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28 giugno, 2016

Elogio della Politica



Sembrano “solo” avidi banchieri, ma sono maghi neri.

Molti affermano con autocompiacimento di essere apolitici. Fu Belzebusconi, da beota al cubo, a trasformare il nobilissimo aggettivo “politico” in un vocabolo dispregiativo: chi non ricorda le “indagini politiche” della Magistratura ai danni dello gnomo massone? “Politico” è diventato sinonimo di “settario”, “corrotto”, “iniquo”. Il popolino usa il vocabolo in oggetto proprio con questi valori negativi.

Che crassa ignoranza! Nessuno di noi, in quanto “zoòn politikòn”, come scrive lo Stagirita, può, volente o nolente, essere apolitico [1]: giustamente saremo apartitici e critici implacabili del sistema, ma non possiamo disinteressarci della politica, nel senso più ampio ed alto del lessema.

Infatti l’esigenza di Giustizia e di Libertà all’interno del contesto sociale (solo gli dei e certi animali possono vivere da soli) è un’istanza squisitamente politica. Siamo cittadini, non nell’accezione francese e sanculotta, ma nel significato greco del lemma. Il “polites” è colui che vive ed agisce nella pòlis, più città che Stato, poiché è una comunità necessariamente piccola dove ciascuno, anche attraverso il sorteggio delle cariche, può e deve prender parte all’organizzazione della cosa pubblica.

Essere politici significa dunque perseguire l’obiettivo di uno Stato debole, leggero, di un’entità ridotta ai minimi termini, diluita il più possibile, come insegna il filosofo tedesco Horkheimer, nell’amministrazione, senza interferenze nella vita del singolo, senza soprattutto quel dominio coercitivo tipico degli Stati e Superstati (ad esempio, la mostruosa Unione europea) di oggi.

Certamente, l’ideale è quello di un totale annullamento delle forme statali, ma da un punto di vista pragmatico ciò sembra molto difficile: di conseguenza una meta degnissima, in attesa della dissoluzione degli apparati, coincide con un autogoverno dei cittadini che gestiscono gli interessi comuni a somiglianza di quanto avveniva in molti villaggi di nativi americani dove vigeva una reale eguaglianza nei momenti decisionali, senza momenti di costrizione e di controllo.

Se “ogni Stato è una dittatura”, come ci rammenta Antonio Gramsci, bisogna sempre vigilare affinché la res publica non degeneri in un sistema tentacolare che, con il pretesto di proteggere i cittadini da rischi creati ad arte dallo Stato stesso, azzeri ogni residuo diritto e libertà.

Purtroppo la realtà attuale è agli antipodi rispetto a quella vagheggiata da Aristotele: oggidì lo Stato ha assunto dimensioni e poteri abnormi, tali che presto, se non si invertirà la rotta, la schiavitù antica sembrerà in confronto, una condizione desiderabile.

Dobbiamo essere tutti politici, prima che sia troppo tardi, cioè fautori della dignità personale e consci della spaventose minacce che incombono sulla società tutta ogni volta in cui lo Stato avanza di un passo, conquista un nuovo avamposto.

Disconoscere lo Stato, in quanto perfetta incarnazione di un’oppressione satanica, ribellarsi ad esso, non è auspicabile, è un dovere ferreo, ineludibile. E' un dovere politico.

[1] Come abbiamo già precisato, l’espressione “zoòn politikòn” non deve essere tradotta volgarmente con “animale sociale”, ma con “essere vivente adatto ad agire in una polis, in una comunità organizzata”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

30 settembre, 2013

Stato, leggi, cittadini

"Ogni stato è una dittatura". (A. Gramsci)

"Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo Stato, sono il popolo”. (F. Nietzsche)

Gli uomini e le donne degni di tale nome ammettono non lo Stato, ma la società. “Società” proviene dal latino societas che vale letteralmente “alleanza”. Essa è dunque una lega tra persone che si riconoscono in un complesso di valori e che perseguono fini condivisi. Simile è il concetto aristotelico di polis che non è Stato, ma comunità di cittadini (politai).

Lo Stato, in quanto strumento di oppressione di una classe su un’altra, non può ottenere il consenso dei cittadini onesti che apprezzano le regole, ma esecrano le norme.

Nel momento in cui l’apparato statale vilipende le leggi che esso stesso ha promulgato, nel momento in cui calpesta la Costituzione di cui ipocritamente ama fregiarsi, gli uomini probi devono denunciare l’indole perversa della dittatura. E’ nel loro diritto contestare il governo che, da struttura amministrativa, sia degenerato nell’illegittimità e nella tirannide. D’altronde i ministri (dal latino minister, servo, connesso a minus, meno) sono letteralmente i “servitori del popolo”: essi dipendono dalla nazione e non viceversa.

Il celebre processo di Socrate, conclusosi con la condanna a morte del filosofo nel 399 a.C., ci è d’insegnamento. Socrate, conscio della sua rettitudine, non implora la clemenza dai giudici che si accingono a pronunciare il verdetto, ma rivendica, dichiarata senz’altro la sua innocenza, di essere mantenuto a spese della polis.

Gli uomini liberi ed intemerati, infatti, danno lustro alla collettività e la cementano. Allo stesso regime, sotto parvenze di democrazia, corre l’obbligo di proteggere e sostenere economicamente i cives esemplari. Infatti, poiché il regime perpetra, dietro il paravento della “giustizia” delitti innominabili, è destinato, prima o poi, ad essere rovesciato. Quando la tirannide sarà sovvertita, solo l’aver rispettato ed onorato i cittadini integri porrà al riparo i despoti da una punizione indiscriminata.

Infine il valore dei probi viri, essendo incommensurabile, deve essere affermato da tutti anche da chi, come gli appartenenti al sistema, non ha alcun valore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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