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16 dicembre, 2015

Chi erano veramente i Cherubini?



Chi erano veramente i Cherubini delle antiche tradizioni medio-orientali? Per tentare di comprenderlo, bisogna risalire all’etimologia che, però, è controversa. Il termine “cherubino” – scrive G. Devoto – deriva dall’ebraico “cherubim,” “coloro che pregano”. Così l’erudito liquida la questione che è, invece, molto complessa. Non tutti sono d’accordo, infatti, nel collegare all'accadico "karabu", "benedire" il lessema in oggetto: l’accadico è una lingua semitica come l’ebraico. Diego e Stefania Marin ritengono che la parola “Cherubini” discenda dal sumero Ka.bu.ri o Ka.ri.bu che vale “colonna di fuoco”. Annotano gli autori succitati: “I Cherubini erano sfingi alate dal volto barbuto e fungevano da piedistallo alle colonne Boaz e Jachim. Queste davano accesso al Sancta sanctorum del Tempio di Salomone ed ancora oggi difendono l’ingresso al tempio nelle sedi massoniche”.

Nella scultura accadica i Karibu, genî intercessori, avevano forma umana; in seguito invalse l'uso di rappresentarli mediante simboli diretti ad esprimere la forza, l'agilità, l'intelligenza: esseri con testa umana, ma corpo di toro o di leone, con ali d'aquila, talvolta con una semplice testa umana o leonina, come nei monumenti di Zengirli.

Presso gli Ebrei rintracciamo i Cherubini foggiati a coprire con le ali l'arca dell’Alleanza (Es., XXV, 17-22; XXXVII, 7) oppure rappresentati sulle pareti interne del tempio e collocati avanti l'adytum con le ali distese in modo da formare una cortina [III 8(I) Re, XI, 23-28; II Cronache, III, 10-13; cfr. Ez., XXXVI, 18]. In Genesi, III, 24, dei Cherubini sono posti come guardiani all'ingresso del Paradiso terrestre. Una loro descrizione si trova presso Ezechiele (I e IX). Il profeta raffigura il cocchio della divinità trascinato da quattro Cherubini, tori o leoni alati a testa di uomo, forniti di sei ali e due mani, col capo rivolto a ciascuno dei punti cardinali.

Talora i Cherubini erano rappresentati come serpenti, forse perché sono animali connessi alla conoscenza: in ebraico le parole che indicano la conoscenza ed il serpente sono simili ed hanno una radice che ricorda l’inglese “snake”… una coincidenza?

Il cristianesimo conservò, con la fede nell'esistenza degli angeli, anche quella nell'esistenza dei cherubini, di cui affermò sempre più nitidamente la natura spirituale. Nei nove Cori angelici i Cherubini si distinguono per una più limpida visione della divinità. Dai Cherubini di Ezechiele, richiamati nell'Apocalisse di S. Giovanni, derivarono il simbolismo dei quattro Evangelisti e molti motivi di decorazione pittorica e plastica nelle chiese medievali.

E’ probabile che i Cherubini, creature legate al fuoco, alla luce, alla gnosi, siano pure gli antenati o gli omologhi dei Cabiri greci, misteriose divinità, il cui principale santuario si trovava in Samotracia, ma che erano adorate un po’ dappertutto anche in Egitto a Menfi, secondo Erodoto. Generalmente Efesto è ricordato come loro padre o almeno ascendente divino. Numi del culto misterico, i Cabiri non potevano essere nominati impunemente.

E’ significativo che, stando alla tradizione cabalistica, i Cherubini appartengano ad una gerarchia angelica composta da tre schiere a loro volta suddivise in tre classi, ognuna con 72 angeli. Torna il numero 72, cifra dal valore sacro ed astronomico, essendo il 72 un contrassegno precessionale.

Come si può arguire da queste poche righe, i Cherubini sono figure enigmatiche e dense di significati esoterici. Una cosa è certa: immaginiamoli un po’ come più ci aggrada, ma dimentichiamoci l’iconografia leziosa e falsa che li ritrae come bimbi paffuti, con il viso incorniciato da boccoli biondi.

Fonti:

G. Devoto, Avviamento all’etimologia italiana, Milano, 1979, s.v. Cherubini
Enciclopedia della Mitologia, Milano, 2005, s.v. Cabiri
D. Marin, S. Marin, Il sangue degli Illuminati, Cesena, 2015, pp. 164-165


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APOCALISSI ALIENE: il libro

24 maggio, 2014

Dall'Eden all'Inferno


Francesca Stavrakopoulou, biblista ed archeologa, appartiene a quel nutrito novero di studiosi che si approccia alla Torah secondo una rigorosa metodologia critica. Le sue ricerche in loco l’hanno condotta a chiedersi quale fu la vera natura dell’Eden, se gli antichi ebrei adoravano anche una divinità femminile, se il regno di David fu leggendario…

Tra le varie investigazioni, quella sul giardino dell’Eden è forse la più gravida di conseguenze per una visione complessiva del testo sacro e delle interpretazioni successive. La Stavrakopoulou, comparata la cultura ebraica con le testimonianze archeologiche, storiche ed iconografiche di altri popoli medio-orientali dell’antichità, propende per l’identificazione dell’Eden con un manufatto architettonico, per la precisione con il tempio di Gerusalemme, costruito su progetto dell’architetto fenicio Hiram per volontà del re Salomone. L’ipotesi può apparire audace, soprattutto perché un tempio non è un verziere: tuttavia l’edificio era adornato con motivi vegetali (foglie di palma, melegrane etc.) e, da un punto di vista metaforico, può essere considerato il giardino di YHWH, la sua dimora.

Ha ragione la biblista, quando interpreta i Cherubini del Paradiso terrestre come ieratiche figure antropozoomorfe riconducibili a sculture simili con cui i re della Mezzaluna fertile abbellivano palazzi e templi. La Stavrakopoulou ritiene che la storia di Genesi non riguardi i progenitori di tutta l’umanità, ma solo un’etnia ed i suoi miti di fondazione. Lo stesso Adamo adombrerebbe un re giudeo detronizzato da un avversario più potente. Questa ci sembra un’esegesi forzata che soprattutto cancella lo sfondo senza dubbio sumerico di Genesi.

A ragione Zecharia Sitchin, Biagio Russo et al., come è notorio, reputano l’Eden un luogo coltivato. Il termine probabilmente origina dall'ugaritico 'dn', con il significato di "posto in cui scorre molta acqua", "luogo ben irrigato", a sua volta dall’accadico edinnu, “pianura”. La fonte è il sumero edin, eden, "steppa", "pianura". Nella Bibbia è descritto come una plaga dalla vegetazione lussureggiante e ben delimitata.

Il libro del profeta Ezechiele 28: 12- 14, ci offre una descrizione dell’Eden che taluni specialisti ritengono più antica del racconto di Genesi. YHWH si rivolge ad Ezechiele con queste parole: “Figlio dell'uomo, intona un lamento sul principe di Tiro e digli: ‘Così dice il Signore Dio, pieno di sapienza, perfetto in bellezza; in Eden, giardino di Dio, tu eri coperto d'ogni pietra preziosa, rubini, topazi, diamanti, crisoliti, onici e diaspri, zaffiri, carbonchi e smeraldi; e d'oro era il lavoro dei tuoi castoni e delle tue legature, preparato nel giorno in cui fosti creato. Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa; io ti posi sul monte santo di Dio e camminavi in mezzo a pietre di fuoco”.

La raffigurazione è evocativa e sembra suffragare la congettura della Stavrakopoulou, secondo cui il giardino è una sontuosa costruzione consacrata a Dio, impreziosita da gemme rutilanti e da lamine d’oro.

L’Eden era dunque a Gerusalemme? Capitale del regno ebraico dal 1070 a.C in poi, dopo la divisione della nazione in due regni, (997 a.C.), Gerusalemme continuò ad essere la capitale del regno meridionale di Giuda. Il nome più antico della città di cui si abbia memoria è “Salem” (Ge. 14:18). Il toponimo è presumibilmente da associare ad una divinità semitica occidentale chiamata Salem. Il presunto fondatore del Cristianesimo, Shaul- Paolo (Eb. 7:2) spiega che il vero significato della seconda parte del nome è “pace”, ma pare una falsa etimologia. Nei testi accadici la città era chiamata Urusalim o Ur-sa-li-im-mu. Nel toponimo si può staccare la base Ur che significa “città” nell’idioma dei Sumeri.

I primi abitanti di Gerusalemme furono i Gebusei, un gruppo di Cananei: “Urushalim”, da cui deriva “Gerusalemme”, è una parola cananea-amorrea che significa “fondato dalla divinità Shalem” e la città ha una storia che va ben oltre quella del popolo ebraico, risalendo ai Sumeri.

Gerusalemme è nota anche, per sineddoche, come Sion, toponimo dall’etimo oscuro. ll monte Sion è un'altura di 700 metri sul livello del mare. Su questo poggio si formò il nucleo originario della futura Gerusalemme.

Sitchin opina che il Monte Moriah, dove fu poi eretto il Tempio, fosse un luogo dove gli Annunaki istituirono il secondo centro di controllo della missione dopo il Diluvio universale. Prima del cataclisma, questa base era ubicata a Nippur, ma, dopo che le inondazioni sommersero la Sumeria, fu deciso di creare un altro spazio-porto proprio nel sito che in seguito ospitò Gerusalemme, città sacra per le tre religioni monoteiste medio-orientali, perché furono gli “dei” a fondarla. Sotto il basamento della Spianata delle moschee si dovrebbero trovare monoliti di eccezionali dimensioni e peso, come a Baalbek.

Che sia o no quella di Sitchin una ricostruzione fantasiosa, è incontestabile che Gerusalemme è città decisiva per Ebrei, Cristiani e Musulmani. A Gerusalemme predicarono i Messia ed il profeta Maometto fu assunto in cielo là dove oggi si staglia la scintillante Cupola della roccia.

Dante, che fu iniziato oltre che sommo poeta, riconosce il ruolo centrale della città ma – singolare scelta – vi colloca nei pressi l’ingresso dell’Inferno.

Con un volo pindarico, lungo il solco che si immerge nelle viscere del pianeta, possiamo accennare alla pellicola “Matrix” dove Zion-Sion, è l’unico centro di "Matrix” in cui gli uomini sono liberi, ma è situato (non è poi così strano) nelle profondità della Terra. Simboleggia la Terra Promessa per l'equipaggio della nave. Un simbolismo biblico ed onirico è collegato anche al nome della nave, Nebuchadnezzar (Nabucodonosor). Nebuchadnezzar, re di Babilonia, fu istruito in sogno da Dio per distruggere gli abitanti di Gerusalemme che adoravano falsi profeti.

Che Gerusalemme sia la “città della pace” donde si irradia la luce per l’umanità è forse un sogno romantico, come tutti i sogni destinati a dissiparsi con il risveglio.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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