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05 settembre, 2012

Deserto digitale

Sempre più spesso gli alberi vengono tagliati senza una vera ragione. Qui una pianta secolare è sradicata, là un platano viene potato in modo selvaggio, altrove un pino è scapitozzato. Talora al mattino, invece di essere allietati dal cinguettio dei passeri, ci si sveglia con nelle orecchie il sordo ronzio di una motosega: qualcuno ha deciso di mozzare un tronco. Per quale motivo? Gli alberi danno fastidio: ora attenuano, con le loro chiome frondose, il segnale del digitale terrestre ora le radici spaccano il cordolo del marciapiede ora i rami sconfinano nella proprietà altrui… Si potrebbero in molti casi sfoltire un po’ le chiome, ma alla fine della maestosa pianta resta solo un ceppo i cui germogli sono implacabilmente strappati. Esemplari imponenti e stoici hanno resistito al flagello delle bufere, all’aridità, persino ai veleni sparsi copiosi ed ecco che, dove s’innalzavano cattedrali di smeraldo, adesso si slarga una spianata di cemento.

Si tralascino quei casi in cui gli alberi sono malati o quando sono pericolanti, in seguito ad un nubifragio; trascuriamo anche lo sfruttamento economico che porta a tagliare interi boschi e foreste e l’urbanizzazione del territorio. In molte occasioni la frenesia della scure si abbatte su piante rigogliose e bellissime in modo del tutto immotivato.

Eppure chi non ama “il verde”, come viene definito con generica metonimia? Si organizzano vacanze in luoghi ameni, immersi nella vegetazione. Non appena ci è possibile, ci rechiamo in montagna per un contatto distensivo con la natura. Tuttavia ritengo che, se villeggianti ed escursionisti potessero godere la frescura di una vegetazione di plastica, per loro sarebbe addirittura meglio.

Questa smania distruttiva alla fine si spiega solo pensando ad un odio incoercibile contro la vita e la bellezza. E’ un impulso furioso che denota la profonda, immedicabile tara di un’umanità mutilata, incapace di concepire idee pure e di provare vere emozioni.

Gli alberi, con le radici piantate nella terra e la chioma protesa verso il cielo, avrebbero molto da insegnarci, ma ne diverremo consci solo quando la terra sarà stata ridotta ad un deserto digitale.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

18 febbraio, 2012

Eraclito versus Democrito

Si racconta che Eraclito (Efeso, 550 a.C. circa, 480 a. C. circa) rispondesse allo spettacolo del mondo con il pianto, in netto contrasto con la solarità di Democrito (Abdera, Tracia, 460 circa, 370 a.C. circa).

“L’iconografia occidentale ha abbondantemente opposto il riso di Democrito, il poeta dalla scrittura chiara, alle lacrime di Eraclito, il bilioso, soprannominato l’Oscuro. E da Diogene di Sinope a Nietzsche, da Aristippo di Cirene a Michel Foucault, si ritrova, come tratto comune ai materialisti, edonisti ed altri grandi sovversivi della storia delle idee, questa capacità di ridere del mondo così com’è. Ridono solo quelli che prendono il mondo sul serio, proprio perché lo prendono sul serio.” (M. Onfray)

Sono stati scritti molti saggi sul riso come peculiarità dell’uomo (celebre lo studio di Henry Bergson) e, di là dalle differenti interpretazioni, talora forzate, si riconosce che sono proprio le contraddizioni del reale ad accendere la scintilla dell’ironia, della risata catartica, del ghigno amaro, del compiacimento, dell’umorismo pirandelliano.

Ci si chiede se la visione del mondo possa suscitare letizia o tormento. Quale mondo? Quello ancora tollerabile degli antichi o il nostro abominevole? La natura? Si afferma che la natura è perfetta: la considererei efficiente, non perfetta. Se l’universo fosse perfetto… L’umanità? L’umanità è talmente antinomica che non mi sorprende di constatare quali impulsi ambivalenti, irriducibili tra loro ci leghino ad essa e, nel contempo, ce ne separino. Prendere sul serio il mondo, come scrive Michel Onfray? Se veramente lo prendiamo sul serio, se lo consideriamo nella sua severità, abbiamo fondati motivi di dolerci: il riso rischia di essere la reazione istrionica di fronte all’incomprensibilità dell’essere. Mi pare che alcuni eventi siano refrattari al riso e non solo perché tragici ed assurdi (si entri in un nosocomio, in un carcere, in un ospizio, in un macello…), ma poiché denunciano l’insufficienza della condizione umana.

Così, paradossalmente, è più ironico Eraclito (ironia è proprio coscienza del divario tra reale ed ideale) di Democrito: le lacrime del filosofo efesio sono forse la consapevolezza del contrasto, dell’ineluttabile conflitto (pòlemos) universale. Nietzsche vide in Eraclito l’espressione dell’innocenza dionisiaca del mondo, di là dal bene e dal male, anteriore al declino moralistico socratico-platonico. Dioniso, però, è dio tragico per antonomasia: l’innocenza non è candore. Nel dio nato due volte non si distingue più tra la smorfia di dolore ed il ghigno sardonico.

Il pàthos sa essere grottesco; il ridicolo è patetico. Infine, di fronte alle realtà che trascendono le opposizioni, resta solo la domanda che subito si congela nel silenzio.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

06 maggio, 2011

L'Arte

Un tale – è Cicerone a riportare l'aneddoto - voleva insegnare a Temistocle, il fondatore della talassocrazia ateniese, l'arte della memoria. Temistocle non mostrò interesse: "Mi useresti un piacere di gran lunga maggiore, se mi insegnassi a dimenticare, piuttosto che a ricordare ciò che desidererei non ricordare." Saggia risposta quella dell'uomo politico. In verità non è solo auspicabile obliare gli affronti, come chiosa l'Arpinate: bisognerebbe imparare l'arte dell'oblio per cancellare quelle memorie (errori, sventure, incomprensioni, affanni) che assediano il presente.

Sebbene l'inglese sia ritenuto una lingua profana, alcune incursioni semantiche in tale idioma ci offrono motivi di riflessione: così che cos'è la dimenticanza, se non un conseguimento eccelso, una conquista gloriosa? Per questo motivo in inglese scordare è (to) forget, ossia ‘prendere, ottenere assai’ (il prefisso “for” ha valore intensivo). E' solo apparente il paradosso: molto stringe chi tutto perde, chi si lascia dietro di sé lo strascico tetro, fallace dei ricordi. Tra l'altro (to) forget è costruito secondo lo stesso modello di (to) forgive, omologo di “perdonare”: perdonare, infatti, è un donare molto, implicando un'elargizione di sé che è nobiltà d'animo.

Come apprendere dunque l'arte dell'oblio, dacché le rimembranze ci attorniano per espugnarci? Un ricordo assale il baluardo della coscienza, un altro le tende un'imboscata, un altro, muovendosi di soppiatto, entra da una breccia delle mura, un altro le dirocca, un po' alla volta, per penetrare nella cittadella...

Le reminiscenze sono in ogni dove. Scrutano, bisbigliano, fluttuano, quando non strattonano o non scaraventano nell’abisso del tempo trascorso. Là è un libro, qui un volto, lì un profumo, quivi una voce, ora è un sapore, talvolta è un brivido... Viviamo in un labirinto di memorie, tra riflessi di ombre ed ombre di larve. Né il sonno, con i suoi sogni pregni di esperienze, ci dà requie: durante la notte, anzi le ricordanze, trasfigurate in immagini emotive, ci turbano con in più quell'alone enigmatico che sfida il tentennante raziocinio.

Qualcuno scrisse che "un ricordo del dolore è ancora dolore, mentre un ricordo della gioia è dolore": è così, sebbene la qualità della sofferenza cambi. Cambiano il timbro e lo spessore: anche i patimenti appassiscono. Perché dovremmo, novelli Enea, rinnovare la pena con la rievocazione? No. Meglio tacere, quand’anche scordare significasse tacitare il cuore. L’oblio diventi obl-io, cancellazione dell’io caduto-caduco. Nel silenzio e nell'amnesia è il fuoco della speranza.

Che cosa saremmo senza le memorie, senza il solco del passato? Nulla. Ce ne dorremmo?



APOCALISSI ALIENE: il libro

13 marzo, 2011

Che forse non s'aprono più?

(Tintinni a invisibili porte/ che forse non s’aprono più?...): sono questi due versi del celebre componimento di Giovanni Pascoli, intitolato “L’assiuolo” e tratto da “Myricae”. Purtroppo l’interpretazione corrente di questi versi, pur non del tutto erronea, è epidermica: si suole ripetere che “le porte che forse non s'aprono più" sono il confine tra la vita e l’aldilà, ad esprimere un’ormai vacillante fede in un’esperienza ultraterrena. Tale esegesi è, però, parziale ed un po’ decentrata. L’autore si interroga su porte che non si possono forse più disserrare: ora è evidente che gli uomini continuano a morire sicché il senso profondo della domanda è differente. Il poeta cerca di comprendere per quale motivo non si riesca più a percepire i regni invisibili, superando il limitare tra la dimensione empirica, in cui è confinata “la nostra povera ragione”, e le sfere di una realtà ulteriore.

Pascoli fu l’ultimo (o uno degli ultimi?) esponente di una linea artistica che fu tracciata in un solco esoterico. Ne ebbe probabilmente una consapevolezza limitata e nebulosa, ma ancora suscettibile di disseminare tracce di un sapere quasi del tutto perduto. Tra questi indizi si può annoverare la coscienza che il mondo non è circoscritto all’”oggettività” fenomenica esperita dai cinque sensi. E’ una coscienza crepuscolare e confusa che si manifesta in dubbi ed interrogazioni, in sospesi silenzi ed in suoni perplessi. Così lo scrittore, pur non accedendo a piani metafisici, non rinuncia a cercare interstizi in cui la nostra angusta dimensione lascia intravedere barlumi di altri livelli. All’interno della suggestiva poesia, l’evocazione dei riti celebrati in onore di Iside, tramite la metonimia dei sistri dai suoni argentei, è la sfocata reminiscenza di orizzonti immateriali.

Veramente oggi siamo ottusi e ciechi: concentriamo la nostra attenzione sulla materia tangibile, ma ci disinteressiamo di ciò che non percepiamo. Addirittura se ne nega, in modo scientista, l’esistenza. Tutti sanno che un’arma da fuoco causa ferite più o meno gravi o persino la morte, ma quali ferite provocano un pensiero malevolo, uno sguardo invidioso, una parola ingiuriosa o iniqua! Sono lesioni invisibili, ma non meno dolorose e traumatiche di quelle che piagano il corpo.

Si afferma che alcuni bambini e sensitivi sono in grado di vedere l’aura: se tutti potessero scorgerla, resterebbero esterrefatti di fronte alle volute di grigi stagnanti che avvolgono molte persone. Ci percepiremmo agglutinati in una gelatina graveolente.

Vice versa, se vedessimo quali riverberi adamantini e quali colori briosi si sprigionano da un abbraccio, da un sorriso o da una frase di sincera solidarietà, se vedessimo la luce profumata che si irradia dall’anima, capiremmo che in una pupilla può nascere un sole.



APOCALISSI ALIENE: il libro

17 febbraio, 2011

Suicidio bianco

Suicidio, un argomento doppiamente tabù, poiché è legato alla morte e per giunta ad una morte volontaria. Nel mondo contemporaneo desacralizzato abbiamo rimosso la morte ed il suicidio stesso è sterilizzato con le espressioni eufemistiche e guardinghe “folle gesto”, “insano gesto…” Recentemente il regista Mario Monicelli, non potendo più tollerare i patimenti cagionati dalla malattia e soprattutto la condizione di avvilimento in cui l’infermità lo aveva sprofondato, si è tolto la vita. È stato un atto stoico, come quello dello scrittore latino Silio Italico (25-101 d.C.): l'autore dei Punica, colpito da un tumore, si lasciò morire di inedia.

Strana azione il suicidio, in cui un ardimento formidabile talvolta si mischia ad una forma di pusillanimità. E’ facile biasimare ed obiurgare i suicidi: ma noi riusciremmo (o riusciremo) a tollerare l’intollerabile, senza passare sul collo la gelida lama dell’autodistruzione? Avanti e indietro, indietro ed avanti. Sempre più vicina alla pelle, imperlata di sudore.

Il carattere letterario ed eroico del suicidio ne ha ingrandito il valore e nel contempo alleggerito il peso di inabissamento nel buio. Se passiamo in rassegna le morti volontarie dell’antichità, è tutta una galleria di figure colossali che rinunciarono alla vita in nome di un ideale nobile: viene in mente soprattutto il suicidio di Catone Uticense, una virile protesta contro chi conculcava la libertà. Anche Cleopatra VII si lasciò mordere da un aspide (o da una vipera africana) – se l‘ultima regina d’Egitto non fu assassinata – per non essere umiliata dal vincitore, lo spregiudicato Ottaviano.

In questi suicidi celebri, l’atto è congelato nel suo momento culminante, nell’esistenza che si impietrisce nell’istante senza tempo del trapasso: agli storici ed ai romanzieri il compito di eternarli nella loro austera, tragica bellezza.

In antitesi ai suicidi illustri, si consumano nell’ombra e persino nella vergogna le morti deliberate degli uomini comuni: quando frequentavo l’università, conobbi uno studente iscritto a Giurisprudenza. Era un ragazzo gioviale ed alacre. Alcuni anni dopo venni a sapere, con meraviglia e sgomento, che si era tolto la vita. Sposato felicemente con una sua concittadina che gli aveva dato un figlio, aveva deciso di porre fine alla sua esistenza: non compresi mai il motivo. Fu la solitudine? La spina acuta del “male di vivere”? Una malattia invalidante? Che importa saperlo!

Se il nero è tradizionalmente nella cultura occidentale il colore della morte, il colore del suicidio può essere il bianco: un “silenzio bianco” avvolge l’harakiri. Questa è la tinta da temere: molto più terribile di una pagina ottenebrata dall’inchiostro della disperazione, è una pagina bianca.

“Non scriverò più. Solo un gesto”. Così Cesare Pavese sigillò il suo diario, “Il mestiere di vivere”. Quando il grido si spenge nel nulla, quando l’ultima parola si strascica in un’asola incompleta, in un taglio sottile assediato dal vuoto divorante del foglio, allora significa che, se non è il preludio del nirvana, è ormai imminente la decisione irrevocabile.

APOCALISSI ALIENE: il libro


28 gennaio, 2011

Corpus hominis

Il corpo: come considerarlo? La duplicità, che non è necessariamente dualismo, implica un movimento di attrazione-repulsione. Forse le anime, come sostengono alcune tradizioni, furono attratte dalla materia in cui restarono imprigionate: il corpo diventa un sarcofago da cui l’anima anela disperatamente a liberarsi, di vita in vita. È una caduta per concupiscenza, poiché le anime desiderano esperire, attraverso i sensi, il mondo della densità. L’attrazione per la materia, una volta conosciuto il suo destino di disfacimento, si inverte in ripulsa, ma ormai è tardi. Troppo tardi.

Le correnti gnostiche, di cui alcuni princìpi confluirono nei sistemi dei Bogomili e dei Catari, enfatizzando la differenza tra Spirito e materia, negano ogni possibile conciliazione. E’ tragicamente ironico che il persecutore degli Albigesi, Innocenzo III, nel De contemptu mundi, mostrò una visione del soma e delle sue ribrezzose impurità non dissimile da quella dai Buoni uomini.

E’ necessario il corpo per maturare dei vissuti? La seduzione della conoscenza lato sensu ebbe il sopravvento: fu la rovina. Le voluttà dei sensi sono più inebrianti del piacere della sfera intelligibile, ma il loro scotto è alto, ossia scendere in una dimensione dove, ad un breve periodo di vigoria, subentra una fase di progressivo, irreversibile decadimento.

Duplicità, si diceva: da un lato l’organismo si rivela un “congegno” strabiliante nella sua complessità ed efficienza, dall’altro è un involucro fatiscente. Suscita ammirazione uno strumento come la mano, con le sue articolazioni, le sue possibilità di afferrare gli oggetti e di manipolarli, eppure…

“Un tronco che soffre”: così definì il corpo Giacomo Leopardi con potente, disperata immagine.

Forse è un’astuzia della natura che perpetua ciecamente sé stessa attraverso gli organismi caduchi delle diverse specie: esisterà pure un disegno, ma ce ne sfuggono i connotati più profondi. Era necessario questo addensamento o fu il risultato di uno scarto ontologico? Anche l'avatar discende, ma poi risale; per i comuni mortali l’anabasi è ardua, quasi impossibile.

L’Orfismo, nella tradizione occidentale, palesò un atteggiamento anti-ilico, recepito poi da filosofi come Platone. Un pensiero anti-cosmico si può reputare una radicalizzazione di quella tendenza. Il sentiero dualistico conduce verso il rifiuto del mondo e diventa nichilismo, se, annichilita la natura, non resta nient’altro. Se, infatti, oltre la materia, sia pure una materia sottile, non si estende una dimensione non-fisica, la liberazione dalla schiavitù ilica è oblio, puro nulla. E’ una posizione estrema, agli antipodi di visioni che celebrano il corpo nella sua sensorialità, nella sua prestanza, almeno finché dura: dacché sottentra la senescenza, piena di magagne, il corpo si tramuta in una tomba cui ci aggrappiamo solo per un’irrazionale Wille. Allora il non-essere appare meno spaventoso di un supplizio senza speranza, di un’agonia lacerante.

Il rigetto del corpo si discosta dalla sua stessa mortificazione, poiché movimenti come quello dei Flagellanti umiliano la carne, come pungolo del peccato, non in quanto degradazione. Nel Cristianesimo paolino al corpus Christi è associato il mistero dell’Incarnazione: occorre incarnarsi per redimere, attraverso lo strazio delle membra sulla croce. La sofferenza del corpo (ente del patimento sino alla follia) si sublima nella salvezza, ma la retorica del sacrificio e del sangue è dietro l'angolo. I docetisti non erano d’accordo con tale interpretazione che sfociò nella teofagia con cui il Cristianesimo ci richiama i culti dionisiaci.

L’etimologia ci aiuta ad inquadrare uno scorcio del tema: soma-sema (corpo-sepolcro), dicevano gli Orfici con significativa paronomasia. In inglese “corpse”, dal latino “corpus”, vale “cadavere”: è possibile concludere così, anche se in modo inconcludente.

APOCALISSI ALIENE: il libro


16 gennaio, 2011

Ateismo

Pensa. Ne sei capace. Soprattutto non devi fuggire nel sonno – dimenticare i particolari – ignorare i problemi – costruire barriere fra te ed il cosmo e le allegre ragazze brillanti – ti prego, pensa, svegliati. Credi in qualche forza benefica al di fuori del tuo io limitato. Signore, signore, signore, dove sei? Ho bisogno di credere in te, nell’amore e nell’umanità… (Sylvia Plath, Diari)

Sono note le giustificazioni dei credenti e le motivazioni degli atei. Sarebbe forse auspicabile andare oltre per evitare di ripetere che la bellezza e l’armonia del cosmo, le mirabili creazioni della Natura dichiarano l’esistenza di Dio. Di converso, additare il dolore che lacera la vita e strazia questo mondo al contrario di per sé non bilancia gli argomenti a favore della presenza dell’Eterno.

Così siamo nella condizione dell’asino di Buridano: non possiamo decidere per l’una o l’altra possibilità, giacché le argomentazioni a favore e quelle contro sembrano elidersi a vicenda. Quasi sempre si pensa a Dio come all’Essere perfettissimo: allora l’imperfezione, indiscutibile dato del mondo, da dove proviene?

In verità, sia la presenza di Dio sia la sua assenza abitano nel centro del nostro essere. Sono racchiuse nell’attimo che contiene l’abisso dell’eternità. Siamo infiniti nella nostra pietosa finitezza. In quell’istante di solenne silenzio, di vuoto che contiene tutto, noi percepiamo l’Assoluto ed il Nulla, come i volti di Giano bifronte. In quel silenzio è custodita la verità indicibile, la paradossale intuizione: nell’inferno rovente della sofferenza possiamo avvertire il refrigerio dell’Eterno, nel caos rintracciare una filigrana e nell’assurdo un senso. Talvolta nella disperazione si incontra un sorriso o una tacita empatia.

Per questo motivo a Dio non ci si accosta con la ragione, meno che mai con il calcolo, poiché il calcolo non torna mai, ma solo con la ricerca estenuante di una direzione, consci, però, che questa ricerca potrebbe essere come il cammino di un uomo smarritosi nel deserto. Egli crede di dirigersi verso l’oasi che ha intravisto in lontananza, ma si muove in cerchio e, alla fine, torna nel punto donde è partito. Il miraggio è sempre in agguato.

Anche in quei rarissimi, eccezionali casi in cui l’esplorazione del senso, che è poi spesso una gragnola di domande, approda ad una pur parziale meta, chi potrà tradurre quella fulminea, fugace illuminazione in un discorso su Dio? Le parole sono miseri balbettii e la più grandiosa elaborazione teologica, biblica o extra-biblica che sia, è uno iota lillipuziano. La teologia trova il suo habitat nelle università. Osi un erudito disquisire di teodicea al cospetto di clochards mezzo ibernati e miserabili. Questi sventurati, costretti a dormire in un portico, avvolti in coperte bucate, le darebbero di santa ragione al teologo! Chi potrebbe biasimarli? In certi luoghi né la scienza né la filosofia attecchiscono facilmente. Alla Coscienza è assegnato l’arduo compito di sentire, se ci riesce, non all’intelletto.

Meglio dunque tacere: ad ognuno il suo universo, la traballante passerella da cui gettare uno sguardo nella voragine del buio.

Ad ognuno la sua parte, di apertura o di chiusura o di entrambe. Il peso dell’irrazionalità è un macigno che schiaccia, ma il peso di un senso che sfida ogni logica ed ogni spiegazione non è meno gravoso né meno difficile da sopportare: si è obbligati a costruire ed a ricostruire la vita, istante dopo istante, mentre il tempo e l’entropia la inceneriscono senza pietà.

La fatica di Sisifo è, al confronto, una rilassante passeggiata.

07 gennaio, 2011

Cromlech


Le più belle poesie si scrivono sopra le pietre, coi ginocchi piagati e le menti aguzzate dal silenzio. (A. Merini)

Ossa di giganti, antichi abitatori di una terra incognita, flagellata dai venti glauchi dell’oceano. Sono lì confitte nell’orizzonte, chiostra solenne nella notte su cui piove la grandine delle stelle: tracce di mondi perduti dove l’eco degli eoni corre tra i ciuffi di eriche e gli anfratti delle scogliere.

Come voci acuminate intagliano il profilo di brughiere solitarie. Sono coti donde si sprigionano le scintille della pioggia.

Forse allora il tempo era immobile, impietrito nello stupore di un mondo aurorale. Dall’alto il firmamento riversava cascate di luce che subito si cristallizzavano e la Via Lattea cingeva in un radioso abbraccio il silenzio.

Oggi, se ci aggiriamo tra questi monoliti, custodi di segreti per sempre suggellati, se penetriamo nel santuario del passato, tra ombre di druidi salmodianti, le nostre vane parole si stremano ad interrogare il buio, solcato appena da vene esangui.



APOCALISSI ALIENE: il libro



22 dicembre, 2010

Profeti del silenzio

Profezia non è predizione, ma eloquio in nome di Dio. Le traduzioni correnti hanno trasferito la pregnanza del momento aoristico nell’avvenire, sebbene l’aramaico e l’ebraico antichi ignorassero il tempo verbale del futuro. Così si è perduto il significato primigenio della profezia, che è monito, persino un relata refero.

I profeti sono interpreti degli indecifrabili arazzi divini: li scrutano con occhi ciechi, chiaroveggenti.

I vaticini sono anatemi terribili e promesse grandiose, fra viluppi di concetti abissali. L’oscurità della profezia è luce che abbacina: la voce del veggente vibra di echi trasumananti. Il profeta è figura glorificata e schernita. Ora è accolto come un ospite di riguardo ora maltrattato, quasi fosse un mendico cencioso e petulante.

I suoi passi, se non calcano la reggia e le sue adiacenze, attraversano il deserto su cui serpeggiano poche, esili nubi e dove, fra gli anfratti rocciosi sibilano i colubri, guizzano gli scorpioni. Giovanni Battista, la labile figura di predicatore ed anacoreta, fu vox clamantis in deserto. La Tebaide è il luogo dell’ascesi e della solitudine: la solitudine è il destino di molti profeti, veri e falsi.

E’ la dimensione dove la parola del profeta forse troverà finalmente chi possa ascoltarla.



APOCALISSI ALIENE: il libro

26 maggio, 2010

Eppure...

L'eterno silenzio di questi spazi infiniti mi agghiaccia (B. Pascal).

Le ombre fatali degli eventi si allungano sulla vita. Siamo punti sperduti nell'immensità del tempo, attori che non ricordano la battuta proprio quando potrebbe venire a taglio.

Il cosmo è un giardino di meraviglie ed un'infinita, silente gratitudine si innalza come l'inno di un incenso verso gli astri. Eppure, a volte, ci pare di essere le ombre fluttuanti di un sogno sognato da un altro. Dove siamo? Perché questi gesti si perdono nel dedalo dei giorni? Immobili procediamo lungo il sentiero che serpeggia nella notte. Siamo riflessi sulla superficie del cielo, immagini che si dissolvono all'imbrunire.

Che cos'è la realtà? Dov'è? Nella nostra testa o nella coscienza di Dio? O esiste un pur labilissimo simulacro là fuori? Siamo idee che ora sgorgano nella mente, ora muoiono, come flutti che il vento suscita sul mare per spegnerli infine sulla riva. Agìti, quando crediamo di agire, ci aggiriamo in mondi immaginari. La concretezza, muro dilavato da una pioggia di sangue, si sgretola ai nostri piedi.

Tutto è perfetto ed un giorno forse non lontano l'orizzonte si svolgerà in un filo d'oro. Tutto è perfetto: il senso è ignoto, ma implicito. Tutto è perfetto, eppure...



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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 aprile, 2010

Ragioni e torti dei Catari

La vita e la morte sono due scrigni serrati, ognuno dei quali contiene la chiave dell'altro. (K. Blixen)

I Catari o, meglio, Buoni cristiani, sono, nel loro netto dualismo, anticosmici: il mondo materiale, creato dal Demiurgo, suscita la loro ripugnanza. Una scintilla divina è incarcerata nell'hyle e, per liberarla, è necessaria una continenza che per i Perfetti assurge ad encratismo.

La loro dottrina, combattuta ferocemente dalla Chiesa di Roma che, con Innocenzo III, bandì un'infame crociata, è bollata sic et simpliciter come "eretica". Chi può negarlo? Le religioni dualiste incorrono in varie antinomie ed eccessi. Tuttavia molti Albigesi seppero vivere i princìpi in cui credevano con coerenza ed abnegazione. Essi affrontarono le torture e le persecuzioni e, mentre ostentavano disprezzo per la natura, non uccidevano gli animali per nutrirsene. Disdegnarono i piaceri: a differenza di papi e vescovi cattolici, la loro non fu una posa farisaica, ma prassi. La diffidenza dei Catari verso il matrimonio non è poi così deprecabile.

Certo, la condanna del mondo ci appare segno di rigidità. L'identificazione di YHWH con un dio minore è apparsa blasfema, eppure chi guardi oltre le parvenze, chi si ponga domande cruciali, in parte almeno si riconosce in alcuni convincimenti dei Catari. Veramente viviamo "nel migliore dei mondi possibili?" Veramente la Terra è un Eden? Qualcuno ci addita la mirabile armonia del cosmo: ci invita a scoprire il phi e la serie di Fibonacci in ogni dove. Molto bello, molto interessante, ma è sufficiente la geometria sacra, filigrana dei fenomeni, per cancellare il male?

Visitiamo un mattatoio, un reparto oncologico, un carcere, una camera di tortura, un campo profughi, una trincea, un laboratorio dove si compiono vivisezioni... e la nostra magnifica sezione aurea sarà come donare un quadro raffigurante una fresca sorgente ad un disidratato ormai moribondo. Con ciò, non si intende asserire che la realtà è ahrimanica, ma che qualcosa non quadra è palese. Si obietterà: il male si manifesta a parte hominis, in un'ottica limitata. Concordo, ma da che angolazione dovremmo considerarlo?

Siamo certi che tutto è provvidenzialmente perfetto? Questa persuasione tende a coincidere con una giustificazione dell'esistente, con una teodicea assai simile ad una sanatoria. Un quid di irrazionale e di insano forse si annida nella pur generosa natura stessa, vista dalle correnti New age, solo come madre benevola. Basti pensare alla ferocia di certe leggi di sopravvivenza, all'invecchiamento ed alla morte, disfatte di una natura altrimenti vittoriosa. Si ricordino poi quegli aspetti dell'esistenza repellenti e biologicamente fatali. "E' naturale" - si contesta. Non tutto ciò che è naturale è anche razionale. Il fisiologico sa essere patologico. Si obietta ancora chiamando in causa la visione soggettiva e parziale degli uomini: ma da che cosa dipende l'imperfezione di tale percezione e l'imperfezione dei percipienti?

Bisogna riconoscere che la fisionomia incongruente e complessa del cosmo ci impedisce di attingere quella verità ontologica che semmai può essere surrogata da aporie, ipotesi, provvisorie (consolanti?) definizioni.

Siamo qui "nel deserto del reale". Pensare che un giorno cadrà una pioggia fecondatrice, non significa che il deserto sia un lussureggiante giardino.


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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 gennaio, 2010

Egomania

Pulvis et umbra sumus (Orazio)

Nonostante si continui a disquisire circa l'evoluzione della coscienza, ovunque si vada, si trovano tanti piccoli ma ipertrofici ego, tante meschinità nascoste dietro parole altisonanti. Tutte le dissertazioni sul cambio di era e sulla nascita di un'umanità rinnovata sono fedi consolatorie ed ingannevoli di questi ultimi, contraddittori tempi. L'alba di un'era radiosa pare molto lontana.

"Mio" ed "io" sono le parole che intasano i nostri discorsi: possesso e superbia sono i gravami di un soggetto ormai immemore della sua comunione con l’altro e con la natura. "Io, il più lurido dei pronomi", annotava amaramente Carlo Emilio Gadda. Se da un lato il senso dell'identità è del tutto naturale e consonante con una personalità equilibrata, la prevaricazione dell'io alla perenne conquista di un Lebensraum è aberrante. Non sappiamo rinunciare al nostro ego che si nutre di querimonie, di autocelebrazioni, del consenso altrui. Ciò è segno di debolezza: forti sono coloro che, rinunciando all'acclamazione della folla, hanno scelto una vita solitaria, umbratile dove le esose esigenze dell'io sono ricondotte emtro limiti accettabili.

Siamo di passaggio, pellegrini su questo pianeta: proveniamo da un luogo di cui ignoriamo tutto o quasi, diretti verso un altrove altrettanto misterioso. Il nostro mastodontico io è simile ad un gigante d'argilla: da un momento all'altro può crollare e ne resteranno solo frammenti sparsi.

In un suo accorato sonetto il poeta secentesco Tommaso Stigliani descrive degli oggetti (libri, candele, suppellettili) che muti sopravvivono all'uomo ormai trapassato in un'altra dimensione o svanito nel nulla, come un ricciolo di fumo nell'aria.

Quanti interessi di parrocchia, quante quisquilie che diventano ragioni di stato solo per compiacere il nostro famelico io! Quanto più divora, però, tanto più è smunto, poiché una fame insaziabile lo consuma e lo tormenta. Imparare a negare l'io per affermare la proprio dignità senza compromessi, ma anche senza chiusure preconcette: è questa una sfida assai impegnativa. Le catene più difficili da spezzare sono quelle da noi stessi forgiate.

Quando qualcuno tradisce o delude, forse soffriremo meno, se proveremo a pensare che il nostro io non può essere sfiorato da bassezze e da insulti. Il vero uomo non si impone, ma non accetta di abbassarsi al livello infimo dell'individuo volgare, soprattutto quando costui crede di potersi ergere a giudice. "L'uomo veramente libero - scrisse Gibran - non vuole dominare, ma neppure essere dominato ".

Neppure dominato da un io tirannico, si potrebbe chiosare.



APOCALISSI ALIENE: il libro

18 settembre, 2009

Revolution

E' sconfortante notare come spesso gli artisti più impegnati, nell'arco di pochi anni, abbiano compiuto una parabola discendente. E' anche paradossale, poiché proprio le voci maggiormente contrarie al potere si sono striminzite nelle voci in falsetto del mercato. E' pur vero che il loro impegno era sovente astratto e velleitario, ma preferibile rispetto alle recenti produzioni così sdolcinate da risultare pericolose per un diabetico a mille miglia di distanza.

Oggi imperano il conformismo e l'omologazione: gli stessi adolescenti sono incapaci, tranne rarissimi casi, di contestare e di trasgredire. Eppure la rivoluzione, intesa non come risposta violenta alla tirannia, ma come serrata, implacabile critica del sistema è il primo passo per conquistare la libertà. L'accettazione del sistema, con le sue innumerevoli storture e menzogne, è del tutto incompatibile con la dignità e con la vita.

Chi ha compreso può decidere di impegnarsi in battaglie nobili, anche se donchisciottesche o di rifiutare sdegnosamente il contatto con un mondo immondo. Tertium non datur. Il sistema potrà ricevere il nostro sprezzante silenzio, mai il nostro assenso.

Alcuni combatteranno e forse sarà concesso loro l'onore delle armi: nell'antica India la casta dei guerrieri, gli ksatriya, era la seconda, subito al di sotto della classe dei brahmini, i sacerdoti dediti al culto, ai sacrifici ed all'ascesi.

Purtroppo constatiamo che i "rivoluzionari" di un tempo, invece di tacere, manifestando in questo modo la loro totale disapprovazione nei confronti delle laide élites, diventano i garruli aedi dei potenti, accettando di esibirsi in concerti , in mostre, in iniziative “benefiche”, a sostegno delle nefandezze dei loro volgari mecenati. Che squallore! Questa è la più ignobile forma di prostituzione: prostituire la propria intelligenza ed il proprio talento, benché scarsissimi. Il mercimonio del corpo è meno ripugnante.

Così siamo afflitti da ex contestatori, ex automi ribelli (molto automi e pochissimo ribelli) che oggi sono lagnosi "filosofi" della New age o, peggio, viscidi adulatori di ambigui personaggi.

Per coloro che sono alieni all'alienante esistenza della massa acritica, ridotta a gregge gregario, lo scotto è costituito dall'aggressione degli schiavi e dalla solitudine, ma la fedeltà a sé stessi e l'inappellabile condanna dell'ipocrisia e del dispotismo non hanno prezzo: sono più preziosi dell'iridio.



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TANKER ENEMY TV: i filmati del Comitato Nazionale

Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

27 agosto, 2009

Goodbye, blue sky

"Goodbye, blue sky" è la celebre canzone dei Pink Floyd del 1979, contenuta nell'album "The wall". Breve ma tagliente come una staffilata, la composizione è trafitta dall'orrore di un'inascoltata profezia. Nel video del pezzo, la colomba vola solo per qualche istante, presto ingoiata da un'aquila di ferro ed annientata da squadriglie di bombardieri che assumono le forme funeree di croci.

I fari della contraerea, il sangue, le macerie e gli uomini raggomitolati nei rifugi, ridotti a maschere subumane con le loro inutili maschere antigas, sono immagini lancinanti, mentre, per contrappunto, le note di una desolata poesia scorrono tranquille, onde di un mare appena increspato. Il cielo azzurro è la sfocata memoria di un delirio febbricitante: ora il cielo è un coperchio grigio, metallico che rimanda l'eco dell'indifferenza.



E' l'indifferenza di chi assiste alle guerre tramite la televisione, tra le nevrosi quotidiane ed il malcelato fastidio per queste schegge visive di morte e di arti amputati confitte nella folle normalità del quotidiano.

E l'indifferenza di chi crede che la guerra sia sempre lontana, altrove, ignorando che l'attacco può essere strisciante, come un filo di tempesta che s'insinua in una fessura dimenticata.

Puoi sentire le bombe cadere e le grida di paura tu che non senti la vita?

La colomba, alla fine, si allontana dalla nera marea della terra, da questa terra cui è estranea, come l'innocente chiaroveggenza del bambino che esclama inconsapevolmente conscio: "Guarda, mamma, c'è un aeroplano lassù in alto".



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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

10 agosto, 2009

Cambiamenti

What goes up must go down (Tom Petty)


Quasi impercettibili i cambiamenti modificano i connotati dei giorni. E' proprio nella loro azione graduale, simile alla stilla che scava la roccia, la loro forza. Così non ci accorgiamo di quanto siamo mutati, di come il profilo delle esperienze si sia, un po' alla volta, modellato sul tempo, sulle sue insenature, sui suoi rilievi. Il mutamento è il moto delle cose: il cosmo corre verso l'entropia, è risucchiato in spirali involutive. Ogni attimo, come un infinitesimale specchio, riflette la caduta primigenia.

Erra chi attende la fine del mondo, come se questo evento potesse coincidere con una data precisa. In verità ogni istante contiene la vita e la morte e, minuto dopo minuto, si spengono luci, cadono foglie, si sfaldano sogni, si perdono amici, si pronunciano addii... Non viviamo quotidianamente la fine di un mondo?

In verità, vorremmo che il domani fosse come l'oggi, senza dubbio nei suoi lati piacevoli e rassicuranti, ma qualcosa domani ci sarà sottratto, spesso in modo furtivo: così il ladro nella notte ruba monete d'oro e preziose suppellettili, mentre dormiamo. Di qualche bene domani saremo defraudati: alla fine resteremo solo con quello che la ruggine non aggredisce. Queste lente trasformazioni sono la nostra garanzia di sopravvivenza, poiché non potremmo sostenere il cambiamento repentino, eppure la gradualità è anche agonia, stillicidio.

Il mutamento è soprattutto declino: declinano le civiltà, di cui resta solo una pallida eco, qualche fragile rovina. Ubi sunt? La storia precipita nel baratro dell'insensatezza. Declina la vita: il fiume che scorreva maestoso e ricco d'acque è un rigagnolo che si perde tra i canneti. Lo stesso universo pare sdrucciolare verso il silenzio e la notte.

Certo, non di rado "il colpo svetta" ed intere vite sono recise in modo subitaneo e crudele.

Certo, oltre le apparenze, oltre il pànta réi, qualcosa rimane, ma l'esistenza non è una casa di proprietà, piuttosto un'abitazione di cui siamo affittuari.



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01 agosto, 2009

Oltre le geometrie

In questi ultimi lustri numerosi studiosi, spesso di formazione differente, hanno riscoperto le geometrie nascoste del reale. Anche alcuni scienziati, sebbene osteggiati dall'accademismo imperante, hanno concluso che l'essenza dell'universo visibile è un'armonia di suoni e di forme, valorizzando antiche concezioni pitagoriche e platoniche. In particolar modo, i solidi platonici sono stati collegati da David Wilcock, da Michele Proclamato e da altri, a molti fenomeni cosmici e naturali.

Esemplare è la dimostrazione che i vertici di due tetraedri incastrati tra loro ed inclusi nella sfera dei pianeti coincidono con punti significativi dei corpi celesti: sulla Terra con i circoli tropicali
[1], su Marte con l'area in cui sorgono la Sfinge e le piramidi di Cydonia, su Giove con la zona del gigantesco occhio...

L'armonia soggiace a varie manifestazioni naturali che obbediscono a ritmi reconditi: il numero aureo, la serie di Fibonacci, le ottave, i frattali sono le geometrie che reperiamo in ogni dove, dal girasole alla galassia, dalla chiocciola al crop circles... E' stato affermato che i rapporti proporzionali del phi sono anche inconsciamente rispettati dagli artisti nei loro quadri, poiché sembra che l'occhio e la mente siano gratificati da questa relazione compositiva. Penso che anche uno scostamento da "armonie prestabilite" sia esteticamente valido: l'eufonia e l'euritmia sono piacevoli, ma pure un'incrinatura ed una dissonanza possono essere grate. Si pensi ai versi incompleti dell'Eneide in cui echeggia l'elegiaca ispirazione del poeta di Andes, come una melodia appena accennata al pianoforte e, per questo, evocativa e struggente in massimo grado. Si pensi alle sculture incompiute di Michelangelo, piene di una vigoria materica, di un'energia in potenza (dynamis). La perfezione ha alcunché di gelido e spesso i bozzetti del Canova sono più intensi delle impeccabili, ma fredde statue. La bellezza stessa vibra di lievi imperfezioni, di quasi impercettibili asimmetrie.

Resta il fatto che un disegno invisibile, ma meraviglioso intesse il cosmo: equilibri nelle vibrazioni e nelle immagini configurano misteriose corrispondenze. I meridiani del corpo corrispondono alle ley lines, le linee energetiche che percorrono la Terra, simili a fiumi silenziosi. I chakra dell'organismo sono vortici di energia che ricordano i worm-holes o i buchi neri in cui la luce ed il tempo, una volta inghiottiti, sono, per così dire, trasmutati in qualcosa che non riusciamo neppure ad immaginare.

L'arte, in particolar modo l'architettura, è costellata di figure geometriche e di rapporti numerici che adombrano significati cosmici e cronologici, di solito attinenti alla precessione ed all'avvicendamento delle ere. Le piramidi erette da popoli antichi custodiscono rapporti armonici, i rosoni delle chiese medievali sono musica di pietra, gli affreschi di Michelangelo nella Sistina occultano l'alfabeto ebraico e via discorrendo...

Ancora purtroppo queste conoscenze, suscettibili di essere applicate a vari ambiti per migliorare la vita e soprattutto per ricongiungere l'umanità alle sue origini, sono ostracizzate ed emarginate. Certamente una lettura di questi valori è un ulteriore passo verso la comprensione del manifesto la cui trama affiora di quando in quando. Il soggetto del quadro comincia a rivelare i suoi valori simbolici, esoterici. Che cosa si nasconda sotto le campiture di colore e sotto la mestica non sappiamo.

Questo è un punto cruciale: condivido l’entusiasmo di chi si inoltra in questi pionieristici, ma in fondo antichi, campi della conoscenza, scoprendo sempre nuovi sincronismi e correlazioni. Tuttavia suscitano in me per lo meno delle perplessità certi atteggiamenti quasi blasfemi e faustiani di chi, avendo carpito dei segreti alla natura, è convinto di aver elaborato una teoria del tutto o addirittura di aver snidato Dio. E’ atteggiamento purtroppo diffuso e, come l’Epicuro descritto da Lucrezio, alcuni ricercatori orgogliosi mostrano agli uomini la Verità. Tralascio di accennare alla totale o parziale incompatibilità dei differenti sistemi filosofico-scientifici elaborati da questi scopritori della Verità ultima. Non posso, invece, sottacere dell’hybris che si accompagna a codeste affermazioni apodittiche, a concezioni che si presentano esaustive del reale: Dio è il Tempo, Dio è la gravità, Dio è il campo di Planck… Non ci si sarà forse accostati più al Demiurgo (e lo si intenda pure in modo positivo, come lo concepisce Platone) che all’Essere? L’umiltà dovrebbe essere la nostra fedele compagna e, soprattutto nel campo ontologico, bisogna bandire i convincimenti ed i dogmi.

Infine, a mio parere, il rischio di queste scienze di frontiera è di scivolare, nonostante le premesse, in una forma di materialismo e sia pure un materialismo incorporeo, mitigato. Ammessa la natura vibratoria e numerica dei fenomeni, non possiamo sapere in che cosa consista la quintessenza dell’oltre.

Non credo che la sfera spirituale si possa ricondurre ad una formula, per quando perfetta.

[1] Le regioni tropicali terrestri sono sedi di manifestazioni meteorologiche e magnetiche particolari.



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24 febbraio, 2009

Il delta

E' arduo dirimere la controversia circa il rapporto tra libero arbitrio e predestinazione. Sappiamo che potrebbe esistere un trait d'union tra i due poli. Forse libertà e destino, quindi, sono collegati da fili invisibili e solo un'ottica rigidamente duale li distingue, ponendoli come inconciliabili. Pensiamo agli eventi come possibilità future, meglio consideriamo una dimensione in cui diverse forme di futuro sono compossibili: quali fra queste forme da virtuale diverrà "reale"?

In fondo la storia umana e la sua versione raggrinzita, la cronaca, sono simili ad un fiume che scorre verso un delta. Il fiume è l'insieme delle precondizioni, mentre il delta, con i suoi vari bracci, è la gamma degli sviluppi che possono realizzarsi, sulla base delle precondizioni. Tutti questi sviluppi hanno teoricamente la stessa probabilità di passare dalla potenza all'atto, per dirla con Aristotele, anche se una sola direzione, alla fine, sarà presa. La domanda è la seguente: quali forze muovono gli accadimenti verso una direzione, anziché verso un'altra? Tralasciamo il caso come agente. Il ricorso al caso come spiegazione, infatti, è poco più di una petizione di principio.

Possiamo, invece, ritenere che il pensiero concentrato dell'umanità su certi "fatti" porti alla loro realizzazione, un po’ come l’osservatore (così si ripete) genera il collasso della funzione d’onda.

Questa interpretazione pare essere contraddetta dalla semplice constatazione su come si dipanano gli avvenimenti. Propongo un esempio: prima dello scellerato atto noto come 9 11, l'umanità era concentrata su un evento tanto funesto? Credo che la risposta sia no. Semmai la coscienza collettiva, come dimostrato da alcuni esperimenti, presagì la criminale azione, sintonizzandosi (così è stato riportato) alcuni giorni ed ore prima sulla frequenza dell'accadimento. Ora mentre le menti degli uomini, almeno nel mondo occidentale, veleggiavano tra onde di pensieri superficiali e non negativi, la storia si raggelò in una tragedia che non fu il risultato di elucubrazioni comuni, ma di un piano perfettamente orchestrato dalla sinarchia almeno dall'inizio degli anni '80.

Bisogna avere l'umiltà di ammettere, piaccia o no, che la capacità di influire sul corso degli eventi, di muoverli verso mete desiderabili (pace, armonia, salute, benessere…), è poco più di un'illusione. Forse tale influsso determina il collasso degli eventi in altri piani di realtà di cui non sappiamo nulla o quasi, ma oltre a non avere coscienza (tranne forse qualche viaggiatore interdimensionale) di tali fenomeni, dobbiamo constatare che essi non scalfiscono la dimensione in cui viviamo, anzi ex-sistiamo.

Pur senza escludere che talora si possa imprimere al destino una particolare rotta, resta il dubbio che alcuni eventi siano predeterminati o che manifestino un'energia "cinetica" molto maggiore rispetto ad altri. Riprendiamo l'immagine del delta: un natante tenderà a scivolare verso il braccio in cui maggiore è l'impeto della corrente.

Se è così, è palese che le profezie sono lì per adempiersi. Aveva dunque forse ragione Lorenzo il Magnifico, quando melanconicamente scriveva: "Ciò ch'ha esser, convien sia".




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08 dicembre, 2007

"Ma i due penny sono i miei..." (articolo di Acquaemotion)

Ricordate tutti la corsa agli sportelli della banca britanica Northern Rock ed il panico tra i correntisti che portò alla prima corsa al ritiro dei depositi dalla banca in oltre un secolo?

A quanta pare, sembra, che la banca si salverà, acquisita, nazionalizzata insomma pericolo scomparso...

Questa notizia è di poche ore fa:

L'istituto centrale britannico ha messo a disposizione di Northern Rock (NRK.L: Quotazione, Profilo) altri 2,7 miliardi di sterline nell'ultima settimana.

Lo si legge sul libro conti di Banca d'Inghilterra, da cui si evince che il salvataggio messo a disposizione dall'istituto centrale ha raggiunto 29,1 miliardi di sterline dal 14 settembre scorso, data della prima iniezione di fondi.

La stima è fatta sulla base della categoria "altri asset" indicata nel bilancio settimanale di Banca d'Inghilterra pubblicato oggi.

Tanto l'istituto centrale quanto Northern Rock non hanno mai voluto rivelare a quanto ammontino i finanziamenti ottenuti. Il ministro delle Finanze britannico, Alistair Darling, ha, però, spiegato la settimana scorsa che il bilancio della banca centrale costituisce una buona guida a tale proposito.


Già...
Ma quando si fanno tanti debiti, questi prima o poi devono essere saldati o no?

E le numerose iniezioni di liquidità fatte anche dalla BCE in Europa (Italia compresa)?

A buon intenditor...



Foto
AcquaEmotion

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