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11 dicembre, 2017

Dativo di possesso



Bisognerebbe imparare il distacco, in primo luogo dai beni materiali. Pensiamo a quanta saggezza è incastonata nella lingua! Il Latino, per esprimere il possesso, di solito, invece di usare il verbo habere (avere), privilegia il costrutto noto appunto come “dativo di possesso” con cui l’oggetto non è indicato del tutto come una proprietà esclusiva, ma inteso come un qualcosa che pertiene a chi ne usufruisce. Gli antichi conservavano il ricordo di un’epoca e di una società in cui quanto era necessario alla sopravvivenza della comunità, in particolare i pascoli ed il bestiame, oggi era nella disponibilità di uno, domani sarebbe stato nella disponibilità di un altro: si pensi alla rotazione dei latifondi presso la classe dirigente spartana.

Lungi da me condannare la proprietà privata che è il risultato di sacrifici e lavoro, ma come non deplorare la cupidigia di cose, di denaro, la sacra fames auri (l’esecranda bramosia dell’oro) di virgiliana memoria? Si ammucchia per ammucchiare, si brama per bramare, dimenticando il celebre monito evangelico: “Non accumulate ricchezze qui sulla terra dove possono essere rovinate dai tarli e dalla ruggine o rubate dai ladri. 20 Accumulatele in cielo, invece, dove non perderanno mai il loro valore e sono al sicuro dai ladri. 21 Se i tuoi risparmi sono in cielo, anche il tuo cuore sarà là. (Matteo, 6, 19-20).

Chi oggi auspica che l’Italia ed altri paesi rinuncino all’euro per adottare una moneta nazionale, rischia di incorrere in un errore, dopo averne emendato un altro. Infatti, se è vero come è vero che il denaro è strumento di dominio, instrumentum regni, se è vero come è vero che il denaro suscita avidità, fomenta furti, rapine, discordie, conflitti, non è forse auspicabile un consorzio umano non fondato sulla pecunia, quanto sulla produzione, sull’uso, lo scambio e la condivisione di beni?

Che cosa pensare poi del denaro-merce, fulcro dell’usura? E’ per questo che, a ragione, Brecht afferma: “Rapinare una banca è un reato, ma fondarne una è un reato molto più grave”. Eppure siamo prede di rapaci banchieri, di odiosi sistemi fiscali. Occorre liberarsi sia di codesta masnada di feneratori sia della mentalità speculativa, diffusa anche tra chi giustamente critica l’establishment. E’ questa aberrante forma mentis che oggi seduce, promettendo "sùbiti guadagni", con la chimera del bitcoin, la moneta digitale sinonimo della più sfrenata follia finanziaria, di un’economia fraudolenta e fittizia, adatta ad arricchire i ricchi e ad accentuare sperequazioni e miseria.

E’ necessario - lo ripetiamo – sia emanciparsi dalla cricca dei banchieri sia dalla struttura mentale materialista: il secondo compito sembra più difficile del primo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

22 marzo, 2017

Infelici e contenti



Ha ragione il glottologo russo, Roman Jakobson, quando afferma che i sinonimi perfetti non esistono: infatti, se prendiamo in considerazione la contentezza, dobbiamo constatare che essa non equivale alla felicità. Essere contenti significa essere appagati: per dirla con Epicuro “non aver fame, non aver sete, non aver freddo, non aver caldo”. E’ una “felicità da moribondi”: così accortamente la giudica lo storico della Letteratura greca, Gennaro Perrotta. E’ un mero soddisfacimento di istinti naturali ed è già molto, se pensiamo che molti uomini, nel nostro mondo civile, soffrono i morsi dell’inedia e dell’arsura.

Tuttavia tale soddisfazione è ben lungi dal combaciare con la felicità che è uno stato di grazia, una luce immateriale che rischiara l’anima e splende sulla vita. E’ evidente quanto sia rara tale condizione che – ha ragione La Rochefoucauld – “dipende dal gusto e non dalle cose”. Sebbene sappiamo che il desiderio di essere felici, è quasi sempre destinato alla frustrazione, non smettiamo mai di perseguire quegli obiettivi che ci potranno forse donare un istante di estasi. Così l’esistenza si consuma in vani tentativi, mentre immense energie si esauriscono in sacrifici degni di fini migliori. Si è che nel cuore umano l’anelito alla felicità è insopprimibile ove si intenda per felicità appunto quel senso di armonia con sé stessi e con il mondo, quella linfa che alimenta l’esistenza, il brivido d’infinito che trascorre l’arido tempo, non il volgare divertissement dei bruti.

E’ palese che, mentre la felicità è affatto infrequente, la serenità non esiste: per essere sereni, è necessario liberarsi di ogni magagna, fugare ogni affanno, sciogliere le tristi speranze del passato e gli esangui ricordi del futuro. Chi su questa martoriata terra può asserire di non essere neppure sfiorato dalle ombre del tempo?

Molti dunque sono – non è un paradosso – infelici ma contenti e vice versa. La formula conclusiva di molte fiabe, “E vissero felici e contenti”, è superficiale, fatua, falsa.

Una profonda ingiustizia, infine, rende la felicità ed il suo contrario, il dolore, non equilibrati, non equipollenti: invero, mentre la prima giunge ad un punto in cui non può andare oltre, la sofferenza non conosce limite alcuno, poiché di un patimento si può sempre immaginare ed esperire un’esacerbazione, uno stato peggiore. E’ per questo motivo che Dante scrive che le già intollerabili, spaventose, brutali pene dell'Inferno si accresceranno ulteriormente, allorquando le anime dei dannati, dopo il Giudizio universale, si ricongiungeranno ai corpi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

28 luglio, 2016

Giustizia e vendetta

La giustizia è una forma di vendetta, per quanto sublimata, legittimata, codificata. Non è un caso se nella società omerica, la vendetta, timorìa, era reputata un valore ed un preciso dovere dell’eroe, il kalòs kaì agathòs. La giustizia, infatti, è regolamento di conti, punizione dello scellerato oltre che rappresaglia. [1] Chi può contestarlo? Certi castighi sono doverosi, vitali. La giustizia mira a pareggiare i conti, a ripristinare un equilibrio turbato. E’ questo il compito del Tribunale divino che, premiando i probi con la beatitudine perenne e condannando i malvagi ad un inferno interminabile, attribuisce a ciascun uomo quanto merita in base alla sua condotta. [2]

Preferiremmo una giustizia perfetta, ma è impossibile ottenerla, almeno per due ragioni: da un lato gli uomini sono imperfetti e da loro non ci possiamo attendere un’equità assoluta, anche quando mirassero ad una totale imparzialità; inoltre una giustizia perfetta deve essere immediata, il che evidentemente non è e non può essere. In tale contesto, anche sulla stessa Giustizia superiore, per quanto compiuta ed ineccepibile, giacché rinviata post mortem, nonostante il tragitto umano sia comunque brevissimo, si proietta una pur evanescente ombra.

Si constata che l’esistenza e l’esigenza stessa della giustizia dipendono da una primigenia mancanza di giustizia. Sentiremmo la necessità del giusto, se non esistesse l’ingiusto? Non sarebbe stato possibile e desiderabile generare un universo senza la presenza del male nel tempo e senza l’Inferno nell’interminabilità, con il Tartaro che è l’orrido sotterraneo di un universo magnifico? Lo stesso strumento definitivo per una giustizia definitiva, l’Inferno senza fine, non è una macula sulla Creazione, non è inconciliabile con un cosmo redento dal male, anche dal semplice, sbiadito ricordo del male, dalla sua eco proveniente dal tenebroso scantinato? Sono domande per cui non abbiamo risposta, sono domande per cui forse non esiste risposta.

[1] Si veda, ad esempio, in un contesto teologico, la parentela tra vendetta e giustizia in Dante, Inf. Canto VII, vv. 11-12: vuolsi ne l’alto, là dove Michele/ fé la vendetta del superbo strupo.

[2] Consideriamo l'esistenza dell'Inferno e del Paradiso come ipotesi di lavoro.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

19 luglio, 2016

Mozzi e mozzarelle



Suscita infinita tristezza constatare a che livello infimo è precipitato il “giornalismo” italiota: in questi ultimi tempi i vari pennivendoli si accaniscono contro i vari esponenti del Movimento Cinque Stelle. E’ vero che costoro sono indifendibili, ma è patetico vedere come si infierisce con i soliti argomenti ad personam: uno è sbeffeggiato, perché “crede” (sic) nelle scie chimiche, un altro poiché evoca il microchip, un altro perché si interessa di sirene e via discorrendo.

Possibile che i mozzi dell’”informazione” non concepiscano un pensiero che sia uno? Possibile che codesti frustrati siano mossi solo dal livore? Possibile che siano così infantili? Assomigliano a quei pargoli che, attaccandosi alla sottana della mamma, gridano: “Quel bambino è cattivo: mi ha rotto il giocattolo!” Sì, gli imbrattacarte sono attaccati al loro piccolo scoglio, ai loro miserrimi privilegi, garantiti loro dal presente stato di cose che vede il predominio (effimero) di Teo il cicisbeo e del suo codazzo di lacché. Sotto sotto, si intuisce la propaganda a favore del No in occasione del referendum costituzionale: se i perderanno, il grullo fiorentino e gli altri pagliacci del Partito demoncratico saranno probabilmente gettati nella prima discarica disponibile. Passeremo dalla padella nella brace, ma questo è un altro discorso.

Lo stesso Teo non ha ben capito che il Presidente del coniglio è come una mozzarella: scade. Così lui ed i suoi caudatari tentano di attaccarsi al potere come fossero mignatte. Chissà a che cosa ricorrerà questa cricca per rimanere in sella! Una recente esercitazione antiterrorismo compiuta a Roma ci fa sentire puzza di bruciato... Vedremo. Intanto i redattori-cortigiani continuano nella loro campagna a favore dell’attuale governo, anche quando fingono di disapprovarlo.

Dov’è finita la stampa come coscienza critica del sistema? Dove sono finiti gli intelligenti editoriali? Dov’è finito il giornalismo d’inchiesta? E’ uno squallore unico dove la firma più “prestigiosa” è indistinguibile dal più scalcinato blogger negazionista: stessa ignoranza, stessa spocchia, soprattutto stesso barbaro linguaggio.

Visto che la decadenza della lingua anticipa la dissoluzione della società, essa deve inquietare ancora più di tanti altri sintomi del disfacimento. E’ tollerabile che codesti beoti abbiano deciso supinamente di adoperare abomini lessicali come “ministra”, “sindaca”, “assessora”? Anche solo per questi scempi andrebbero messi alla gogna: si aggiungano i tempi verbali errati, le concordanze a senso (“ci sono una serie di problemi”), l’invasione di termini inglesi o pseudo-inglesi, i forestierismi, i refusi già nei titoli, gli orrori ortografici ed il desolante quadro è completo.

Ormai il “giornalismo” è ridotto a borborigmo, a pettegolezzo (i nostri eroi scriverebbero “gossip”): sono editorialisti a gettone, cronisti in crisi cronica. Che spettacolo indegno vedere tutte queste allegre comari di Windsor! Che soddisfazione pensare che perderanno tutta l’allegria, quando, subentrati i nuovi padroni, cercheranno di salire sul carro dei vincitori per essere cacciati via come cani pulciosi. “Via, costà con li altri cani!” (D. Alighieri)

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 aprile, 2016

Elogio della ripetizione

Siamo per lo più noi Italiani ad essere assillati dal problema della ripetizione: anche gli scrittori più superficiali, se possibile, cercano di non ripetere lo stesso termine, almeno nell’ambito di un unico periodo. Ne conseguono non di rado scelte lessicali discutibili, talora grottesche, giacché si dimentica – come c’insegna Roman Jakobson – che i sinonimi perfetti non esistono: di solito i sinonimi appartengono a registri differenti o a differenti età della lingua.

Non solo, la ripetizione può essere efficace: se non occorre evidenziare la diversità di sfumatura, di accezione, si può conferire enfasi ed icasticità ad un testo, iterando la stessa parola, un sintagma, addirittura un intero enunciato. L’anafora, l’epifora, l’anadiplosi… donano pathos e drammaticità all’elocuzione. Associata ad altre figure retoriche, sia di costruzione sia di significato, ad esempio la climax, il chiasmo, l’ironia…, la ripetizione scolpisce i suoni ed i significati, rendendoli plastici, aggettanti.

Come sarebbe povera e molle la Prima Catilinaria, se Cicerone non ricorresse all'insistita iterazione di certe parole?

Come sarebbe fiacco l’incipit del III canto dell’Inferno senza la formidabile anafora di “Per me”?

La ripetizione è anche garanzia di coerenza tematica: è come un filo che lega le perle in una collana. Salda i concetti in un’unità testuale, additando il cuore del problema. Certo, pure in questo caso, vale il motto latino est modus in rebus: è preferibile non abusare dell’iterazione, soprattutto se il repertorio lessicale ci offre buone alternative, se ci squaderna lessemi i cui valori si dispongono lungo una gamma semantica che può ampliarsi o restringersi, secondo le esigenze espressive, euristiche e di stile.

Evitiamo dunque di eccedere con il verbo “fare”, con il sostantivo “cosa” e via discorrendo. Rifuggiamo dall’insensato “nel senso che” e da consimili tic. Si rischia altrimenti di impantanarsi nella miseria linguistica di Umberto Eco e della coorte negazionista, da Paolo Attivissimo a Simone Angioni: è una miseria che, lungi dal denotare soltanto ignoranza, dà la misura di pochezza intellettuale e persino etica. E' il cimitero della lingua, della cultura, di tutto.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

05 marzo, 2016

Elogio dell'inadeguatezza



E’ opportuno elogiare l’inadeguatezza. Viviamo in un mondo talmente assurdo e storto che sentirsi in dissonanza con codesta realtà è solo titolo di vanto. Chi non si adegua e non vuole adeguarsi ad una tecnologia sempre più ottusa ed invadente non è un inetto, ma una persona accorta. Chi è restio a tentare di comprendere teorie “scientifiche” astruse e strambe, dimostra buon senso. Chi è insofferente nei confronti della pseudo-cultura a base di idiozie pedagogiche e psicologiche – quelle fandonie di cui sono infarciti molti corsi d’aggiornamento per docenti – palesa un atteggiamento critico. Chi spegne il televisore - ammesso che ancora possegga questo marchingegno letale - non appena uno specialista comincia a pontificare di economia, di storia, di biologia, di meteorologia… è uomo perspicace e sveglio. Chi ha smesso di ascoltare le corbellerie e le menzogne di una declassata classe “politica” può ancora considerarsi cittadino e non suddito.

Bisogna lodare i disadattati: essi sono in totale discordanza con il becerume che imperversa. Detestano il “pensiero” unico imposto dal sistema, comprendono che molti romanzi appartengono alla letteratura-spazzatura, non si uniscono al coro di chi tesse l’encomio di personaggi tanto celebri quanto ignoranti.

I disadattati seguono l’antico motto làthe biòsas, vivi nascosto. Guardano il consorzio umano con disincanto, con sdegnoso distacco. Possono comprendere alcuni comportamenti, ma non li giustificano né li approvano. La loro disapprovazione non è il risultato di un’ostilità preconcetta, di impulsi emotivi, piuttosto dipende dalla comprensione e dal discernimento. I disadattati sono controcorrente: preferiscono una libertà irta di ostacoli ad una molle, comoda, ignominiosa schiavitù.

Di recente è morto Umberto Eco. In primo luogo speriamo per lui che non esista l’inferno come quello immaginato da Dante; diversamente ora alberga nel girone in cui sono precipitati i falsari della parola ed Eco fu scaltro contraffattore della lingua. Il giudizio su di lui non cambia: oltre ad essere uno dei corifei del negazionismo più paludato e mellifluo, fu un depauperatore dell’”idioma gentile” e, come tale, deve essere ricordato a suo perpetuo disdoro. Non siamo dunque nel novero di chi, in modo del tutto supino e stupido, si è unito alle geremiadi ed ai panegirici a favore di un “intellettuale” che fu un Ser Ciappelletto, scaltro senza dubbio, ma incline all’inganno attraverso un uso disonesto della comunicazione. Siano sommersi dall’oblio i suoi romanzi d’appendicite, volumi buoni al massimo come zeppe per tavoli traballanti.

Bisogna essere anticonformisti, in rotta di collisione con una società vuota ed inutile, in cui la stragrande maggioranza delle persone ha l’ebete sguardo fisso sullo schermo di un cellulare, mentre attorno (sopra specialmente) avviene tutto ed il contrario di tutto

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APOCALISSI ALIENE: il libro

04 agosto, 2015

Legge e violenza



In questi ultimi lustri la violenza ha acquisito una nuova qualità, inusuali tratti. E’ indubbio: la sopraffazione esiste da tempo immemorabile, ma oggi non è quasi mai motivata (se il sopruso si può motivare e giustificare) da leggi di sopravvivenza o da pulsioni, poiché è una barbarie sovente gratuita, del tutto incomprensibile e sproporzionata rispetto alle cause che la accendono.

Uxoricidi, infanticidi, assassini per rubare somme esigue, sevizie nei confronti dei deboli e degli animali...: è un carnaio che suscita orrore e costernazione. Anzi, dovrebbe suscitarli, giacché sembra che gran parte dell’umanità sia oggidì non solo assuefatta agli atti più abominevoli, ma pure avida di sangue, di storie truculente. I media di regime soddisfano e blandiscono questa depravazione, moltiplicando il raccapriccio.

Sorprende la reazione, anzi diremmo la mancanza di reazione, di fronte alla violenza sia quella privata sia quella pubblica. Gli uomini, degradati ad inetti e pusillanimi servitori, non sanno più né indignarsi né ribellarsi. Sulle origini di questa condotta passiva e rinunciataria potremmo pure interrogarci e trovare qualche risposta, ma alla fine dovremo solo constatare la nequizia e la stolidità del gregge “umano”.

Rispetto al passato, nel nostro miserabile mondo al contrario, l’autore principale della violenza è lo Stato con le sue leggi funeste, quanto più esse sono decantate come democratiche e persino libertarie. Scrive Thomas De Quincey: “Appena la legge fa capolino per immischiarsi ai moti dei più nobili affetti morali, cessano ogni libertà d’azione, ogni purezza dei moventi, ogni dignità di relazione personale”. E’ così: le norme coercitive che lo Stato non smette di promulgare sono l’affossamento dell’etica, la cancellazione di ogni più alto ideale. Oggi la brutalità delle istituzioni soverchia i delitti degli individui a tal punto che lo Stato è diventato indistinguibile non da un “comitato d’affari”, come pur non malamente scrive Karl Marx, ma da un gruppo di malfattori.

Sono malfattori cui si contrappongono, per meschini ed ignobili interessi solo altri malfattori, dacché i “giusti” di dantesca memoria paiono essersi estinti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

13 giugno, 2015

La Grecia sull'orlo dell'abisso



Forse entro breve tempo la Grecia deciderà di uscire dalla moneta unica europea: molti esultano di fronte ad una tale possibilità. Come abbiamo già osservato nell'articolo dalla "DEMOncrazia alla...", la rinuncia all’euro e l’adozione di una divisa nazionale non è ipso facto una panacea: infatti un’eventuale moneta ellenica sarebbe sottoposta ad una spaventosa spirale inflazionistica ed alle spregiudicate speculazioni degli investitori internazionali che traggono immensi profitti dalle bancarotte.

Solo se il governo di Atene optasse per un sistema monetario svincolato dal signoraggio, disconoscendo inoltre un’economia finanziaria incentrata sull’interesse-usura (si pensi alla lezione di Ezra Pound) per valorizzare le attività produttive reali, potrebbe avviare la Grecia verso una reale ripresa.

Se si mantiene, però, inalterato l’impianto economico, per giunta affossato da elevate spese militari, inclusa la geoingegneria clandestina, che cosa cambia, se non il nome della moneta? Tsipras e gli altri, però, ci sembrano più che altro dei demagoghi, affetti da statalismo, dei dilettanti che si barcamenano, cercando di blandire una popolazione sempre più scorticata dai poteri mondialisti, senza, però, scontentare i banchieri internazionali. Non riescono ad uscire (non vogliono) dall’ottica del debito: il denaro non si presta, si elargisce gratis et amore Dei; al limite se si presta, non bisogna pretendere la restituzione di alcun interesse. Di questo era convinto Dante.

In verità, la crisi ellenica più che la conseguenza di uno scellerato turbocapitalismo, pare l’obiettivo pazientemente perseguito dalla feccia globalizzatrice. Se l’euro dovesse fallire in e con la Grecia, per trascinare nell’abisso, con un effetto domino altri paesi, le sedicenti élites avrebbero il pretesto per dimostrare che i tracolli si risolvono e si evitano con un’unica divisa mondiale, magari elettronica. Si compierebbe un altro passo verso la centralizzazione delle strutture governative. Non è forse quanto gli apparati ambiscono? Anche l’immigrazione, che sta straziando specialmente Grecia ed Italia, non è orchestrata affinché il caos sociale porti ad un nuovo, feroce ordine? “Ab chaos ordo” è la loro parola d’ordine.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

21 maggio, 2015

Bloom and doom



La “candida rosa” descritta da Dante nel Paradiso è immagine che si comprende ricordando la letteratura occitanica in cui la rosa è simbolo dell’eros, ma di un eros per lo più sublimato, quasi incorporeo che in talune esperienze assurge a slancio contemplativo. In francese ed in inglese “rose” è anagramma di eros. I rosoni delle cattedrali paiono evocare significati astronomici oltre che mistico-esoterici.

Imprescindibile riferimento culturale nella Weltanschuauung del Basso Medioevo è il Roman de la rose, il rapsodico poema narrativo-allegorico in lingua francese (XIII secolo) di Guillame de Loris e Jean de Meung in cui la donna amata è rappresentata da una rosa. Il Roman de la Rose fu adattato da Ser Durante nel poemetto didascalico-allegorico intitolato Il fiore: con persuasivi argomenti stilistici il critico Gianfranco Contini ha ravvisato in Dante l’autore della volgarizzazione. Così l’anello si chiude a circoscrivere le più insigni manifestazioni della cultura romanza, una in lingua d’oil, un’altra in lingua d’oc, l’ultima nel volgare italiano.

Qualcuno sostiene che la “candida rosa” sia un’icona dipinta dal “ghibellin fuggiasco” per la sua armonia formale in cui è contenuta la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo. E’ ipotesi che non convince del tutto, poiché il poeta fiorentino intende esaltare valenze spirituali che trovano la loro linfa nella rosa concepita come simbolo dell’amore perfetto, in un processo di progressiva idealizzazione.

Dopo Dante la rosa è sempre più spesso associata a concetti elevati: nel Rinascimento sorse la confraternita iniziatica dei Rosacroce, di impronta cristiano-evangelica il cui simbolo è una rosa a cinque petali posta al centro di una croce latina. L’arma di Johann Valentin Andreae (1586-1654), i cui scritti rivelarono le concezioni dei Rosacroce, era una croce di Sant’Andrea con quattro rose collocate alle estremità dei bracci.

Che cosa è accaduto in età contemporanea? Nello stravolgimento e nella depravazione generale che trascina con sé tutto, la simbologia della rosa è stata snaturata ad adombrare liturgie contro-iniziatiche e delitti rituali: il significante (la forma del fiore) è rimasto il medesimo, ma il significato (l’idea sottesa alla figura) è degenerato a tal punto da suggerire intenti abominevoli, antitetici ai nobili fini perseguiti dalle congregazioni medioevali e moderne. Si è scelto come unico colore della rosa il rosso che allude all’effusione di sangue. Ecco perché servizi televisivi e fotografie di testate giornalistiche indugiano sovente, nel caso di omicidi, su una rosa rossa da cui a volte stilla una goccia: è una sorta di firma apposta dagli Oscurati, un funesto sigillo, l’impronta di un destino mortale.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

07 marzo, 2015

Esiste il Paradiso?



Esiste il Paradiso? La risposta a questa domanda implica postulare che sussista una dimensione metafisica, oltre la realtà galileo-newtoniana e persino di là dall’universo quantistico, una realtà in cui le “leggi” naturali sono del tutto trascese. E’ impresa ardua concepire tale regno della beatitudine perfetta, non solo in quanto l’umanità e l’esistenza offrono solo pallidi e rari simulacri dell’Eden, ma pure perché, se l’inferno si può immaginare moltiplicando ad infinitum il tempo, situazione di cui abbiamo esperienza, tale dato non si può sussumere, quando si pensa il Paradiso.

Il Paradiso, infatti, è non-tempo: se la felicità fosse protratta nell’arco temporale, essa risulterebbe alla fine noiosa, terribile quasi quanto l’Inferno. Pertanto l’immagine degli angeli che intonano canti in lode di Dio è appunto solo un’immagine: essa evoca un’armonia perfetta, attraverso la metafora delle creature celesti immerse nella pace e nella luce spirituale. Il Paradiso, descritto nella letteratura (si pensi in particolare alla “Commedia”) attraverso, similitudini, metafore ed esempi, non è, però, una metafora.

L’Empireo, se esiste, non è solo il compimento dell’uomo, la sua piena realizzazione nel disegno cosmico, ma è riconciliazione della natura con sé stessa, ritorno alla perfezione primigenia, redenzione definitiva dal Male, apocatastasi. E’ il ritorno a casa.

Il Cielo è dunque la compiuta ipostasi del Bene, senza incrinature né ombre. E’ il Principio, prima che esso scivoli nel tempo e nello spazio, prima che si deteriori nella storia, prima che esso si di-vida da sé stesso.

A questo punto si pone, però, un problema: quando, dopo incalcolabili cicli cosmici, il Tutto rientrerà in sé stesso, il giorno in cui il Male sarà estirpato in ogni dove, non si creerà una stasi, preludio forse di un annichilimento finale, visto che l’essere scaturisce dal contrasto? Non sarà quindi l’apocatastasi una situazione transitoria, destinata ad essere superata da una nuova (dis)avventura della Coscienza lungo uno degli innumerevoli percorsi ontologici?

Tuttavia se la Coscienza è onnipotente, essa potrà sanare tale contraddizione in modo da armonizzare eternità e tempo, immobilità e moto, divino ed umano, essere ed esistenza.

I “Nuovi cieli e la nuova terra” sono la palingenesi, oltre ogni determinazione concettuale e linguistica, persino oltre ogni intuizione. Questo è il Paradiso assoluto, mentre il Paradiso individuale è forse un’inesprimibile condizione in cui la corda del tempo è come allentata: l’itinerario del singolo prosegue, senza più il peso della corporeità ma con l’anelito verso una conoscenza sempre più profonda, verso una progressiva purificazione.

Il Paradiso è il luogo del Nulla e del Tutto, il luogo del Silenzio: infatti non ne sappiamo nulla, ma comprende tutto. Infine l’unica parola che può descriverlo è il silenzio.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

09 gennaio, 2015

Esiste l’Inferno?


Esiste l’Inferno? Prevengo un’obiezione: “L’Inferno è sulla Terra: basta visitare un carcere, un ospedale, una caserma, un macello... per constatare che il nostro martoriato pianeta è una bolgia”. Tuttavia all’”Inferno sulla Terra” manca un requisito affinché sia un “perfetto” luogo di dannazione: l’interminabilità.

Di solito gli allievi che cominciano a studiare Dante restano sgomenti di fronte ai raffinati contrappassi che il Poeta escogita per i peccatori e soprattutto quando si figurano pene destinate a durare per sempre. Gli adolescenti, che di solito ignorano le tenaglie del male, ritengono la dannazione eterna sia un’idea inammissibile, frutto di una mente sadica. Quanti spiegano loro che probabilmente l’Alighieri intende i tre regni dell’oltretomba secondo una concezione esoterica, in cui l’Inferno stesso adombra un itinerario che ciascuno di noi deve compiere nelle regioni dell’Ombra!

Non manca, però, chi considera in modo letterale sia la Gehenna dantesca sia l’Inferno della religione cristiana e del credo islamico. Un’esigenza di giustizia induce a ritenere che i malvagi impenitenti dovranno pagare il fio con una punizione destinata a non finire mai, anzi a divenire ancora più atroce dopo il Giudizio universale.

Alcuni, sulla scorta di Agostino, pensando che la stragrande maggioranza dell’umanità sia preda del peccato ed irredimibile, immaginano un Paradiso semivuoto e ad un Ade brulicante di anime dannate. Oggidì molti esponenti del clero tendono a presentare la condizione infernale come uno stato di volontaria separazione dal Creatore.

Esiste l’Inferno? E’ un po’ come chiedersi se esista Dio o il libero arbitrio. Sono quesiti che ci bloccano in una sorta di punto di Lagrange concettuale: qui l’intelletto non riesce a muoversi né in una direzione né in un’altra, senza poter dirimere la vexata quaestio. Non potendo la ragione ottenere un risultato soddisfacente, deve subentrare la fede o la scommessa di Blaise Pascal.

Da un lato, infatti, ripugna la feroce idea di un Inferno senza termine anche per coloro le cui colpe non sono gravissime, dall’altro non è meno raggelante il pensiero che esseri istigati da una cattiveria pura, assoluta (si vedano molti negazionisti ed i massacratori della Vita per citare solo due esempi estremi) possano un giorno anche lontanissimo essere perdonati, in un’apocatastasi di origeniana memoria. Forse queste “anime prave” dovrebbero essere annientate: per costoro, visto l’egocentrismo che li soggioga, è prospettiva senza dubbio spaventosa quanto una condanna infinita.

Non aveva torto l’archeologo e storico Mario Pincherle a chiedersi: “Dove sarebbe la ‘buona novella’ del Cristianesimo? Sarebbe l’annuncio che, se compi anche un solo errore in un’unica vita, sarai precipitato nel ‘lago di zolfo’ per l’eternità?”

Può darsi che l’indagine sul destino oltremondano sia il risultato di un’etica “umana, troppo umana” e che il sublime disegno cosmico trascenda le limitate speculazioni persino dei più alti filosofi e teologi. Nulla si può escludere né in un senso né in un altro.

Certo, se esiste l’Inferno, comunque lo si concepisca, esso ci pare una macula della Creazione, qualcosa che coesisterà (per sempre?) con la Perfezione universale una volta in cui essa sarà conseguita, se ciò mai avverrà. L’ideale sarebbe stato evitare che il male assumesse proporzioni tali da spronare gli uomini ad abbozzare dottrine che tentano sia di spiegare la genesi e la funzione del mysterium iniquitatis sia un suo futuro superamento nelle forme più disparate. E’ evidente, però, che è tardi, troppo tardi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

01 luglio, 2014

Utilizzare


Utilizzare”: questo è il verbo che imperversa oggigiorno. Orrido gallicismo, rivela l’atteggiamento utilitaristico della nostra società. “Utilizzare”, vocabolo che, con quella zeta geminata, è unghia che stride sul vetro, gesso che graffia l’ardesia.

E’ il verbo che anche nei testi vergati dagli ineffabili geni del Ministero dell’istruzione (sic) è riferito agli autori che “utilizzano” le figure retoriche, il registro, le immagini... Povera lingua italiana depauperata e rovinata da inutili beoti! Non manca nei documenti ufficiali quasi mai il sostantivo “effettuazione”, abominio linguistico che non deprecheremo mai abbastanza.

Si diceva del lessema “utilizzare” affibbiato agli scrittori, come se un artista adoperasse le parole, i colori, le note... E’ il contrario! Il vero artista si abbandona alla corrente dell’ispirazione: i versi, le figure, le melodie... si affollano e brulicano attorno a lui, implorandolo di dar forma loro, di farli emergere dalla nebbia dell’inespresso e dell’indistinto alla luce adamantina dell’intuizione. Ecco che allora affiora una frase, un motivo, un soggetto.

Il vero artista è veggente, perché, come Omero, è cieco, cieco alle apparenze, mentre scruta l’ignoto ed ausculta le vibrazioni del silenzio.

Nell’antichità non si distingueva tra poeta e vate, tra aedo ed oracolo: il “vates” è colui che vede. La radice indogermanica di questo termine è probabilmente la stessa del verbo latino “video” (indoeuropeo "vid-ved") Senza dubbio si connette al nome proprio del dio germanico Wotan (Odino), il nume che, rinunciando ad un occhio, acquisisce il dono della profezia, guadagna la conoscenza delle cose soprannaturali.

Lo stesso Apollo è il dio sia delle arti sia dei vaticini.

Dunque è necessario ribaltare l’interpretazione: non è l’artista che opera delle scelte, poiché egli è scelto dall’idea, invasato dal nume, beneficiario di una rivelazione che è al tempo stesso epifania ed occultamento, grazia e condanna.

Dante lo chiarisce in modo netto, inequivocabile: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto e a quel modo ch’è ditta dentro vo significando”. (Pur. XXIV, 52-54). Il concetto di ispirazione (l’ispirazione è afflato divino ed incanto) e l’idea di una voce che detta allo scrittore quanto egli annota.

Si direbbe che il vero artista non è chi possiede fantasia, ma colui che si lascia guidare dal daìmon, docile ed umile, verso vette abissali.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

18 giugno, 2014

Spiritati

In questi tempi sempre più difficili non sono pochi coloro che cercano di fuggire da un’esistenza asfissiante, dal cappio del quotidiano, ricorrendo alle esperienze più disparate. L’uomo contemporaneo avverte, sebbene in modo indistinto, che esiste un quid oltre il corpo, oltre i ceppi della materia. Purtroppo, però, cerca scorciatoie, privilegia le tecniche, pensa, un po’ come Simon Mago, che con il denaro si possano acquisire i doni dello Spirito. Ecco allora che comincia ad iscriversi a corsi, a procurarsi costosi tomi, a seguire gli insegnamenti di sedicenti maestri: quasi sempre il risultato non è l’espansione della coscienza, bensì uno spaventoso assottigliamento del portafoglio. Un percorso “spirituale” è più oneroso di un mutuo.

Come giudicare poi di tutte quelle costrizioni che dovrebbero liberare il nostro potenziale interiore? Posture scomode, estenuanti sedute di meditazione, impegnativi esercizi di visualizzazione, concentrazione della mente sul vuoto... Qual è alla fine il frutto di tutte queste prassi?

L’uomo di oggi è costitutivamente dissimile da quello di un tempo: altro che evoluzione! Così, se i partecipanti ai Misteri dei tempi venerandi compivano un itinerario che li conduceva, attraverso prove simboliche, ad una vera iniziazione, nell’età attuale si brancica nel buio o ci si muove in un labirinto. Dante ci insegna che “per riveder le stelle”, è necessario un lungo, paziente apprendistato. E’ necessario percorrere il sentiero che attraversa l’inferno per rendere l’anima degna di ascendere. Si preferisce la via più breve la cui meta, però, è il fallimento.

Difettano gli ierofanti genuini che possano trasmettere delle dottrine profonde senza pensare ad un tornaconto, al proprio ego; oggi il contatto con il sacro è sostituito dal convegno a pagamento, in cui i conferenzieri disquisiscono sui temi più eterogenei purché vi figuri l’aggettivo “quantico”. Questa non è spiritualità, ma una sua contraffazione, anzi mercimonio. Non mancheranno allora gli amuleti, i cristalli, i dispositivi di carta contro le onde elettromagnetiche, le orgoniti…

L’era della pazzia e dello sperpero ama ammantarsi con le parvenze della saggezza e della sobrietà.

Tutto si vende, tutto si acquista. I libri per innalzarsi oltre il mortificante materialismo pullulano: dallo Zen al sapere degli Orfici, dalla filosofia orientale alla fisica quantistica, dall’esoterismo cristiano alla New age… tutto congiura per la nostra felicità, per il successo, la salute, addirittura per la deificazione dell’uomo.

Eppure siamo sempre più insoddisfatti, frustrati, cagionevoli, incapaci di guardare oltre il soffocante orizzonte del qui ed ora...

Quando si terrà il prossimo simposio sull’apertura dei chakra?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 aprile, 2014

Superare il "darwinismo letterario"

Un disegno tipicamente scolastico vede in Dante l’autore rivolto alle cose celesti, considera Petrarca il poeta in bilico tra immanenza e trascendenza, Boccaccio lo scrittore che valorizza il mondo terreno. E’ uno schema a priori e, come tutti gli schemi, astratto. Si presuppone che la storia letteraria debba avere uno sviluppo, secondo una linea precisa. Tale “darwinismo letterario” inficia la comprensione delle testimonianze artistiche.

Tra i critici è stato soprattutto Vittore Branca ad avallare ed a diffondere l’idea del “Decameron” quale “epopea dei mercanti”, quindi celebrazione dei valori espressi dalla civiltà borghese tardo-medievale: l’intraprendenza, l’ingegno, l’alacrità, l’uso accorto del denaro per creare nuove ricchezze. A ben vedere, però, nel capolavoro del Boccaccio, sono pochissime le novelle incentrate sulle presunte virtù del mercante. Non solo, tale figura o consegue i suoi obiettivi grazie alla fortuna o incarna una mentalità angusta che il Nostro è incline a condannare. Si pensi almeno alla celebre novella “Lisabetta da Messina”: qui la “ragion di mercatura”, lo spirito classista, in contrasto con le ragioni del sentimento, conducono la protagonista alla costernazione ed alla morte.

Il “Decameron” è una Commedia laica che dall’abisso del vizio, incarnato dal mattatore della prima novella, il turpe Ser Ciappelletto, conduce, attraverso le erte dell’esperienza umana, alla vetta della virtù rappresentata da Griselda, esempio di abnegazione talmente sublime da sconfinare nell’inverosimile.

Boccaccio talora vagheggia gli ideali della società cortese e, se non vi aderisce del tutto, è specialmente per il suo lucido realismo: perché ha compreso che l’età cavalleresca è per sempre tramontata. Ciò non lo esime dal guardare con un certo disdegno la nuova realtà: ne riconosce le spinte propulsive, ma, come Dante, intravede la tara di una temperie socio-economica che trova nell’usura e nella spregiudicatezza i suoi perversi capisaldi. Cardini sostiene che il "Decameron" costituisce "un vero e proprio progetto di rifondazione cavalleresca d'un mondo sconvolto dall'avidità e dalla grettezza mercantili".

E’ naturale che una tale rilettura del “Decameron” sfilaccia la tradizionale filigrana esegetica, inducendo ad interpretare i fenomeni storico-letterari secondo criteri più duttili, in grado di rilevare convergenze diacroniche, resistenze, riprese, marce indietro di là dal solito itinerario “evolutivo”.

Siamo abituati a fidarci delle esposizioni preconfezionate, delle versioni accademiche: in questo modo si ottunde lo spirito critico, scopo precipuo, di là delle insincere dichiarazioni di intenti, dei programmi scolastici vergati dal Ministero della pubblica distruzione. E’ quanto persegue chi conosciamo bene.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

20 marzo, 2014

Sbarramento


Odi profanum vulgus et arceo. Detesto il volgo profano e me ne tengo distante. (Orazio)

Ci si affanna tanto a commentare la legge elettorale recentemente discussa dal Parlamento. Non occorrono analisi approfondite per comprendere che è una legge truffaldina concepita solo per azzerare qualsiasi pur remota possibilità che un giorno sia eletto qualche cittadino in grado di costituire una vera opposizione. In questo modo i parassiti sono sicuri che potranno continuare a succhiare il sangue del popolo, senza neppure un lieve disturbo.

Un aspetto, però, della sciagurata legge merita una riflessione: lo sbarramento stabilito per i partiti e le coalizioni. Si parte dal presupposto secondo cui maggiore è il consenso ottenuto da una formazione, più il sistema è democratico. E’ il criterio della maggioranza peculiare degli ordinamenti “democratici”. E’ un principio aberrante. Come sostiene il filosofo danese Soren Kierkegaard, in uno stato non è la maggioranza ad aver ragione, maggioranza che coincide con la massa acefala, ma la minoranza. Quest’ultima incarna la saggezza e la lungimiranza di chi non è mai ascoltato, di un’élite intellettuale che giudica ed agisce sulla base di un’accorta visione del mondo, non sull’onda dell’irrazionalità.

Nel migliore dei casi, la “democrazia” è il governo della plebaglia: Aristotele la bolla appunto come oclocrazia. Solo l’aristocrazia dell’intelletto sarebbe capace di reggere le sorti di una nazione, ma tale ristretta cerchia è esclusa da qualsiasi potere decisionale. Semmai può fungere da coscienza critica.

Ben vengano dunque quei movimenti che restano minoritari, mentre guardiamo con sospetto e diffidenza un partito, non appena comincia ad aprire una breccia tra la gente. Significa che gli ideali più nobili sono ormai involgariti e snaturati. Significa che la moltitudine è ormai in procinto di trasformare l’oro in metallo vile.

Chi veramente vale non ha bisogno del plauso proveniente dal volgo: solo i tribuni ed i demagoghi cercano l’approvazione ed il sostegno del popolino. Chi veramente vale, come Dante, piuttosto che mescolarsi ai peones, preferisce far parte per sé stesso.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

10 marzo, 2014

Giustizia umana e Coscienza sono incompatibili

Lo Stato non siamo noi. In quanto uomini liberi, integri, amanti della Verità e della Giustizia, noi riconosciamo come autorità solo la nostra Coscienza ed esigiamo che le istituzioni dichiarino di essere onorate della nostra stessa impeccabile esistenza.

Sempre più spesso ci chiedono la nostra opinione circa la sovranità individuale, ossia la possibilità di ciascun uomo di affermare la propria libertà e dignità al di fuori dei vincoli di legge sanciti dagli Stati. Ora, non entriamo nel merito della questione, poiché è un tema alquanto complesso. Qui ci limitiamo ad accennare alcune coordinate.

Il sistema giuridico internazionale risente in misura maggiore o minore della bolla "Unam sanctam" promulgata dall’orrendo pontefice Bonifacio VIII (al secolo Benedetto Caetani) e di altre due lettere papali successive. La giurisprudenza dei paesi anglosassoni, almeno in linea teorica, contempla l’evenienza che il singolo proclami la propria sovranità. Il diritto italiano, invece, in cui i giudici, sempre in linea teorica, applicano una legge a loro superiore, diritto che discende dai principi del Corpus iuris civilis giustinianeo, non pare proprio prevedere tale opportunità.

Il punto comunque non è questo, giacché la legge è un’astrazione: non esiste una giustizia umana da cui possa promanare un ordinamento ineccepibile. Lo Stato di diritto è una chimera. Lo Stato è solo l’espressione di una classe o di una cricca che opprime, sfrutta e vessa il popolo, pensando esclusivamente a preservare i suoi luridi privilegi. Perciò ogni disquisizione a proposito di norme, regole, fonti del diritto, costituzioni... è, prima che inutile, ridicola.

Per quanto ci riguarda, il codice penale ed il codice di procedura penale sui cui ci siamo formati coincidono in toto con “I promessi sposi”. Intendiamo che Manzoni comprese come funziona, anzi come non funziona la “giustizia”, debole con i forti e forte con i deboli. L’autore milanese era tutto fuorché uno sprovveduto: nel romanzo con sarcasmo e con lucidità denuncia una situazione politica e sociale corrotta sino al midollo. Solo i deficienti e gli allucinati possono pensare che i magistrati siano imparziali, che nei tribunali si pronuncino sentenze giuste. Renzo e Lucia e, più in generale, gli umili lo imparano a loro spese. Poiché essi, però, hanno fede in Dio, nella sua Giustizia superiore, alla fine accettano questa vita di mota. Gli altri si attaccano al tram e fischiano l’Aida.

Come ci insegnano i sofisti, la giustizia è la legge del più forte e del più scaltro. Lo Stato, in quanto costruzione del tutto illegittima e criminale, può solo partorire una giustizia iniqua, feroce ed aberrante. All’interno dei codici si troverà sempre qualche cavillo, qualche pretesto, qualche appiglio per un’interpretazione ad uso e consumo del prepotente di turno. Non ha ragione chi ha ragione, ma chi è arrogante, come ci ammonisce Fedro nella celebre ed amara favola, “Il lupo e l’agnello”.

Nel "Paradiso" Dante, scrive “Diligite iustitiam qui iudicatis terram”, ossia “Amate la giustizia voi che giudicate la terra”. Dispiace constatare che il sommo poeta vaneggiasse di uomini amanti della giustizia in grado di giudicare gli altri. I pochi uomini probi, integerrimi, disinteressati non operano nei tribunali, anzi non operano all’interno delle nefaste e nefande istituzioni. Se siamo fortunati, ci imbatteremo in greggi di inetti, in masnade di ignoranti, ma l’onestà appartiene ad un’altra dimensione.

Chi combatte per attestare la sovranità individuale merita un plauso, poiché manifesta una concezione alta e nobile della giurisprudenza. Purtroppo la realtà effettuale è ben diversa: i pre-potenti, anche quei pochi che conoscono i fondamenti giuridici, non esitano un attimo a spiaccicare il cittadino, come fosse una mosca. Coloro non si peritano di trasgredire le regole basilari della convivenza civile: non hanno alcun ritegno. Sono in una botte di ferro. Il vizio e la scelleratezza sono per loro garanzia di totale impunità. Nessuno mai avrà l’ardire non di perseguirli, ma di torcere loro un capello.

Chiarito ciò, ci sembra che i fautori della sovranità individuale siano un po’ come coloro che, basandosi sui cardini teorici di una fisica quantistica mal compresa, sono sicuri di poter modificare gli eventi, anzi l’intero universo con il potere dell’intenzione, potere tra l’altro di un singolo individuo. Sinora non risulta ci siano riusciti.

Questo non significa che non si debbano esperire tutte le vie lecite per rintuzzare gli assalti di un sistema tirannico. Si possono e si devono escogitare strategie per contrastare i misfatti governativi. In effetti, negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito, qualche cittadino, appellandosi al codice della navigazione, è stato in grado di schivare la mannaia dei palazzi di “giustizia”. Tuttavia di fronte a qualcuno che ha trionfato, quanti sono gli infelici che sono massacrati di botte o fulminati con il taser, ancora prima che possano proferire un fonema!

Siamo in ogni caso sempre disponibili a rettificare tali conclusioni: chi fosse riuscito a schivare i fendenti di un establishment odioso, è invitato a comunicarcelo ed a rendere partecipi della sua positiva esperienza il maggior numero di lettori possibile.

Reputiamo, però, che chi confida in questa o in simili forme di difesa della propria libertà empirica (non interiore, che è invulnerabile) sia simile ad un soldato intento a proteggersi da una mitragliata con uno scudo di cartone.


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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 gennaio, 2014

Dante e le “segrete cose”

Se è vero, come è vero, che la “Commedia” è opera esoterica (si pensi alle intuizioni di U. Foscolo, D. G. Rossetti, G. Pascoli, L. Valli, R. Guénon...), è indubbio che il valore intimo di certi versi ci sfugge. Dante appartiene a quel Medioevo che abbiamo definito indecifrabile: qualcosa si è compreso, ma non siamo ancora entrati nel sancta sanctorum.



Consideriamo un passaggio del III canto (Inf. 14-21). Dante, insieme con Virgilio, si accinge ad internarsi nell’inferno, quando legge la terribile epigrafe sulla porta dell’Ade. Il pellegrino chiede alla sua guida di illustrargli il significato dell’iscrizione. Il maestro risponde:

"Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto
".

Quindi...

"E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
".

Sotto il profilo esoterico, è palese che l’Inferno è il mondo dei profani, il Purgatorio evoca i gradi dell’affiliazione, il Paradiso adombra la dimensione degli iniziati. Questo è il disegno simbolico, al cui interno, però, molti particolari sono sfocati.

Per quale ragione il vate di Andes, dopo aver spiegato al viandante il senso dell’epigrafe, decide di rivelargli ulteriori “segrete cose”? In che cosa consistono codeste “segrete cose” che gli esegeti di solito interpretano con “soggetti ignoti ai vivi”?

Forse l’autore latino intende chiarire al suo discepolo che il luogo della perdizione non è interminabile, ma uno stato dell’anima che, nell’infinita misericordia divina, è destinato ad essere un giorno trasceso, come nell’escatologia di Origene?

E’ arduo rispondere. Dante era “cristiano” (anche se le accezioni dell’aggettivo “cristiano” sono molteplici e talora difformi): purtuttavia la sua Weltanschauung accoglie concezioni ai margini dell’”ortodossia”, talvolta persino catare. Ad esempio, nel canto in oggetto, il cenno alle schiere degli angeli non ribelli a Dio, ma che neppure seguirono Lucifero, trova riscontro solo nella teologia albigese.

Per un motivo o per un altro, sia il concetto di una gehenna senza termine sia quello di un inferno che un giorno lontanissimo finirà, ripugnano alla coscienza umana.

Dante, grazie alla profonda saggezza di Virgilio, riuscì a trovare la quadratura del cerchio?

Post scriptum

Il saggio di Adriana Mazzarella, “Alla ricerca di Beatrice, Il viaggio di Dante e l’uomo moderno” offre del capolavoro dantesco un’esegesi simbolico-iniziatica alla luce (a volte offuscata) della psicologia junghiana.


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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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