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26 marzo, 2017

Dino Buzzati: oltre il silenzio delle cose



Dino Buzzati (Belluno 1906 - Milano 1972), narratore, poeta, pittore e giornalista è noto soprattutto per il romanzo “Il deserto dei Tartari” (1940). Il suo stile è dimesso, la prosa è quasi grigia, eppure talora scintilla di improvvise accensioni liriche, si rileva in una massima pensosa, in una pennellata che cristallizza uno stato d’animo, un angolo di paesaggio: in questo modo l’ispirazione dello scrittore bellunese si anima di fremiti indimenticabili.

Di solito il discorso narrativo nei racconti – tra le sue cose migliori – procede lineare, con svolte inavvertite: sono snodi che sovente portano ad una rivelazione terribile, ad un epilogo tragico, ma la climax è lenta, estenuante e conduce alla conclusione attraverso passi tanto progressivi quanto fatali.

Buzzati è artista dalla vena metafisica: egli guarda alla realtà, scorgendone indizi surreali. Ascolta la natura e ne ode l’eco del soprannaturale, come se il confine tra l’al di qua e l’al di là fosse solo la linea sempre esitante della penombra.

La vita è esplorata in tutte le sue sfaccettature: la solitudine e l’incomunicabilità, l’anelito verso Dio, l’enigma della sofferenza e delle malattie, la ricerca inesausta, eppure sempre frustrata di un senso (si pensi al celebre testo “Il colombre”), la calamità che si abbatte fulminea su esistenze ordinarie, il tempo con il disfacimento, la santità e la depravazione… Il tono è per lo più elegiaco, ma non mancano sbuffi ironici.

Buzzati sfiora e fa vibrare un po’ tutte le corde delle emozioni e dei sentimenti: il suo tocco è delicato, gli accordi ed i contrappunti sommessi, come se l’autore avesse pudore ad interrogare il mistero del reale, per paura di ricevere le risposte che possiamo intuire.

Un’onda di malinconia fluisce in molte novelle, anche nelle storie rischiarate dalla fede, per bagnare dialoghi e personaggi colti nella loro nuda, vera umanità. A volte un’angoscia innominabile permea le pagine del N. e si coagula in scioglimenti che non sciolgono il dramma, lasciandoci con un nodo in gola. Sempre sentiamo palpitare una voce che evoca qualcosa di distante, di arcano, di spirituale.

Di seguito alcune riflessioni e sentenze tratte dai racconti di Buzzati.

“In cuor suo, Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non succedessero, ma impedirlo non può, perché è stato da lui stesso deciso”.

“Il pianto di un bimbo basta ad annullare il mondo”.

“Neppure noi sappiamo ciò che ci attende; nessuno può conoscere i dolori, le sorprese, le malattie destinate forse all’indomani”.

“Percepivo già il tempo che s’era già impadronito di me e cominciava a divorarmi”.

“Ogni vero dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro”.

“Poi la giornata ricomincia a macinarmi con le sue aride ruote”.

“Anche noi nella notte, in mezzo alla campagna solitaria, non siamo più che ombre, fantasmi scuri con dentro l’invisibile carico d’affanni”.

“I cuori, quelle buie, sanguinanti scogliere”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 gennaio, 2013

Un ricco nel regno dei cieli

Si demonizzano la ricchezza ed i ricchi. E’ vero: “E’ più facile che una gomena entri in una cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli”. Tuttavia anche fra i poveri talora albergano la malizia e l’invidia. [1]

Il denaro di per sé non è esecrando, purché sia risultato del proprio ingegno e del proprio lavoro, purché non provenga dall’usura e dalla frode. Il problema si pone quando si è sopraffatti dalla cupidigia, dalla sfrenatezza, dalla spilorceria: il denaro possiede facilmente chi lo possiede. Ce lo insegna, ad esempio, il bellissimo racconto “La giacca stregata” di Dino Buzzati, il cui protagonista si arricchisce, dopo che un mefistofelico sarto gli ha cucito una giacca. Nella tasca dell’abito, l’uomo trova mazzi di banconote che si materializzano magicamente ogni qual volta sono perpetrati dei delitti. Sono banconote insanguinate.

Si obiurgano i detentori di capitali, le persone che vivono negli agi, ma se sono imprenditori onesti che creano occupazione, contribuendo al benessere del consorzio umano, perché deplorare che amino le comodità? Perché condannarli, se si tolgono qualche capriccio? Se gli indigenti avessero molta pecunia, deciderebbero di vivere in modo spartano? L’oppressione fiscale che toglie a tutti per rinsaldare un sistema iniquo non è forse più detestabile del desiderio di una vita confortevole? Immense risorse sono risucchiate da banditi che locupletano sé stessi ed i loro maggiordomi (i “politici”) in modo abietto. Questa ricchezza è vergognosa: è la conseguenza di un ladrocinio legalizzato, di un furto di stato.

Gli asceti ed i fautori del pauperismo hanno alcunché di fanatico. Tuonano contro lo sfarzo in cui forse vorrebbero nuotare. Lasciamo ai doviziosi le loro ville, le tenute, i panfili, i gioielli, i quadri… Se essi traggono felicità dalle cose, che se la godano. Se la felicità è altrove, non li invidieremo, sapendo che essi cercano quanto nessuno trova facilmente. Se sono tanto attaccati alla “roba”, il distacco da essa sarà per loro assai più doloroso che per chi ha imparato a dare il giusto valore ad ogni bene.

Sarebbe auspicabile che ognuno potesse vivere in modo decoroso, lontano sia dalle ristrettezze sia dalla magnificenza più pacchiana. Sfortunatamente le sperequazioni sono la norma: masse di diseredati in tutto il mondo languiscono, mentre pochi privilegiati oziano tra lussi sibaritici.

Non sarà, però, qualche nuovo, esorbitante balzello sui redditi più alti ad instaurare la giustizia sociale.

[1] La sentenza “E’ più facile che un cammello entri in una cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli” è l’effetto grottesco di un grossolano errore nella traduzione.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

22 aprile, 2012

Lunatic moon

Vorrei valorizzare e ripristinare il semplice gesto di guardare in alto. (J. Hillmann)

Nel racconto intitolato “L’incantesimo della natura”, Dino Buzzati narra di Adolfo Lo Ritto, pittore e decoratore, il cui menage con la moglie Renata, molto più giovane di lui, è rovinato da continue liti ed incomprensioni. Una sera la donna rincasa tardi, dopo aver trascorso – a suo dire – la serata al cinematografo con un’amica. L’uomo, però, pensa che la consorte lo tradisca e la provoca: ella reagisce con volgari insulti. Quindi, per troncare l’alterco, va alla finestra e si affaccia al davanzale…

All’improvviso, sgomenta chiama Alfonso esortandolo a guardare: “Era la Luna, ma non la placida abitatrice delle notti, propizia agli incantesimi d’amore, discreta amica al cui lume favoloso le catapecchie diventano castelli, bensì uno smisurato mostro butterato di voragini. Per un ignoto cataclisma siderale, essa era paurosamente ingantita ed ora, silente, incombeva sul mondo, spandendovi un’immota ed allucinante luce, simile a quella dei bengala.”

Di fronte allo spaventevole spettacolo, mentre si odono schianti di imposte aperte e sbattute, richiami, urla d’orrore, Renata, stringendosi ad Adolfo, lo prega di perdonarla per la sua freddezza. Infine un infernale boato echeggia dalle viscere del mondo… [1]

La potente fantasia di Buzzati ci proietta in uno scenario forse non così implausibile: la Luna potrebbe deviare dalla sua orbita per accostarsi alla Terra o per allontanarsene. Di recente sono state osservate delle anomalie riguardanti Selene: stando ad osservazioni di astrofili, il “nostro” satellite avrebbe subito una rotazione di circa 20 gradi per disvelare parte del suo volto tenebroso. Fu nel gennaio del 2001 che si principiò a notare qualche stranezza: oltre alla rotazione, uno schiacciamento dei poli in concomitanza con un ulteriore indebolimento del campo magnetico terrestre, attenuazione che data dal I sec. d. C.. La N.A.S.A. stessa, quasi sempre incline a censurare ed a disinformare, ha comunicato che le dimensioni del disco lunare si sono accresciute. È’ dovuto ad un avvicinamento? [2]

Il fenomeno si nota soprattutto quando il corpo celeste si trova all’orizzonte: allora appare grosso modo più grande rispetto al normale del 14 per cento nonché più luminoso.

E’ facile intuire quali conseguenze potrebbe determinare una Super Moon: maree, terremoti, crescita delle piante, comportamento di uomini ed animali etc. dipendono dagli influssi del satellite e ci limitiamo alla Selene visibile… La coppia Terra-Luna può essere reputata come un microsistema planetario, viste la notevole mole del satellite che, per una serie di incredibili coincidenze, ruota attorno a Gaia in modo da mostrare sempre lo stesso lato.

Non è l’unico mistero che avvolge la Luna: satellite naturale o, come si azzarda, artificiale, una specie di Morte Nera, come nella saga fantascientifica “Star wars”? Landa disabitata o avamposto di civiltà esterne? Corpo “reale” o proiezione olografica, come sostiene qualcuno? Che cosa si cela poi sulla dark side? [3]

Non sappiamo se, per eventi siderei inattesi, la Luna stia mutando la sua posizione nel firmamento o se, in questo gioco di specchi che è l’universo, stiamo guardando riflessi di riflessi ed ombre di ombre. Resta un dato di fatto: qualcosa nel cosmo, in questo annus fatidicus, appare cambiato e forse tali cambiamenti, che non riguardano solo la Luna né solo i fenomeni, sono il preludio di una più profonda trasformazione.

La breve storia di Buzzati, oltre ad essere un mirabile saggio di bravura nel sapiente spartito narrativo e per l’incantato realismo, è un implicito monito a non indulgere alle ingombranti quisquilie della vita quotidiana, uno sprone a guardare oltre. Sempre.

[1] Il testo appartiene alla raccolta “Sessanta racconti”.

[2] Nella serie televisiva di fantascienza “Spazio 1999”, ideata nel 1973 da Gerry e Sylvia Anderson, si immagina che un’esplosione nucleare sbalza la Luna dalla sua orbita. La finzione talvolta si intreccia alla realtà.

[3] Alcuni ricercatori pensano che anche Phobos, uno dei due satelliti di Marte, sia artificiale… un’ipotesi lambiccata?

Articolo correlato: Freeskies, Rotazioni lunari, 2012

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 dicembre, 2010

Il mantello

"Il mantello" è un celebre racconto di Dino Buzzati. Dopo molto tempo, il figlio, Giovanni, partito per il fronte, torna a casa, accolto dalla gioia incontenibile della madre e dei fratellini. La donna, abbracciato il giovane, lo esorta invano a togliersi il mantello. Poi offertegli una tazza di caffé fumante ed una fetta di torta, invita il soldato ad entrare nella sua camera rimessa a nuovo, ma Giovanni esita, si guarda intorno, risponde a monosillabi alle amorevoli parole della mamma. Infine uno dei fratellini, Pietro, solleva il lembo del tabarro e vede una ferita sanguinante. L'uomo si congeda e si allontana, tra lo strazio dei familiari, con uno sconosciuto che l'ha atteso pazientemente durante l'addio.

Nell'incipit della novella l'autore intreccia la narrazione ("sua mamma stava sparecchiando") alla descrizione emotiva ("la speranza cominciava a morire"), permeata di grigiore. Poi il racconto si dipana per mezzo di dialoghi accorati tra la donna ed il figlio, dialoghi strozzati in monologhi, intessuti di domande angosciose, di slanci disperati per culminare in un cruento Spannung. La morte, che è il centro della storia, è evocata sin dal primo nucleo con l'immagine delle cornacchie, poi nella figura imbacuccata che cammina adagio là fuori, nel cancelletto verde, confine tra due dimensioni.

La bellezza della storia è soprattutto nel commovente ritratto della madre: la sua sofferenza infinita, pari solo al suo infinito amore, è come sacra, scolpita in un'ambascia indicibile, piena di dignità. Buzzati, più che narrare l'incontro con la morte, che resta sullo sfondo, simile ad un'ombra silenziosa, ad un'eco incombente, sceneggia un appuntamento con il destino. L'ultima partenza è già nella partenza di Giovanni per la guerra; l'addio definitivo è già "nella pena misteriosa ed acuta" che nasce nell'animo della donna, "in mezzo ai turbini della grandissima gioia".

Un oscuro presentimento attraversa tutto il racconto e si insinua fra gli incanti di un futuro impossibile ("Ormai era tornato, una vita nuova davanti, un'infinità di giorni disponibili senza pensieri, tante belle serate insieme, una fila inesauribile che si perdeva di là delle montagne, nelle immensità degli anni futuri"), serpeggia fra le primaverili illusioni ("tra poco cominciava la primavera, si sarebbero sposati in chiesa, una domenica mattina, tra suono di campane e fiori"). Il presagio divampa “tra bagliori di fuoco e si poteva pensare che anche lui fosse là in mezzo, disteso immobile a terra, il petto trapassato, tra le sanguinose rovine”. L’ominosa sensazione si materializza nella scena conclusiva, di sapore quasi gotico, “con i due cavalli che partirono al galoppo, sotto il cielo grigio, non già verso il paese, no, ma attraverso le praterie, su verso il nord, in direzione delle montagne. “

Così all’entusiasmo della madre fa da contrappunto la mestizia ed il pallore del figlio, ritrovato per un istante e per sempre perduto. Nei gesti pesanti e rassegnati del giovane, nella sua voce opaca, nella luce spenta che filtra dalle imposte è scritto quel che deve accadere. Se il libero arbitrio è la consolazione che può accompagnarci nel viaggio della vita, pare che il momento finale sia deciso ab aeterno. La fine è incisa sulla porta spalancata verso lo spazio, doloroso e mirabile, dell’esistenza.



APOCALISSI ALIENE: il libro

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