempo futuro, dacché, spinto da un disperato ottimismo, è incline a vagheggiare in un'età lontana l’avvento dell’oltreuomo.

La religione e la scienza, ma pure la politica promettono l’eldorado: basta saper aspettare… e si aspetta Godot.

“Domani”: mai vocabolo fu più evocativo, mai vocabolo fu più vuoto.

A differenza di quanto il volgo ripete, l’incitamento di Orazio “carpe diem” non solo non significa “cogli l’attimo”, bensì “afferra il giorno”, ma soprattutto non esprime un triviale edonismo, quanto un’esortazione a strappare ad un destino avaro le pochissime gioie che ci può forse offrire, con la consapevolezza che il domani incombe, foriero di incognite e di insidie.

Più dei filosofi, i poeti additano le verità, non di rado sgradevoli. Leopardi, nel celeberrimo “Sabato del villaggio”, c’insegna a non riporre fiducia alcuna nel futuro: “diman tristezza e noia recheran l’ore”. La fede nell’avvenire è solo una delle tante illusioni che consentono all’umanità di sopravvivere: è il monito che echeggia pure nel “Dialogo di un passeggere e di un venditore di almanacchi”. L’anno nuovo, che popoliamo di disegni e di sogni, se non sarà simile all’anno che l’ha preceduto, sarà peggiore.

Così, anche se siamo consci nel nostro intimo del perenne, sempre risorgente inganno, ci lasciamo ammaliare dalle sirene del futuro. Eppure, come le sirene che affascinano Ulisse, che cosa può garantire il futuro? Solo la morte.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 giugno, 2017

Trasalimento



E il calcolo dei dadi più non torna. (E. Montale)

Sempre più spesso accade a chi scrive, a parenti ed amici che, mentre si verga o si legge una parola, la medesima è udita, pronunciata da qualcuno. E’ il noto sincronismo esplorato – non chiarito – da Jung e da Pauli.

Il fenomeno è quanto mai sconcertante, perché si palesa sovente con vocaboli non molto comuni: si è dunque propensi ad escludere una mera casualità. Se, però, non è una manifestazione fortuita, che cos’è il sincronismo junghiano e quali sono le sue radici?

Semplificando le ipotesi esplicative sono due: tutti gli eventi, di là dalla loro apparente dislocazione lungo l’asse temporale, coesistono in un unico stato asincrono. Così, mentre percepiamo una sequenza di avvenimenti, in realtà essi sono già tutti accaduti: la simultaneità è, per così dire, una smagliatura nel tessuto cronotopico con cui il “futuro” irrompe nel “presente”.

Un’altra spiegazione potrebbe essere la seguente: il sincronismo è il segnale di una dimensione parallela alla nostra, un livello dove gli accadimenti si sviluppano secondo una direzione diversa, ma con qualche momento in cui le due realtà si intersecano, generando la coincidenza significativa.

A prescindere da queste e da altre possibili speculazioni ed indagini sulla natura del sincronismo junghiano, dobbiamo osservare che, più dell’evento in sé, è l’eco emotiva associata che sorprende. Infatti, quando si inciampa in una concomitanza, si trasale: a che cosa si deve tale turbamento, se non all’indefinita, eppure netta sensazione che tutto sia necessario, predestinato? Così, mentre si prova questa sensazione, ci si percepisce disarmati di fronte ad una forza recondita ed inscalfibile.

Se il sincronismo è l’indizio di una fatalità, si comprende perché taluni possono antivedere l’avvenire: essi semplicemente leggono ciò che è destinato a succedere, come chi, desideroso di conoscere in che maniera si dipana e conclude la trama di una storia, decide di saltare le pagine o di avvolgere rapidamente il nastro per giungere all’epilogo. Tuttavia è spesso preferibile non sapere, è preferibile ignorare il disegno tracciato dagli dei.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

30 ottobre, 2016

Che cosa significa?



Come può la volontà opporsi alla Volontà?

Quante volte ci siamo chiesti, dopo aver sognato: “Che cosa significa? Quale messaggio è intessuto nella trama del sogno?” Siamo sinceri: è preferibile che i sogni restino elusivi, anzi indecifrabili, perché o preannunciano eventi futuri, non sempre fausti, o in quanto pescano nelle acque torbide dell’inconscio, un inconscio che è amorale e, per certi versi, spaventoso.

Ha ragione Cicerone – quanta saggezza nelle sue opere, anche se fra gli autori classici l’Arpinate non brilla, a differenza di altri, né per originalità né per profondità di pensiero – quando nel De divinatione scrive che è auspicabile non conoscere il futuro, qualunque cosa esso ci riservi. Per quanto riguarda i sogni, il discorso è simile: meglio che restino enigmi sfingei. Quale beneficio potremmo trarre dalla possibilità di prevedere l’avvenire tramite un’esperienza onirica, di interpretare situazioni imperscrutabili? Ancora qualcuno si illude di poter non solo stornare gli avvenimenti funesti, ma persino di essere in grado di piegare il reale alla propria volontà.

Una fra le più grandi illusioni dei nostri tempi disperati è quella diffusa dalla filosofia New age, secondo cui possiamo cocreare, dirigere la nostra esistenza verso le mete che desideriamo: il pensiero positivo, la legge dell’attrazione, il potere dell’intenzione… sono le droghe somministrate per ottenebrare la mente, affinché gli uomini non percepiscano più la realtà, una realtà che, nonostante tutto, ha la testa dura. [1]

No, la legge dell’attrazione non funziona, non può funzionare ed è anche giusto che non funzioni: infatti essa manifesta un’attitudine egocentrica, mirando ad attirare denaro e successo per sé stessi, mentre si dimentica il male che attanaglia quasi tutto il pianeta, quasi tutta l’umanità.

Sarebbe bello se non esistesse il Supermale, in tutte le sue declinazioni, ma esso è parte integrante della vita. Dov’è il libero arbitrio? Siamo appesi ad un filo sottile: da un momento all’altro una sciagura si può abbattere ed infrangere il fragile cristallo dei giorni, disperdere affetti e speranze.

I sogni sono simboli ed i simboli sono oscuri, impenetrabili, sfuggenti. Come i simboli, essi sono atemporali, eterni e, se proprio intendiamo distillarne un significato, è quello relativo ad un Destino metafisico. Siamo sogni di un Dio che sogna? Per quale ragione alcuni sogni si sono incupiti in incubi? Se ignoriamo l’origine della realtà e del male, che sono consustanziali, sappiamo, però, che essi, qualunque sia la loro genesi, sono qui: non possiamo né schivarli né trasformarli a nostro piacimento. Meglio: è possibile incidere sul mondo, ma solo se è scritto che possiamo. Tutto è possibile: le stesse “leggi” di natura possono essere violate, purché tale violazione sia inscritta nel disegno originario.

Perché? Il Supermale avrà pure la sua risposta, ma non la conosciamo. Forse un giorno la conosceremo e comprenderemo il disegno complessivo, una volta cambiata prospettiva. Non possiamo escludere che chi oggi è attanagliato dalle sciagure, domani non solo sarà felice, ma capirà pure il senso recondito del suo fato. Ora, però… Esorta Seneca: “Gli avvenimenti che sono destinati ad accadere giacciono nell’incertezza: vivi adesso!” Giusto! Peccato che adesso sovente si possa al massimo sopravvivere.

Sono queste le riflessioni, sono queste le parole che piacciono poco o punto (i dementi negazionisti possono anche evitare di leggerle, perché incapaci di intendere anche solo il senso letterale): le chimere devono essere nutrite di chimere. Pazienza… Gli scatti dei fiori ed i video con i mici sono fantastici, ma non esauriscono il meraviglioso, eppure terribile universo in cui siamo inquilini.

Ognuno di noi è qui per un breve transito, ognuno “libero con il suo destino”.

[1] Non si afferma che il pensiero non è importante, ma che non può agire nei termini meccanici e meccanicistici prospettati dalla New age.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

03 giugno, 2016

Cambiare il mondo



Che cosa può fare un solo uomo? (L. Wittgenstein)

Volevamo cambiare il mondo, poi abbiamo capito che non era possibile.

Abbiamo pensato di cambiare noi stessi, ma, intrappolati nell'identità e nel destino, abbiamo capito che potevamo solo mutare la visione della realtà. Infine abbiamo capito che si può cambiare prospettiva, ma che il panorama resta sempre il medesimo.

Di fronte alle abnormi sfide dell’esistenza, ci hanno solo potuto insegnare a confidare nel potere della volontà. Qualcuno scrisse: “Ciascuno è artefice della propria sorte”. Così ci balocchiamo con questa arrogante illusione, mentre la vita prende la sua strada e noi dietro ad arrancare. E’ il solito appello alla forza d’animo: qual è la differenza rispetto ai dolciastri moniti del catechismo? Persino i filosofi più profondi, con tutta la forza della loro debolezza dialettica, possono soltanto ammannirci qualche saggio consiglio destinato a finire su quelle targhe di ceramica collocate presso la porta di casa.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

20 maggio, 2016

Faces and facets


E’ destino che il nostro essere si dissemini in innumerevoli esistenze. Un giorno saremo il contrario di chi siamo oggi e solo una sfaccettatura ci accomunerà all’origine: lo spirito attuale diventerà il suo contrario, perché il contrario gli appartiene non meno della sua natura primitiva.

Diremmo che da un piccolo seme possono nascere piante che poi svettano alte ed imponenti? Eppure è quello che accade. Notiamo qualche affinità fra il seme e l’albero? Eppure l’albero è nato dal seme.

Le esistenze sono simili ai rami che si sviluppano da un tronco: ogni ramo si biforca e la biforcazione si dirama ulteriormente e così ancora.

Ecco perché, se guardiamo il nostro volto in uno specchio, vediamo mille volti: ogni volto è il nostro e nessuno lo è.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 aprile, 2016

Daìmon



Quante volte ci siamo chiesti quale strada imboccare nella vita! Credo – pazienza se ciò sembrerà banale - che potremo solo decidere di assecondare le nostre attitudini. L’importante è non violentare la propria natura. Seguire le proprie inclinazioni non significa né aver successo – se è quello cui si ambisce – né gratificazioni, anzi forse si andrà incontro a frustranti sconfitte, a cocenti disinganni, ma saranno nostri. Vivremo sulla nostra pelle, nella nostra carne la condanna e la benedizione di essere noi stessi, nessun altro. Forse perderemo tutto, ma conserveremo il nostro essere, l’anima. Altrimenti ci attende un futuro decoroso ma vuoto, una vita rispettabile, rispettabilmente borghese.

A volte siamo dubbiosi, irresoluti, incerti se ascoltare il nostro spirito più profondo o se basarci sui consigli degli altri, genitori, parenti, amici. A costo di inimicarceli, diamo retta al daìmon. Prima o poi capiranno.

Né dobbiamo pensare che solo l’adolescenza e la giovinezza siano le età delle scelte cruciali: tutta l’esistenza è un crocicchio, un susseguirsi di bivi.

È vero: la pubertà e la gioventù sono le fasi in cui le oscillazioni, i rimbalzi, le deviazioni s’intrecciano, il travaglio del giudizio sulla società si associa a quello sulla propria coscienza, mentre si delinea, si accresce e si esacerba la più terribile passione dell’esistenza: l’amore. Eppure tutta la vita è all’insegna della contraddizione. Con la maturità forse si conquista un po’ di distacco, ma la fiamma del dissidio interiore continua a bruciare e, dopo aver consumato il combustibile, brucia sé stessa.

Penso sia questa la verità e la verità brucia...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

02 marzo, 2016

Nòstos - Ritorno



A volte tornano in mente i celebri versi di Omero (libro XXIV dell’Iliade), là dove il poeta narra di Priamo che, umilicorde, si reca, portando con sé ricchi doni, dal fiero Achille per chiedere gli sia restituito il corpo dell’adorato Ettore. Il Pelide, rispondendo alle accorate preghiere del re troiano, gli ricorda: “Già lo sai, nella sala di Zeus si trovano i due vasi dei doni che egli dà ai mortali: uno è pieno di mali, l’altro di beni. La persona a cui Zeus fulminatore li offre mescolati, ora incontra sventura ora felicità; ma se a uno porge solo guai, lo rende un miserabile ed una fame malvagia lo caccia per il mondo e se ne va errando tra il disprezzo degli uomini e degli dèi”.

Con qualcuno Zeus è generoso, anzi prodigo: elargisce moltissimi beni, appena mescolati a qualche amarezza. Perché? Quale merito ha costui o quale demerito hanno gli sciagurati? La buona sorte comunque non dipende dalla condotta, anzi spesso si vedono uomini malvagi favoriti dal fato e persone degnissime, invece, precipitate nell’inferno più nero. Fato? No, forse non è destino, bensì un caso cieco che acceca chi colpisce con i suoi micidiali fendenti. In che modo e grazie a chi taluno è protetto dalla furia mortale, dalla pazzia della sorte, mentre altri sono dilaniati dai suoi colpi?

Il rapsodo, nei versi sopra riportati, esprime profonde, abissali verità: gli antichi greci vedevano in Zeus il dispensatore delle sventure e delle gioie, ma nessuna logica soggiaceva e soggiace a questa attribuzione. E’ così e basta: la logica non appartiene alla realtà e non esiste atto più illogico che ostinarsi a cercarla là dove non esiste, là dove non può esistere. Se esiste, non possiamo conoscerla. Niente sappiamo del mondo e le domande sono foglie nella tempesta.

La Weltanschauung omerica e dell’Ellade arcaica si potrebbe definire dionisiaca, cioè dominata da un senso drammatico dell’esistenza, vista come un’energia infrenabile, simile ad un fiume rapinoso. E’ un’energia vitale e distruttiva al tempo stesso.

E’ talora necessario ritornare a codesto pensiero, a codesto buio che abbacina. E’ la visione tragica ed eroica che solo pochi filosofi, in primo luogo Nietzsche, ma anche Simon Weil, seppero riconoscere nella cultura pre-classica, prima che la riflessione dialettica e raziocinante, da cui si generò il logos scientifico, si affermasse un po’ alla volta per affermare le sue concezioni… e le sue illusioni. [1]

[1] Non è un caso se sia il termine “dialettica” sia il vocabolo “scienza” contengono nelle rispettive radici il dualismo, la scissione.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

09 febbraio, 2016

Asintoto



Qualche giorno addietro, mentre camminavo in una via del centro, traudii la voce di un araldo che cercava di catturare l’attenzione dei passanti, esclamando: “Finirà un giorno la sofferenza?”. “Finirà un giorno la sofferenza?”… bella domanda. Gli esseri viventi sono stremati dai dolori, in tutte le sue forme, consumati dalle malattie del corpo e dell’anima, segnati da perdite definitive, eppure all’orizzonte non si intravede alcuna svolta positiva. Quante persone sono martoriate e dilaniate nella carne e nella psiche! Tuttavia al cospetto di queste feroci carneficine, molti sanno solo mostrare le fantasmagoriche ed illusorie immagini di una lanterna magica.

Sempre più ci si sente soffocati dall’afa della noia, stritolati dall’ingranaggio del destino: è questo senso di fatalità, di irreversibilità che ci opprime. Gli eventi non accadono: ci cadono addosso. L’esistenza è un teatro kabuki in cui siamo attori che hanno dimenticato il copione.

Tra errori ed orrori la storia personale e quella collettiva procedono a balzi, a strattoni. Procedono, ma verso dove?

Qualcuno promette e prospetta un futuro roseo, un mondo ed un’era in cui finalmente ogni angoscia sarà cancellata, si scioglierà come neve al sole. Purtroppo codesta era è collocata in un avvenire che pare un asintoto. E’ un tempo che si allontana quanto più sembra avvicinarsi. Bastano il pensiero positivo, è sufficiente riequilibrare i chakra, stamparsi un bel sorriso sul volto, abbracciare la vita… e voilà tutto si risolve. Sfortunatamente, pur con tutte le buone intenzioni, l’incubo sembra, almeno per ora, refrattario, recalcitrante ad essere tradotto in un sogno.

“Finirà un giorno la sofferenza?” Sorprende il disinteresse con cui la gente accoglieva questo cruciale quesito. Esistono mali peggiori dei tormenti: l’insensibilità, l’incapacità di provare emozioni, di ascoltare la voce dell’infinito, magagne di un genere umano ormai riarso, desertificato.

Forse bisognerebbe urlare: “Finirà un giorno l’indifferenza?” Oggi non solo si grida nel deserto: si grida contro il deserto.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

07 maggio, 2015

Cartografia



Molti si chiedono se le varie tecniche per influire sul corso degli eventi e per migliorare la propria vita siano efficaci. Non è facile rispondere, perché bisognerebbe risolvere una serie di sesquipedali problemi teorici riguardanti il libero arbitrio, l’universo, il caso, il fato etc. Sono questioni che fino ad oggi nessuno è riuscito a dirimere, nonostante le pazienti, plurisecolari indagini. Si potrà quindi fornire qualche abbozzo di risposta, qualche cenno del tutto empirico ed approssimativo.

Sia chiaro che non si intende qui negare, secondo un angusto e polveroso criterio scientista, il complesso di fenomeni che eludono le relazioni di causa-effetto e le cosiddette “leggi di natura”. Esistono manifestazioni che violano la logica aristotelica nonché i parametri fissati da certa “scienza”: solo che questi fenomeni non sono ancora stati inquadrati in una teoria chiara ed esaustiva, malgrado l’impegno di certi meritevoli pionieri, né possiamo affermare che talune capacità preternaturali sono alla portata di tutti ed all’ordine del giorno. Se così fosse, grazie alla cosiddetta “legge dell’attrazione”, il pensiero positivo etc., il mondo in cui viviamo sarebbe diverso da com’è. Se inoltre la legge dell’attrazione et similia fossero davvero così immediate e facili da applicare, non sarebbe necessario sfornare sempre nuovi volumi sul tema ed organizzare dispendiosi corsi o estenuanti tirocini. Una volta che una persona padroneggia il metodo in esame, si dovrebbe creare una reazione a catena, come quando sulla Rete è pubblicato un video che, per un suo tratto di originalità o provocazione, diventa, come si suol dire oggi, “virale”.

Bisogna qui confutare un’obiezione diffusa: le tecniche in oggetto non funzionerebbero, perché è necessario raggiungere una massa critica per conseguire dei cambiamenti tangibili. Orbene, questa eccezione è priva di fondamento: infatti una presa di coscienza prescinde dal numero, visto che la Coscienza in sé è estranea a valori quantitativi. Se le tecniche non funzionano, significa che sono truffe, ben diverse da un impegnativo percorso iniziatico che può condurre a risultati solo con mille sacrifici e grazie a conoscenze esoteriche trasmesse da un vero Iniziato.

Invero, gli innumerevoli libri sulla forza del pensiero, della parola, della vibrazione, della preghiera all’angelo custode, del pensiero “quantico”, della concentrazione etc. quasi sempre rinviano ad altri testi, che sono definiti basilari, oppure tali saggi rimandano a seminari da frequentare, ad altre tecniche via via più complesse da apprendere.

Oltre all’avidità di coloro che con le loro pubblicazioni sulla legge dell’attrazione attraggono i gonzi i cui portafogli si svuotano a mano a mano che le giornate si riempiono di inutili mantra, bisogna deplorare le concezioni che sottendono tale accozzaglia di scemenze New age. Quasi sempre, infatti, questi manuali si fondano su un ingenuo, puerile nesso causale e su un'epidermica visione della vita dominata da regole elementari, da schematismi di sconvolgente piattezza. Disdicevoli sono anche l’utilitarismo, il materialismo e l’egomania su cui sono costruite molte teorie e pratiche inerenti al miglioramento individuale.

Si dimentica che la realtà, dal momento che esiste, è irrazionale e tentare di costringerla in formulette vincenti, in un vademecum per il successo, è un po’ come tracciare un disegno (bidimensionale) del globo terracqueo (tridimensionale), mantenendo invariati gli angoli, le distanze, le dimensioni dei continenti, senza incorrere dunque in deformazioni o in cambiamenti di taluni valori.

Insomma queste pseudo-filosofie non centrano il bersaglio, laddove gli orientamenti irrazionalisti paiono aderire alla realtà come una seconda pelle.

La fede - errata o giusta che sia - nella libera volizione, oggi scaduta nel fai da te, nella presunzione che non esistano limiti di alcun tipo, dovrebbe confrontarsi con l’idea che anche la più ferrea, ferma volontà potrebbe essere inscritta nel più inflessibile e tetragono dei destini.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

19 febbraio, 2015

Un aforisma di Seneca

Diutius accusare fata possumus; mutare non possumus: stant dura et inexorabilia. “Possiamo accusare il destino; non possiamo cambiarlo: esso rimane tetragono ed inesorabile”.



Così scrive Seneca e, al cospetto di questa granitica sentenza, mi pare che si sfaldino come sfoglie fra le dita, tutte le fragili certezze, oggi tanto in voga, circa il potere della mente e la cosiddetta legge dell’attrazione. Possiamo lamentarci della sorte ed aggiungere a parole parole, ma le parole sono, in fin dei conti, inutili: quasi nessuno le ascolta. Quei pochi che le ascoltano non le capiscono.

Qualcuno è forse riuscito, almeno per ora, ad imprimere un diverso corso alle vicende umane, applicando le tecniche di un libro?

Possiamo nutrirci ancora di qualche illusione: una fede, una speranza, un ideale, ma la fede oggi è vacillante come la fiamma di una candela cui resta ancora solo un grumo di cera. Le speranze e gli ideali poi si sgretolano sul muro della “realtà”.

Grande lezione quella di Seneca: ci insegna ad essere sobri nelle reazioni, a non indulgere in geremiadi. Ci insegna ad accettare l’ineluttabile con forza d’animo, a non lasciarci incantare dai miraggi.

Possiamo dolerci del fato ed aggiungere a parole parole, tentare di comprendere la gymkhana dell’esistenza, aggiungendo a parole parole.

Se è nella nostra indole, se è una forma di catarsi, ben venga, ma dobbiamo sapere che al destino, come al cuore, non si comanda.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

12 giugno, 2014

Guicciardini e la fortuna

Nei “Ricordi” Francesco Guicciardini (1483-1540) annota: “Chi considera bene non può negare che nelle cose umane la fortuna ha grandissima potestà, perché si vede che a ognora ricevono grandissimi moti da accidenti fortuiti e che non è in potestà degli uomini né a prevedergli né a schifargli: e benché lo accorgimento e sollecitudine degli uomini possa moderare molte cose, nondimeno sola non basta, ma gli bisogna ancora la buona fortuna”.

"Nel De principatibus Machiavelli aveva impostato il rapporto tra la fortuna e la virtù, risolvendolo nell’ipotesi di un possibile equilibrio fra queste due forze. Guicciardini sposta i termini del rapporto attribuendo alla fortuna una grandissima potestà, ovvero il peso maggiore e decisivo nel determinare l’esito degli eventi. L’equilibrio cercato da Machiavelli si spezza a favore di una concezione della realtà come campo degli accidenti fortuiti, dell’imprevisto e del casuale che l’uomo difficilmente riesce a fronteggiare”. (G. Baldi)

La riflessione di Guicciardini è inquadrata nel “pessimismo” che esprimerebbe lo storico a proposito della Storia. Nel linguaggio corrente “pessimismo” è sinonimo di sguardo lucido, disincantato. Che differenza rispetto ai carezzevoli discorsi sulla volontà che indirizza la vita, a guisa di un direttore d’orchestra! Che differenza rispetto ai lenocini oggi culminati nella formulazioni inerenti alla cosiddetta “legge dell’attrazione”. In codeste patinate teorie che inneggiano al libero arbitrio si intrecciano superbia ed ignoranza: la visione antropocentrica si alimenta di analfabetismo filosofico.

Con Guicciardini il maestoso edificio eretto da Machiavelli e da altri ingegni del Rinascimento crolla, poiché il baricentro si è spostato. La considerazione dei "Ricordi" è stringata, eppure densa. E’ aforistica, ma diramata in molteplici scorci. Nel breve volgere di poche righe l’intellettuale fiorentino chiama in causa le vicende umane, la sorte, l’intelligenza.

Nodale è il sintagma “accidenti fortuiti” che è ridondante, a sottolineare la forte incidenza di un caso che consuona con l’irrazionalità del mondo, l’imponderabilità del corso seguito dagli accadimenti. Poco è rimasto della visione rinascimentale saldata sulla fede nell’uomo arbitro del proprio destino, faber fortunae suae. E’ una fede che rischia di ergersi nell’hybris.

Certo, Guicciardini non è un filosofo, dunque la sua analisi non si addentra nei meandri metafisici per stabilire, di là dal senso comune, il ruolo della fortuna e della sua energia centripeta. Tuttavia il suo pensiero è un buon viatico per chi intenda saggiare la potenza di una forza ancora oggi non ben compresa, la si chiami destino, caso, determinismo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

09 novembre, 2013

La legge dell’attrazione (sesta parte – non conclude)

Leggi qui la quinta parte.



Si possono considerare almeno ancora due aspetti circa lo spinoso tema. Essi valgono meno dei ragionamenti, perché sono semplici sensazioni, ma valgono di più, in quanto riverberano un barlume dell’intuizione.

Il déjà-vu non è tanto l’impressione di aver già percepito in un altro luogo ed in un altro tempo una particolare circostanza, ma la consapevolezza che in sogno o in uno stato alterato di coscienza abbiamo proprio esperito quell’evento, udito quelle parole, con quel caratteristico timbro, con l’inconfondibile colore del vissuto. L’esperienza onirica ci ha proiettato in un futuro che era passato ed è presente. Ora si squaderna innanzi a noi, in tutta la sua fatale, solenne glacialità. E’ come se quell’avvenimento fosse un quadro dinamico contro cui siamo andati a sbattere.

Sono, però, soprattutto gli artisti a sperimentare l’imperio della fatalità. Secondo il convincimento di Michelangelo, le sculture che egli cavava dal marmo erano già lì nella pietra: il genio rinascimentale si limitava a liberarle. E’ proprio così: il pittore, il musicista, lo scrittore… portano alla luce ciò che è sepolto nel sottosuolo dell’ispirazione. Essi sono archeologi. Il capolavoro attende soltanto qualcuno che sappia in quale strato sotterraneo è nascosto, qualcuno che sappia scavare. Il capolavoro esiste ab aeterno. L’arte è destino. Destino è dar forma alle idee. Il fato si esprime attraverso uomini predestinati, condannati ad esprimersi.

Se il destino esiste, esso è tutto, tutto gli appartiene: dagli eventi che cambiano un’epoca all’inclinazione del capo, dalla galassia che ne fagocita un’altra al filo d’erba su cui gocciola la rugiada.

Se il destino esiste, non hanno alcun senso i rimpianti, i rammarichi, i rimorsi, le speranze, le attese, i progetti, i se...

Immensa consolazione ed immensa costernazione per tutti noi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

25 settembre, 2013

La legge dell'attrazione (quinta parte)


Leggi qui la quarta parte.

La teologia, la filosofia e la scienza hanno cercato e cercano di dirimere la controversia in merito al libero arbitrio. Alcune correnti teologiche lo ammettono, cercando (invano) di conciliarlo con la prescienza ed onnipotenza di Dio; altre con maggiore coerenza lo negano. Nell’ambito delle dottrine filosofiche le posizioni sono molto eterogenee e con innumerevoli sfumature. La scienza smentisce in toto la libera volizione umana: il determinismo perché essa collide con le ferree leggi della natura; l’indeterminismo in quanto il carattere casuale e probabilistico del microcosmo esclude l’intenzionalità.

Se dunque ci rivolgiamo alla teologia o alla scienza, dobbiamo rinunciare all’idea di libertà. Restano le variegate, ma a volte deboli, opzioni filosofiche. Sono proprio i filosofi i più strenui assertori della volizione libera. Si pensi, fra i contemporanei a Fernando Savater che, nel libro “Le domande della vita” dedica un capitolo alla “Libertà in azione”. Le sue riflessioni sono emblematiche. Leggiamo: "Gli specialisti delle relazioni tra sistema nervoso e sistema muscolare possono spiegare come accade che io muova un braccio, quando lo decido". In questo asserto notiamo un grossolano errore: gli specialisti possono descrivere secondo quali processi un segnale bioelettrico del cervello si trasmette ai muscoli del braccio, ma non spiegare davvero come ciò avvenga. Le scienze sperimentali possono illustrare i modi in cui funzionano i corpi organici e gli oggetti inorganici, non motivare, chiarire, risalire alla vera origine.

Altrove Savater scrive: “L’azione è libera, perché la sua causa è un soggetto capace di volere, di scegliere e di mettere in pratica progetti, vale a dire di realizzare intenzioni. La causa di un’azione sono io in quanto soggetto”. Ora, il pensatore spagnolo, come è ovvio, non riesce a dimostrare, se non con le tautologie, che l’essere umano è libero, ma è incline a pensare che lo sia, poiché “l’uomo sembra essere l’unico animale in grado di essere scontento di sé stesso. Il pentimento è una delle possibilità sempre aperte all’autocoscienza del libero agente”. In altre parole, la libertà è solidale con l’etica: l’una non sussiste senza l’altra, come sostiene Kant. Il filosofo tedesco, in modo onesto, ritiene che il libero volere possa essere solo postulato, essendo in sé indimostrabile.

Dall’esempio riportato si arguisce che il problema della libertà in sé interessa poco o punto, mentre sta a cuore costruire la morale su cui puntellare la responsabilità.

Molti altri aspetti meriterebbero di essere sviscerati in merito allo spinoso tema. Tuttavia per ora li accantoniamo, perché vorremmo tornare al contenuto centrale, la “legge” dell’attrazione. Il potere di attrarre significa che il pensiero agisce sulla materia e sugli eventi. Qui dobbiamo subito sgombrare il campo da un equivoco: non bisogna riferirsi alle onde cerebrali. Esse esistono ed influiscono sull’esterno, ma sono molto deboli.

Il pensiero (res cogitans), a differenza delle onde emesse dall’encefalo, non è materiale. E’ possibile che la mente (A) abbia un influsso sulla res extensa (B), ma ciò avviene quando si crea un ponte tra A e B che sono enti ontologicamente diversi. Questo ponte non può essere gettato dal soggetto agente (A), ma dalla Supermente (Dio, Coscienza), cioè se e solo se A riesce ad entrare in contatto con la Sorgente, può incidere su B, vista la discontinuità, la frattura tra pensiero e materia. Soltanto la potenza di X permette di superare lo iato. Questo potrebbe spiegare perché i fenomeni cosiddetti paranormali sono infrequenti, sempre che alcuni (ad esempio, il Poltergeist) non siano dovuti ad energie che non ci sono ancora note e non al pensiero.

Addentriamoci maggiormente. La legge dell’attrazione implica che calamitiamo gli eventi positivi, se siamo positivi; quelli negativi, se siamo negativi. Prescindiamo pure da tutti quei casi che dimostrano il contrario: sventure che si abbattono all’improvviso su persone ottimiste, giovali e viceversa. Valutiamo il fatto che il pensiero, a mo’ di magnete, dovrebbe attirare i fatti che sono contesti in movimento. Come può il pensiero (A) attrarre a sé delle situazioni che includono eventi ed oggetti (B), stante la discrepanza ontologica sopra indicata?

E’ vero che a volte si ottiene ciò che con ardore si desidera: ci si convince così di poter determinare il corso degli eventi. Di tale correlazione si hanno indizi solo soggettivi, accidentali, non probanti. Quasi sempre i guru di codesta legge insegnano ad attrarre denaro, successo e salute: i primi due sono obiettivi materialistici ed egoistici. La legge dell’attrazione, che è presentata come una risorsa spirituale, si inquadra così in una cornice molto meschina.

Ad ogni modo, la vera felicità non coincide del tutto con i beni concreti. La legge dell’attrazione sembra fallire miseramente proprio nel mondo degli affetti e delle gratificazioni interiori che sovente dipendono da una svolta nella vita. E’ un cambiamento di direzione che non si manifesta mai, nonostante tutta l’intenzione che possiamo concentrare su di essa.

Il pensiero è simile ad una mosca che vede di là dal vetro l’aria e la libertà, ma che non può in nessun modo uscire, continuando a sbattere sulla superficie trasparente. L’abbiamo definita frattura, discontinuità, ma la si può pure chiamare intercapedine, parete. Lo Spirito (A) pare prigioniero nella sua torre d’avorio, incapace di uscirne e di inoltrarsi nel mondo (B). La coesistenza della Coscienza e del mondo sensibile (dualismo) ci condannano all’accettazione del fato? L’unica libertà, come sostenevano gli Stoici e Spinoza, è accogliere con virile coraggio il proprio destino?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

27 luglio, 2013

La legge dell'attrazione (seconda parte)

Leggi qui la prima parte

La “legge dell’attrazione” è un magnete. In parole semplici, il pensiero positivo attrae eventi favorevoli; il pensiero negativo disgrazie. Talora si ha il sentore che sia così, ma è davvero così?

Succede che una serie fausta di accadimenti sia all’improvviso interrotta da una calamità. Più di rado accade che una situazione disperata di botto conosca una risoluzione. Questi repentini cambi sono dipesi da altrettanti mutamenti del pensiero? Per favore, non invochiamo il pensiero inconscio: se è il pensiero inconscio a determinare gli accadimenti, allora codesta “legge” perde ogni valore, in quanto avulsa dall’intenzione e dalla volontà che sono conscie per definizione.

Si può poi continuare a definirla “legge”, quando anche una sola volta essa è smentita? Da un punto di vista epistemologico, no. Semmai potrebbe essere una tendenza, un orientamento in gran parte imponderabile.

Va riconosciuto che in una circostanza la legge in esame funziona. Coloro che scrivono libri sull’argomento e che soprattutto organizzano dispendiosi corsi e seminari sul potere dell’intenzione e compagnia cantando, calamitano verso di sé i metalli... soprattutto l’oro. E’ ovvio che per apprender tecniche efficaci si debbono spendere somme esorbitanti.

Nel Medioevo si soleva ripetere che “gli astri inclinano: non determinano”. E’ solo un patetico stratagemma linguistico. Se ho un piano inclinato, è inevitabile che un oggetto vi scivoli. Più o meno velocemente, secondo il grado dell’inclinazione, ma l’oggetto scivolerà.

Qualcuno obietta, affermando che una catena di accadimenti propizi o infausti si spezza a causa del karma. Che bella obiezione! Molto efficace! Si tenta di sciogliere un nodo concettuale, intrecciando un altro nodo inestricabile. E’ come se si volesse illustrare ad uno studente italiano un complesso teorema in cinese, dopo che non è stato compreso usando la lingua madre.

Altri sostengono che, quando una persona nasce (o rinasce), essa si sceglie un fato che le consentirà di “evolvere”, di “maturare”. Tuttavia davvero può scegliere o qualcuno o qualcosa impone l’opzione? Se rinasce, la scelta è condizionata dal karma, quindi non è libera. Se nasce, essa definisce un tracciato da percorrere di cui, una volta precipitata sulla terra, l’anima non ricorderà alcunché. Da una decisione inconsapevole può scaturire una consapevole azione lungo il proprio cammino?

Non sto disconoscendo l’influsso del pensiero sull’esistenza, ma credo che esso sia confinato nell’interiorità: può aiutare a tollerare la sorte rea, persino a cogliervi un disegno (inventato?). Si può diventare “saggi”, imparando ad attribuire il giusto valore alle cose, ad essere riconoscenti per quanto ci è stato elargito, a collocare l’esperienza umana nei limiti in cui essa è circoscritta. Reputo, invece, che creare il proprio destino con il potere dell’intenzione sia una chimera.

Invano cercheremo nei filosofi classici e moderni, negli artisti una posizione univoca rispetto al problema. Al Suae quisque fortunae faber “Ciascuno è artefice della propria sorte” di Appio claudio Cieco, si oppone il Fata volentes ducunt, nolentes trahunt, “Il destino conduce chi non oppone resistenza, trascina chi si ribella” di Seneca.

Si nota uno sviluppo, pur con alcune “retromarce”: mentre nei pensatori e poeti più antichi prevale il convincimento circa la necessità (emblematico il convincimento di Sofocle), in quelli successivi comincia a delinearsi l’idea del libero arbitrio che culmina con la "condanna ad essere liberi" di Sartre.

Anche il magistero evangelico è lacerato dalla contraddizione. In Matteo 10:30 è scritto: “Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono contati”. Luca 12:7 rincalza: “Anzi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati”. Questi versetti proclamano una chiara visione per cui la vita umana è decisa ab aeterno. Altri passi evangelici, invece, puntano sulla scelta, quindi sulla libera adesione all’insegnamento del Messia.

Non se ne esce: la Provvidenza e la Grazia sono, alla resa dei conti, inconciliabili con il libero arbitrio. Pertanto o si ricorre ai soliti sofismi ed al triplo salto mortale carpiato di certi teologi che provano a salvare capra e cavoli, oppure si nega in modo reciso uno dei due termini con tutte le conseguenze facilmente immaginabili.

Esiste il destino come zoccolo duro che nulla e nessuno può scalfire? Lo vedremo nella prossima parte, considerando il tema del tempo e la questione della “frattura”.

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19 novembre, 2012

Epos

Paradossi e scosse dell’affabulazione

Che cosa spinge quasi tutti noi a raccontare quanto ci è accaduto? Si noti: molti ci trattengono per snocciolare episodi insignificanti e, non paghi di avercene resi partecipi una volta, ripetono l’insulsa storia ogni qual volta trovano l’appiglio idoneo. Non sono soltanto gli anziani ad amare la rievocazione di vicende o aneddoti del “buon tempo andato”, sebbene con il passare degli anni l’inclinazione affabulatoria si intensifichi.

Che cosa significa allora raccontare? Anzi, qual è lo scopo recondito? Ognuno ha il suo épos personale, pallidissima ombra dell’épos antico dove la diegesi di eventi archetipici assurge a simbolo, si eterna nella regione intangibile del mito. Quale differenza rispetto alla squallida e noiosa cronaca in cui si è intorpidito l’istinto narrativo! L’esposizione esemplare è stata eclissata dalla chiacchiera (Heidegger) in cui l’intreccio si sfilaccia, si sfibra. Secoli fa l’eco solenne dell’aedo scivolava nel mégaron sulle calde onde di luce che si sprigionavano dal focolare, oggi il borborigmo della chat

“In principio era il Lògos”... che è anche racconto. Dio narra a sé stesso il suo sogno infinito, ne dipana i fili che ora si aggrovigliano ora strangolano le galassie, i sistemi solari, le creature. L’universo è un grandioso romanzo senza né capo né coda, il delirio mistico di un febbricitante.

Quando ci ritroviamo a ripercorrere un evento del passato, nel nostro piccolo, strappiamo al tempo inesorabile un brandello di significato. Ci illudiamo di averlo strappato all’esistenza che è diaspora, entropia. Essa corre a rompicollo verso il decadimento e la senescenza, verso la fine.

Dio stesso non sarà roso da una struggente nostalgia per la condizione primigenia, prima che Egli si immergesse nel sangue dello spazio, prima che Egli si incarnasse nel tempo?

Un racconto di sapore ancestrale: narra il mito ellenico che Crono (il Tempo?), spodestando il genitore, Urano (il Cielo, lo Spazio?), lo evirò con un falcetto. Il Tempo è lo strazio del Cielo, il supremo sacrificio compiuto dalla “fondazione del mondo”. Il sangue dell’evirazione si spande per tutto l’universo, sino nei suoi angoli più remoti, si addensa e si impasta alla sofferenza ed alla morte. Il sangue è simbolo dell’èros, della vita e dell’espiazione ed è inutile piangere sul sangue versato. Così solo da un nume mutilato può nascere la generazione successiva delle divinità, sorgere la creazione. Il seme deve spaccarsi e perire affinché germogli. Il cosmo può esistere solo come carneficina, anzi come fallito suicidio per opera di Dio. La morte abbraccia la vita che alla fine è strozzata in un amplesso fatale.

Sotto un portico al freddo, Dio, affamato, la barba incolta, batte i denti guasti: non ricorda chi fu né perché abbia deciso di lanciarsi nel vuoto senza paracadute.

Descrivere, riferire, esprimere, comunicare… per ognuno di noi viene il giorno in cui finalmente potremo raccontare non un caso rilevante, ma l’avvenimento per eccellenza.

Quel giorno, però, dalla bocca non uscirà neppure un suono. Smaniosi di raccontare a chicchessia l’unico accidente che davvero merita di essere raccontato, non troveremo nessuno che ci possa ascoltare.

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13 novembre, 2012

Reliquie

Quante volte ci scopriamo a rincorrrere coincidenze, sincronismi, ombre di sensi, pensando che la misera vita umana, con tutto i suoi insostenibili fardelli, sia la linea, per quanto breve e tenue, di un disegno più vasto, persino di una composizione grandiosa. Alcuni affermano, però, che la verità, è un’altra: tutto è casuale, siamo alla mercé di una sorte assurda che mena fendenti alla cieca. Dio, il senso, il fine non esistono.

Gianfranco De Turris, nella prefazione all’incolore libro di Walter Kafton-Minkel, “Mondi sotterranei Il mito della Terra cava”, riporta una riflessione del saggista che pontifica: “Gli scienziati ci spiegano com’è fatto l’universo, indipendentemente dai bisogni e dai disegni umani e ci insegnano i segreti della natura (sic). I creatori di miti ci dicono come noi, con bisogni e desideri ben definiti, reagiamo al mondo e quindi ci parlano di noi stessi”.

Codesta visione così ingenuamente dicotomica ed antiquata lascia il tempo che trova. Anzi, la scienza accademica non ha neppure sfiorato gli enigmi dell’universo, ammanendoci, nel migliore dei casi, spiegazioni che sono mappe semplificate e bidimensionali di un territorio multiforme. Per gli scientisti la natura è un cadavere da anatomizzare, qualcosa di morto e di estraneo al soggetto che la seziona, come se l’uomo medesimo non fosse parte della natura che è molto più di quel che appare.

Vero è che nel deserto dell’assurdo si può solo raccogliere qualche reliquia di significato: un legame tra visioni oniriche di due sognatori, un nome o un numero che ci perseguitano come per comunicarci una verità ulteriore, un brandello d’intonaco, ultima traccia di un mirabile affresco…

E’ vero: ci aggiriamo in un paesaggio di rovine, ma tra questi ruderi, sotto un cielo desolato, si ostina a crescere qualche ciuffo d’erba. Anche il vento grigio, che risucchia in mulinelli la polvere ed i detriti, per un istante porta l’eco radiosa di un futuro magnifico… Si spera.

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19 marzo, 2012

Il problema del libero arbitrio in Searle (seconda ed ultima parte)

Leggi qui la prima parte.

Come si vede, il problema rimane. Si deve osservare che il filosofo pone la questione in termini essenziali, bilaterali, evitando di ricorrere a categorie ed enti non indispensabili. Qui intendo seguire il suo esempio di ragionamento, pur con il rischio di qualche schematismo. Mi chiedo se il modello del cervello quantistico possa essere il presupposto del libero arbitrio: ci troviamo di fronte alla solita frattura tra il microcosmo ed il macrocosmo. Le particelle subnucleari, intrinsecamente anarchiche, dovrebbero, attraverso una serie di processi che ci sono ignoti, organizzarsi in modo da generare situazioni razionali e requisiti adatti all’esplicazione della libera volontà. Come ciò possa avvenire, ammesso che possa accadere, è un enigma. Si potrebbe congetturare che le suddette particelle siano dotate di libero arbitrio, come gli uomini: questa supposizione, però, non chiarisce, tra le altre cose, per quale motivo il cosiddetto mondo fisico sia inquadrato in “leggi” inderogabili. Quando un grave cade, precise condizioni ne determinano velocità, accelerazione, direzione. Non mi risulta che una pietra possa decidere di deviare il percorso di caduta o addirittura di salire, anziché di precipitare. Si dovrebbe postulare che, per una ragione misteriosa, il libero arbitrio si manifesta insieme con la coscienza: purtroppo non solo non sappiamo che cosa sia la coscienza né come e perché emerga, ma dovremmo poi assegnare la volizione non determinata almeno agli animali superiori, con inevitabili ripercussioni filosofiche.

Non è bastevole invocare la persuasione della libertà per fondarla: se così fosse, dovremmo affermare che i colori hanno un’esistenza reale, perché siamo sicuri che esistono nel mondo là fuori, attaccati agli oggetti. Il libero arbitrio potrebbe essere un’illusione della mente, come le illusioni ottiche generate da certe figure. Appellarsi al senso comune è ingannevole: il common sense ci induce a sentirci liberi, come ci spinge a credere che la materia sia una “cosa” esterna, concreta, oggettiva, mentre di ciò non si può essere certi. Molte credenze sono assimilate a verità, ma non è così. Se il libero arbitrio esiste, lo si potrebbe giudicare una deviazione rispetto ai processi naturali del macrocosmo che, per quanto ne sappiamo, presentano una sostanziale regolarità. L’origine ed il fine della deviazione, però, risultano oscuri, invece la coscienza (l’identità, l’io) e la fede nella volizione non condizionata potrebbero costituire una concomitanza, un’illusione nell’illusione. Questa credenza è simile a quella che ci stimola a vivere, come se fossimo immortali (e non lo siamo) o alle ingenue idee dei bambini che pensano di poter spostare gli oggetti con il pensiero.

Searle, pur assai severo con molti orientamenti materialistici, per non tradire il monismo di cui è assertore, reputa che gli stati cerebrali siano alla base degli stati mentali. Se non ci si discosta da questa interpretazione, riesce arduo spiegare come un substrato biologico possa estrinsecare una condizione che, se non è immateriale, appare comunque irriducibile, sul piano ontologico, alla sua essenza organica. Lo scotto che si deve pagare è, però, il dualismo, con tutte le disastrose dicotomie tra res cogitans e res extensa che la dualità cartesiana comporta. Di converso, abbiamo già visto quante e quali siano le antinomie e le incongruenze che infirmano i sistemi, di stampo monista, idealistici e para-idealistici. Veramente, come chiosa Searle, “il problema del libero arbitrio ci accompagnerà ancora per molto tempo. I vari tentativi di aggirarlo, come il compatibilismo, ottengono solo di farlo riemergere in un’altra forma”. Per quanto mi riguarda, sarei incline, da un punto di vista meramente teorico, a non ammettere l’esistenza del libero arbitrio. E’ impossibile dimostrarne l’esistenza e quindi costruire un’etica per di più apodittica. Né si può derivare la libera volizione da un decreto di Dio, poiché bisognerebbe introdurre un’ipostasi non accertabile per giustificare un’idea non accertabile. Sarebbe come aggiungere un anello ad una catena per tener legato un cane, ma senza attaccare la catena ad un palo.

Ammetto comunque che è arduo pronunciare l’ultima parola circa tale vexata quaestio, di fatto indecidibile, sebbene sia più facile addurre argomenti contro il libero arbitrio che a favore.

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