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02 luglio, 2015

Antinucci ed antiacidi



Ricordo una lezione liceale in cui la docente di Storia e Filosofia - era l’epoca in la scuola ancora trasmetteva agli allievi i concetti fondamentali, insegnava il metodo e talora riusciva a promuovere un certo spirito critico - precisò con magistrale chiarezza la differenza tra cronaca e storiografia, una differenza che oggi pochi conoscono.

Gli insegnanti di Lettere, dal canto loro, illustravano il divario tra biografismo ed Arte. Il biografismo e l’autobiografismo non sono espressioni di valore estetico, poiché difettano di trasfigurazione. Non bastano i buoni sentimenti e le buone intenzioni a produrre nemmeno una passabile letteratura. Non sembra essersene accorta Antonella Antinucci, autrice di una plaquette intitolata “Burqa di vetro”, con prefazione di Dacia Maraini, la narratrice toscana sinceramente sopravvalutata per i suoi lagnosi romanzi.

Il caso dell’Antinucci è emblematico: attesta la profonda, irredimibile decadenza della “cultura” letteraria e della “cultura” tout court. Siamo al cospetto di “poesie” puerili e cronachistiche: la Nostra crede che, per comporre una lirica, sia sufficiente andare a capo prima, costruendo dei versicoli. E’ vero: Ungaretti impostò le sue prime raccolte su una parola concentrata, densa, valorizzata nella sua pregnanza fonica e semantica, attraverso versi molto brevi, ma accesi da analogie, incendiati da folgorazioni verbali; l’Antinucci, invece, si limita a spezzare gli enunciati della prosa più prosastica, disponendoli in affannose unità “metrico-ritmiche”.

La plaquette è imperniata sul tema dell’uxoricidio, soggetto oggi à la page: ne risultano cose attaccaticce ed involontariamente comiche dove l’avvenimento doloroso, quando non è registrato nella sua cruda e scialba oggettività, è impiastricciato con la retorica più zuccherosa. E’ la retorica peculiare di chi crede di poter sopperire alla totale mancanza di talento, di attitudine e di competenze tecniche con un approccio moralistico e deamicisiano.

Fra le varie esternazioni della silloge, ne proponiamo una, la cui sconvolgente e rara bruttezza offre un piccolo ma significativo saggio dell’orrore impoetico che aduggia “Burqa di vetro”, la raccolta che merita davvero il riconoscimento come la più obbrobriosa della Letteratura mondiale. Il componimento si intitola “Te lo dicevo (come pioggia di rane)”. Allacciamo le cinture...

Te lo dicevo (come pioggia di rane)

Te lo dicevo.
Ci avrebbe scoperti.
Lanciare menzogne
dall’alto come
pioggia di rane.
Non siamo esperti.

Amori rivelati.

Se sono veri.
I sentimenti.
Vanno rispettati.

...

Te lo dicevo.
Tu scopritore.
Delitto d’onore.
Sei senza cuore.
A un letto hai dato
valore.

Te lo dicevo.
A te scopritore
resta un solo talento.

Dispensatore di dolore.


Veramente patetico codesto scartafaccio, con la fortiana pioggia di rane, le frasette balbettanti, i luoghi comuni (Se sono veri. I sentimenti. Vanno rispettati.), le rime banali, la sintassi sciancata, la punteggiatura improbabile...

Chi fra i lettori non avrà accusato incoercibili conati, potrà deliziarsi con altri capolavori pubblicati su questa pagina.

Articolo correlato: Ammazza-romanzo, 2012

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

05 settembre, 2012

Deserto digitale

Sempre più spesso gli alberi vengono tagliati senza una vera ragione. Qui una pianta secolare è sradicata, là un platano viene potato in modo selvaggio, altrove un pino è scapitozzato. Talora al mattino, invece di essere allietati dal cinguettio dei passeri, ci si sveglia con nelle orecchie il sordo ronzio di una motosega: qualcuno ha deciso di mozzare un tronco. Per quale motivo? Gli alberi danno fastidio: ora attenuano, con le loro chiome frondose, il segnale del digitale terrestre ora le radici spaccano il cordolo del marciapiede ora i rami sconfinano nella proprietà altrui… Si potrebbero in molti casi sfoltire un po’ le chiome, ma alla fine della maestosa pianta resta solo un ceppo i cui germogli sono implacabilmente strappati. Esemplari imponenti e stoici hanno resistito al flagello delle bufere, all’aridità, persino ai veleni sparsi copiosi ed ecco che, dove s’innalzavano cattedrali di smeraldo, adesso si slarga una spianata di cemento.

Si tralascino quei casi in cui gli alberi sono malati o quando sono pericolanti, in seguito ad un nubifragio; trascuriamo anche lo sfruttamento economico che porta a tagliare interi boschi e foreste e l’urbanizzazione del territorio. In molte occasioni la frenesia della scure si abbatte su piante rigogliose e bellissime in modo del tutto immotivato.

Eppure chi non ama “il verde”, come viene definito con generica metonimia? Si organizzano vacanze in luoghi ameni, immersi nella vegetazione. Non appena ci è possibile, ci rechiamo in montagna per un contatto distensivo con la natura. Tuttavia ritengo che, se villeggianti ed escursionisti potessero godere la frescura di una vegetazione di plastica, per loro sarebbe addirittura meglio.

Questa smania distruttiva alla fine si spiega solo pensando ad un odio incoercibile contro la vita e la bellezza. E’ un impulso furioso che denota la profonda, immedicabile tara di un’umanità mutilata, incapace di concepire idee pure e di provare vere emozioni.

Gli alberi, con le radici piantate nella terra e la chioma protesa verso il cielo, avrebbero molto da insegnarci, ma ne diverremo consci solo quando la terra sarà stata ridotta ad un deserto digitale.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

01 luglio, 2011

Scettici e dogmatici (prima parte)

So che alcuni oggi cercano a tastoni e non sanno più di chi fidarsi. A costoro dico: credete a chi cerca la verità, non credete a chi la trova. (A. Gide)

Il termine “scettico”, contrariamente a quanto pensa il volgo, non significa “incredulo”, “proclive a dubitare di tutto”, ma derivando dal verbo greco “sképtomai”, scrutare, cercare, indagare... designa chi è dedito all’osservazione critica.

Lo “skeptikòs” è quindi agli antipodi non solo del dogmatico, che dispensa una verità preconfezionata (scientifica, religiosa etc.), ma anche dell’agnostico. Costui, infatti, rifiuta per principio di occuparsi di problemi che la ragione umana non può comprendere ed analizzare. L’agnostico considera inconoscibile quanto oltrepassa i dati empirici studiati con il metodo delle "scienze" positive. Quanto siano ingenue le posizioni degli agnostici è evidente: in verità essi, nel momento in cui postulano, una realtà là fuori (che esista e che sia indipendente dalla coscienza sono idee indimostrabili), confluiscono nella stessa genia degli assiomatici religiosi contro cui spesso si avventano.

Il vero scettico dunque è un Suchende, un cercatore: egli mostra un’attitudine euristica né ritiene che solo il raziocinio possa essere utile per esplorare i vari campi dello scibile. Egli non si perita di accostarsi a temi delicati: la coscienza, il cosmo, Dio. Pur ricorrendo ai più disparati strumenti interpretativi e ad una gran copia di fonti, le conclusioni dello scettico possono essere soltanto provvisorie, dubitative, aperte a revisioni e calibrature.

Lo scettico non è ateo: l’ateo è un credente con il segno meno. Come il credente, possiede una certezza apodittica, da cui discendono vari teoremi. E’ invidiabile la vita del miscredente e dell’uomo dalla fede tetragona: nessuna perplessità può turbare la loro olimpica calma. I fenomeni più grandiosi, nel bene o nel male, non possono scalfire la loro visione del mondo: l’ateo attribuisce le meraviglie dell’universo al caso, all’evoluzione naturale; il credente le ascrive a Dio. Il male assurdo, incomprensibile, irrazionale… conferma il primo nella sua negazione di Dio; costringe l’altro a miliardi di funambolismi, quando non ha la sicumera di affermare che il male non esiste.

Per quanto mi riguarda, non posso asserire di essere miscredente, perché, in tal caso, diventerei un dogmatico. Tuttavia mi pare che l’universo e Dio siano molto elusivi. Con il passare del tempo, ho come l’impressione che Dio si sia eclissato. Chissà: abbiamo forse sempre sbagliato a concepire il Creatore. Egli non è come lo immaginiamo. Distratto ed indolente, osserva il cosmo e le civiltà che lo popolano da una lontananza abissale. Non si spiegherebbe diversamente il diluvio di mali che ci inonda da tempo immemorabile. Non mi si tedii con la logora storia del “libero” arbitrio, di Eva che mangiò il frutto proibito (in verità ella non lo mangiò!), del serpente tentatore. E’ come se un matematico tentasse di spiegare complesse equazioni ad un bambino di tre anni: intercorre uno scarto irriducibile.

In un’opera misconosciuta ma pregevole di Flaubert (la gloria di molti autori è affidata sovente a libri sopravvalutati, nella fattispecie “L’educazione sentimentale”), “La tentazione di Sant’Antonio”, una specie di tragico e sontuoso affresco della condizione umana, nella visionaria parte finale, è inscenato il botta e risposta tra l’eremita ed il Diavolo. Il Maligno, posto l’anacoreta sul dorso, lo trasporta in un’ascensione vertiginosa tra gli spazi siderali per incalzarlo con le sue affilate argomentazioni. Lucifero mostra al santo “il firmamento che è soltanto un tessuto di stelle, la luna che pare un pezzo di ghiaccio rotondo, piena di una luce immobile, tra crateri spenti, sotto un cielo completamente nero… gli astri si moltiplicano, brillano, la Via Lattea allo zenith si dispiega come un’immensa cintura. … Vede gli astri giungere da lontano e sospesi come pietre di una fionda, descrivere le orbite, spingere su le orbite…”


APOCALISSI ALIENE: il libro

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