
Nel Nuovo Testamento il disegno dell’oltretomba pare mutare radicalmente. In Matteo 13, 41-43, si legge: “Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi per intendere, intenda!” [1]
E’ evidente che il Messia, che pure asserisce di non voler cambiare uno iota della Torah, propone una nuova interpretazione dell’oltremondo, diviso in Inferno (la plaga del pianto e dello stridore di denti) e Paradiso. Di solito i biblisti riferiscono tale dicotomia ad un influsso della religione zoroastriana che distingue l’Eden dall’Inferno, luogo di inenarrabili tormenti destinati, però, a non essere interminabili.
Come il Redentore concepì veramente l’Ade? Le sue parole configurano delle immagini, delle metafore a suggerire i patimenti di chi si allontana da Dio o devono essere interpretate in senso letterale? Troveremo facilmente i sostenitori della prima come della seconda ipotesi, per di più con molti distinguo e una notevole varietà di sfumature. Dunque non sappiamo che cosa il Salvatore davvero intendesse: l’esegesi del brano succitato - e di molti altri all’interno della Bibbia - è sovente controversa, per ragioni legate alla difficoltà di tradurre le lingue antiche, inoltre perché è arduo ricostruire la mentalità di profeti e maestri vissuti molti secoli addietro. Né si deve dimenticare che le dottrine circa l’oltretomba discendono da contesti culturali sempre in fieri.
Comunque sia, la bipartizione neo-testamentaria è rincalzata dall’autore (Giovanni? Cerinto?) che raffigura, in Apocalisse 14, tre angeli che annunciano il giudizio finale di Dio: “Chiunque adora la bestia e la sua immagine, e ne prende il marchio sulla fronte o sulla mano, egli pure berrà il vino dell’ira di Dio versato puro nel calice della sua ira; e sarà tormentato con fuoco e zolfo davanti ai santi angeli e davanti all’Agnello. Il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli. Chiunque adora la bestia e la sua immagine e prende il marchio del suo nome, non ha riposo né giorno né notte”.
I letteralisti considerano tale passaggio e quello di Matteo 25:46, i più importanti dove si afferma la dottrina dell’inferno. Robert A. Peterson termina l’analisi di questi versetti nel modo seguente: “Concludo, perciò, che nonostante i tentativi per opera di alcuni di spiegare diversamente le cose, Apocalisse 14 insegna, irrevocabilmente, che l’inferno implica un eterno tormento cosciente dei dannati”. Robert Morey categoricamente sostiene la medesima opinione: “Per ogni regola di ermeneutica ed esegetica, l’unica interpretazione legittima di Apocalisse 14 è quella che vede chiaramente il tormento eterno cosciente per gli empi”.
Alcuni studiosi ritengono, invece, che le interpretazioni dogmatiche di Apocalisse 14 come prova di un supplizio letterale ed eterno, non tengano conto del linguaggio altamente metaforico del brano. Ad esempio, nel suo commentario sull’Apocalisse, J.P.M. Sweet, studioso britannico del Nuovo Testamento, annota: “Giovanni usa le immagini, come Gesù usava le parabole (cfr Mt 18:32-34; 25:41-46), per far capire il disastro inimmaginabile che deriva dal rifiuto di Dio e l’impensabile beatitudine dell’unione con lui, mentre c’è ancora tempo per compiere una scelta in questo senso”.
Certo, disconoscere il valore e la potenza del linguaggio analogico ed anagogico è segno di superficialità nell’approccio ai testi, ma mancano ad oggi argomenti conclusivi sulla vexata quaestio.
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