Visualizzazione post con etichetta Inferno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Inferno. Mostra tutti i post

08 marzo, 2017

Concezioni bibliche a proposito dell’aldilà



Le concezioni che riguardano l’aldilà all’interno della Bibbia risultano discordanti. Nel Pentateuco l’oltretomba, Sheol, è descritto come una landa cupa dove soggiornano dopo la morte tutti gli uomini, sia i giusti sia gli iniqui, a prescindere dunque dalle scelte morali compiute nella vita. Gli abitanti dello Sheol sono "ombre" (Refaim), soggetti senza personalità e senza energia. L’aldilà ebraico non è molto dissimile dall’Ade omerico dipinto nell’Odissea: è una regione brumosa in cui dimorano le ombre di coloro che furono vivi. Sono appunto spettri privi del tutto o quasi di coscienza e che recuperano una larvale consapevolezza solo quando bevono il sangue delle vittime (animali dal vello nero) sacrificate loro. E’ possibile che sia l’dea ebraica sia quella omerica dipendano, almeno in parte, dall’analoga concezione dei Sumeri.

Nel Nuovo Testamento il disegno dell’oltretomba pare mutare radicalmente. In Matteo 13, 41-43, si legge: “Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi per intendere, intenda!” [1]

E’ evidente che il Messia, che pure asserisce di non voler cambiare uno iota della Torah, propone una nuova interpretazione dell’oltremondo, diviso in Inferno (la plaga del pianto e dello stridore di denti) e Paradiso. Di solito i biblisti riferiscono tale dicotomia ad un influsso della religione zoroastriana che distingue l’Eden dall’Inferno, luogo di inenarrabili tormenti destinati, però, a non essere interminabili.

Come il Redentore concepì veramente l’Ade? Le sue parole configurano delle immagini, delle metafore a suggerire i patimenti di chi si allontana da Dio o devono essere interpretate in senso letterale? Troveremo facilmente i sostenitori della prima come della seconda ipotesi, per di più con molti distinguo e una notevole varietà di sfumature. Dunque non sappiamo che cosa il Salvatore davvero intendesse: l’esegesi del brano succitato - e di molti altri all’interno della Bibbia - è sovente controversa, per ragioni legate alla difficoltà di tradurre le lingue antiche, inoltre perché è arduo ricostruire la mentalità di profeti e maestri vissuti molti secoli addietro. Né si deve dimenticare che le dottrine circa l’oltretomba discendono da contesti culturali sempre in fieri.

Comunque sia, la bipartizione neo-testamentaria è rincalzata dall’autore (Giovanni? Cerinto?) che raffigura, in Apocalisse 14, tre angeli che annunciano il giudizio finale di Dio: “Chiunque adora la bestia e la sua immagine, e ne prende il marchio sulla fronte o sulla mano, egli pure berrà il vino dell’ira di Dio versato puro nel calice della sua ira; e sarà tormentato con fuoco e zolfo davanti ai santi angeli e davanti all’Agnello. Il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli. Chiunque adora la bestia e la sua immagine e prende il marchio del suo nome, non ha riposo né giorno né notte”.

I letteralisti considerano tale passaggio e quello di Matteo 25:46, i più importanti dove si afferma la dottrina dell’inferno. Robert A. Peterson termina l’analisi di questi versetti nel modo seguente: “Concludo, perciò, che nonostante i tentativi per opera di alcuni di spiegare diversamente le cose, Apocalisse 14 insegna, irrevocabilmente, che l’inferno implica un eterno tormento cosciente dei dannati”. Robert Morey categoricamente sostiene la medesima opinione: “Per ogni regola di ermeneutica ed esegetica, l’unica interpretazione legittima di Apocalisse 14 è quella che vede chiaramente il tormento eterno cosciente per gli empi”.

Alcuni studiosi ritengono, invece, che le interpretazioni dogmatiche di Apocalisse 14 come prova di un supplizio letterale ed eterno, non tengano conto del linguaggio altamente metaforico del brano. Ad esempio, nel suo commentario sull’Apocalisse, J.P.M. Sweet, studioso britannico del Nuovo Testamento, annota: “Giovanni usa le immagini, come Gesù usava le parabole (cfr Mt 18:32-34; 25:41-46), per far capire il disastro inimmaginabile che deriva dal rifiuto di Dio e l’impensabile beatitudine dell’unione con lui, mentre c’è ancora tempo per compiere una scelta in questo senso”.

Certo, disconoscere il valore e la potenza del linguaggio analogico ed anagogico è segno di superficialità nell’approccio ai testi, ma mancano ad oggi argomenti conclusivi sulla vexata quaestio.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

29 dicembre, 2016

Visioni del Paradiso e dell'Inferno




Più vivo intensamente la vita e più mi interrogo sull’enigma della morte. (J.K.)

Sono sempre più nutrite le testimonianze circa le cosiddette esperienze di pre-morte: in quasi tutti i resoconti i “redivivi” riferiscono di essersi inoltrati nel Paradiso e, non di rado, nell’Inferno. Sulle near death experiences, sulla loro natura e circa i loro addentellati con vissuti esplorati all’interno della Letteratura e persino dell’Ufologia, abbiamo disquisito in diverse occasioni (si veda infra); qui vorremmo, però, porre un quesito cruciale: è possibile che tali percezioni, pur nel notevole grado di realtà esperito, siano raffinati inganni alieno-arcontici? In altre parole, ha ragione chi opina che, dopo la morte, ci attenda il nulla o un sonno profondissimo in attesa della risurrezione? Lo spettacolo dell’Empireo e, di converso, dello spaventevole Tartaro potrebbero inculcare un senso di soggezione nei confronti del destino ultraterreno, rincalzando un’etica fondata non su un reale spirito di abnegazione, ma sul timore del giudizio: ne consegue una morale eterodiretta nonché una forma di controllo.

I cristiani dovrebbero sapere che la dottrina dell’immortalità dell’anima è estranea al Cristianesimo delle origini: oggi, tale concezione, mutuata da credenze e filosofie elleniche ed orientali, coesiste - in modo contraddittorio e senza che i fedeli se ne accorgano - con la fede nella rinascita nel giorno del Giudizio universale. Si ricordi, ad esempio, che la preghiera “L’eterno riposo” descrive proprio uno stato post mortem di insensibilità, escludendo una continuazione dell’esistenza in un ipotetico aldilà.

Purtroppo di fronte ad una questione fondamentale, una questione che riguarda tutti, abbiamo solo indizi frammentari ed ipotesi non verificabili. La sincerità di coloro che hanno varcato la soglia è indiscutibile; il radicale cambiamento di prospettiva, palingenesi che connota il loro percorso terreno pure. Tuttavia, un po’ come Cartesio, restiamo sempre con il dubbio che un demone possa aver architettato la frode.

Sfortunatamente né i numerosi libri né i documentari sul tema fugano le perplessità, anzi – e ciò vale per tutti gli interrogativi abissali – quanto più si approfondisce il soggetto, tanto più aumentano le domande che sorgono dalle antinomie in cui ci si imbatte.

Nel caso di un problema tanto vitale (e mortale), seguitiamo a reperire solo risposte parziali, ambigue ed insufficienti, quando avremmo bisogno della RISPOSTA.

Approfondimenti:

- Truman Cash ed il destino dell'anima, 2014
- Che cosa succede dopo la morte?, 2011
- Le esperienze di pre-morte nell'ambito dell'Ufologia, 2009

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

28 luglio, 2016

Giustizia e vendetta

La giustizia è una forma di vendetta, per quanto sublimata, legittimata, codificata. Non è un caso se nella società omerica, la vendetta, timorìa, era reputata un valore ed un preciso dovere dell’eroe, il kalòs kaì agathòs. La giustizia, infatti, è regolamento di conti, punizione dello scellerato oltre che rappresaglia. [1] Chi può contestarlo? Certi castighi sono doverosi, vitali. La giustizia mira a pareggiare i conti, a ripristinare un equilibrio turbato. E’ questo il compito del Tribunale divino che, premiando i probi con la beatitudine perenne e condannando i malvagi ad un inferno interminabile, attribuisce a ciascun uomo quanto merita in base alla sua condotta. [2]

Preferiremmo una giustizia perfetta, ma è impossibile ottenerla, almeno per due ragioni: da un lato gli uomini sono imperfetti e da loro non ci possiamo attendere un’equità assoluta, anche quando mirassero ad una totale imparzialità; inoltre una giustizia perfetta deve essere immediata, il che evidentemente non è e non può essere. In tale contesto, anche sulla stessa Giustizia superiore, per quanto compiuta ed ineccepibile, giacché rinviata post mortem, nonostante il tragitto umano sia comunque brevissimo, si proietta una pur evanescente ombra.

Si constata che l’esistenza e l’esigenza stessa della giustizia dipendono da una primigenia mancanza di giustizia. Sentiremmo la necessità del giusto, se non esistesse l’ingiusto? Non sarebbe stato possibile e desiderabile generare un universo senza la presenza del male nel tempo e senza l’Inferno nell’interminabilità, con il Tartaro che è l’orrido sotterraneo di un universo magnifico? Lo stesso strumento definitivo per una giustizia definitiva, l’Inferno senza fine, non è una macula sulla Creazione, non è inconciliabile con un cosmo redento dal male, anche dal semplice, sbiadito ricordo del male, dalla sua eco proveniente dal tenebroso scantinato? Sono domande per cui non abbiamo risposta, sono domande per cui forse non esiste risposta.

[1] Si veda, ad esempio, in un contesto teologico, la parentela tra vendetta e giustizia in Dante, Inf. Canto VII, vv. 11-12: vuolsi ne l’alto, là dove Michele/ fé la vendetta del superbo strupo.

[2] Consideriamo l'esistenza dell'Inferno e del Paradiso come ipotesi di lavoro.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

06 luglio, 2016

Fine del male?



La saggezza popolare identifica nella morte la fine di ogni sofferenza. “Ha smesso di soffrire”, “E’ passato/a a miglior vita”…: queste frasi esprimono il convincimento che, dopo il decesso, o perché subentra il nulla o in quanto l’anima si libera dai gravami terreni, ogni forma di dolore sparisce.

Quanto è plausibile tale convinzione? Se hanno ragione i materialisti, secondo i quali la fine del corpo è la fine di tutto, non si pongono problemi, ma se avessero torto?

Adepti di talune confessioni cristiane asseriscono che solo un’esigua minoranza degli uomini sarà premiata con l’eterna beatitudine, mentre miliardi di reprobi già dimorano nell’inferno dove sono destinati a precipitare quasi tutti gli appartenenti alle attuali generazioni della Terra.

Sono sempre più numerosi i ricercatori che vedono nella luce avvolgente, nella sensazione di beatitudine ricordate da chi ha avuto un’esperienza di pre-morte un inganno arcontico: gli Arconti (o i demoni alias alieni malevoli) attirerebbero l’anima in una trappola per poi riciclare la psyché, reintroducendola in un nuovo involucro. In questo modo gli Altri possono proseguire a parassitare le loro vittime e ad usarle per trasferire le memorie da un cervello ad un altro.

Non sappiamo se tale ipotesi sia credibile: vero è che trova il suo fondamento in alcune idee della Gnosi antica, spesso l’unica fonte da cui si sono attinte conoscenze in gran parte avvalorate da ricerche recenti in relazione alla natura umana, al ruolo dei Dominatori, alla vera essenza del Potere.

I molteplici vissuti di pre-morte (in inglese near death experiences), anche di Musulmani, Buddhisti, Induisti etc. evocano sovente non solo il Regno dei cieli, ma pure il Tartaro e di solito curiosamente lo raffigurano secondo l’iconografia cristiana (più che cattolica, poiché il Purgatorio è presenza rara). Se nel caso di “redivivi” cristiani tale scenario, dove figura sempre Dio e compare spesso il Messia, si può giudicare come filtro culturale con cui si interpreta e, in parte, si modella una realtà trascendente, come si può spiegare questo canovaccio quando a raccontare la sua avventura nell’aldilà è, ad esempio, un fervido seguace del Profeta?

Il racconto dell’adolescente Nathan, israeliano, pur riferendosi all’Empireo ed alla Gehenna in cui i veri Ebrei non credono accenna pure al Messia, ma non proprio nel modo in cui lo intendono i Cristiani. Di conseguenza il quadro si complica.

Pare purtroppo che vedere nella morte la fine di ogni male tout court sia un’illusione, mentre è possibile che, o in un altro livello o in un altro soma, si debba seguitare, se non a soffrire, comunque a resistere prima della liberazione definitiva.

E’ ovvio che siamo nel campo delle mere speculazioni: nessuno può dispensare la verità assoluta su questioni tanto liminali e vertiginose. Non sappiamo, verbigrazia, se esista il Paradiso: avrà ragione Agostino a considerarlo un “luogo” bellissimo ma semideserto?

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

07 novembre, 2015

Che cosa succede dopo la morte?



Che cosa succede veramente dopo la morte? E’ domanda che dovrebbe incalzare tutti, ma – si sa – siamo presi da cose più importanti: il calcio, Renzi, "X Factor", il sabato sera in discoteca… Comunque è quesito che vogliamo porci.

Accantonati gli scenari secondo cui, dopo il decesso, ci attende il nulla o un sonno profondissimo prima della resurrezione, proviamo ad immaginare che la coscienza individuale sopravviva, una volta azzerati i parametri vitali. Gli studi ed i resoconti sulle esperienze di pre-morte hanno lasciato intravedere le dimensioni in cui l’anima presumibilmente si inoltra ed è singolare non tanto che queste esperienze si assomiglino un po’ tutte, piuttosto che, pur nella sostanziale affinità con altri vissuti, il racconto del neurochirurgo Eben Alexander se ne discosti, con la descrizione di particolari eccentrici ed anomali. Alexander, dopo essere “morto” per una settimana a causa di un’infezione da Escherichia coli che aveva colpito l’encefalo, non solo tornò in “vita”, ma, contro ogni prognosi, recuperò presto le facoltà motorie e cognitive. L’uomo, oltre a ricordare un’estatica avventura in una terra meravigliosa popolata da farfalle multicolori, riferì di aver dimorato in una regione repellente, piena di miasmi e dove aveva udito un suono meccanico ed ossessivo. Forse Alexander si era smarrito nell’Inferno, prima di trovare la strada per il Paradiso?

Non mancano relazioni di esperienze terribili (di solito narrate da persone che hanno tentato il suicidio) né rapporti antitetici con “viaggi” in plaghe luminose dove i redivivi hanno provato un senso di ineffabile beatitudine, ma reperire nello stesso resoconto entrambi i vissuti lascia esterrefatti. Quella zona tenebrosa, invasa da creature ripugnanti e mefitiche, in cui la coscienza di Alexander rimase per un po’ di tempo imprigionata, è l’Inferno?

Per rispondere, dobbiamo rispolverare una veneranda e negletta Tradizione, quella gnostica. La Gnosi antica è simile ad un fiore profumato e bellissimo che riesce a spuntare in uno stretto interstizio: è pressoché l’unico retaggio che pare essere senza ambiguità dalla parte degli Uomini e non degli Arconti. (1) E’ la Gnosi antica che tenta di avvisare l’umanità dell’arazzo di inganni tessuto dai Dominatori, non solo durante l’esistenza ma pure nel momento decisivo del trapasso.

Non è scontato che l’anima, una volta uscita dal guscio corporeo, si rechi nell’aldilà: essa potrebbe rimanere, per un periodo più o meno lungo, in una sorta di zona di frontiera (l’astrale?) che presenta tratti simili a quelli del mondo tetro e mefitico rappresentato da Alexander. Forse non è solo la condotta durante la vita terrena ad influire sul destino post mortem, ma pure una particolare consapevolezza della propria natura e del fatto che i Guardiani della soglia hanno tutto l’interesse ad evitare che l’anima ritorni nella sua sede primigenia per cui tentano di acciuffarla e di rigettarla nel calderone del samsara.

La Prima Apocalisse di Giacomo rivela una sorta di salvacondotto verso la Liberazione? In questo testo apocrifo (segreto) leggiamo: “Il Signore disse a lui: 'Giacomo, ecco, ti rivelerò la redenzione. Quando sei afferrato e subisci queste sofferenze, una moltitudine si armerà contro di te per afferrarti. E in particolare tre di loro ti ghermiranno - coloro che siedono come esattori di pedaggio. Non solo chiedono il pedaggio, ma portano via le anime con un furto. Quando si cade in loro potere, uno di loro che è a guardia ti dirà: 'Chi sei tu e da dove vieni?' Gli risponderai: 'Io sono un figlio e sono dal Padre'. Egli ti chiederà: 'Che tipo di figlio sei ed a quale Padre appartieni?' Dirai: 'Vengo dal Padre pre-esistente e sono un figlio pre-esistente".

La cella buia e maleodorante evocata da Alexander potrebbe non essere l’Inferno, ma il ribrezzoso Regno degli Arconti ed il cosmo, dove siamo incarcerati, una propaggine tecno-olografica del loro Impero nefando e squallido. Notiamo in primo luogo che nel film “Matrix”, l’ambiente in cui le macchine allevano il bestiame umano è desolato e freddo come l’Ade raffigurato da Alexander.

Inoltre, in questi ultimi anni alcuni scienziati, preceduti, però, da un artista visionario come Philip K. Dick, hanno ipotizzato che l’universo sia una neurosimulazione o, meglio, un sofisticato software: qualche ricercatore si è accorto che la strutture basilari del cosmo paiono avere i caratteri dei pixel, come se la “realtà” fosse l’immagine di uno schermo, un’immagine composta in ultima istanza da innumerevoli puntini. A quale cosmo ci riferiamo? Probabilmente a quello generato e distorto dagli Arconti, non alla realtà reale (dall’iperuranio di Platone all’ordine implicito di David Bohm). Si comprende allora perché molte sinistre confraternite adorano il Grande Architetto dell’Universo (G.A.U.): esse venererebbero il Signore degli Arconti, un essere in cui una sbalorditiva conoscenza della matematica si abbina alla smania di controllo. Culto fanatico della tecnologia, smania di controllo non sono le ossessioni delle sedicenti élites, composte dai sicari delle Potenze?

Galilei scrisse che “l’universo è scritto in caratteri matematici”: quale universo? La caverna arcontica (il programma informatico percepito come unica realtà) o l’Empireo dove non hanno cittadinanza i perfetti, algidi numeri?


(1) Nei testi gnostici gli Arconti sono dipinti come una progenie imitatrice. “Arconti” significa sia “reggitori” sia “esseri del principio”, giacché nacquero prematuramente, donde l’analogia con l’aborto spontaneo nei papiri di Nag Hammâdi. Questa genia deviante venne alla luce prima che si formasse la Terra: a differenza degli uomini e delle altre specie, gli Arconti non originarono dalla Luce, ma dalla materia inorganica. In principio gli Arconti non possedevano un habitat, ma brulicavano attorno alla Terra a guisa di cavallette fameliche, attratti da Sophia, da cui furono respinti. Queste creature sono prive di ennoia, ossia volontà ed intenzione, rappresentando un’aberrazione cosmica. Degli Arconti ci siamo occupati in parecchie occasioni soprattutto in relazione ad orizzonti xenologici. Perciò rimando i lettori ai precedenti articoli per approfondire il tema e per le fonti.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

09 gennaio, 2015

Esiste l’Inferno?


Esiste l’Inferno? Prevengo un’obiezione: “L’Inferno è sulla Terra: basta visitare un carcere, un ospedale, una caserma, un macello... per constatare che il nostro martoriato pianeta è una bolgia”. Tuttavia all’”Inferno sulla Terra” manca un requisito affinché sia un “perfetto” luogo di dannazione: l’interminabilità.

Di solito gli allievi che cominciano a studiare Dante restano sgomenti di fronte ai raffinati contrappassi che il Poeta escogita per i peccatori e soprattutto quando si figurano pene destinate a durare per sempre. Gli adolescenti, che di solito ignorano le tenaglie del male, ritengono la dannazione eterna sia un’idea inammissibile, frutto di una mente sadica. Quanti spiegano loro che probabilmente l’Alighieri intende i tre regni dell’oltretomba secondo una concezione esoterica, in cui l’Inferno stesso adombra un itinerario che ciascuno di noi deve compiere nelle regioni dell’Ombra!

Non manca, però, chi considera in modo letterale sia la Gehenna dantesca sia l’Inferno della religione cristiana e del credo islamico. Un’esigenza di giustizia induce a ritenere che i malvagi impenitenti dovranno pagare il fio con una punizione destinata a non finire mai, anzi a divenire ancora più atroce dopo il Giudizio universale.

Alcuni, sulla scorta di Agostino, pensando che la stragrande maggioranza dell’umanità sia preda del peccato ed irredimibile, immaginano un Paradiso semivuoto e ad un Ade brulicante di anime dannate. Oggidì molti esponenti del clero tendono a presentare la condizione infernale come uno stato di volontaria separazione dal Creatore.

Esiste l’Inferno? E’ un po’ come chiedersi se esista Dio o il libero arbitrio. Sono quesiti che ci bloccano in una sorta di punto di Lagrange concettuale: qui l’intelletto non riesce a muoversi né in una direzione né in un’altra, senza poter dirimere la vexata quaestio. Non potendo la ragione ottenere un risultato soddisfacente, deve subentrare la fede o la scommessa di Blaise Pascal.

Da un lato, infatti, ripugna la feroce idea di un Inferno senza termine anche per coloro le cui colpe non sono gravissime, dall’altro non è meno raggelante il pensiero che esseri istigati da una cattiveria pura, assoluta (si vedano molti negazionisti ed i massacratori della Vita per citare solo due esempi estremi) possano un giorno anche lontanissimo essere perdonati, in un’apocatastasi di origeniana memoria. Forse queste “anime prave” dovrebbero essere annientate: per costoro, visto l’egocentrismo che li soggioga, è prospettiva senza dubbio spaventosa quanto una condanna infinita.

Non aveva torto l’archeologo e storico Mario Pincherle a chiedersi: “Dove sarebbe la ‘buona novella’ del Cristianesimo? Sarebbe l’annuncio che, se compi anche un solo errore in un’unica vita, sarai precipitato nel ‘lago di zolfo’ per l’eternità?”

Può darsi che l’indagine sul destino oltremondano sia il risultato di un’etica “umana, troppo umana” e che il sublime disegno cosmico trascenda le limitate speculazioni persino dei più alti filosofi e teologi. Nulla si può escludere né in un senso né in un altro.

Certo, se esiste l’Inferno, comunque lo si concepisca, esso ci pare una macula della Creazione, qualcosa che coesisterà (per sempre?) con la Perfezione universale una volta in cui essa sarà conseguita, se ciò mai avverrà. L’ideale sarebbe stato evitare che il male assumesse proporzioni tali da spronare gli uomini ad abbozzare dottrine che tentano sia di spiegare la genesi e la funzione del mysterium iniquitatis sia un suo futuro superamento nelle forme più disparate. E’ evidente, però, che è tardi, troppo tardi.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

18 dicembre, 2014

I comandamenti del commis


Di recente Roberto Benigni ha imbambolato un pubblico di bambocci con due puntate sui “dieci comandamenti”. La pantomima è rivelatrice di quanto sia radicata l’ignoranza. Per disquisire sul Decalogo e per commentarlo, bisognerebbe conoscere il soggetto e saperlo contestualizzare. In verità, la ciarlatanesca rassegna sulle leggi vetero-testamentarie è stata solo un pretesto per una pseudo-analisi della “politica” attuale, secondo criteri falsamente moralistici e pedagogici che trasudano ipocrisia e paternalismo. Benigni è un pessimo maestro, dolciastro e sciocco, incapace di comprendere anche solo il senso letterale dei testi che egli profana, mentre crede di interpretarli. Famigerate furono le sue dilettantesche e sacrileghe “lezioni” sulla Commedia dantesca.

Se solo ci si premurasse di consultare un manuale scolastico di storia, si eviterebbe di prendere certe sonore cantonate. I Comandamenti che i bambini imparano a catechismo sono il risultato di una lunga rielaborazione culminata con Agostino nel IV sec. d.C.: le regole partorite del vescovo di Ippona poco o punto c’entrano con i precetti dettati da YHWH al suo popolo. Per nessuna ragione al mondo YHWH si sarebbe sognato di stabilire l’assurda, insensata norma “Non desiderare la donna d’altri” che dapprincipio doveva suonare più o meno così: “Non gettare il malocchio sulle donne e le cose altrui”.

Il comandamento più importante e disatteso oggi da quasi tutti i “cristiani” nel mondo verteva sul divieto di farsi immagini delle cose che esistono sulla terra ed in cielo e di adorarle. La chiesa nicena eluse questa proibizione per inventarsi un Decalogo a suo uso e consumo. Sull’esecrazione dell’idolatria chi oggi insiste tra gli esponenti del clero o chi soltanto vi accenna? Tra le varie norme oggi dimenticate, ma che il dio degli Ebrei riteneva significativa menzioneremmo almeno la seguente: “Non cuocerai il capretto nel latte della madre”.

Questo rapido excursus ci permette di capire che trapiantare credenze antiche nel presente, oltre a denotare crasso analfabetismo, causa danni interpretativi irreparabili. Ogni evento ed ogni fenomeno culturale devono essere collocati nel loro milieu e studiati in rapporto alle circostanze sociali, economiche, antropologiche, spirituali etc. in cui essi si situano. Diversamente si tradisce il passato e lo si strumentalizza per fini di propaganda o, nel migliore dei casi, di becero intrattenimento.

Così sbagliano coloro che credono di poter fondare la dottrina dell’immortalità dell’anima, del Paradiso e dell’Inferno, richiamandosi alla Bibbia, in special modo alla Torah. Nella Bibbia i termini “nephesh” e “ruach” che spesso sono resi con “anima” o “spirito” non designavano un’essenza individuale imperitura.

L’oltretomba biblico è lo Sheol, simile all’Ade omerico ed a quello dei Sumeri, una plaga brumosa dove i morti sono ormai privi di coscienza e di identità. Qualche breve rimando al Paradiso ed all’Inferno come luoghi, rispettivamente, di beatitudine e di dannazione si reperisce nel Nuovo Testamento, ma sono passi contraddetti da altri e di valore metaforico, insufficienti comunque a definire una topografia precisa dell’aldilà cristiano che non esiste.

Semmai lo studio comparato delle religioni ci dimostra che di solito le genti dell’antichità in origine concepirono l’oltremondo come un luogo indistinto per poi, un po’ alla volta, approdare ad una concezione in cui sono fissate per le anime immortali precise sedi dove esse dimoreranno post mortem nonché punizioni o ricompense.

Ciò precisato, è evidente che la milionaria dissertazione di Benigni sul decalogo è priva di qualsiasi valore culturale, anche soltanto divulgativo. Questo nonostante le tronfie lodi ed i lautissimi compensi con cui è stato incensato l’abominevole spettacolo.

A proposito comunque di comandamenti, ne vorremmo suggerire uno ed è questo: “Spegnete il televisore e non siate mai benigni con Benigni”.

Articolo correlato: I veri dieci comndamenti

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

13 luglio, 2014

Inferno


In fondo ai rapporti sociali e ai rapporti familiari non c’è innocenza. (A. Moravia)

E’ difficile non considerare il mondo un inferno. Le relazioni umane sono infernali: rapporti sociali inautentici, aduggiati da secondi fini, ostilità latenti, insincerità, competizione; legami familiari sempre appesi ad un equilibrio precario.

Non si comprende per quale motivo continuiamo a cercare gli altri, se poi ne caviamo solo incomprensioni, dissapori, delusioni ed amarezze. Sbagliò Cesare Pavese ad uccidersi, perché non trovava una donna che lo amasse con sincerità e passione. L’amore vero è talmente raro che, se dovessero togliersi la vita tutti coloro che non sono ricambiati, il mondo sarebbe spopolato.

Esaminiamo: qui una persona lamentosa (avrà anche le sue buone ragioni per lagnarsi, ma...), là un arrogante, qui un violento, là un iracondo, qui un avaro, là un lubrico, qui un superbo, qua un invidioso... Sono uomini e donne, però, che si possono ancora sopportare, come Socrate tollerava le bizze della bisbetica consorte, Santippe.

Del tutto insoffribili sono, invece, due categorie di esseri “umani”: i superficiali e gli ipocriti. I primi sono quelli che parlano, parlano, parlano... senza mai dire niente. Sono vuoti pieni di nulla. Sono incapaci non solo di pensare, ma pure di provare sensazioni ed emozioni. Forse sono automi in sembianze più o meno umane. Sono simili a strumenti a corda, ma con una corda sola che, vibrando, produce sempre il medesimo suono.

La genia più detestabile è quella degli ipocriti: l’ipocrisia crea una terza natura, una maschera incollata tenacemente al volto. Eclissate non solo le qualità di creature viventi, ma pure le caratteristiche di esseri sociali, gli ipocriti sono una cosa sola con le loro viscose bugie ed i dolciastri infingimenti.

Quando ci troviamo al cospetto di un Tartufo, si rischia di essere avviluppati in una ragnatela appiccicosa. Purtroppo sono i simulatori ad occupare quasi tutti i posti di comando nella nostra schifosa e venefica società sicché il potere alla sopraffazione accoppia la più untuosa svenevolezza.

Non si ha requie nell’esistenza dilaniata da impegni, seccature, scadenze, problemi, preoccupazioni... Siamo ancora fortunati, se non si schianta su di noi una vera disgrazia. In ogni caso, la vita è un inferno, talora comodo e confortevole, ma pur sempre un inferno.

Non si ha requie: una volta l’uomo che cercava il silenzio e la quiete, poteva trovarla a contatto con una natura incontaminata, oggi...

Non si ha requie: la storia è una carneficina senza senso e solo per caso(?) siamo stati piazzati di qua dallo schermo televisivo dove le immagini di corpi sbudellati e di quartieri sventrati mantengono, nonostante la mediazione televisiva, l’atroce plasticità della morte, l'acre sentore del massacro.

Noi qui a chiederci – se non ci siamo del tutto assuefatti all’infernale “benessere” – il perché di tutto questo. Noi qui in questo spazioso appartamento, dotato di innumerevoli ammennicoli tecnologici rigorosamente wi-fi, con splendida vista panoramica sull’inferno.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

24 maggio, 2014

Dall'Eden all'Inferno


Francesca Stavrakopoulou, biblista ed archeologa, appartiene a quel nutrito novero di studiosi che si approccia alla Torah secondo una rigorosa metodologia critica. Le sue ricerche in loco l’hanno condotta a chiedersi quale fu la vera natura dell’Eden, se gli antichi ebrei adoravano anche una divinità femminile, se il regno di David fu leggendario…

Tra le varie investigazioni, quella sul giardino dell’Eden è forse la più gravida di conseguenze per una visione complessiva del testo sacro e delle interpretazioni successive. La Stavrakopoulou, comparata la cultura ebraica con le testimonianze archeologiche, storiche ed iconografiche di altri popoli medio-orientali dell’antichità, propende per l’identificazione dell’Eden con un manufatto architettonico, per la precisione con il tempio di Gerusalemme, costruito su progetto dell’architetto fenicio Hiram per volontà del re Salomone. L’ipotesi può apparire audace, soprattutto perché un tempio non è un verziere: tuttavia l’edificio era adornato con motivi vegetali (foglie di palma, melegrane etc.) e, da un punto di vista metaforico, può essere considerato il giardino di YHWH, la sua dimora.

Ha ragione la biblista, quando interpreta i Cherubini del Paradiso terrestre come ieratiche figure antropozoomorfe riconducibili a sculture simili con cui i re della Mezzaluna fertile abbellivano palazzi e templi. La Stavrakopoulou ritiene che la storia di Genesi non riguardi i progenitori di tutta l’umanità, ma solo un’etnia ed i suoi miti di fondazione. Lo stesso Adamo adombrerebbe un re giudeo detronizzato da un avversario più potente. Questa ci sembra un’esegesi forzata che soprattutto cancella lo sfondo senza dubbio sumerico di Genesi.

A ragione Zecharia Sitchin, Biagio Russo et al., come è notorio, reputano l’Eden un luogo coltivato. Il termine probabilmente origina dall'ugaritico 'dn', con il significato di "posto in cui scorre molta acqua", "luogo ben irrigato", a sua volta dall’accadico edinnu, “pianura”. La fonte è il sumero edin, eden, "steppa", "pianura". Nella Bibbia è descritto come una plaga dalla vegetazione lussureggiante e ben delimitata.

Il libro del profeta Ezechiele 28: 12- 14, ci offre una descrizione dell’Eden che taluni specialisti ritengono più antica del racconto di Genesi. YHWH si rivolge ad Ezechiele con queste parole: “Figlio dell'uomo, intona un lamento sul principe di Tiro e digli: ‘Così dice il Signore Dio, pieno di sapienza, perfetto in bellezza; in Eden, giardino di Dio, tu eri coperto d'ogni pietra preziosa, rubini, topazi, diamanti, crisoliti, onici e diaspri, zaffiri, carbonchi e smeraldi; e d'oro era il lavoro dei tuoi castoni e delle tue legature, preparato nel giorno in cui fosti creato. Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa; io ti posi sul monte santo di Dio e camminavi in mezzo a pietre di fuoco”.

La raffigurazione è evocativa e sembra suffragare la congettura della Stavrakopoulou, secondo cui il giardino è una sontuosa costruzione consacrata a Dio, impreziosita da gemme rutilanti e da lamine d’oro.

L’Eden era dunque a Gerusalemme? Capitale del regno ebraico dal 1070 a.C in poi, dopo la divisione della nazione in due regni, (997 a.C.), Gerusalemme continuò ad essere la capitale del regno meridionale di Giuda. Il nome più antico della città di cui si abbia memoria è “Salem” (Ge. 14:18). Il toponimo è presumibilmente da associare ad una divinità semitica occidentale chiamata Salem. Il presunto fondatore del Cristianesimo, Shaul- Paolo (Eb. 7:2) spiega che il vero significato della seconda parte del nome è “pace”, ma pare una falsa etimologia. Nei testi accadici la città era chiamata Urusalim o Ur-sa-li-im-mu. Nel toponimo si può staccare la base Ur che significa “città” nell’idioma dei Sumeri.

I primi abitanti di Gerusalemme furono i Gebusei, un gruppo di Cananei: “Urushalim”, da cui deriva “Gerusalemme”, è una parola cananea-amorrea che significa “fondato dalla divinità Shalem” e la città ha una storia che va ben oltre quella del popolo ebraico, risalendo ai Sumeri.

Gerusalemme è nota anche, per sineddoche, come Sion, toponimo dall’etimo oscuro. ll monte Sion è un'altura di 700 metri sul livello del mare. Su questo poggio si formò il nucleo originario della futura Gerusalemme.

Sitchin opina che il Monte Moriah, dove fu poi eretto il Tempio, fosse un luogo dove gli Annunaki istituirono il secondo centro di controllo della missione dopo il Diluvio universale. Prima del cataclisma, questa base era ubicata a Nippur, ma, dopo che le inondazioni sommersero la Sumeria, fu deciso di creare un altro spazio-porto proprio nel sito che in seguito ospitò Gerusalemme, città sacra per le tre religioni monoteiste medio-orientali, perché furono gli “dei” a fondarla. Sotto il basamento della Spianata delle moschee si dovrebbero trovare monoliti di eccezionali dimensioni e peso, come a Baalbek.

Che sia o no quella di Sitchin una ricostruzione fantasiosa, è incontestabile che Gerusalemme è città decisiva per Ebrei, Cristiani e Musulmani. A Gerusalemme predicarono i Messia ed il profeta Maometto fu assunto in cielo là dove oggi si staglia la scintillante Cupola della roccia.

Dante, che fu iniziato oltre che sommo poeta, riconosce il ruolo centrale della città ma – singolare scelta – vi colloca nei pressi l’ingresso dell’Inferno.

Con un volo pindarico, lungo il solco che si immerge nelle viscere del pianeta, possiamo accennare alla pellicola “Matrix” dove Zion-Sion, è l’unico centro di "Matrix” in cui gli uomini sono liberi, ma è situato (non è poi così strano) nelle profondità della Terra. Simboleggia la Terra Promessa per l'equipaggio della nave. Un simbolismo biblico ed onirico è collegato anche al nome della nave, Nebuchadnezzar (Nabucodonosor). Nebuchadnezzar, re di Babilonia, fu istruito in sogno da Dio per distruggere gli abitanti di Gerusalemme che adoravano falsi profeti.

Che Gerusalemme sia la “città della pace” donde si irradia la luce per l’umanità è forse un sogno romantico, come tutti i sogni destinati a dissiparsi con il risveglio.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 gennaio, 2014

Dante e le “segrete cose”

Se è vero, come è vero, che la “Commedia” è opera esoterica (si pensi alle intuizioni di U. Foscolo, D. G. Rossetti, G. Pascoli, L. Valli, R. Guénon...), è indubbio che il valore intimo di certi versi ci sfugge. Dante appartiene a quel Medioevo che abbiamo definito indecifrabile: qualcosa si è compreso, ma non siamo ancora entrati nel sancta sanctorum.



Consideriamo un passaggio del III canto (Inf. 14-21). Dante, insieme con Virgilio, si accinge ad internarsi nell’inferno, quando legge la terribile epigrafe sulla porta dell’Ade. Il pellegrino chiede alla sua guida di illustrargli il significato dell’iscrizione. Il maestro risponde:

"Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto
".

Quindi...

"E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
".

Sotto il profilo esoterico, è palese che l’Inferno è il mondo dei profani, il Purgatorio evoca i gradi dell’affiliazione, il Paradiso adombra la dimensione degli iniziati. Questo è il disegno simbolico, al cui interno, però, molti particolari sono sfocati.

Per quale ragione il vate di Andes, dopo aver spiegato al viandante il senso dell’epigrafe, decide di rivelargli ulteriori “segrete cose”? In che cosa consistono codeste “segrete cose” che gli esegeti di solito interpretano con “soggetti ignoti ai vivi”?

Forse l’autore latino intende chiarire al suo discepolo che il luogo della perdizione non è interminabile, ma uno stato dell’anima che, nell’infinita misericordia divina, è destinato ad essere un giorno trasceso, come nell’escatologia di Origene?

E’ arduo rispondere. Dante era “cristiano” (anche se le accezioni dell’aggettivo “cristiano” sono molteplici e talora difformi): purtuttavia la sua Weltanschauung accoglie concezioni ai margini dell’”ortodossia”, talvolta persino catare. Ad esempio, nel canto in oggetto, il cenno alle schiere degli angeli non ribelli a Dio, ma che neppure seguirono Lucifero, trova riscontro solo nella teologia albigese.

Per un motivo o per un altro, sia il concetto di una gehenna senza termine sia quello di un inferno che un giorno lontanissimo finirà, ripugnano alla coscienza umana.

Dante, grazie alla profonda saggezza di Virgilio, riuscì a trovare la quadratura del cerchio?

Post scriptum

Il saggio di Adriana Mazzarella, “Alla ricerca di Beatrice, Il viaggio di Dante e l’uomo moderno” offre del capolavoro dantesco un’esegesi simbolico-iniziatica alla luce (a volte offuscata) della psicologia junghiana.


Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

19 dicembre, 2011

Dante e l’Inferno sulla terra

La passione politica nutre le pagine più fervide di Dante ed alcune fra le sue concezioni più alte. Così, tra crude invettive ed orizzonti utopici, si dispiega un pensiero che colloca nel fuoco della controversia la dimensione politica.

Nella “Commedia”, il traviamento che conduce il poeta sull’orlo del precipizio, non è un generico peccato di concupiscenza, ma appunto la partecipazione alle contese intestine da cui l’autore, inorridito, prende le distanze. Non è fortuito se precisi riscontri lessicali accomunano il canto I dell’inferno ed il canto VI. L’espressione allitterante “esta selva, selvaggia ed aspra è forte” è riverberata da “la parte selvaggia”; le tre fiere del canto proemiale, disegni allegorici di altrettante disposizioni peccaminose, richiamano “superbia, invidia e avarizia… le tre faville c’hanno i cuori accesi” del canto VI.

La “selva” dello smarrimento è dunque la città, nella fattispecie Firenze, dilaniata da cruenti conflitti tra fazioni contrapposte e deturpata da vizi innominabili, in primo luogo l’esecranda cupidigia (avarizia) che apparenta il borgo alla borghesia, “la gente nova, avida di subiti guadagni”. La città-selva è divenuta, paradossamente, lo spazio selvatico per eccellenza, in antitesi all’integrità di costumi collocata più che nel contado, in un tempo irreversibilmente tramontato. Il vagheggiamento nostalgico di un’intemerata età dell’oro senza l’oro maledetto dei fiorini, rende Dante un conservatore sdegnoso nei confronti della classe e della mentalità mercantile il cui “peccato originale” è nel denaro e nell’usura.

A Cacciaguida è affidato il compito di proiettarsi, tra idealizzazione e concretezza, nell’universo dei secoli precedenti, allorquando Firenze era una cittadina "sobria e pudica". Si staglia sempre un passato da rimpiangere o un futuro cui abbandonarsi fidenti: il presente è peggiore, perché scava la carne.

Il Nostro, mediante visioni retrospettive e profezie, intreccia la realtà politica con i moventi economici e sociali, senza trascurare il declino dei poteri ecumenici, ormai corrosi da una tabe profonda.

La concezione di Dante, eminentemente politica, stenta ad addentrarsi nella caverna metapolitica. Il sommo poeta, riconducendo la decadenza e la corruzione dell’umanità, a ragioni soprattutto etiche, alla responsabilità personale, pare ignorare o ridimensionare un influsso esterno, a meno che non si s’intenda indugiare su una curiosa corrispondenza numerologica. È noto che i canti di argomento politico sono il sesto di ciascuna cantica a formare la fatidica cifra della Bestia, il 666. E’ una coincidenza o Dante riconosce nel mondo politico la manifestazione di un regno oscuro, la turpe sintomatologia di una sostanza maligna?[1]

Non sappiamo se l’Alighieri spinse lo sguardo sino a tale profondità, se il 515 eclissò del tutto o in parte il 666. Sappiamo che nell’abisso occorre gettare lo sguardo per scoprire le marcescenti radici del sistema. Merito di Dante comunque aver compreso che il mondo, quantunque ne condannasse per lo più i governanti terreni ed i sudditi indegni, è una succursale dell’Inferno.


[1] Va precisato, però, che il 6 considerato singolarmente non ha un’accezione negativa. Paolo Vinassa de Regny, nel saggio “Il pitagorismo di Dante”, ricorda: “Un numero su cui hanno posto la loro attenzione i cristiani è il sei. Agostino lo considera una perfezione geometrica. Difatti, col 6, si forma l'esagono iscritto al circolo ed i cui lati sono uguali al raggio. San Beda (Hexaëmeron, II, 1) dice: ‘Senarium numerum constat esse perfectum, quia primus suis partibus expletur, sexta videlicet, quod est unus, et tertia quæ sunt duo et dimidia quæ sunt tria. Unum enim et duo et tria faciunt sex’. Bonaventura considera il 6 altamente degno, basandosi al solito sull'autorità di Agostino. Egli dice (Psalterium David, 128): ‘Tanta est dignitatis huius numeri (senarii) quod, dicit Augustinus, opera perfecta sunt, quæ facta sunt sub senario. Inde dicitur perfectus numerus senarius’. Anche Nicomaco, nella sua Theologia aritmetica, dà al 6 un grande valore. L'idea della perfezione del 6 è rimasta anche nel nostro linguaggio: noi, difatti, diciamo assestare, mettere in sesto per mettere in ordine; ed anche al compasso diamo il nome di seste. Il sei è dunque un numero mistico, relativo specialmente all'uomo; divenne perciò simbolo della perfezione della vita umana, cioè della giustizia. Tanto questo concetto era diffuso che le città si divisero in sestieri; il Villani, difatti, nella sua Cronaca (III, 2) scrive: ‘La città... si resse in sei sestieri siccome numero perfetto'".

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

10 luglio, 2010

Libertà d’esser schiavo: la condizione umana in una pagina di Carlo Michelstaedter

Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887-1910), filosofo, poeta e pittore italiano, è noto specialmente per la sua tesi di laurea, "La persuasione e la rettorica", scritto pubblicato nel 1913, dopo il suicidio dell'autore. La figura di Michelstaedter giganteggia nel panorama della cultura contemporanea per la perspicacia del pensiero e per la lucida demistificazione del sistema. Alcune sue idee, che trovano le loro matrici soprattutto in Schopenauer ed in Leopardi, preludono all'analitica esistenziale di Heidegger e sono accostabili, per la dirompente forza disgregatrice, a fondamentali nuclei del pensiero nietzchiano. M., nel saggio succitato, conduce un serrato confronto critico tra la genuina sapienza pre-socratica e la degenerazione mondana della filosofia, a partire da Platone. L'autore vede il cozzo tra il mondo autentico della persuasione (simile alla volontà di potenza, intesa come appropriazione del destino ed eroica attribuzione di senso all'esistente) ed il complesso fittizio e coercitivo della rettorica, strutturata attraverso le istituzioni (stato, economia, etica, educazione...), sentite come mascheramento e rimozione degli impulsi egoistici dell'uomo. M. vagheggia un'umanità integra che, sotto l'urgenza del dolore, trascenda l'irretimento nella sfera egocentrica per affermare dignità e libertà.

M. spazia, con eccezionale acume, tra innumerevoli temi, mettendo a nudo le contraddizioni e le storture della modernità. Non è neppure pensabile di accennare ai contenuti della tesi: tali e tanti sono i concetti esposti sì da dichiarare l'incommensurabile grandezza di questo intellettuale. La sua grandezza poi risalta ancora di più, se pensiamo ad abili parolai come Croce e Gentile, per giunta sostenitori del potere, "liberale" o "fascista" che fosse. Sui "pensatori" di oggi è bene stendere un pietoso silenzio.

Tra le pagine del testo, strazianti nella loro feroce verità e sconvolgente attualità, segnalerei, almeno, quelle sulla scuola o le considerazioni circa l'ipocrisia del diritto. Propongo all'attenzione dei lettori che - ne sono certo - saranno invogliati a leggere l'intera opera, qualora non l'abbiano già apprezzata, un passo sulla condizione dell'uomo nella società industriale, uomo inteso come essere dimidiato ed alienato. Gli strali di un'amara ironia colpiscono le reboanti illusioni hegeliane e positiviste, disintegrano la paradossale celebrazione della "libertà d’esser schiavo". Veramente, testimoniata l'irreversibile caduta nell'inferno sociale ed ontico, il suicidio di M. è il segno non di codardia di fronte all'irrazionalità dell'essere, ma la decisione consequenziale di una coscienza lungimirante ed intemerata.


"Quest’uomo del suo tempo – colla sua προθυμία (zelo) e la sua «botte di ferro» è dunque l’individuo sognato da Hegel al sommo della chiesa gotica che gli antichi ignoravano – all’ultimo momento della libera evoluzione del sistema della libertà; – egli è l’obiettivazione della libertà che è fine a sé stessa e di sé stessa gode; – e «la persona ch’egli veste» nell’esercizio della sua carica, quella è la seconda natura – la libertà morale, medio concreto che unifica l’idea e le passioni umane – fine essenziale dell’esistenza soggettiva, unione della volontà soggettiva e della volontà razionale; questa è dunque l’idea divina, ciò che Iddio ha inteso di fare col mondo per ritrovare sé stesso. – Pure io credo che la fame, il sonno, la paura – anche se li chiamiamo «volontà razionale» – restino pur sempre fame sonno e paura e così tutte l’altre cose per le quali non so dove sia tranquilla la riva al nostro egoismo, che quanto è tale tanto non può arrivare né dove siano la libertà morale e l’idea e il fine essenziale.

«Ma» mi direbbe il mio uomo «tutto ciò a me che importa? – Io so che sono sicuro e nella coscienza dei miei diritti e dei miei doveri libero e potente». Oppure con le parole di John Stuart Mill ("Saggio sulla libertà") «non è qui questione della cosiddetta libertà del volere che così inopportunamente viene contrapposta alla dottrina erroneamente detta della necessità filosofica, ma della libertà civile o sociale». Della «libertà d’esser schiavo» dunque? E va bene.

Infatti è questo che l’uomo cerca, è così che crede giungere alla gioia – né può uscire di sé per vedere di più. – Soltanto egli paga l’ignoranza col lento oscuro e continuo tormento – ch’egli non si confessa e che altri non vede – poiché il destino è come un’equazione e non si lascia ingannare.

È l’altro lato dell’iperbole. L’uomo è vivo ancora, occupa ancora uno spazio e qualche cosa piccola egli deve ancor sempre fare così ch’egli senta infinito il postulato della sicurezza.

Come all’altro lato, l’uomo non si sentiva mai tale da poter chiedere con qualche giustizia così come giusto per sé, così qui presume sempre la sufficienza della sua qualsiasi persona; e come l’altro postulava la giustizia nella liberazione dalla volontà irrazionale, così questo cerca la sicurezza nell’adattamento ad un codice di diritti e doveri: la libertà d’esser schiavo; dove l’altro domandava la soddisfazione attuale tutta in un punto, questo cerca il modo di poter continuar con sicurezza ad aver fame in tutto il futuro. E come quella era la via delle più grandi individualità che domandano un valore e lo assomigliano nella loro volontà libera e incrollabile, questa è la via del disgregamento dell’individualità, di coloro che si preoccupano della vita come se già avesse valore (sufficienza) e vivono oς eόντος l’assoluto con la previsione limitata all’attimo – ché l’uno ama e volge gli occhi al possesso totale, all’identificazione – l’altro è tenero e zelante di ciò che crede possedere, perché rimanga per lui anche in futuro, mentre tanto lo possiede quanto è posseduto. «E si rivolge alle cose che sono dietro a lui». Ricordatevi della femmina di Lot – dice Cristo 'Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva'. (Lc 17, 32-33). – Questa è la via che ognuno batte, se voglia procacciarsi il piacere della vita. Ma qui troviamo questi individui ridotti a meccanismi, previsione attuata nell’organismo, non però, come ci aspetteremmo, vittime della loro debolezza – in balìa del caso, ma «sufficienti» e sicuri come divinità. – La loro degenerazione è detta educazione civile, la loro fame è attività di progresso, la loro paura è la morale, la loro violenza, il loro odio egoistico – la spada della giustizia".



APOCALISSI ALIENE: il libro

19 dicembre, 2009

Attraversare le tenebre

Solo un Dio ci potrà salvare.(M. Heidegger)

Una mattina come tante... all'apparenza. Mentre, in auto, percorriamo il tragitto per raggiungere il posto di lavoro, si susseguono i fotogrammi dell'inferno, un inferno tenuto a forza fuori dalla nostra monade di illusoria normalità.

Cieli spaccati in cui naufragano stormi ebbri di follia, larve giallognole di lampioni nella nebbia, brandelli di voci, morsi di silenzio...

Un giorno come tanti... ma l'orrore è tutto intorno a noi. L'orrore è nella ragnatela invisibile che invischia le menti, nel delirio digitale, nel guazzabuglio di inutili, agonizzanti canali con i televisori presto trasformati in loculi.

Una sera come tante, con il crepuscolo invaso da meduse sanguinolente e trafitto da artigli di oscurità.

Abbiamo attraversato le tenebre, alla luce tremolante della fiaccola, ma il combustibile sta per finire ed i prossimi passi saranno nel buio più duro.

Domani come allora, quando le mani si aggrappavano a tralicci di rovi.




APOCALISSI ALIENE: il libro

AddThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...