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05 febbraio, 2016

Fuoco nero



Il progresso degli studi filologici e storico-archeologici ha affievolito l’aura di molte tradizioni. Pensiamo ai primi libri della Bibbia: quasi tutti gli esperti sono concordi sul fatto che i testi sono rivisitazioni di fonti sumere ed egizie più antiche, con molti contenuti che, considerati spirituali dagli interpreti confessionali, sono, invece, riconducibili a situazioni profane. Tuttavia, sebbene Yah sia oggigiorno visto come un nume del turbolento pantheon medio-orientale, con gli Elohim biblici che adombrano dei mesopotamici (Enlil ed Enki in primis) e le loro controversie, resta l’impressione che alcune parti dell’Antico Testamento attingano a fonti sorgive; rimane l’impressione che un’ispirazione alta sia qua e là rimasta, a somiglianza di un diamante vero in un girocollo di diamanti falsi. [1] E’ come se a noi giungesse l’acqua torbida di un fiume rapinoso, ma pure qualche rivolo di liquido purissimo. Così all’interno delle religioni monoteiste coesiste una predominante tendenza secolare con poche venature sublimi; queste di solito sono poi confluite in orientamenti bollati come “eretici”: esemplare il caso della dottrina Sufi nell'ambito dell’Islam.

Ci pare dunque insostenibile invocare il contesto per giustificare certe atrocità dei testi sacri: il male è male, a prescindere dalle coordinate spazio-temporali.

Il discorso si può estendere ad altri retaggi: ad esempio, anche dall’antica cultura egizia setacciamo qualche pagliuzza d’oro, dopo che abbiamo scartato i detriti e la sabbia, ossia, fuor di metafora, le dottrine delle stirpi che da millenni dominano o lottano per dominare il pianeta. Una Confraternita primigenia (atlantidea-iperborea) riuscì a trasmettere un sapere illustre, un afflato pur tra mille difficoltà. Col tempo questo sapere si è come offuscato ed è stato eclissato e strumentalizzato dall’ideologia arcontica (Vedi Distorsione dei simboli). Oggi è l’eccezione che conferma una tragica regola.

La consapevolezza che non tutto è perverso, non tutto è sinistro ci induce a cullare una speranza: una volta conclusasi l’attuale fase storica inquinata dalla corruzione e dalla malvagità, si potrà aprire una finestra sulla luce.

Queste considerazioni valgono pure per la Natura: quantunque essa senza dubbio sia deturpata dalla violenza e dall’impurità a tal punto che i movimenti anti-cosmici (si pensi ai Catari-Buoni uomini) nutrirono una forte avversione per la materia ed il suo pus, non si può disconoscere che una segreta armonia ed una divina bellezza circonfondono il creato. [2] Tra l’altro il cosmo che percepiamo potrebbe essere solo la pallida ombra di una realtà trascendente molto più bella dove non hanno dimora né il disfacimento né la lordura.

Ha ragione Arrigo Boito che in modo icastico definì l’essere umano “angelica farfalla e verme immondo”. Pure la natura umana è duplice, dualistica, scissa. Veramente le contraddizioni, anzi le profonde spaccature che fendono l’universo, si palesano con feroce evidenza nel Sapiens sicché ci accorgiamo che persino nelle persone splendide si coagula un grumo oscuro, splende un fuoco nero. E’ il lascito del destino insito nel cosmo: perché quando tutte le cose furono create, nel contempo furono distrutte.

[1] Si confrontino, a mero titolo di specimen, i due seguenti passaggi: davvero si riferiscono allo stesso scenario storico, allo stesso dio?

Salmo 104: “Benedici il Signore, anima mia, Signore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto. Tu stendi il cielo come una tenda, costruisci sulle acque la tua dimora, fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento, fai dei venti i tuoi messaggeri, delle fiamme guizzanti i tuoi ministri”.

Deuteronomio 28:53. “E durante l’assedio e nella distretta alla quale ti ridurrà il tuo nemico, mangerai il frutto delle tue viscere, le carni de’ tuoi figliuoli e delle tue figliuole, che l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà dati”. Numeri 31, 17 “Ora uccidete tutti gli adolescenti ed anche tutte le donne che sono appartenute ad un uomo, ma conserverete in vita per voi le fanciulle ancora vergini.”

[2] Un giorno vidi un gabbiano che si avventò su un colombo per dilaniarlo: il becco del predatore, ancora sporco di sangue, e il pennuto straziato, eviscerato furono uno spettacolo orrido che suscitò in me un profondo ribrezzo per la natura e le sue leggi crudeli, eppure…

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

07 novembre, 2011

Psicologia

Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto. (A. Manzoni)

Hermann Hesse evidenzia che “la psicologia serve a scrivere libri, non a risolvere i problemi delle persone”. E’ nel giusto. In verità, la psicologia non è certo una scienza, ammesso che esistano oggigiorno delle scienze, ma un approccio empirico ed estemporaneo a situazioni umane eterogenee e difficilmente classificabili. Ho sempre rifuggito da quei discorsi in cui si prendono in esame gli esseri umani per inscriverli in categorie, in schemi. Si disquisisce sui pregi ed i limiti delle donne, sulle qualità ed i difetti dei giovani e via discorrendo, ma si ripetono solo luoghi comuni. Si pronunciano giudizi sulle relazioni interpersonali e persino si dispensano consigli su come interagire con il prossimo. Le banalità, anche se enunciate ex cathedra, restano banalità.

L’essere umano sfugge a facili modelli interpretativi, ad etichette: la complessità della dimensione psicologica sfida anche la più acuta analisi. Anzi, un’analisi vera sarà dialettica, paradossale, negatrice delle conclusioni cui, dopo un percorso accidentato, è addivenuta. I tipi psicologici sono tipizzazioni, simili ad immagini araldiche, semplificate di oggetti tridimensionali.

Per conoscere gli altri, bisognerebbe conoscere in primo luogo sé stessi. Il “gnòti sautòn” delfico e socratico non è tanto un invito all’introspezione, quanto una terribile sfida. Conoscere sé stessi significa impegnarsi in un’audace ricerca, in un viaggio non solo periglioso, ma la cui meta potrebbe essere simile ad un baratro spaventevole. A volte è meglio ignorare la propria natura più profonda. Superato l’istmo della coscienza, in quale regione tenebrosa e popolata di demoni, ci addentreremmo? O forse scopriremmo una terra radiosa, ma nella nostra condizione di caducità e di incompletezza, quella luce ci abbacinerebbe.

Sono riluttante dunque ad esprimermi, anche solo in modo interlocutorio, sugli altri, a definirli, a costringerli in “forme”. L’indole dell’individuo è insofferente di categorizzazioni e semmai, nella sua abissale sublimità, le si addice un’antitesi chiastica di Arrigo Boito che definì l’uomo “angelica farfalla e verme immondo”. Pure in questo caso, però, siamo al cospetto di una dicotomia che non rende la poliedricità della natura umana, con tutte le sfumature cromatiche dall’azzurro del Cielo al nero dell’Inferno. Con enorme sorpresa, forse un giorno scopriremo la generosità di un egoista o, vice versa, l’aridità di un filantropo.

Siamo nati sotto il segno della contraddizione e, per di più, in questi tempi finali, siamo intimamente scissi e disintegrati. Qualsiasi tentativo di catalogare e di chiarire è destinato ad arenarsi, a fallire.

Le tessere taglienti del singolo (un singolo che è pluralità) non si possono ordinare per ricostruirne l’immagine complessiva, senza ferirsi le mani.

P.s. Naturalmente la presente riflessione non riguarda gli automi.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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