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08 dicembre, 2016

Destinatari



Anche per il pensiero c’è un tempo per arare ed un tempo per mietere. (L. Wittgenstein)

Per chi si scrive? A chi ci si rivolge quando si elabora un articolo, si produce un video e via discorrendo? Senza dubbio i destinatari non sono i negazionisti la cui manifesta incapacità li colloca molto al di sotto dei sub-uomini.

Si ha sovente l’impressione che molti messaggi siano destinati ad essere captati ed intesi da una cerchia, un’aristocrazia che non riesce a varcare il confine della propria superiorità intellettuale, anche se forse è un cenacolo che impercettibilmente si allarga. La sfida all’establishment è agone contro l’ignoranza, poiché il sistema è ignoranza eretta a sistema. Si capisce allora quanto sia arduo non tanto educare, ma almeno informare un’opinione pubblica purtroppo plagiata.

Le carenze culturali si traducono in inettitudine, in remissività nei confronti del potere. Questo vale specialmente per gli Italiani inclini a lamentarsi, ma quanto mai recalcitranti ad agire, anche quando è intaccato ed attaccato il loro orticello.

Per chi si scrive dunque? Un po’ come Nietzsche per tutti e per nessuno. La vera élite si prefigge di spronare a porsi delle domande, ad individuare delle possibili risoluzioni: non vuole e non può offrire risposte apodittiche né strategie decisive, perché verrebbe meno al suo ruolo di coscienza critica.

Bisognerebbe anche che ciascuno smettesse di cercare, dimostrando un contegno puerile, una guida umana cui delegare sia l’azione sia – ed è più grave – il pensiero: occorre reperire in primo luogo le risorse necessarie alla comprensione della realtà in sé stessi, soprattutto per essere sé stessi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 aprile, 2016

Daìmon



Quante volte ci siamo chiesti quale strada imboccare nella vita! Credo – pazienza se ciò sembrerà banale - che potremo solo decidere di assecondare le nostre attitudini. L’importante è non violentare la propria natura. Seguire le proprie inclinazioni non significa né aver successo – se è quello cui si ambisce – né gratificazioni, anzi forse si andrà incontro a frustranti sconfitte, a cocenti disinganni, ma saranno nostri. Vivremo sulla nostra pelle, nella nostra carne la condanna e la benedizione di essere noi stessi, nessun altro. Forse perderemo tutto, ma conserveremo il nostro essere, l’anima. Altrimenti ci attende un futuro decoroso ma vuoto, una vita rispettabile, rispettabilmente borghese.

A volte siamo dubbiosi, irresoluti, incerti se ascoltare il nostro spirito più profondo o se basarci sui consigli degli altri, genitori, parenti, amici. A costo di inimicarceli, diamo retta al daìmon. Prima o poi capiranno.

Né dobbiamo pensare che solo l’adolescenza e la giovinezza siano le età delle scelte cruciali: tutta l’esistenza è un crocicchio, un susseguirsi di bivi.

È vero: la pubertà e la gioventù sono le fasi in cui le oscillazioni, i rimbalzi, le deviazioni s’intrecciano, il travaglio del giudizio sulla società si associa a quello sulla propria coscienza, mentre si delinea, si accresce e si esacerba la più terribile passione dell’esistenza: l’amore. Eppure tutta la vita è all’insegna della contraddizione. Con la maturità forse si conquista un po’ di distacco, ma la fiamma del dissidio interiore continua a bruciare e, dopo aver consumato il combustibile, brucia sé stessa.

Penso sia questa la verità e la verità brucia...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

23 marzo, 2016

Etica e "diritto"

Chi ha scritto la legge del povero? Il ricco! … Chi furono gli autori della legge di successione? Dei malfattori. Della legge sulle emissioni delle banche private? Dei truffatori! (A. Strindberg, La stanza rossa)

Il processo a Socrate ci dimostra che la morale è superiore al diritto. La legge di uno Stato, ammesso e non concesso che sia ispirata a valori nobili ed applicata in modo imparziale, il che non avviene se non nei sogni, non può pretendere di eclissare l’etica e nemmeno di offuscarla.

L’etica è il dominio della coscienza e l’uomo che è veramente tale obbedisce alla sua coscienza e, solo in seconda istanza, alle leggi della polis. Che cos’è la coscienza? Essa aborre da definizioni ed aggettivi: o la si ha o non la si ha. Tertium non datur.

Con Kahil Gibran siamo convinti che l’uomo veramente magnanimo è colui che non vuole dominare né essere dominato. Chi si può arrogare il diritto di soggiogare e calpestare gli uomini, la libertà di pensiero? Forse lo Stato che è, come ci insegnano Gramsci ed altri, solo il modo in cui una classe ne opprime un’altra?

Con Immanuel Kant ripetiamo: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”.

Se lo Stato è una tirannide, le sue norme possono essere solo tiranniche, inique e malvagie, dunque è impossibile ed immorale osservarle. Seguiamo l’esempio di Henry David Thoreau, disdegnando il servilismo della massa. La disobbedienza civile è obbedienza alla legge interiore.

Se a legiferare sono dei criminali, il crimine peggiore è adeguarsi alle loro leggi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

04 gennaio, 2016

Vasai



In questi ultimi tempi pullulano i manuali sui temi più disparati: addirittura oggi sono pubblicati libri che insegnano ad educare i figli. Spero non siano come i volumi che spiegano in che modo usare le mirabolanti, prodigiose capacità del pensiero quantico (sic), testi utili quanto una tessera del bancomat ad uno che si è smarrito nella foresta pluviale: se così fosse, sarebbero solo carta ed inchiostro sprecati. E’ comunque incontestabile: oggi alcuni genitori capiscono che il loro mestiere è uno dei più difficili; così a volte decidono, tra le altre cose, di compulsare un vademecum.

Sì, quello dei genitori è un mestiere, simile a quello del vasaio che, lavorando al tornio, modella il manufatto con magistrale perizia. E’ sufficiente un attimo di distrazione o di incertezza e l’artigiano si troverà fra le mani un inutile ammasso di argilla. I genitori hanno delle responsabilità enormi nell’allevare i rampolli: ogni loro azione, ogni loro parola può causare ripercussioni irreversibili. Essi devono sapersi muovere dimostrando equilibrio: devono perseguire un’aurea mediocritas tra severità ed indulgenza, tra indicazione di regole (non norme) e comprensione. Non è per nulla facile: perciò gli adulti che riescono in questa improba impresa meritano il plauso della società.

Credo che, qualora in talune occasioni si riveli necessario far pendere uno dei piatti della bilancia (il piatto della fermezza e quello della benevolenza), sia preferibile assecondare l’impulso all’accondiscendenza, poiché l’eccesso di durezza può ingenerare frustrazioni ed inibizioni, laddove una certa dose di clemenza, soprattutto se accompagnata da saggi chiarimenti della propria condotta, favorisce nella prole l’abitudine a valorizzare la libertà. E’ palese, però, che ogni circostanza richiede il suo specifico intervento: non si può ammaestrare ad essere maestri nella formazione sicché la saggezza, l’esperienza, il dialogo dovranno suggerire come regolarsi di volta in volta.

Se dovessi elargire un consiglio prezioso, mi richiamerei ad un aforisma di Kahil Gibran, il poeta libanese di religione cristiana. Egli in una sua opera ammonisce: “Ricorda che i tuoi figli non sono i tuoi figli”. Ha ragione. Il vaso plasmato dall’artigiano è un oggetto che egli ha creato, ma ormai appartiene a coloro che lo useranno o lo ammireranno per la bellezza della fattura e delle decorazioni. Questo è tanto più vero per i discendenti: essi, pur portando l’impronta dei genitori, sono creature libere, con una loro identità, con un loro destino. Lasciamo che corrano, che si sbuccino le ginocchia, che commettano i loro errori, come tutti. Apprendano dalla vita.

Si bandiscano dunque atteggiamenti possessivi, soffocanti. Si insegni, se possibile, con l’esempio, con il silenzio più che con le parole. Le parole stesse siano semplici, sincere, concettose.

Alle già immani difficoltà del mestiere di educatore oggi si sono aggiunti gli abnormi interrogativi su come preparare i figli a vivere in questo mondo sempre più satanico. Non è facile rispondere, ma non si può eludere il problema. In primo luogo è auspicabile che i genitori non mandino i propri figli in quel carcere del corpo e della mente chiamato in modo eufemistico ed ipocrita “scuola”. Si trovino nelle pieghe delle norme (non regole) quegli spiragli per crescere in casa, con o senza precettore, la prole. Si rischia altrimenti che il proprio bel vaso sia disintegrato in men che non si dica.

Ci si chiedeva: come abituare i figli a vivere in questo mondo satanico? Senza dubbio è da scartare l’idea di mentire e censurare: nel mentire e nel censurare è già esperto lo Stato satanico, con tutte le sue legioni di demoni. Ritengo che i bimbi possano essere, con gradualità e prudenza, avvezzati a confrontarsi con le tare del potere. Anzi, l’infanzia è l’età in cui si preferisce una pur sgradevole verità ad una zuccherosa menzogna. Facendo leva sull’istinto dei fanciulli per il vero, il bello, il giusto, si potrebbe presentare loro il sistema come un’anomalia destinata ad essere superata, diversa dalla realtà familiare, sede di valori inconcussi e di affetti profondi. Il fine potrebbe essere quello di addestrare figli pronti, sagaci, schietti, creativi, sensibili ai princìpi, all’arte ed alla natura, più che al denaro, all’ego ed all’immagine. L’ideale è quello del bambino indaco, intuitivo, estroso, compassionevole, sveglio, un bambino che, nei confronti dei coetanei nutra rispetto ma senza complessi di inferiorità.

Un mondo satanico quindi? Purtroppo sì a tal punto che lo Stato-Leviatano mira a strappare alle famiglie i propri figli, secondo quanto anticipato da Aldous Huxley in “Brave new world”. Distruzione del ceto medio e della piccola borghesia, totale eliminazione della proprietà privata, annullamento di tutte le libertà: questa è l’agenda del Nuovo ordine mondiale. Già oggi, con i pretesti più vari, succede che i figli siano sottratti a genitori ritenuti spesso a torto inadatti come educatori; in futuro la famiglia, come è comunemente intesa, potrebbe non esistere più ed i figli, sin dalla nascita, essere condizionati e “gestiti” da uno Stato-mostro.

Giungerà il giorno in cui rimpiangeremo i nuclei familiari più tormentati?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

30 settembre, 2013

Stato, leggi, cittadini

"Ogni stato è una dittatura". (A. Gramsci)

"Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo Stato, sono il popolo”. (F. Nietzsche)

Gli uomini e le donne degni di tale nome ammettono non lo Stato, ma la società. “Società” proviene dal latino societas che vale letteralmente “alleanza”. Essa è dunque una lega tra persone che si riconoscono in un complesso di valori e che perseguono fini condivisi. Simile è il concetto aristotelico di polis che non è Stato, ma comunità di cittadini (politai).

Lo Stato, in quanto strumento di oppressione di una classe su un’altra, non può ottenere il consenso dei cittadini onesti che apprezzano le regole, ma esecrano le norme.

Nel momento in cui l’apparato statale vilipende le leggi che esso stesso ha promulgato, nel momento in cui calpesta la Costituzione di cui ipocritamente ama fregiarsi, gli uomini probi devono denunciare l’indole perversa della dittatura. E’ nel loro diritto contestare il governo che, da struttura amministrativa, sia degenerato nell’illegittimità e nella tirannide. D’altronde i ministri (dal latino minister, servo, connesso a minus, meno) sono letteralmente i “servitori del popolo”: essi dipendono dalla nazione e non viceversa.

Il celebre processo di Socrate, conclusosi con la condanna a morte del filosofo nel 399 a.C., ci è d’insegnamento. Socrate, conscio della sua rettitudine, non implora la clemenza dai giudici che si accingono a pronunciare il verdetto, ma rivendica, dichiarata senz’altro la sua innocenza, di essere mantenuto a spese della polis.

Gli uomini liberi ed intemerati, infatti, danno lustro alla collettività e la cementano. Allo stesso regime, sotto parvenze di democrazia, corre l’obbligo di proteggere e sostenere economicamente i cives esemplari. Infatti, poiché il regime perpetra, dietro il paravento della “giustizia” delitti innominabili, è destinato, prima o poi, ad essere rovesciato. Quando la tirannide sarà sovvertita, solo l’aver rispettato ed onorato i cittadini integri porrà al riparo i despoti da una punizione indiscriminata.

Infine il valore dei probi viri, essendo incommensurabile, deve essere affermato da tutti anche da chi, come gli appartenenti al sistema, non ha alcun valore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 luglio, 2011

Jail

Michel Foucault, nel celebre saggio “Sorvegliare e punire”, individua nel carcere, inteso come luogo-istituzione, il marchio e la mentalità dello stato moderno e contemporaneo. L’opera di Foucault esamina il problema in modo lucido, stringente: dovrebbe essere letta e compresa da chi vede nell’apparato penitenziario qualcosa di “normale”.

Siamo portati a pensare che i penitenziari come quelli attuali siano sempre esistiti. Non è così. Nell’antichità il carcere era un luogo dove il reo era temporaneamente rinchiuso in attesa che venisse eseguita la condanna: si pensi a Socrate che aspettò in prigione di trangugiare la cicuta o a Giugurta incatenato nel Tullianum per alcuni terribili giorni, prima di essere strangolato dal boia. Anche nel Medioevo nella cella il colpevole o presunto tale è custodito sino all’esecuzione della pena (la morte, una mutilazione, la gogna...): colà è interrogato o torturato. Il sistema penale del passato, nel complesso, appare paradossalmente più mite di quello odierno.

Quante volte, di fronte a delitti turpi e feroci, udiamo la reazione dell’uomo medio: “Bisognerebbe sbatterlo dietro le sbarre e buttare la chiave!” E’ un’indignata richiesta che si può comprendere, se non fosse che “dietro le sbarre” finiscono per lo più innocenti o ladri di polli o derelitti. I veri criminali non sono soltanto liberi cittadini: essi occupano i principali centri del potere e delinquono con la totale certezza dell’impunità. Militari, banchieri, governanti, giudici, giornalisti, questurini… perpetrano in tutta tranquillità nefandezze alla luce del sole, quel sole che i carcerati possono vedere solo a scacchi. Nella peggiore delle ipotesi (peggiore per alcuni di loro, di solito pesci piccolissimi), saranno disposti gli arresti domiciliari, magari in ville principesche: Gianfranco Boccalatte docet.

La cronaca è piena di incolpevoli condannati all’ergastolo o a pene detentive molto lunghe, di candidati manciuriani, di capri espiatori gettati tra le grinfie di un’opinione pubblica feroce e vendicativa. Costoro sono defraudati della libertà: costretti in pochi metri quadrati, sovente pigiati tra brande ed orinatoi, soffrono più per l’impossibilità di muoversi e di occupare il tempo in modo gratificante che per le condizioni igieniche spaventose. La noia soffoca più del dolore. Questa situazione è contro natura, come l’abitudine di tenere i volatili in gabbia.

Inoltre le cicatrici sul corpo e sull’anima di una detenzione iniqua sono indelebili: il principio giuridico “in dubio pro reo” non viene quasi mai applicato, specialmente in Italia dove pubblici ministeri e giudici, pur con qualche eccezione, sembrano smaniosi di gettare in galera un “responsabile” purchessia.

Si obietterà che i manigoldi non possono restare nel consorzio umano, poiché vanno puniti e deve essere impedito loro di reiterare il reato, ma non è forse lo stato, questo funesto idolo, con la sua perversione assoluta ed irredimibile, all’origine di quasi tutti i misfatti? Il denaro è un’invenzione dello stato, la povertà è un’invenzione dello stato, la guerra è un'invenzione dello stato, l’ingiustizia è un’invenzione dello stato, la violenza è un’invenzione dello stato, il fisco è un’invenzione dello stato, l’immoralità è un’invenzione dello stato, la corruzione è un’invenzione dello stato, la follia omicida è un’invenzione dello stato, il gioco d’azzardo è un’invenzione dello stato, il terrorismo è un’invenzione dello stato, il traffico di stupefacenti è un’invenzione dello stato, la mafia è un’invenzione dello stato, le malattie sono un’invenzione dello stato, l’ignoranza è un’invenzione dello stato, le truffe sono un'invenzione dello stato, l'inquinamento è un'invenzione dello stato... Prendiamo pure misure contro il singolo, ma nello stesso tempo aboliamo il sistema. Una volta trasceso il sistema, sarà ancora necessario assumere dei provvedimenti contro l’individuo?

E’ vero che gli uomini paiono più proclivi al male che al bene, ma ci siamo mai domandati quanto di questo male sia il lascito di una plurisecolare oppressione clerico-statale? Non esistono società perfette né forse sono mai esistite, ma presso alcune tribù di nativi americani non erano adoperati strumenti coercitivi anche nei confronti di chi violava le regole della convivenza civile. Il delitto era punizione a sé stesso. Forse è una ricostruzione idealizzata, come quella relativa alle società gilaniche. E’ incontestabile, però, che quanto più lo stato ed il controllo si rafforzano, tanto più si diffonde la delinquenza. E’ naturale che in un mondo rigenerato (se mai sorgerà) non esisteranno né carcerieri né carcerati, “né briganti né gendarmi”.

Già l’esistenza è, in non pochi casi, un carcere. Si eviti di aggiungere al danno un altro danno, soprattutto se si ricorda chi langue nelle “patrie galere”: nella maggior parte dei casi, cittadini ingiustamente incriminati ed ingiustamente reclusi.

Articolo correlato: Freeanimals, Gabbie, 2011


APOCALISSI ALIENE: il libro

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