18 dicembre, 2005

Il progresso

Absit iniuria verbis

“Abbiamo smesso di credere nell’idea di progresso e questo è un vero progresso.” È una riflessione dell’egregio ed immaginifico scrittore argentino, Borges.

Purtroppo il suo apoftegma non è del tutto adatto ai nostri tempi, che sono aduggiati da miti illuministi, come quello del progresso. Di questo cascame non avvertiamo certo l’esigenza, eppure qualcuno ancora ottusamente s’incaponisce e sostiene che la linea ferroviaria ad alta velocità nella Val di Susa è necessaria, perché “non si può fermare il progresso”. È una frase rivoltante che, non a caso, spesso esce dalle bocche putride di qualche politico.

La distruzione dell’ambiente, l’inquinamento delle falde freatiche, lo stupro della Terra sono il progresso, secondo certi “esperti”. Codesti prometeici individui, però, credono veramente in questa solenne corbelleria? Ne dubito. In realtà il denaro è l’unico loro interresse. La sacra fames auri li divora. Noi, invece, preferiamo l’unico vero progresso, quello spirituale. Noi preferiamo assaporare il gusto di un’acqua che sia “humile et casta et pura”.

15 dicembre, 2005

Il crollo degli idoli

Nell’infanzia quanti sogni! Si rimane incantati dalle apparenze: il mondo sembra un eden. Con l’adolescenza, nel giardino della vita cominciano a crescere rose dai gambi spinosi. Tuttavia i giorni sono ancora animati da ardori, ci si appassiona a qualsiasi novità, si seguono con entusiasmo idoli e si inseguono generosi ideali. C’immedesimiamo nelle avventure della nostra squadra di calcio, nelle prodezze del pilota di Formula 1, non ci perdiamo un film con la nostra attrice preferita. Crediamo nel mito dell’amore, negli altri, nella vita.

Con il passare del tempo, nel giardino germogliano piante parassite ed erbacce, mentre alcuni alberi si ammalano e i fiori avvizziscono un po’. Si scoprono altri volti della realtà, spesso sgradevoli. Avevamo studiato le imprese di Alessandro Magno: credevamo fosse un eroe, ma scopriamo che era un beone iracondo. Eravamo pieni di reverenziale ammirazione per la figura di Gesù, il profeta dell’amore, salvo poi appurare che era un combattente messianista cui interessava soltanto di espellere i Romani dalla Palestina. Il profondo, sublime Agostino (non Sant’Agostino) si rivela un sessuofobo psicolabile. Avevamo visto in Benjamin Franklin un campione della libertà e dell’eguaglianza, ma veniamo a sapere che era un sostenitore dello schiavismo e per di più un satanista; la medesima considerazione vale per Winston Churchill.

Insomma, uno dopo l’altro, gli idoli crollano: gli stati, lungi dall’essere delle istituzioni create per tutelare i diritti dei cittadini, sono spaventevoli mostri che stritolano tra le loro fauci i sudditi, a somiglianza del Lucifero dantesco. La chiesa cattolica, invece di essere una comunità di credenti, è una diabolica camera di tortura per le anime. Gli ipocriti sono dappertutto e, dietro parvenze attraenti, si nasconde ogni genere di turpitudini.

Resta ancora qualche cespuglio, resta qualche tarassaco: rimane l’illusione che l’esistenza possa avere, nonostante tutto, un senso, sebbene abbiamo compreso che la felicità è una chimera.

Un giorno rovina anche l’ultimo idolo di cartapesta: l’esistenza, nel migliore dei casi, diventa la ripetizione stanca dei soliti gesti, delle solite amare frustrazioni, delle solite noiose incombenze.

Il giardino ora è un deserto, arido e sconfinato, come il Sahara… ma senza oasi.

14 dicembre, 2005

Quetzalcoatl


Sempre più spesso capita di notare in sequenze di telefilms, di pellicole cinematografiche, di pubblicità, come nelle immagini di molti servizi televisivi, il cielo solcato da scie chimiche. Succede che il regista decida di creare un’efficace inquadratura del firmamento, ma, involontariamente, mostra un intreccio di nuvole artificiali. Quante volte, poi, i servizi ”giornalistici” sono impreziositi da campi lunghissimi che consentono di ammirare artistiche trine! È evidente: il fenomeno è sempre più diffuso, a tal punto che i centri meteorologici, prima di trasmettere le immagini satellitari, cancellano accuratamente queste linee sinuose.

Tra l’altro, l’infernale attività continua nell’atmosfera non solo con ritmo serrato, ma anche in modo sempre più subdolo: infatti ora, in alcuni casi, le aviocisterne, con i loro erogatori, rilasciano sostanze chimiche che creano formazioni non persistenti. Le scie, infatti, tendono a dissolversi in un intervallo piuttosto breve. Il risultato è facilmente immaginabile: se prima quasi nessuno notava i ricami, adesso sarà ancora più difficile che qualcuno si accorga delle anomalie sopra le nostre teste. Eppure i nemici peggiori sono quelli invisibili.


Narrano antiche leggende di Toltechi e di Mexica che il dio Quetzalcoatl, il serpente piumato verde, incivilì i popoli mesoamericani. Oggi i cieli sono attraversati da migliaia di serpenti piumati: dubito, però, che rechino conoscenze, anzi penso diffondano veleni mortali.

13 dicembre, 2005

Le galassie

Come le galassie s’allontanano, istante dopo istante, dal centro dove tutto ebbe inizio, dall’ormai remota sorgente del Tempo, così gli uomini, col passare dei secoli, s’allontanano dal divino. I popoli preistorici e quelli antichi vivevano in un cosmo permeato dal sacro; fra l’umanità e la divinità erano frequenti i contatti: gli eroi omerici colloquiavano con gli dei, da loro ricevevano consigli, ammonimenti; da loro erano aiutati od ostacolati. In seguito l’accostamento al divino diventò un fenomeno eccezionale… Oggi, nel vuoto cielo della nostra civiltà, splende il sole gelido della scienza; quel che resta del sacro aleggia, come una larva esangue, nella penombra delle chiese, delle moschee, dei luoghi di culto. Ma il brusio delle devozioni serve solo a coprire l’infinito, abissale silenzio di Dio.

12 dicembre, 2005

Vittime e carnefici

Recentemente ho letto il controverso libro di Dan Brown, Il codice da Vinci. Il mio giudizio su quest’opera è globalmente negativo: mi pare che l’autore abbia dipanato l’intreccio in modo più macchinoso che avvincente. Reputo alquanto fiacchi molti dialoghi, ma soprattutto scadenti le parti descrittive che avrebbero dovuto evocare le atmosfere misteriose dei luoghi ove sono ambientate le vicende. I personaggi, poi, sono piatti, convenzionali, se si esclude il numerario dell’Opus Dei, Silas, che spicca per i suoi connotati sacralmente demoniaci. La regia televisiva del romanzo è solo in parte riscattata da qualche digressione sul Graal e su Maria Maddalena, dalle intriganti riflessioni circa alcuni capolavori leonardeschi.

Quello che mi sorprende non è tanto lo scalpore suscitato dal romanzo, le cui teorie sul Graal sono discutibili ma non del tutto infondate, almeno sul piano simbolico, piuttosto che i più feroci detrattori del Codice siano proprio coloro i quali incorrono negli stessi errori in cui è inciampato talora Dan Brown. Mi spiego: se degli storici avessero criticato l’opera, rilevandone inesattezze ed esagerazioni, sarebbe comprensibile. Non capisco, invece, come possano intellettuali e teologi cristiani scagliare strali velenosi contro lo scrittore statunitense, proprio loro che credono (o fingono di credere) in invenzioni rispetto alle quali la sbrigliata fantasia di Brown sembra rigore storiografico. Molti cattolici hanno affermato, con un misto di sicumera e di acrimonia, che Cristo era considerato Dio, prima che l’imperatore Costantino convocasse lo sciagurato concilio di Nicea nel 325. Si tratta di un’affermazione ridicola: Saul-Paolo ritiene che Cristo sia una figura soprannaturale, ma non eguale a Dio Padre. Infatti l’apostolo dei Gentili si riferisce a Giacomo come al fratello del Signore. Dio avrebbe allora oltre ad una Madre, anche un fratello? Giacomo sarebbe il fratello di Dio, come diceva Diego Abatantuono?

Non mi si porti l’esempio del Quarto vangelo per dimostrare l’identità tra il Figlio e il Padre: il Quarto vangelo è un libello gnostico che, per giunta, i teologi ortodossi non sanno interpretare.

Rincresce che studiosi intelligenti accettino i dogmi-frottole del credo niceno, un’accozzaglia di maldigerite e logore credenze pagane, a tal punto da imprigionare la loro mente, da spegnere la vivida fiamma della conoscenza per alimentare il fuoco fatuo della superstizione.

Inoltre la loro difesa d’ufficio dell’Opus Dei,(1) il cui fondatore dalla condotta per lo meno discutibile, fu canonizzato da Giovanni Paolo II, mi ricorda l’incomprensibile simpatia che, a volte, lega la vittima al carnefice.(2) Questi giornalisti cattolici, schiacciati, indottrinati, annichiliti dalla Chiesa e dalle sue ottuse gerarchie, combattono, lancia in resta, per i loro aguzzini, avallando, ad esempio, le bizzarre decisioni di un concilio voluto da un imperatore assassino, ambizioso e protervo.

Chi sono i peggiori torturatori, se non quelli che, come il Grande Fratello, in 1984 di Orwell, non si accontentano della sottomissione delle loro vittime, ma pretendono pure di essere amati e venerati?

Ora, tali intellettuali cattolici purtroppo amano e venerano il loro carnefice, un uomo nel cui nome Benedetto si nascondono le più maledette intenzioni.


Note

1) Tra l’altro l’Opus Dei, al centro di losche operazioni finanziarie, appartiene alla sinarchia, il governo occulto mondiale.

2) Una teologa seria come Adriana Zarri ha censurato l’avventata canonizzazione di Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei.

Della morte e dell’amore (by Straker)

Vi sarà capitato, una volta nella vita, di sentirvi porre la domanda: “Hai paura della morte?”. Se non avete mai avuto occasione di pensarci, è ora di farlo. Senza esitazione, penso che chiunque risponda affermativamente.

Generalmente, si teme ciò che non si conosce e, di certo, la signora con la falce non fa parte delle cose che ci è dato conoscere. Personalmente non ritengo che la morte debba far paura. Perché dovrebbe? Se morire significa dover lasciare le cose e le persone alle quali si è legati, beh… allora posso essere d’accordo con chi non vorrebbe mai lasciare questa valle di lacrime, ma non penso che si tema la morte per questo motivo. In effetti, sembra che, coloro che amano di più la vita, abbiano più occasioni per morire. Fateci caso. Avete mai visto dipartire prima dei suoi giorni qualcuno che, poiché anima malevola e crudele, sia nei confronti degli altri, sia, di conseguenza, nei confronti di se stessa, abbia incontrato prematuramente la signora con la falce? Tali individui vivono a lungo! Non è forse una punizione nei loro confronti? Stessa sorte tocca a coloro che non temono il fatale incontro e che a lungo dovranno attendere. Al contrario, non si contano le innumerevoli "vite spezzate" (dal nostro punto di vista) tra coloro che amavano ciò che facevano, amavano gli altri e, magari, erano ancora nel fiore dei loro anni. Il pensiero va a coloro che, nel dolore impotente e stupìto, rimangono depauperati della vicinanza del caro estinto.

La morte è sempre originale ed imprevedibile. Arriva quando vuole, senza avvertire ed è questo che a tanti fa venire i brividi. Non se ne vuole nemmeno parlare. Se sapessimo quando ci aspetta il momento, forse non vivremmo tranquilli, ma di certo non ne saremmo così terrorizzati.
Personalmente, sono stato sfiorato dalla morte almeno quattro volte, ma la cosa non mi ha mai turbato più di tanto. Ricordo che l’unico pensiero che ogni volta mi è balenato è che non potevo andarmene, perché la mia presenza era ancora necessaria a qualcuno. Vivere o morire, odiare o amare. Se la morte non ci vuole, è forse perché non ci ama? O è l’esatto contrario? Quale logica imperscrutabile è ad essa legata? Non è forse questo il suo fascino?

Da quando esiste l’universo, ogni creatura vivente e non, attraversa un ciclo che si è ripetuto miliardi di volte: nascita, fase di crescita, fase di declino, morte. Come possiamo immaginare di sfuggire a questa ruota della fortuna? E’ il tempo, il nostro nemico... semmai. La morte è solo il punto di arrivo… per poi ricominciare, all’infinito.

In fondo, pensateci, la morte è solo un passaggio in un’altra dimensione e non è poi così drammatico passare a miglior vita. Piuttosto, auguriamoci che il preludio alla fine (?) non sia doloroso e lungo. La morte è la nostra ultima corteggiatrice e… una corte, non va mai rifiutata.

**Straker**

11 dicembre, 2005

Luce e tenebre

Con ogni raggio di luce è pure scoccata una freccia di tenebra.

09 dicembre, 2005

Amore, coraggio e suicidio nell'ultima opera di Mauro Monni (recensione di Andrea Claudio Galluzzo)

L'involucro è scomparso, ma le persone che lo portavano esistono tuttora e certo voi amate esse e non il loro involucro. Prima, però, di poter comprendere la loro condizione dopo la trasformazione nella morte, è necessario conoscere la propria. Si deve cercare di far nostra l'idea che siamo esseri immortali, perché divini in essenza; una scintilla del fuoco di Dio. “Iddio creò l'uomo a sua immagine” (Genesi 1,27). Prima di rivestire l'involucro chiamato 'corpo' abbiamo vissuto lunghe età e ne vivremo ancora a lungo dopo che esso si sarà dissolto in polvere.

Nell'ultima fatica letteraria di Mauro Monni "Visto da qua (il cielo è ancora più blu...)", lo scrittore fiorentino, già autore del romanzo "Se ricominciare è una questione di scelte" pubblicato nel 1994, affronta il tema della scelta e dell'aldilà con una certa ironica sfrontatezza. Subito si ha chiaro che la morte non esiste. Pagina dopo pagina, si entra in un gioco di sogni, realtà trascorse e possibili. Ci si trova come in un torrente di ricordi, ma il ricordo non è il tema centrale. L'opera non è una descrizione delle vite di sette noti suicidi e dell'amabile Rino Gaetano. Nel fluire del testo, si continua a vivere una situazione soltanto all'apparenza rievocativa della vita. Si vive ancora. La scelta del suicidio non è assolutamente importante. Si tratta solo di uno strumento per vivere di più e diversamente la vita. I personaggi raccontati da Monni parlano o rimpiangono il passato, ma il loro fine non è quello di dolersene: la rievocazione è soltanto il mezzo più semplice per interagire con gli altri, per provare emozioni e incontrare nuovi sentimenti. Questi morti sono vivissimi e anche vivaci. E ciò è possibile soltanto perché la morte non esiste.

Cesare Pavese, Ludwig di Baviera, Marina Cvetaeva, Jim Morrison, Vincent Van Gogh, Jan Palach, Jeanne Modigliani ed infine Rino Gaetano, l'unico a non essersi suicidato, sono gli otto personaggi famosi che si siedono intorno al tavolo di un localaccio aperto solo per loro da Mauro 'Lucifero' Monni. Otto spiriti che dialogano e vivono grazie al luogo magico che li sta ospitando. Quel posto è il cuore dell'autore e nella dimensione del suo amore essi vivono davvero.

Solo attraverso l'affetto e sentimenti puri essi riescono ad affrontare e superare, in un collettivo sforzo finale, il martirio del dolore e la solitudine delle loro sofferenze. Come ricorda Monni, il dolore appartiene ai singoli: è unico ed ognuno si porta il proprio fardello, che, comunque sia, è sempre troppo pesante. Il suo peso è sostenibile solo comunicandolo. Gli otto personaggi, infatti, lo esprimono e se ne fanno reciprocamente partecipi. E' l'unica strada che posseggono per liberare finalmente le proprie anime. Anime che non resistono più e che hanno un'estrema necessità di amare e di essere amate. Questo esame ultraterreno dimostra come le modalità della morte siano in effetti secondarie rispetto alla necessità di vivere profondamente, di vivere veramente.

Nell'opera è interessante notare come siano indagati gli argomenti della depressione e dell'autocommiserazione. L'autore compie un tagliente viaggio nelle menti contorte e spinose degli otto commensali. Chi è abituato a leggere le opere di Freud è colpito dal suo singolare metodo di indagine: partendo dallo studio delle reazioni psichiche normali, arriva alla formulazione dei processi patologici; oppure procede in maniera inversa: dallo studio dei fenomeni patologici giunge a spiegare le leggi di funzionamento generale dell'apparato psichico. Mauro Monni sfrutta sempre a doppio senso tutte le strade praticabili, comprese quelle apparentemente a senso unico. Ogni personaggio rivela pertanto una parte di sé stesso inconsueta ed imprevedibile.

Chiaramente il testo di "Visto da qua" non è un percorso per affrontare i problemi delle persone depresse, ma resta il fatto che non indulgendo a semplificazioni, porta comunque aiuto a coloro che non sono stanchi di porsi domande sul significato esistenziale della malinconia e sul processo psichico che la sostiene e la rende possibile. La fragilità individuale originaria, insieme col terrore per la separazione da chi rappresenta letteralmente una fonte di vita, costituisce il modello per ogni esperienza malinconica. Il filo che tiene insieme le tematiche affrontate nell'opera si può rappresentare con le parole che Kierkegaard pone all'inizio della "Malattia Mortale", là dove scrive che l'uomo cristianizzato ha acquistato un coraggio che l'uomo naturale non conosce. Quando si teme infinitamente un pericolo, è come se gli altri non esistessero affatto. Nessuno dei personaggi sarebbe in grado di combattere il proprio inferno al di fuori dei sentimenti di affetto e solidarietà che, pian piano, si sviluppano nel gruppo. Si tratta in sostanza di un'inconsapevole evangelizzazione post mortem.

Monni vuole avvisarci che ciò che si è creduto essere la nostra vita è in realtà quasi solo un giorno della nostra vita reale. I nostri otto protagonisti non sono morti, ma hanno soltanto deposto l'involucro più denso. Malgrado ciò, non dobbiamo pensare a loro come ad un soffio incorporeo, perché essi non sono in alcun modo diminuiti da quanto erano prima. E niente torna più utile al caso delle parole di San Paolo di Tarso: "Se vi è un corpo materiale, vi è pure un corpo spirituale" (Corinti 15,44 45). Spesso tale frase è stata male interpretata: si pensa a questi corpi come se fossero successivi e non si comprende invece che tutti noi li possediamo anche ora, uno visibile e l'altro invisibile. Quando si abbandona il primo, si mantiene ancora quello più sottile, cioè si resta rivestiti del 'corpo spirituale.

«La morte è povera cosa, ma chiude una ferita mortale». Questo famoso verso shakespeariano ben figurerebbe a conclusione della tragedia terrena degli otto 'attori' di Monni. Solo per degli individui che hanno avuto la forza di darsi la morte la vita non è più una lenta agonia. "Sorella morte" è bella. Essa è la porta verso un'altra dimensione, un oltre che dona improvvisamente senso e significato al tutto. La morte ha il merito di concludere e risolvere l'altrimenti irrisolvibile esistenza terrena.

Fonte:
http://www.galluzzo.it/

08 dicembre, 2005

Luogo è in terra detto Malebolge

Absit iniuria verbis

L’altro ieri il ministro dell’Inferno, pisanu, ha mandato le sue feroci legioni ad aggredire gli abitanti della Valsusa che tentano di opporsi ai perversi piani partoriti dalla mente malvagia dell’Anticristo. Il servitore di Lucifero, superando anche le più nefande scelleratezze perpetrate nell’impero di USAtana, ha aizzato le sue coorti luciferine contro le popolazioni inermi. Gli altri satanassi del governo, guidato da belzebusconi, intanto digrignano i denti, vomitando bestemmie contro la democrazia, quella vera, non quella rappresentativa che è una farsa. Anche il presidente della camera, casignazzo, si è unito all’osceno, cacofonico, rintronante coro, come il diavolo del colle e come i sinistri demoni della sinistra. Tutti rabbiosamente inveiscono, con parole turpi ed abominevoli, contro la libertà e istigano gli spiriti del male a far vibrare scudisci, a strappare le carni con gli uncini, ad artigliare le vittime, a scuoiarle e a squartarle.


Dalla loggia di S. Pietro, il mefistofelico pontefice, segretamente compiaciuto dell’inferno sulla terra, rotea gli occhi corruschi d’odio, mentre con voce chioccia, benedice la fiaccola delle Olimpiadi. Sul suo capo inteschiato splende la mitra, simile ad una fiamma biforcuta, di dantesca memoria.

Sulla vergognosa aggressione ai manifestanti, vedi Alta velocità in Val di Susa: un attacco brutale e programmato, articolo di Fausto Carotenuto in http://www.disinformazione.it/

07 dicembre, 2005

Davide contro Golia

È nato il primo sito italiano dedicato esclusivamente alle famigerate scie chimiche. L’indirizzo è il seguente.

http://www.sciechimiche.org/


05 dicembre, 2005

Europa, mon amour

Absit iniuria verbis
Una volta era di moda la retorica meridionalista, oggi è considerato à la page tutto ciò che è europeo. Politici, economisti, giornalisti… amano pronunciare, spiccando bene le sillabe, questo aggettivo vuoto e nauseabondo. Così la patente del computer è europea, ogni progetto deve essere europeo, altrimenti non è all’avanguardia, la scuola è europea, la cittadinanza è europea, le infrastrutture sono europee, la mentalità è europea… Anche l’Europa ha radici in una cultura europea.

Di Europa abbiamo fatto indigestione e, se non fosse che, dietro questa rivoltante, vomitevole parola, si nasconde un superstato totalitario, liberticida, stalinista, si potrebbe reputare tale abuso del termine Europa solo una questione di cattivo gusto.

Purtroppo siamo subissati da slogans, immagini, bandiere, discorsi che inneggiano all’Europa e, contemporaneamente, in modo subdolo ma irreversibile, siamo defraudati delle culture, delle tradizioni, delle lingue, per giunta dei prodotti nazionali per far spazio a questo Leviatano che tutto schiaccia e distrugge.

La classe politica del nostro paese ha svenduto l’Italia per una manciata di privilegi: ora i parlamentari dell’Esperia, divenuti europei, siedono a Strasburgo. Costoro sono blanditi con prebende faraoniche, sono subornati dalle multinazionali e dalle banche che, scaltramente, fanno prevalere i loro loschi interessi sul bene collettivo. Costoro sono parassiti ancora più inutili, fatui ed oziosi dei nobili ospitati da Luigi XIV nella magnifica, sontuosa reggia di Versailles.

Il mito narra di Cadmo, eroe del ciclo tebano che, in seguito al rapimento della sorella Europa, partì alla sua ricerca. Dopo lunghi e vani tentativi, l’uomo interpellò l’oracolo di Delfi, che gli ordinò d’interrompere la ricerca di Europa e di fondare una città.


Auguriamoci che un oracolo, un giorno o l’altro, ci ingiunga di non cercare più l’Europa: è l’unica condizione per riuscire a fondare una… vera civiltà.


01 dicembre, 2005

Rispettiamo la montagna!

Ieri il presidente della repubblica italiana, Carlo Azelio Cianpi, si è espresso sul problema della linea ferroviaria per treni ad alta velocità, linea che dovrebbe essere realizzata nella Val di Susa. È noto che le popolazioni valligiane sono tenacemente contrarie alla costruzione di questa infrastruttura, poiché ne paventano il rovinoso impatto ambientale. Anche il geologo Boschi ha manifestato i suoi dubbi sulla opportunità di realizzare questa grande opera, considerando la presenza di uranio nel sito che dovrebbe essere attraversato da una galleria lunga 54 chilometri. Egli ritiene che, in seguito ai lavori, le falde freatiche, i corsi d’acqua e il suolo potrebbero essere contaminati da elementi radioattivi.

Intendo dissentire sia dagli abitanti della regione sia dagli ambientalisti e pure dall’esimio geologo Boschi. Infatti sottoscrivo l’opinione del presidente Ciampi che ha fatto la seguente dichiarazione: “Bisogna rispettare la montagna, ma l’Italia non deve rimanere esclusa dalle grandi infrastrutture europee”. Giusto! Bravo!! Concordo!!! L’Italia non deve essere esclusa dalle grandi infrastrutture europee e soprattutto bisogna rispettare la montagna. Già… rispettiamo la montagna di euro, l’astronomica montagna di denari erogati dall’unione europea per la costruzione della linea. Vorreste forse defraudare i soliti noti dei copiosi, fluviali finanziamenti europei?

29 novembre, 2005

La scuola, il deserto e gli sciacalli

Paola Mastrocola è autrice di un saggio intitolato La scuola raccontata al mio cane. Il libro ha fatto discutere e causato polemiche, poiché la scrittrice ha messo in luce le molteplici contraddizioni del sistema educativo italiano. In realtà, l’insegnante, vincitrice del Premio Campiello, 2004 con il romanzo Una barca nel bosco, ha aperto il vaso di Pandora.

Come spesso accade, il difetto è (anche) nel manico, ossia nel ministero della pubblica (d)istruzione, che, ad esempio, in occasione delle contestate e non del tutto regolari prove (1) predisposte ed inviate dall’INVALSI, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema scolastico, ha dimostrato, limitatamente agli estensori dei tests, quanto ignorata sia la lingua italiana. Infatti, se si legge la consegna dei compiti, si rimane esterrefatti di fronte ai grossolani errori di punteggiatura, tanto più gravi quando si considera che essi rischiano di minare l’intelligibilità delle istruzioni. Come se non bastasse, per la prova di comprensione del testo, è stato scelto un bolso raccontino irto di strafalcioni. Era così difficile selezionare una storia scritta in un italiano decoroso, con tutti gli autori eccelsi che annovera la nostra letteratura? Infine, poiché in cauda venenum, in calce ai due testi proposti, è stato riportato il nome di ciascun autore nel modo seguente: da: “Da” seguito dai due punti. Codesto è uno sbaglio colossale! Da quando le preposizioni semplici sono seguite dai due punti? Sono basito. Certo, si potrebbe obiettare che questa è solo pedanteria. Sarà… Resta l’ignoranza degli imbrattacarte che hanno predisposto le prove. Né si può affermare che il testo espositivo-argomentativo, incentrato sulla relazione tra vocaboli e oggetti, brillasse per originalità e novità interpretativa: l’autore, infatti, proponeva la solita, vieta tesi secondo cui il rapporto tra suono e referente è arbitrario, frutto di una convenzione. Non lo asseriva già De Saussure al principio del XX secolo?

In questo modo la quotidiana fatica dei docenti per insegnare agli allievi i principali modi di funzionamento della lingua, il loro impegno nel tentativo di far comprendere il nesso profondo, anche se controverso, discontinuo, tra le parole e le cose, risultano vanificati o, per lo meno, messi in discussione da un’accozzaglia di banalità e di solecismi, spacciata per strumento oggettivo di valutazione.

Non è questa la direzione giusta: questa strada è destinata a condurre al baratro dell’insipienza e dell’omologazione, tratti distintivi della società in cui viviamo.

Ha ragione la Mastrocola. Ella sostiene che “la scuola deve puntare sulla differenza, distinguersi dal mondo esterno, non imitare il varietà, la televisione, la pubblicità… La scuola di oggi, invece, è una scuola che si adegua al mondo… Oggi, non si chiede ai ragazzi d’inventare più nulla: devono solo seguire una traccia. Chi esce dai binari lo fa a suo rischio”. (2)

Vox clamantis in deserto: forse la udirà qualche sciacallo.


1) Ad ogni studente corrisponde un codice e ciò viola le norme sulla protezione dei dati personali.

2) E’ uno stralcio di un’intervista rilasciata dalla professoressa Mastrocola e contenuta all’interno della pubblicazione Mediterranea, novembre 2005. L’articolo s’intitola Quale scuola per i nostri ragazzi?

27 novembre, 2005

Una riflessione di Lao Tze

Lao Tze, il filosofo cinese fondatore del Taoismo, ci fa comprendere il principio entropico che governa l'involuzione delle società umane.

Prima si perde la ragione e poi compare la virtù. Quindi si perde la virtù e appare la benevolenza. Si smarrisce la benevolenza e subentra la giustizia; quando si perde la giustizia, compare la convenienza. Le leggi della convenienza fingono fede e lealtà e sono l’inizio del disordine. Il tradizionalismo è il fiore della ragione, ma anche il principio dell’ignoranza.

Lao Tze, Dao de qing, ossia il Libro della via e della virtù.

26 novembre, 2005

Fatti mandare dalla mamma...

Il sequestro di confezioni contenenti latte prodotto dalla Nestlé, latte contaminato da una sostanza chimica usata come fotofissatore sul cartone, ha dimostrato una volta ancora, anche se non era certo necessario, che le multinazionali non sono così diaboliche come spesso sono dipinte, ma molto di più.

Il ruolo giocato nella vicenda dei vari governi, in primis quello italiano, alla luce di quanto successo, è il solito: quello del compagno di merende che, quando è scoperto dalla nonna con le dita nel vasetto della confettura, accusa l’amichetto che con lui ha aperto il barattolo.

Il ministro delle malattie, storace (la minuscola è voluta), ha, infatti, sdegnosamente smentito il rappresentante della Nestlé il quale aveva affermato che la società svizzera produttrice di veleni gabellati per alimenti, concordò con l’esecutivo di vendere lo stock dei prodotti già sul mercato, prima di intervenire in qualche modo. Mi pare che poi l’ineffabile dirigente della Nestlé abbia smentito sé stesso. Insomma, sarebbe una commedia delle parti, se non fosse una tragedia, che vede come vittime i consumatori.

Di fronte a questo scandaloso esempio del turpe intreccio tra “politica” ed economia, di una classe dirigente asservita ai loschi interessi di banchieri, finanzieri, imprenditori, a loro volta controllati dagli esponenti della sinarchia, diventa del tutto anacronistica l’immagine casereccia e naif di quella celebre canzone interpretata da Gianni Morandi, il cui ritornello diceva “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”. Oggi bisognerebbe cantare “Non farti mandare dalla mamma a prendere il latte…” anzi “i latti”, come sagacemente dicono quei bontemponi di “giornalisti”, raramente a loro agio con la lingua italiana.

25 novembre, 2005

Le maglie della giustizia lasciano passare gli scarafaggi e catturano le farfalle

E' di qualche giorno fa la notizia: "Uccisa dall’uomo che la violentò 10 anni fa". Un fatto come tanti altri in questo "bel paese", patria dei reality shows, dei teleromanzi e di delinquenti impuniti ed impunibili. Una delle tante vicende che la cronaca ci presenta quasi tutti i giorni ed alle quali rischiamo di abituarci. Ebbene, io non intendo abituarmici ed il fatto che altri non se ne assumano le responsabilità, mi fa rabbia. Una rabbia purtroppo impotente, perché non ho gli strumenti per intervenire, affinché i prepotenti non continuino indisturbati a distruggere vite e famiglie.

In questi casi, si interrogano gli psicologi (quelli che prendono il gettone da questa o quella TV, per dire castronerie ritrite) e si associa la violenza alle colpe "generiche" della società. Facile! Potrebbero darci un taglio! Le responsabilità sono degli uomini preposti a far rispettare le regole: forze dell'ordine e magistrati in primis. Nulla di più! In questo paese, se non hai già entrambi i piedi nella fossa, nessuno di questi signori fa un bel niente. Le indagini cominciano solo se "ci scappa il morto". Ma allora: QUALE GIUSTIZIA!? Quale prevenzione?!

A questo punto, ben venga Charles Bronson ed il suo "Giustiziere della notte", visto e considerato che da questo stato e da questa legge non possiamo essere in alcun modo tutelati, a meno che non siamo "Commendatori" o malviventi pluripregiudicati.
Come da titolo, il risultato è uno solo:
Le maglie della giustizia lasciano passare gli scarafaggi e catturano le farfalle.
Meglio farsi giustizia da soli.
**Straker**

24 novembre, 2005

Ortodossia ed iconoclastia

Absit iniuria verbis.
“Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia ed inconsapevolezza sono la stessa cosa.” È questa una riflessione tratta dal celebre romanzo di Orwell, 1984. Considero questa massima quanto mai attuale: nel mondo d’oggi più che mai, infatti, solo coloro che non sono allineati, che riescono a ragionare contro le “verità” e i dogmi imposti dalle varie confraternite laiche e religiose sono uomini pensanti e senzienti. D’altronde, tutti i personaggi della storia che hanno dimostrato l’audacia dell’eterodossia, hanno veramente dato impulso alla civiltà ed acceso una fiaccola per illuminare il percorso dell’umanità. Mi vengono in mente Akhenaton, il faraone eretico che osò sfidare lo strapotere del clero di Ammon-Ra; Siddharta Gautama Buddha, il maestro che contestò la legittimità della divisione in caste nell’India del VI secolo a.C.; Yeshua Bar Abba, il Messia sacerdotale che tentò di diffondere nuova linfa nel rinsecchito albero dell’Ebraismo… Come non ricordare poi Apollonio di Tiana, l’imperatore Giuliano, Francesco d’Assisi, Giordano Bruno, Arthur Schopenauer, Friedrich Nietzsche, Emil Cioran, Wilhelm Reich, Paul K. Feyerabend, David Icke… solo per citarne alcuni?

Che cosa distingue il pensiero ortodosso da quello eterodosso? In primo luogo la capacità di rivedere, adattare, adeguare ai differenti contesti i propri paradigmi interpretativi della realtà. Inoltre il pensiero divergente non tollera schemi, costrizioni, limiti, poiché abbatte barriere, travalica confini, guada fiumi rapinosi, salpa verso oceani incogniti, si libra verso spazi mai esplorati, anche con il rischio di compiere un “folle volo”.

Purtroppo tale tipo di pensiero è una qualità ormai rarissima: il conformismo impera e, come se non bastasse, viene gabellato per profondità ed originalità. Eco scrive un “romanzo” e molti critici (non tutti fortunatamente) ne tessono sperticate lodi, credendo di aver letto la summa della narrativa. Messori pubblica un saggio e la maggior parte dei lettori non si accorge della puerilità con cui sono accozzate le “argomentazioni”. Ciampi tiene uno stucchevole discorso, trasudante banalità da ogni sillaba e la massa acefala dei “politici” servili ed adulatori si spella le mani in applausi.

Costoro, sebbene possano apparire, in qualche caso, dei novatori, agiscono e si muovono con le loro miserrime, penose elucubrazioni all’interno del confine tracciato dai potenti, simili a lucciole imprigionate in un bicchiere. Le opere di codesti scribacchini assomigliano a monete false, dalla sottilissima patina d’oro che nasconde del vile metallo. Anche la loro critica dello status quo, quando affiora -assai raramente, a dire il vero- è talmente scialba e convenzionale che non scalfisce neppure il sistema. Con qualche frase anticonformista, credono di aver affermato la loro autonomia d’intellettuali, ignorando che le classi dirigenti auspicano queste posizioni “libere” per ostentare la loro natura “democratica”.

Così, mentre il mondo s’incammina sempre più velocemente verso la tirannide mediatica, verso l’imposizione delle versioni ufficiali, proclamate come "verità" eterne, immutabili, dobbiamo solamente sperare che il numero degli iconoclasti aumenti sempre più. Gli idoli del nostro tempo devono essere spezzati, distrutti, ridotti in frantumi: gli idoli del nostro tempo sono la televisione, la stampa, i governi, le istituzioni internazionali, le chiese… Gli idoli del nostro tempo sono giganti, certamente, ma giganti dai piedi d’argilla.

21 novembre, 2005

Il Silenzio (studio di Mordekhài Mekubal)

Pubblico un illuminante e pregevole testo sul Silenzio: in un’epoca così frastornante e caotica come quella in cui viviamo, sarà utile soffermarsi a riflettere sul significato profondo e -direi- quasi mistico del Silenzio. È vero che il Quarto vangelo comincia nel modo seguente: “In principio era il Lògos"(il vocabolo greco Lògos è reso con Parola, Verbo, Idea…), ma per gli gnostici “In principio era il silenzio”. Riscopriamo allora il vero principio grazie alle meditate, limpide parole di Mordekhài Mekubal.

“La conoscenza universale può essere rivelata solo ai nostri fratelli che hanno affrontato le nostre prove. La verità va dosata a misura dell’intelletto, dissimulata ai deboli, che renderebbe pazzi, nascosta ai malvagi, che solo potrebbero afferrarne qualche frammento di cui farebbero arma letale. Racchiudila nel tuo cuore, e che essa parli attraverso le tue opere. La scienza sarà la tua forza, la fede la tua spada ed il silenzio la tua corazza impenetrabile.”
Questa frase è di Ermete Trismegisto, che può essere considerato l’Archetipo della dottrina Esoterica.
E’ indubbio che esiste un unico filo conduttore che unisce la tradizione filosofico-spirituale nel corso dei secoli.
E’ stata formulata un’ipotesi etimologica del nome secondo cui Ermete deriverebbe dal Copto “Ermeth” che significa “Essere Vero” da “Er - Essere” e “Meth - Verità”.
Nell’ “Asclepio” Ermete Trismegisto parla di Dio, entità inconoscibile ed invisibile, e dice che: “Egli può, in verità, concedere a qualche eletto la facoltà di innalzarsi al di sopra delle cose naturali, così da percepire un barlume della sua somma perfezione.”
Quindi la “Percezione Spirituale” è la base di ogni conoscenza esoterica.
Il Mondo Antico affidava questa esperienza al Rito Iniziatico, a cui erano ammessi solo quelli che se ne mostravano degni, avendo dimostrato di possedere le necessarie attitudini fisiche, morali ed intellettuali.
Conseguenza dell’Iniziazione era la capacità da parte dell’Iniziato di percepire la propria Vera Natura e quindi di riuscire ad interagire con le Forze Occulte dell’Universo.
L’Iniziazione implicava un cambiamento netto nel modo di pensare e, conseguentemente, di agire da parte dell’ Iniziato.
L’Iniziazione ai Misteri, secondo quanto si credeva nell’Antica Grecia, comportava la Metànoia, il Ripensamento, il Pentimento, e come afferma Platone, la Conversione-Rivoluzione.
L’Iniziato iniziava un nuovo stile di vita che non aveva più nulla a che fare con il vecchio Mondo Profano.
Si può dire che l’Iniziato, pur continuando a vivere nel mondo, entrava a far parte di un Mondo Nuovo ed allo stesso tempo Diverso.
La Conoscenza del Profano fa riferimento al Mondo dei Fenomeni quindi deriva dalla Dimensione dell’Opinione ed è propria del Mondo Sensibile Corporeo, e la sua Conoscenza dell’Epistème, del Sapere in senso lato, è praticamente nulla.
Il Profano è un conoscitore della Condizione Materiale e per questo motivo deve essere distolto dal cosiddetto Mondo della Quantità, e deve riuscire a tralasciare il suo bagaglio di Archetipi della Conoscenza-Comportamento propri dell’Inconscio Collettivo.
L’Insegnamento è: ascolta, raccogli, analizza, assimila, diventa e solo allora parla.
L’Insegnamento Profano è nozionistico, infatti all’allievo è richiesta un’intelligenza conforme alla necessità dell’apprendimento ed una buona memoria.
L’Insegnamento Iniziatico è viceversa diretto al cuore e non al cervello, non alla Mente ma alla Nòesis, all’Intelletto, e deve far emergere ciò che è già in noi, deve far risvegliare la Consapevolezza della Coscienza.
Ecco l’importanza di un atteggiamento ricettivo che, oltre a farci comprendere-apprendere, ci permetta di far sì che ciò che apprendiamo diventi parte attiva della nostra Coscienza.
Per l’Iniziato è poi fondamentale saper vivere nel e del Silenzio.
Nell’Antichità il Candidato doveva rimanere in silenzio a volte anche per parecchi anni, e saper vivere nel Silenzio è una cosa molto difficile.
Nella scuola Pitagorica il Neofita osservava l’assoluto silenzio, per sviluppare la capacità di penetrare il Mistero attraverso l’osservazione interiore, che, inizialmente, consentiva di apprendere senza dover impartire alcun insegnamento.
A questo compito erano preposti gli Epopti, coloro i cui occhi sono aperti, che avevano già superato i livelli di Mathematikoi e di Phisokoi.
E’ solo nel Silenzio del cuore che è possibile raggiungere certi obiettivi.
Il Silenzio è il Fondamento di ogni Via Iniziatica.
Per Silenzio, però, non si intende solo il non parlare ma anche il riuscire a far tacere la propria mente, perché chi intraprende una nuova via non ha nulla da dire, ma deve solo ascoltare per imparare, infatti si dice che la Via inizia nel Silenzio.
Una delle fasi più importanti della crescita dell’Iniziato è anche quella dell’apprendimento delle tecniche per imparare a tacitare gli Impulsi della Mente derivanti dagli Istinti legati alla Natura Inferiore.
Spesso il non parlare diventa un privilegio, perché dà la possibilità di entrare più facilmente in simbiosi con l’armonia che regna all’interno di un Eggregoro.
Il Neofita si può infatti concentrare sul tentativo di comprensione dei Simboli, perché solo così gli è possibile arrivare a percepire la perfezione e la regolarità di un Rito.
Il Silenzio può essere inteso come cessazione del rumore, del suono, di ogni attività dispersiva.
La percezione stessa del Silenzio consente il suo avverarsi, inteso tra l’altro come un qualcosa di positivo.
Il Silenzio può essere colto come un momento creativo di trasformazione.
Il dovere di un Iniziato è quello di continuare a trasformarsi, senza interruzione, perché il suo fine ultimo dovrà essere quello dell’Edificazione del Tempio Interiore.
Guarda caso si è portati a dire che la verità è relativa quindi destinata a trasformarsi.
Il Silenzio può anche essere inteso come il luogo, lo spazio in cui si ricevono le percezioni che giungono dall’esterno ed in questo modo può diventare il tramite, il filtro di ogni dialogo.
La Coscienza è già in noi ma solo la Voce del Silenzio ci consente di trovarne la sorgente che portiamo dentro di noi.
Il Silenzio è anche sinonimo di Modestia, dove quest’ultima è una condizione interiore, è l’essere coscienti che non si saprà mai a sufficienza.
Il Silenzio è simbolo di Ignoranza: certe cose sono a conoscenza solo di determinate persone, quindi è a loro che si deve rivolgere l’attenzione, anche se è inutile chiederle perché non saranno mai svelate.
Sta all’Iniziato carpirne il segreto con la sua capacità d’intuizione.
Il Silenzio è simbolo della Proibizione: anche se si sanno certe cose, queste non possono essere dette perché significherebbe svelarne il segreto, quindi esporre la Conoscenza Iniziatica, Esoterica ad un pericolo di contaminazione.
Il Vero Sapere è riservato agli Iniziati, a coloro che sanno farne buon uso, e va quindi tramandato di bocca in bocca, per tempo.
Il Silenzio è, infatti, il Silenzio dell’Ineffabilità: non tutto può essere detto finché manca la capacità di Discernimento.
Se manca la capacità di lettura, di interpretazione tutto rimane oscuro, senza significato, perché dietro al significato “Profano” ne esiste un altro “Esoterico” che solo l’Iniziato può comprendere.
Il Silenzio, però, non deve essere inteso solo come capacità di Apprendimento e di Autocoscienza, ma va inteso anche come Prova, come capacità di conservare la Conoscenza cui il Neofita è sottoposto.
La Conoscenza è potere, quindi deve essere controllata e distinta tra i diversi livelli di Iniziazione che uno ha.
Il Silenzio Iniziatico non crea certezze, anzi, mette in discussione le certezze per sostituire ad una Verità definita una Verità in perenne scoperta.
Il Silenzio genera quesiti.
Il Silenzio può essere inteso anche come Sofferenza, al sofferenza del controllo sulla parola e, visto che la sofferenza può essere vista come il confine tra la realtà vissuta e quella immaginata, si può usare il Silenzio per definire il rapporto con il mondo.
Questo è il percorso dell’apprendistato, che darà la capacità, attraverso il Silenzio Rituale, di arrivare alla Conoscenza Iniziatica.
Altra fase di crescita dell’Iniziato è il Controllo della Parola che serve a tenere a freno ed a dirigere correttamente il pensiero.
Il Profano usa la parola senza badare troppo a ciò che dice, quindi senza preoccuparsi in maniera eccessiva delle conseguenze provocate dal proprio parlare.
Esiste anche un uso Exoterico della parola, enciclopedico, dove viene privilegiato il rumore provocato dalla parola rispetto al significato intrinseco.
L’uso Esoterico della parola comporta invece il trasferimento sia della “Conoscenza” che del vero e proprio “Carisma Iniziatico”, che si trasmette con il “Suono della Parola”, il cosiddetto “Potere della Parola” soprattutto quando questo si verifica in un’Entità Collettiva.
La Parola può essere sacra, quindi in questo caso non è neutra: essa provoca ciò che evoca.
La Parola Sacra trova amplificazione dentro l'ambiente del Silenzio Rituale di un Eggregoro.
E’ la trasmissione controllata della Saggezza che impedisce la deformazione della parola.
Essa deve essere articolata con precisione e correttezza, senza errori, per evitare che si faccia confusione tra significante e significato.
La “Parola” deve essere accompagnata da quelli che nei secoli sono diventati i Segnali Rituali che possono essere solo detti e manifestati in presenza della Fiamma Mistica.
È evidente il Valore Sacrale che può acquisire l’uso della Parola in certe situazioni.
La Parola ha in sé potenza, quindi il suo uso deve tenere conto di ciò, sia da parte di chi parla sia da parte di chi ascolta.
L’attitudine ad imparare ad ascoltare è un’altra arte che bisogna apprendere.
Essere capaci di costruire il proprio Silenzio Interiore significa anche essere in grado di far posto alle altrui parole, per poter condividere la Verità, intesa come capacità di riconoscere come vero ciò che un altro sta dicendo.
Ma questo è possibile solo quando avremo imparato a percepire solo la Parte Luminosa che brilla in ogni Essere Umano, quindi avremo fatto nostra la Temperanza.
La Temperanza, la Tolleranza, la Capacità di Regolare la Parola, la Ricerca della Verità dovranno segnare e guidare sempre e comunque il cammino dell’Iniziato.

P.s. Ringrazio sentitamente l'amico Mordekhài Mekubal per aver dato il suo consenso alla pubblicazione di questo articolo.

18 novembre, 2005

L'indegnità dell'uomo

Absit iniuria verbis

Eraclito distinse l’umanità in due gruppi, quello dei desti e quello dei dormienti. Il problema è il seguente: il 95 per cento dell’umanità appartiene ai dormienti, anzi ai letargici. Costoro sguazzano nel brago dell’ignoranza, convinti non solo di sapere quasi tutto, ma di aver capito tutto. Costoro si fanno inebetire dai media, che non sono manipolati dai potenti, ma appartengono ai potenti. Costoro hanno l’intelletto completamente ottuso, la mente atrofizzata. Costoro non notano le più clamorose contraddizioni, credono alle più spudorate bugie, votano chi li raggira… Con codesti pusilli il potere ha gioco facile, poiché possono essere mandati innanzi allo sbaraglio, spostati come i pedoni su una scacchiera, sacrificati per mangiare qualche pezzo di maggior valore.

L’uomo, questa creatura infima, ma superba, l’uomo, homo, humus, fango o poco più; l’uomo creato ad immagine e somiglianza di dei inferiori, capricciosi. Specie ripugnante quella umana, invidiosa, infida, avida, superba, fatua, stolida, infingarda, ambiziosa … Mi chiedo perché e per chi siano nati e vissuti tanti scrittori e filosofi, se solo una sparuta minoranza è in grado d’intendere il loro messaggio, di apprendere qualcosa del loro insegnamento.

Non è un caso: sugli scaffali delle librerie romanzetti dozzinali, osceni, abominevoli “saggi” di Vespa, Teodori, Magdi Allam, Zucconi, Romano, Brachino, Angela… e di altri ignobili imbrattacarte vanno a ruba, mentre gli eccelsi libri di Cioran restano lì negletti.

Non è un caso: le scandalose notizie dei telegiornali e dei quotidiani di regime hanno il crisma della “verità”, laddove le genuine ricostruzioni degli accadimenti sono bollate come “teorie” della cospirazione.

Non è un caso: eventi e significati potentemente simbolici sono scambiati da “intelletti” infinitamente nulli per mere coincidenze (11 9 9 11).

Non è un caso: si confonde l’esegesi di un testo con la ricostruzione storiografica di un fatto.

Non è un caso: milioni di telespettatori seguono beceri quiz, pensando che il nozionismo sia sinonimo di cultura.

Non è un caso: miliardi di persone si fidano dei loro macellai e si muovono docili verso i mattatoi.

Sono infiniti gli esempi dell’indegnità dell’uomo. Nonostante ciò, se la moltitudine dei sudditi può ancora suscitare compassione, giornalisti, politici, scienziati, economisti, storici, teologi… impostori meritano di essere sbugiardati, smascherati. Forse non è lontano il giorno in cui resteranno come il l'imperatore della celebre fiaba… completamente nudi.

15 novembre, 2005

La vedova nera

Absit iniuria verbis

Bisogna riconoscere che, rispetto ai tradizionali mezzi d’”informazione”, invasi da menzognere ed ignominiose versioni ufficiali, da bazzecole, da logorroiche cronache sportive e da mille altre turpitudini, la Rete, non di rado, consente di reperire delle notizie non censurate, delle informazioni sui vari campi dello scibile, anche su argomenti ingiustamente ignorati o banditi dai maitres à penser dell’establishment “culturale”. Certamente, occorre saper separare il grano dal loglio (le ramificazioni di quotidiani cartacei, i siti ministeriali, istituzionali etc.), ma, nel complesso, Internet offre delle opportunità per tenersi aggiornati su quello che, più o meno, veramente succede, mette a disposizione un’enciclopedia virtuale utile per studiosi, ricercatori e semplici appassionati.

Tuttavia nella ragnatela si può rimanere impigliati: non voglio riferirmi, in tale occasione, al limite connaturato ad un mezzo come questo in cui trovi tutto ed il contrario di tutto, il pericolo che in seguito ad una spaventevole esplosione d’informazioni restino, alla fine, solo brandelli d’ignoranza. Intendo, invece, mettere in guardia dalle insidie di certi siti apparentemente innocui, ma in realtà pericolosissimi, perché volti, dietro pretesti vari, a rafforzare e a legittimare il sistema oppressivo e mendace del mondo contemporaneo.

Porto qualche esempio, sulla base della mia esperienza.
Un attivissimo autore, in un suo patetico sito, riporta ed esamina una serie d’imbrogli, di raggiri per evitare che persone sprovvedute siano truffate: fin qui l’iniziativa è lodevole. Poi, però, si avventura nel tentativo di demolire “ipotesi”, secondo lui, risibili e fantasiose. Ad esempio, si cimenta nel compito non improbo, ma impossibile di dimostrare che i fatti del 9 11 accaddero, grosso modo, come ce li raccontarono Belzebush e i sodali della sua setta, la Skull and bones. Ci vuole una dose infinita d’improntitudine e d’ignoranza per ammannire una siffatta congerie di corbellerie in cui ormai possono credere solo gli ebeti. Ovviamente le balorde argomentazioni di codesto beota non meritano neanche di essere confutate, poiché si confutano da sole.

Ad ogni modo questo sito è da visitare, per sbellicarsi dalle risa.

Pullulano poi i siti cattolici: finché vendono santini, libri d’ore, ammennicoli papisti, passi, ma quando alcuni pseudo-storici e pseudo-teologi si inoltrano nell’esegesi dei vangeli, allora la riprovazione deve essere totale. Qualche giorno fa, visitando uno di questi portali cattolici, mi sono imbattuto in una serie di articoli in cui, facendo riferimento, esclusivamente al Quarto vangelo e ad alcune Lettere paoline, si vorrebbe “dimostrare” che Gesù è Dio, in ossequio ai dogmi niceni e post-niceni, posteriori di almeno tre secoli al periodo in cui vissero i due Messia. A parte che l’interpretazione proposta fa acqua da tutte le parti, gli estensori degli articoli non sono stati sfiorati dal dubbio che il Quarto vangelo originariamente era un testo gnostico, un libello accettato nel canone tardi e soltanto dopo mille controversie e polemiche, spesso veementi, fra i padri della chiesa? È come voler confermare la correttezza del sistema geocentrico tolemaico, basandosi su Copernico.

Insomma, quando ci si muove, sui fili di questa rete invisibile, immensa, è necessario essere circospetti, attenti alla più lieve vibrazione: una vedova nera può stare in agguato.

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