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27 novembre, 2011

The grand illusion

Nella disgrazia l'uomo è pronto a credere e, quando l'ingannatore lascia intravedere la fine dei mali incombenti, allora il misero s'abbandona tutto alla speranza (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica).

Ci aggrappiamo alle illusioni, pensando siano spuntoni di granito, quando sono fragili stalattiti.

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20 ottobre, 2011

Un aforisma di Guicciardini sulla storia

Scrive Francesco Guicciardini nei “Ricordi”: “Tutto quello che è stato per el passato ed è al presente, sarà ancora in futuro; ma si mutano e nomi e la superficie delle cose in modo che, chi non ha buono occhio non le riconosce né sa pigliare regola o fare giudicio per mezzo di quella osservazione”.

Lo storico e diplomatico fiorentino vede la storia umana governata da una sorta di coazione a ripetere (“Tutto quello che è stato per el passato ed è al presente”). Veramente cambiano spesso le sembianze degli accadimenti (“si mutano e nomi e la superficie delle cose”), mentre agisce una forza sotterranea che ne dirige il corso, secondo uno svolgimento spiraliforme di tipo involutivo. La storia è progressivo regresso, fatale catabasi, discesa nell’inferno.

E’ come se un insano disegno fosse stato concepito ed attuato ab origine. Un sistema complesso si rivela il dominio delle semplici, prevedibili concatenazioni. Nonostante ciò – ed ha ragione Guicciardini – chi non possiede spirito d’osservazione non può cogliere premesse e sviluppi né, in modo induttivo, risalire alle leggi che disciplinano la cinetica dei “fatti”.

Difetta senza dubbio la capacità di analizzare le cose, di collegarle, di addentrarsi nei “meandri dei politici maneggi” sicché il potere può tranquillamente perseguire il suo piano sino alla meta finale. Non è solo l’uomo comune che non sa interpretare gli eventi, ma pure il polveroso storiografo ormai rattrappitosi in un’erudizione oziosa ed uso a lambiccarsi per non comprendere alcunché.

E’ paradossale: le scienze e gli àmbiti più accessibili sono quelli in cui l’ingegno umano si rivela più vacillante e gracile.

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12 ottobre, 2011

Fra le rime del sonetto

La presenza presso la corte di Federico II Hohenstaufen di matematici come Leonardo Fibonacci (1170-1240) oltre all’influsso esercitato dalla cultura araba ed ebraica ha suggerito allo studioso Wilhelm Potters un’ipotesi curiosa sull’origine del sonetto, componimento formato da due quartine e due terzine per un totale di quattordici versi.

Secondo l’erudito olandese, la struttura del sonetto, la cui invenzione è quasi in modo unanime attribuita a Jacopo da Lentini, esponente della scuola siciliana, potrebbe essere la proiezione in forma poetica delle misure con cui i matematici del tempo cercavano di risolvere i tradizionali problemi circa la misurazione del cerchio. Nei trattati del XIII sec. il rapporto tra circonferenza e diametro del cerchio era indicato con la frazione 22/7, approssimazione del numero irrazionale che, a partire dal XVIII sec., fu rappresentato con π (3,14). Ora – rileva Potters – i sonetti, nei manoscritti medievali, spesso erano trascritti a coppie di versi affianacati per vari motivi, fra i quali quello dettato della necessità di risparmiare il materiale scrittorio. Un sonetto dunque poteva incontrarsi in due colonne di sette versi ciascuna.

Con tale strategia di trascrizione il componimento, considerato in orizzontale, risulta costituito da 7 righe, ciascuna delle quali consta di 2 endecasillabi, per un totale di 22 sillabe metriche. I numeri 11 e 14, che connotano il componimento a strofa fissa, nel “De mensura circuli” di Archimede illustrano la relazione tra il circolo ed il quadrato circoscritto, mentre nel trattato “Practica geometriae” di Fibonacci, redatto intorno al 1220, le frazioni 22/7 e 11/14 ricorrono riferite ai computi di misurazione della circonferenza. [1]

Vista l’importanza estetica ed esoterica che assunse nel Medioevo la figura del cerchio, la supposizione di Potters potrebbe non essere del tutto priva di fondamento. Tuttavia, la frequenza di certe cifre troverebbe, a mio parere, un riscontro nel clima della corte sveva. Il mileu di Federico II fu un crogiolo culturale dove contributi bizantini, normanni, provenzali, arabi ed ebraici si fusero in una compagine feconda. Così, il 7 ed il 22 soprattutto evocano tradizioni cabalistiche: si pensi ai sette bracci della Menorah ed alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico.

Comunque la si pensi, è indubbio che l’arte e la letteratura medievali, almeno nelle sue manifestazioni più alte, sono intessute di significati allegorici, di valori la cui decifrazione richiede la conoscenza di codici segreti, l’uso di chiavi ad hoc. Si dimentichi di poter interpretare talune espressioni artistiche solo ricorrendo alla “tetralogia” enunciata nella pseudo-dantesca “Lettera a Cangrande della Scala”.

Rimaniamo in ambito poetico duecentesco. Guido Guinizzelli, nella strofa conclusiva del sonetto “Omo ch’è saggio non corre leggero”, sentenzia: “Deo natura e’ l mondo in grado mise e fe’ dispari senni e intendimenti: perzò ciò ch’omo pensa non dé dire”, “Dio creò la natura ed il mondo, secondo una gerarchia e fece differenti intelligenze e modi di vedere le cose: perciò non si deve esprimere ciò che si pensa.” Nella composizione, concepita e vergata come risposta a Bonagiunta Orbicciani da Lucca, che aveva criticato l’intellettualismo del rimatore bolognese, quest’ultimo rivendica la sua scelta di una poesia nutrita di conoscenze filosofiche e scientifiche. Guinizzelli sostiene qui una concezione se non iniziatica dell’esperienza artistica, aristocratica.

Del resto, nella lirica "Io voglio del ver la mia donna laudare", componimento dalla musicalità quasi cantabile e “facile”, grazie alle allitterazioni ed alla scansione regolare delle unità, l’autore adombra persino, pur nelle ripresa di tòpoi trobadorici, riconoscibili da un pubblico anche non particolarmente scaltrito, le norme araldiche. Nei vv. 6 e 7, infatti, dove si legge “ tutti color di fior’, giano e vermiglio, oro ed azzurro e ricche gioi per dare”, il capostipite dello Stilnovismo si richiama alla convenzione araldica secondo cui gli smalti (colori e metalli, cioè oro ed argento) sono associati secondo precise ed inderogabili regole.

Anche “la rosa e lo giglio” del v. 2, fiori tradizionalmente legati alla figura della Vergine, non prescindono forse da valenze profonde, “eccentriche”, ma il discorso ci porterebbe lontano…

Fonti:

C. Bologna, P. Rocchi, Rosa fresca aulentissima, p. 182, Torino, 2010
Enciclopedia del Medioevo, Milano, 2007, s. v. Federico II, Fibonacci
W. Potters. Nascita del sonetto. Metrica e matematica al tempo di Federico II, 1998


[1] Lo statunitense Steven Botteril accoglie l’ipotesi di Potters circa la genesi “matematica” del sonetto con una certa perplessità. Per quanto mi riguarda, mi convincono poco certe interpretazioni incentrate su codici e numeri.

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