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01 aprile, 2009

I

Singolare che il lungo, tortuoso percorso delle lingue indoeuropee sfoci in I, più che pronome di prima persona, figura araldica.

Osserviamo: il tratto verticale è veramente l'io, l'uomo che si pianta nel reale. E' un uomo-albero con un abbozzo di radici (la linea inferiore) ed uno di chioma (il breve segmento superiore). Profonda verità: l'uomo ha le radici che allignano nella Terra e l'intelligenza che scruta il Cielo. E' anche, come comprese Giovanni Pico della Mirandola, il dilemma tra l'ascensione verso una natura angelica o la caduta nella materialità. Questa esile linea evoca anche la cosciente, grandiosa fragilità che Blaise Pascal riconobbe nella condizione umana.

Così, nell'inglese, lingua ormai imbastardita e dura, a causa soprattutto della perdita della flessione, si isola questa orgogliosa colonnina (a volte troppo: non sarebbe preferibile scrivere il pronome con la minuscola, quando non è al principio di un enunciato?) che spezza lo spazio e, mentre cerca di sfiorare il firmamento, è irrigidita nell'ego, indurita in una concrezione che chiamiamo corpo. Non è certo in questo involucro l'identità né nella mente egocentrica: la vera identità è fluttuante, onda che si mesce ad altra onda, pietra permeabile. I pensieri provenienti dagli orizzonti del cosmo e dai recessi delle anime attraversano possibilità di esistenza che affiorano dal nulla per ritornarvi.

L'io emerge alla nascita, ma solo più tardi diventa ego, il cerchio chiuso in sé stesso, dimentico dell'inebriante. leggero essere in bilico sul non essere. L'identità, nella prima infanzia (sia filogenetica sia ontogenetica) è soggetto ed oggetto insieme, è percezione che percorre le dimensioni invisibili, vertigine tra gioia spaventevole ed insignificante dolore. E' una freccia che, una volta scoccata, colpisce differenti bersagli. Soprattutto è libertà dal Tempo, il padrone arcigno dell'esistenza. Per questo motivo difficilmente qualcuno di noi ricorda gli anni dell'iniziale puerizia: semmai assaporiamo ancora qualche acre sentore, ne sfioriamo superfici scabre o lisce, ma non riusciamo a rievocare per immagini, poiché la vista, senso astratto per eccellenza, era ottenebrata (quanto luminose erano quelle tenebre!) da sensazioni corpose, avvolgenti, umide di terra e calde di sole. Era il tempo dell'unità senza che ci si sentisse uno, della non dualità: la logica e la separazione sono i frutti amari della coscienza di sé, come alterità rispetto ad un mondo da cui siamo stati espulsi. Qui e lì, ieri ed oggi con la propaggine incerta del domani: la vita si di-vide, si esteriorizza e diventa ex-sistenza. La memoria crea l'illusione della persistenza, il carattere si forma scolpito o scheggiato, persino frantumato dagli eventi. Le esperienze si sedimentano per formare un sottile substrato che il futuro dilaverà, porterà via.

Osserviamo la I di I. E' il nostro essere filiforme divorato dallo spazio come in una longilinea scultura di Alberto Giacometti. La risposta è nell'accettazione: sparire non è annullamento, ma passaggio e ritorno al puro essere, al Sé. Non è condanna, ma quiete e liberazione.

Articolo correlato: Zret, T, 2009



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