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12 gennaio, 2018

Domani



E’ inevitabile: gli uomini non riescono a vivere il presente, piuttosto tendono a proiettarsi nel futuro, quando non si ripiegano sul passato. Si è che l’adesso, oltre ad essere insoddisfacente, è quanto mai effimero: così ci protendiamo, pieni di ingenue speranze, verso l’avvenire. Non sappiamo neppure se domani saremo ancora vivi, ma non ci stanchiamo mai di progettare, antivedere, concepire, come se il futuro ci appartenesse, come se fosse una miniera di opportunità e di gratificazioni.

Lo stesso Nietzsche, fra i pochi pensatori che non si lascia incantare dal miraggio dell’avvenire, dalle “magnifiche sorti e progressive”, nel momento in cui esorta a vivere l’istante onde sia riempito di gioiosa accettazione dell’esistenza, non vince del tutto l’istinto a proiettarsi nel tempo futuro, dacché, spinto da un disperato ottimismo, è incline a vagheggiare in un'età lontana l’avvento dell’oltreuomo.

La religione e la scienza, ma pure la politica promettono l’eldorado: basta saper aspettare… e si aspetta Godot.

“Domani”: mai vocabolo fu più evocativo, mai vocabolo fu più vuoto.

A differenza di quanto il volgo ripete, l’incitamento di Orazio “carpe diem” non solo non significa “cogli l’attimo”, bensì “afferra il giorno”, ma soprattutto non esprime un triviale edonismo, quanto un’esortazione a strappare ad un destino avaro le pochissime gioie che ci può forse offrire, con la consapevolezza che il domani incombe, foriero di incognite e di insidie.

Più dei filosofi, i poeti additano le verità, non di rado sgradevoli. Leopardi, nel celeberrimo “Sabato del villaggio”, c’insegna a non riporre fiducia alcuna nel futuro: “diman tristezza e noia recheran l’ore”. La fede nell’avvenire è solo una delle tante illusioni che consentono all’umanità di sopravvivere: è il monito che echeggia pure nel “Dialogo di un passeggere e di un venditore di almanacchi”. L’anno nuovo, che popoliamo di disegni e di sogni, se non sarà simile all’anno che l’ha preceduto, sarà peggiore.

Così, anche se siamo consci nel nostro intimo del perenne, sempre risorgente inganno, ci lasciamo ammaliare dalle sirene del futuro. Eppure, come le sirene che affascinano Ulisse, che cosa può garantire il futuro? Solo la morte.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

17 giugno, 2017

Cenere



I giorni non passano: essi appassiscono, anzi si sbriciolano, si inceneriscono. Anche quando siamo stati creativi o abbiamo compiuto un'azione lodevole, ci pare che un altro giorno sia stato inghiottito dal nulla.

I dì si susseguono tutti differenti, tutti uguali, lasciando tracce invisibili. Che cosa manca? Che cosa rende il tempo fumo? Che cosa trasforma la vita in cenere?

In cuor nostro conosciamo la risposta a queste domande, ma non riusciamo neppure ad articolarla, perché il cuore è fuso con il più abissale non-senso.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 giugno, 2017

Trasalimento



E il calcolo dei dadi più non torna. (E. Montale)

Sempre più spesso accade a chi scrive, a parenti ed amici che, mentre si verga o si legge una parola, la medesima è udita, pronunciata da qualcuno. E’ il noto sincronismo esplorato – non chiarito – da Jung e da Pauli.

Il fenomeno è quanto mai sconcertante, perché si palesa sovente con vocaboli non molto comuni: si è dunque propensi ad escludere una mera casualità. Se, però, non è una manifestazione fortuita, che cos’è il sincronismo junghiano e quali sono le sue radici?

Semplificando le ipotesi esplicative sono due: tutti gli eventi, di là dalla loro apparente dislocazione lungo l’asse temporale, coesistono in un unico stato asincrono. Così, mentre percepiamo una sequenza di avvenimenti, in realtà essi sono già tutti accaduti: la simultaneità è, per così dire, una smagliatura nel tessuto cronotopico con cui il “futuro” irrompe nel “presente”.

Un’altra spiegazione potrebbe essere la seguente: il sincronismo è il segnale di una dimensione parallela alla nostra, un livello dove gli accadimenti si sviluppano secondo una direzione diversa, ma con qualche momento in cui le due realtà si intersecano, generando la coincidenza significativa.

A prescindere da queste e da altre possibili speculazioni ed indagini sulla natura del sincronismo junghiano, dobbiamo osservare che, più dell’evento in sé, è l’eco emotiva associata che sorprende. Infatti, quando si inciampa in una concomitanza, si trasale: a che cosa si deve tale turbamento, se non all’indefinita, eppure netta sensazione che tutto sia necessario, predestinato? Così, mentre si prova questa sensazione, ci si percepisce disarmati di fronte ad una forza recondita ed inscalfibile.

Se il sincronismo è l’indizio di una fatalità, si comprende perché taluni possono antivedere l’avvenire: essi semplicemente leggono ciò che è destinato a succedere, come chi, desideroso di conoscere in che maniera si dipana e conclude la trama di una storia, decide di saltare le pagine o di avvolgere rapidamente il nastro per giungere all’epilogo. Tuttavia è spesso preferibile non sapere, è preferibile ignorare il disegno tracciato dagli dei.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

23 ottobre, 2016

Falene



Che cosa scrivere di originale a proposito della noia, dopo che autori come Leopardi, Pessoa e Moravia - solo per menzionarne alcuni - hanno vergato pagine memorabili su tale tema? Eppure certi soggetti sono simili ai classici, testi che non smettono mai di evocare qualcosa di nuovo: così forse si può ancora svolgere qualche riflessione circa questa materia.

Giustamente Schopenauer ritiene che la vita umana sia come un pendolo oscillante tra la noia ed il dolore, suoi elementi costitutivi. Tuttavia è spesso la prima a prevalere, perché anche la sofferenza è, in fondo, il dominio della monotonia. Così l’uggia tende a fagocitare il patimento, ad appiattirlo in un’insopportabile abitudine. In fondo, il dolore è noia ed inquietudine insieme.

Che cos’è la noia? Senza dubbio è anche non sapere come occupare il tempo; è, come suggerisce Leopardi, un sentimento sublime, la consapevolezza di quanto è misero il destino di fronte al desiderio di infinito e di senso che alberga negli “spiriti magni”. Si è che tale sublimità della noia si avverte soprattutto nelle lunghe ore vuote, inerti, inani che costellano l’esistenza. E’ un vuoto che è sineddoche di un altro vuoto, essenziale, ontologico. E’ la mancanza di prospettiva tipica di giorni che sembrano tutti uguali, ma che sono fotocopie sempre più pallide di un originale smarrito. E’ la coscienza che nessuna palingenesi è dietro l’angolo, è la speranza logorata in un’attesa senza più attese.

Sì, il cambiamento non manca, ma è un cambiamento che rima con spavento. Anche questo è noia: il pigro sdrucciolare sulla china che porta alla decadenza ed alla fine. Sono ben altri i mutamenti che gli uomini con lo sguardo fisso oltre l’orizzonte, con la fronte sul vetro in un giorno di pioggia, vagheggiano.

Anche questo è noia: constatare che tutto si trasforma con lentezza indicibile. Si chiudono gli occhi per un istante: si riaprono per accorgersi che il volto del mondo è mutato a tal punto che non lo riconosciamo più, che non ci riconosciamo più in esso.

Il tedio, in modo all’apparenza paradossale, è soprattutto nella frenesia di azioni convulse più che nella stasi. Anzi, è proprio nell’intermissione del ritmo indiavolato che la noia può assurgere ad epifania di un possibile significato: illusione? Realtà? Non lo sappiamo, ma è in quegli attimi prodigiosi, in quegli istanti di ominoso oblio che si spalanca un abisso di luce.

Mentre il tempo ed il fato sbranano la vita, lasciando solo pochi brandelli di sogni, come falene di cenere fluttuante vicino alle fiamme, sorgono le costellazioni dall’oceano del silenzio.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

02 agosto, 2016

La morsa

Riteniamo che, se vogliamo recidere i legami, dobbiamo in primo luogo rinunciare alla ritorsione. Nietzsche scrive che “gli uomini magnanimi non sono vendicativi”. Non solo colui che non è animato da propositi vendicativi, si eleva al di sopra dell’uomo comune, ma crea i presupposti per una vita senza più ipoteche. Forse così ci liberiamo dei gravami che ci opprimono: da un lato cancelliamo il passato con i suoi debiti, dall’altro il futuro con i suoi obblighi.

Si capisce: non è per nulla facile. Quante volte gli altri ci deludono, ci tradiscono! Quanti sono invidiosi, ipocriti e maldicenti! Veniamo a sapere che persone in cui avevano riposto fiducia ci hanno diffamato, calunniato. La reazione istintiva è quella di rendere la pariglia. E’ comprensibile, eppure... In primo luogo s’innesca una reazione a catena, inoltre si resta impigliati in una pastoia… In prospettiva, lo spirito di rivalsa potrebbe determinare il nostro avvenire, anche quello che supera il cerchio della presente esistenza?

Com’è possibile dimenticare? Com’è possibile in situazioni estreme perdonare? In primo luogo, dobbiamo imparare a perdonare noi stessi. Se abbiamo commesso degli errori, se abbiamo compiuto delle azioni disdicevoli, non possiamo sempre rivangare quanto è accaduto. Basta. Cosa fatta, capo ha. Anche se siamo responsabili della nostra condotta, come ignorare le responsabilità delle circostanze, il ruolo del destino? Se continuiamo ad accusarci, a recriminare, la morsa del rimorso si stringe sempre più fino a stritolarci. Questo è l’unico risultato. Perdonare gli altri? Dimenticare i torti subìti, le bassezze? Dimenticare no, ma passarvi accanto, senza lasciarsi coinvolgere in modo eccessivo. Reagire con pungente ironia. Qualcuno o qualcosa provvederà affinché chi deve pagare il fio lo paghi.

Diversamente, si rischia di rimanere irretiti nella ragnatela delle esistenze, si rischia di restare intrappolati nel labirinto della ripetizione. Forse è questo in parte il significato dell’oscuro concetto di “eterno ritorno”, la perenne oscillazione di un fato insensato, il movimento immobile del tempo attraverso l’oceano dell’eternità. Invece dobbiamo mirare a trascendere il tempo che ci tempesta di schegge, dobbiamo mirare alla liberazione in questa vita. Dopo potrebbe essere tardi. Non forgiamo più catene di quante già ci vincolano.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

25 dicembre, 2015

Golden age



Riflessione dedicata agli adorati genitori.

Perché l’infanzia è l’età dell’oro? Perché la puerizia si accontenta di cose semplici: la sua magia risiede nella capacità di trasfigurare il mondo, di trasformare oggetti insignificanti in altrettante lance di Longino.

Ricordo che, quando eravamo bambini, assieme alla mamma addobbavamo l’abete natalizio non solo con i festoni, le stelle e gli angeli acquistati nella merceria, ma pure con palline create da noi: erano nocciole rivestite di carta stagnola. Era quello il momento più bello ed emozionante: appendere ai rami dell’albero quei piccoli pomi luccicanti. Era il tocco finale. Si restava ore incantati ad ammirare l’abete con le luci intermittenti che gettavano riflessi multicolori sulle decorazioni.

Perché l’infanzia è l’età dell’oro? Soprattutto perché la puerizia non è stata ancora sfiorata dalle ali gelide della morte. E’ un’età senza tempo, senza passato né futuro, concentrata in un presente dilatato ed aurorale.

Il giorno in cui, direttamente o indirettamente, si scoprono il decadimento, la malattia e la morte, tutto cambia. Da allora un’ombra, che neanche il Sole allo zenith riesce a cancellare, ci accompagna in ogni istante dell’esistenza. La morte (la nostra ed altrui), con la sua irrazionale implacabilità, incombe a somiglianza di un macigno in bilico su una cengia: è una roccia che da un momento all’altro può precipitare nel dirupo.

La morte e la vita s’intrecciano nell’esistenza a tal punto che non sapresti spiegare dove finisce l’una e comincia l’altra e vice versa.

Forse non ha torto chi pensa che la vita vera non sia qui, ma altrove, con un’età dell’oro che non è più collocata in un passato remoto ed irrevocabile, ma oltre l’orizzonte della nostra povera realtà, chiusa su sé stessa come un guscio inscalfibile. E’ un’illusione?

Svegliarsi un mattino ed essere avvolti dallo splendore dell’infinito…

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

28 ottobre, 2015

Prescienza e predestinazione

I numerosi esempi di pellicole cinematografiche che predicono un evento spartiacque come l’inside job del 9 11 ci inducono a riflettere sul nesso tra prescienza e predestinazione. Se, escludendo la mera coincidenza, è possibile prevedere il futuro, significa che qualcuno orchestra gli eventi e che, ad un livello superiore, essi si dispongono lungo una traiettoria predefinita.

Come abbiamo osservato in altre occasioni, la concatenazione degli avvenimenti potrebbe essere solo apparente, poiché le vicende paiono disporsi lungo una sequenza temporale, ma sono già accadute nell’istante ucronico. E’ naturale che tale configurazione ontologica esclude il libero arbitrio: esso non è solo la possibilità di optare tra A e B, ma anche la chance (abbaglio?) di piegare i fatti e la realtà alla propria volizione.

Si ripete che l’assenza della libertà umana distrugge la morale. E’ certamente così: infatti quale responsabilità etica hanno degli esseri le cui esistenze sono predeterminate al 100 per cento? Si afferma che Dio, pur conoscendo il futuro, lascia agli uomini la libertà di decidere e di agire. Nondimeno la prescienza divina, se non collide con l’idea di libero arbitrio, la immiserisce: quale valore può avere per l’Essere supremo un futuro di cui conosce ab origine tutto? E’ come se seguissimo un film, sapendo, sin dai titoli di testa, ogni particolare dell’intreccio sino all’epilogo, del sistema dei personaggi, della sceneggiatura etc. Che tedio! La prescienza non è meno noiosa della predestinazione.

Per tentare di superare l’impasse si potrebbe congetturare una Coscienza semi-incosciente (concezione ossimorica) che esperisce miliardi di situazioni, proiettandosi ora nel bene ora nel male. In quanto Coscienza unica essa è libera, ma, nel momento in cui si frammenta (dimenticandosi) nelle sorti dei singoli, questi sono predestinati, giacché si limitano a recitare, nonostante non ne siano consapevoli, uno dei tanti copioni scritti dalla Coscienza in trance. In questo modo si riuscirebbe a conciliare l’inconciliabile, ossia il fato e la libertà, rinunciando, però, all’idea di Provvidenza.

Purtroppo tentiamo di dar ordine alle cose, di rintracciare una logica nell’universo, laddove l’irrazionalità esplode in milioni di schegge. Così la stessa idea di Dio, più che essere difficile da concepire, è inaccettabile, perché non si riesce ad armonizzarla con la presenza perenne ed indomita del male. Ci ritroviamo allora in un "punto di Lagrange" dove la fede e la miscredenza si annullano a vicenda: mentre molti indizi depongono a favore dell’esistenza di un Creatore, altrettanti la smentiscono.

Che il non-senso, la malvagità ed il mysterium iniquitatis siano confinati nel tempo, non è motivo sufficiente per accogliere l’infinito, gelido silenzio in cui annegano le domande (e le richieste) lancinanti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

04 ottobre, 2015

Se il futuro è passato



Il futuro è un libro già scritto: basta inforcare gli occhiali adatti per leggerlo.

Un interessante studio sembrerebbe dimostrare che siamo dotati della capacità di precorrere gli eventi. In breve, l’organismo reagirebbe con un anticipo di qualche secondo ad uno stimolo esterno. Lo suggeriscono i risultati di oltre venti sperimentazioni condotte dai ricercatori di sette laboratori indipendenti. Una meta-analisi del fenomeno è stata eseguita dalla psicologa Julia A. Mossbridge della North western University e pubblicata sulla rivista specialistica, “Frontiers in Psychology” nell’ottobre del 2012.

In molti degli studi analizzati, ai soggetti erano mostrate delle immagini scelte a caso, per suscitare sensazioni emotive di vario genere ed intensità. Ancora prima di mostrare la figura, l’organismo della persona esaminata registrava già un riscontro appropriato. Le reazioni più forti si sono rilevate dopo aver mostrato l’icona, ma sono state rilevate dei leggeri feedback anche alcuni secondi prima, suggerendo così una risposta inconscia ad un impulso futuro. [1]

Se le risultanze della ricerca saranno confermate, si dovranno trarre delle inevitabili conclusioni. Quali sono, infatti, le implicazioni teoretiche e filosofiche di tali esiti empirici?

Ci pare che siano le seguenti.

• La coscienza erra su quando occorrono gli accadimenti: essi sono avvenuti alcuni istanti prima, ma la mente li percepisce in ritardo.
• Come corollario di quanto sopra osservato, si dovrebbe congetturare che il libero arbitrio non esiste, giacché l’io si limita ad annotare quanto già accaduto.
• Il tempo, inteso come sequenza di passato-presente-futuro, è un’illusione: tutti i fatti trascorsi, presenti e futuri sarebbero in realtà condensati in un istante atemporale, anche se colti dall’io lungo una direttrice cronologica, consequenziale e causale (di rapporto causa-effetto) ingannevole. L’avvenire potrebbe agire sul tempo trascorso, come sostengono i fisici quantistici, non secondo un principio causale, ma sulla base dell’ucronia dell’universo, ucronia che si abbina alla non-località del mondo subatomico.

Le correlazioni sin qui accennate tenderebbero tutte a smentire l’idea della libera volizione. Cadrebbe uno degli idoli più venerati da teologi, filosofi ed anche non pochi scienziati. Il condizionale è comunque d’obbligo: attendiamo ulteriori sviluppi.

[1] Sono indagini molto simili agli esperimenti di Libet. Vedi “Appunti sull’Idealismo di ieri e di oggi”, 2010

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

09 giugno, 2015

Upset Boulevard



L’incantesimo si spezzò quando fu versata la prima goccia di sangue.

A volte si ha l’impressione che l’universo sia un inferno ben congegnato. E’ ozioso tentare di scoprire i responsabili delle circostanze e delle azioni, soprattutto di quelle più brutali e sanguinose. Ogni cosa sembra obbedire ad una sua illogica geometria. Non pare che si apra una breccia nel muro dell’assurdo: ormai non si può più confidare in un tempo nuovo, in un mondo rinnovato. L’unico scampo non è un tempo nuovo, ma un non-tempo, una dimensione altra che ci liberi definitivamente dalle catene.

La stessa oscurità che ci avviluppa, quest’atmosfera crepuscolare da Basso Impero non sono il preludio di un crollo dalle cui ceneri possa sorgere una civiltà rigenerata, ma l’ineluttabile e definitivo tramonto della Storia.

“Tutto è perfetto così com’è”, ripetono molti. Esatto! Tutto è perfetto, ossia compiuto, sin dalla fondazione del mondo. Di fronte al male, ci sono esibite la simmetria, l’armonia: “Guarda come gli avvolgimenti delle galassie rispecchiano la disposizione dei petali delle rose!”. “Osserva come le conchiglie contengono il numero aureo”. E’ vero... e allora? Sono fenomeni molto belli, ma dov’è il senso? Franz Kafka lo esprime a chiare lettere: “Lontano da qui”. L’aspetto peggiore del male non è il male in sé, ma la retorica dolciastra con cui si cerca di negarlo o di giustificarlo.

Dove ci stiamo dirigendo? Le esperienze più lancinanti e le domande più acuminate ci conducono verso i territori inesplorati oltre la realtà materiale. Avvertiamo un‘impressione di frenesia, di incertezza: siamo semi di soffioni mulinati dal vento. Viviamo un’epoca disperata, ma le età precedenti hanno preparato questa costernazione che è nel cuore stesso dell’essere.

La vera sfida non è trovare le parole adatte per definire la condizione umana e neppure le risoluzioni per tentare di renderla davvero umana, ma riuscire ad immaginare la vita nel modo più straordinario possibile, oltre ogni limite, oltre ogni miseria. La risposta non è nelle parole, ma nelle pieghe del silenzio. Avremo il coraggio di concepire l’inverosimile, di addentrarci negli abissi più profondi per scoprirne le sconvolgenti meraviglie?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

03 aprile, 2015

Epifania



Un po' come quegli istanti nel cuore della notte, quando ti svegli di colpo da un sonno profondo con la coscienza lancinante, lucidissima di qualche fatto spiacevole: che sei destinato a morire, per esempio”.

Questo scrive George Orwell (pseudonimo di Eric Blair) nel romanzo “Fiorirà l’aspidistra”. L’autore in questa opera, meno nota rispetto ai classici “La fattoria degli animali” e “1984”, ma non meno pregevole, riesce a fotografare con la lucidità che lo contraddistingue uno dei rari momenti epifanici della coscienza umana.

Davvero capita di destarsi nottetempo e di sentirsi sprofondare nell’abisso del nulla, di naufragare nell’oceano della solitudine. Ci domandiamo: che cosa succederà domani? Che cosa sarà di noi tra un anno, cinque, dieci? Il passato, il presente ed il futuro si fondono su un fondale indistinto.

L’identità si sente smarrita sul baratro dell’ignoto ed il buio è solcato da interrogativi cosmici. Il male potrebbe essere irredimibile, i patimenti potrebbero essere inutili e l’assurdo sembra il perno dell’universo. Siamo in bilico tra un caso insensato ed un destino iniquo. Frana la terra sotto i piedi, mentre l’angoscia fagocita la ragione. Intanto un freddo bagliore di numeri rischiara l’oscurità della camera, scandendo la fatalità del Tempo.

E l’alba a dissolvere quelle ombre, anche se qualche fosco velo continua ad aleggiare tutto intorno…

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

07 marzo, 2015

Esiste il Paradiso?



Esiste il Paradiso? La risposta a questa domanda implica postulare che sussista una dimensione metafisica, oltre la realtà galileo-newtoniana e persino di là dall’universo quantistico, una realtà in cui le “leggi” naturali sono del tutto trascese. E’ impresa ardua concepire tale regno della beatitudine perfetta, non solo in quanto l’umanità e l’esistenza offrono solo pallidi e rari simulacri dell’Eden, ma pure perché, se l’inferno si può immaginare moltiplicando ad infinitum il tempo, situazione di cui abbiamo esperienza, tale dato non si può sussumere, quando si pensa il Paradiso.

Il Paradiso, infatti, è non-tempo: se la felicità fosse protratta nell’arco temporale, essa risulterebbe alla fine noiosa, terribile quasi quanto l’Inferno. Pertanto l’immagine degli angeli che intonano canti in lode di Dio è appunto solo un’immagine: essa evoca un’armonia perfetta, attraverso la metafora delle creature celesti immerse nella pace e nella luce spirituale. Il Paradiso, descritto nella letteratura (si pensi in particolare alla “Commedia”) attraverso, similitudini, metafore ed esempi, non è, però, una metafora.

L’Empireo, se esiste, non è solo il compimento dell’uomo, la sua piena realizzazione nel disegno cosmico, ma è riconciliazione della natura con sé stessa, ritorno alla perfezione primigenia, redenzione definitiva dal Male, apocatastasi. E’ il ritorno a casa.

Il Cielo è dunque la compiuta ipostasi del Bene, senza incrinature né ombre. E’ il Principio, prima che esso scivoli nel tempo e nello spazio, prima che si deteriori nella storia, prima che esso si di-vida da sé stesso.

A questo punto si pone, però, un problema: quando, dopo incalcolabili cicli cosmici, il Tutto rientrerà in sé stesso, il giorno in cui il Male sarà estirpato in ogni dove, non si creerà una stasi, preludio forse di un annichilimento finale, visto che l’essere scaturisce dal contrasto? Non sarà quindi l’apocatastasi una situazione transitoria, destinata ad essere superata da una nuova (dis)avventura della Coscienza lungo uno degli innumerevoli percorsi ontologici?

Tuttavia se la Coscienza è onnipotente, essa potrà sanare tale contraddizione in modo da armonizzare eternità e tempo, immobilità e moto, divino ed umano, essere ed esistenza.

I “Nuovi cieli e la nuova terra” sono la palingenesi, oltre ogni determinazione concettuale e linguistica, persino oltre ogni intuizione. Questo è il Paradiso assoluto, mentre il Paradiso individuale è forse un’inesprimibile condizione in cui la corda del tempo è come allentata: l’itinerario del singolo prosegue, senza più il peso della corporeità ma con l’anelito verso una conoscenza sempre più profonda, verso una progressiva purificazione.

Il Paradiso è il luogo del Nulla e del Tutto, il luogo del Silenzio: infatti non ne sappiamo nulla, ma comprende tutto. Infine l’unica parola che può descriverlo è il silenzio.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

25 giugno, 2014

Appartiene ad un altro…

Nella celeberrima lirica “Cigola la carrucola del pozzo”, Eugenio Montale descrive un’avventura della memoria. Il riflesso sulla superficie dell’acqua contenuta in un secchio evoca il volto di una persona amata, ma presto quell’immagine si dissolve. Il ricordo si perde nell’oblio, in un passato irrevocabile, nella distanza dell’incomunicabilità.

Come spesso avviene, le parole più suggestive degli autori sono atrofizzate in interpretazioni banali. Si leggano i seguenti versi: “Accosto il volto a evanescenti labbri: / si deforma il passato, si fa vecchio,/ appartiene ad un altro...” “Appartiene ad un altro” non significa, infatti, che ora la donna condivide la sua esistenza con un altro uomo. Montale è conscio che l’identità individuale è labile, inconsistente, affidata ad una memoria di sé che è il tentativo di strappare alla dimenticanza ed alla fuga del tempo qualche brandello del proprio essere. "Appartiene ad un altro", ossia a qualcuno in cui non ci si riconosce, a chi non è più, al niente…

Che cosa garantisce che siamo gli stessi di un tempo? Solo l’abitudine a percepirci come coincidenza con le esperienze trascorse. Se cancelliamo la memoria, siamo ancora noi stessi? Esiste un substrato su cui alligna la coscienza o l’anima, per dirla con Hume, è un fascio di sensazioni? Una pianta che – si presume – non è dotata di facoltà mnemoniche, è ogni istante un essere nuovo?

Il paradosso della nave di Teseo (leggi Tèseo) esprime la questione metafisica dell'effettiva persistenza dell'identità originaria, per un ente le cui parti cambiano nel tempo; in altre parole, se un tutto unico rimane davvero sé stesso oppure no dopo che, col passare del tempo, tutti i suoi pezzi componenti sono cambiati con altri uguali o simili.

Si narra che la nave in legno sulla quale viaggiò il mitico eroe greco Teseo fosse conservata intatta nel corso degli anni, sostituendone le parti che via via si deterioravano. Giunse quindi un momento in cui tutte i pezzi adoperati in origine per costruirla erano state rimpiazzate, sebbene la nave stessa conservasse esattamente la sua forma originaria.

Ragionando su tale situazione - la nave è stata completamente rimpiazzata, ma allo stesso tempo essa è rimasta la nave di Teseo - la questione che ci si pone è la seguente: la nave di Teseo si è conservata oppure no? Ovvero l'oggetto, modificato nella sostanza ma senza variazioni nella forma, è ancora il medesimo oggetto o gli somiglia soltanto o è un altro?

Il paradosso si può riferire all'identità della nostra stessa persona che, nel corso degli anni, cambia in modo notevole sia sotto il profilo fisico sia sotto quello psicologico. Nonostante ciò, sembra che un quid individuale sia preservato.

Le attività psichiche (memoria, appercezione, proiezione…) paiono le garanzie di una continuità temporale da cui dipende l’idea della propria identità. Se tuttavia aboliamo il tempo, la concatenazione cronologica, che cosa resta? Siamo solidificati nella coscienza dell’io, ma nulla è più evanescente ed illusorio dell’io, leggero fardello, pesante piuma. L’io è prigione senza sbarre, è una cella i cui muri sono d’aria, una catena i cui anelli si spezzano, non appena si sprofonda nell’estraniamento da sé, nel non essere.

Montale, consapevole che l’identità è inconsistenza, sente il terreno franargli sotto i piedi. L’uomo, nel momento in cui intuisce che l’unico punto stabile e l’instabilità del ricordo (ora inafferrabile ora fallace ora sfocato ora unidirezionale) rischia di sdrucciolare nel nulla.

Eppure il senso di vertigine al cospetto dell’abisso è anche estasi sublime, emancipazione dai ceppi dell’ego. Davvero, dato che la vita è questa, “svanire è la ventura delle venture”.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

19 novembre, 2012

Epos

Paradossi e scosse dell’affabulazione

Che cosa spinge quasi tutti noi a raccontare quanto ci è accaduto? Si noti: molti ci trattengono per snocciolare episodi insignificanti e, non paghi di avercene resi partecipi una volta, ripetono l’insulsa storia ogni qual volta trovano l’appiglio idoneo. Non sono soltanto gli anziani ad amare la rievocazione di vicende o aneddoti del “buon tempo andato”, sebbene con il passare degli anni l’inclinazione affabulatoria si intensifichi.

Che cosa significa allora raccontare? Anzi, qual è lo scopo recondito? Ognuno ha il suo épos personale, pallidissima ombra dell’épos antico dove la diegesi di eventi archetipici assurge a simbolo, si eterna nella regione intangibile del mito. Quale differenza rispetto alla squallida e noiosa cronaca in cui si è intorpidito l’istinto narrativo! L’esposizione esemplare è stata eclissata dalla chiacchiera (Heidegger) in cui l’intreccio si sfilaccia, si sfibra. Secoli fa l’eco solenne dell’aedo scivolava nel mégaron sulle calde onde di luce che si sprigionavano dal focolare, oggi il borborigmo della chat

“In principio era il Lògos”... che è anche racconto. Dio narra a sé stesso il suo sogno infinito, ne dipana i fili che ora si aggrovigliano ora strangolano le galassie, i sistemi solari, le creature. L’universo è un grandioso romanzo senza né capo né coda, il delirio mistico di un febbricitante.

Quando ci ritroviamo a ripercorrere un evento del passato, nel nostro piccolo, strappiamo al tempo inesorabile un brandello di significato. Ci illudiamo di averlo strappato all’esistenza che è diaspora, entropia. Essa corre a rompicollo verso il decadimento e la senescenza, verso la fine.

Dio stesso non sarà roso da una struggente nostalgia per la condizione primigenia, prima che Egli si immergesse nel sangue dello spazio, prima che Egli si incarnasse nel tempo?

Un racconto di sapore ancestrale: narra il mito ellenico che Crono (il Tempo?), spodestando il genitore, Urano (il Cielo, lo Spazio?), lo evirò con un falcetto. Il Tempo è lo strazio del Cielo, il supremo sacrificio compiuto dalla “fondazione del mondo”. Il sangue dell’evirazione si spande per tutto l’universo, sino nei suoi angoli più remoti, si addensa e si impasta alla sofferenza ed alla morte. Il sangue è simbolo dell’èros, della vita e dell’espiazione ed è inutile piangere sul sangue versato. Così solo da un nume mutilato può nascere la generazione successiva delle divinità, sorgere la creazione. Il seme deve spaccarsi e perire affinché germogli. Il cosmo può esistere solo come carneficina, anzi come fallito suicidio per opera di Dio. La morte abbraccia la vita che alla fine è strozzata in un amplesso fatale.

Sotto un portico al freddo, Dio, affamato, la barba incolta, batte i denti guasti: non ricorda chi fu né perché abbia deciso di lanciarsi nel vuoto senza paracadute.

Descrivere, riferire, esprimere, comunicare… per ognuno di noi viene il giorno in cui finalmente potremo raccontare non un caso rilevante, ma l’avvenimento per eccellenza.

Quel giorno, però, dalla bocca non uscirà neppure un suono. Smaniosi di raccontare a chicchessia l’unico accidente che davvero merita di essere raccontato, non troveremo nessuno che ci possa ascoltare.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

10 novembre, 2012

Frammento di un romanzo disperso (I)

Il tempo consunto sta per finire e per... finirci.

[…] Entrò nella biblioteca di *** Dai vetri opalescenti delle finestre ad arco filtrava una luce vellutata che, scorrendo in rivoli negli incavi dei tendaggi, si allungava sui tappeti istoriati. Il barlume si mesceva all’alone ovattato del doppiere. Dai neri dorsi dei volumi, affiancati con austera precisione, si sprigionavano le scintille dorate dei fregi, a somiglianza di braci. Regnava il silenzio, appena rotto dal brusio della pioggia: come bocci che s’aprivano, fiorivano le ombre delle gocce sulla tappezzeria delle pareti.

Il secrétaire era in un angolo della stanza. Vicino si trovava una poltrona su cui era acciambellato un gatto siamese, unico essere vivente in quel luogo dove i libri e le suppellettili testimoniavano l’inesorabile fissità, lo stolido mutismo degli oggetti di fronte alle diafane vicende umane. Rifletté: le idee erano imprigionate in quelle pagine che presto nessuno sarebbe stato più in grado di leggere. Tutto era destinato all’oblio. Pensò a quanto fosse inconsistente ed inutile il sapere, custodito in quelle pagine incartapecorite: l’ospite, ormai prossimo ad internarsi nel regno dell’ignoto, aveva deciso di tenere per sé il segreto carpito ad uno di quei preziosi incunaboli, dopo lustri di studi appassionati e di pazienti consultazioni.

Il gatto, per nulla turbato dall’ingresso dell’estraneo, ma incuriosito, schiuse un occhio: l’iride azzurra brillò nella penombra, quasi tessera di lapislazzuli di un mosaico appena dissepolto.

La pendola scoccò le dieci di sera. L’eco dei rintocchi, attutita dai drappi e dal mobilio, si spandé in onde ramate. Fuori stava spiovendo. Egli si diresse verso la finestra: scostò la tenda e contemplò il cielo. Fra la chioma nereggiante delle nubi, pendevano, frutti lucidi, gli astri. Intorno la notte aveva la misteriosa profondità di un’abside. […]

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

14 ottobre, 2012

Mito


Quel ch’è stato e che sarà non è la realtà. (R.R.)

Si può comprendere per quale ragione Nietzsche provò uno sgomento indicibile, allorché fu folgorato dall’idea dell’eterno ritorno dell’uguale. Si può concepire qualcosa di più terribile? Il ciclo cosmico si ripete in eterno, senza alcun mutamento. Quel che accade oggi è già accaduto innumeri volte ed è destinato a rinnovarsi ad infinitum. Il tempo si avvita su sé stesso in un movimento che è paralisi nell’istante privo di senso. Il qui ed ora sono per sempre, con tutto il loro assurdo, insostenibile peso.

Se esiste una via d’uscita, essa non è in un’età rigenerata, ma nel mito. I miti antichi sono gli archetipi di eventi che sono collocati in un principio antecedente l’inizio stesso. Gli avvenimenti non si dipanano lungo una linea cronologica, ma si collocano in un spazio metafisico. Perciò gli eroi, sconfitto il tempo incarnato da creature spaventose, ascendono al cielo. Lassù i semidei sono trasfigurati in scintillanti costellazioni.

Il mito non è prima del tempo, ma al di fuori. Le avventure dei semidei adombrano un significato esemplare: la caducità trascesa nell’infinito. Così si avvera il sogno di un mondo salvato dal disfacimento o dalla perennità della caduta che non tocca mai il fondo. La vita si emancipa dall’errore primigenio, è redenta dalla sua insignificanza.

Che cos'è il mito, se non la verità che rifiuta di degradarsi nel verosimile?

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

22 maggio, 2012

L’anima vuota delle cose in un componimento di Valerio Magrelli

Valerio Magrelli (Roma, 1957) immette nei suoi componimenti contenuti intellettuali, “in cui assumono una forte incidenza gli elementi del pensiero e della riflessione; di qui il taglio argomentativo e raziocinante che usa frequentemente i termini di un lessico scientifico ed astratto. La sua è una scrittura rarefatta (quasi depurata, scarnificata) che opera un processo di astrazione della materia, sottoposta ad uno strenuo controllo razionale e formale. Il rigore che ne consegue esclude ogni effusione soggettiva o sentimentale, cancellando la tradizionale ingerenza del soggetto lirico, dell’’io’. Una realtà per cosi dire mentale viene restituita nelle forme di un’estrema stilizzazione”.(G. Baldi).

Su questa direttrice si situa la raccolta “Nature e venature” (1987), in cui gli oggetti atoni ed attoniti si dichiarano nella loro ontologia indecifrabile un po’ come nell’arte iperrealista di Domenico Gnoli. La natura stessa, nella citata silloge, esibisce i suoi ingranaggi meccanici, il suo disegno schematico: giustamente, a proposito del primo Magrelli, si è parlato di esprit de géometrie, ma è una geometria che, invece di definire una lucida presa sul reale e men che meno un suo presunto logos, evidenzia il carattere asettico del mondo, la sua gelida estraneità al flusso umano.

Così in una poesia di “Nature e venature” è fissato un orologio, emblema dell’erosione che seziona e spolpa la vita dell’uomo e dell’intero universo. “Con ingranaggi, lancette, dentature/ l’orologio sembra un carro falcato/ che fa scempio del giorno, ne dilania/ la salma, lede i legami e le giunture,/ trincia le ore, le disossa, come/ la rotazione della notte strappa/ la chiarità del cielo e mette a nudo/numeri, membrature, figure,/ lo scheletro brillante e nebuloso delle costellazioni”.

La “lirica” radiografa l’immagine del tempo stritolatore per consegnarla ad uno sguardo freddo, che spoglia il cosmo della sua pelle attraente per eseguire un’impietosa anatomia di un universo tecno-biologico. Il cielo è una pagina ruvida ed alle stesse costellazioni è sottratto il chiarore poetico sostituito dalla luce artificiale di un gabinetto medico. Il campionario inventariato da Magrelli ha alcunché di funereo, ma la morte non giace nel senso del declino e della fine, bensì nell’anima vuota delle cose. E’ qui rintracciabile la poetica del correlativo oggettivo, dove il gioco delle immedesimazioni si concreta in architetture di immagini e di suoni seghettati (“lancette, dentature, rotazione, strappa, membrature, scheletro”….), nelle rime taglienti, nei versi ghigliottinati dagli enjambements.

La visione di Magrelli è la lastra Röntgen di una vita che “equivale, però, ad una non-vita.” (G. Baldi).

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

16 luglio, 2011

Adesso

La nostra mente è sempre presa tra due fuochi, il passato con il suo strascico di ricordi e recriminazioni, ed il futuro, gremito di timori e di inani speranze. I pensieri brulicano: è un moto incontrollabile ed estenuante. Il pensiero pesa. Esso è radice di ogni infelicità. Dunque hanno ragione coloro che esortano a spegnere la mente, ad archiviare il passato che tanto, qualcuno sostiene, non esiste più, e ad annullare l’avvenire. E’ necessario concentrarsi sul presente e cogliere il potere dell’adesso, come recita il titolo di un celebre libro, sebbene io non sappia fino a che punto l'adesso sia tanto gradevole: sovente ha un sapore molto amaro.

Agostino aveva esaminato il tema con maggiore lucidità: se possiamo concludere, secondo una certa ottica, che il tempo trascorso e quello futuro sono mere astrazioni, nebulose propaggini di una mente mai paga di sé stessa, dobbiamo anche constatare che il tanto decantato “ora” è altrettanto inconsistente, essendo un attimo inafferrabile. Valorizzare l’ora è quindi eternare il nulla, trasferire il pensiero in una dimensione in cui si acquietano le idee, non perché trasmutate, ma in quanto annichilite.

Una vena di nichilismo percorre dunque gli insegnamenti che si prefiggono un’elevazione individuale, tramite il conseguimento del silenzio interiore. E’ così: al caos dell’esistenza si può fuggire solo negandola. Il movimento tautologico del destino umano ci spinge a riconquistare il nulla da cui proveniamo.

Pure le vie non basate sull’ascetismo sottendono un assottigliamento del pensiero, sorgente di inquietudine e di affanno. Infatti, se la vita non fosse tormentosa, non si avvertirebbe l’esigenza di ricondurla in qualche modo a quel non essere donde essa promana. Si riconosce quindi, sebbene in modo implicito, che la vita così com’è, è imperfetta ed innaturale. Solo chi è stato sconfitto desidera una rivincita.

“Tanto rumore per nulla”, ossia l’esperienza umana è così tumultuosa e travagliata che il fine ultimo del saggio deve essere il nulla. E’ l’unico obiettivo di un cammino disseminato di ostacoli, di un uomo sempre oscillante tra la grigia noia ed il corrosivo dolore. Di fronte un solo stretto passaggio: l’adesso con il suo potere. Peccato (o per fortuna?) che l’adesso non esista. E’ solo una metafora per indicare quella singolarità esistenziale in cui tutto (desideri, nostalgie, illusioni, aneliti… ) è risucchiato nel non essere, come un buco nero, secondo molti astrofisici, fagocita la luce.

Senza dubbio liberarsi dalla schiavitù della memoria e dalle catene delle aspettative è un obiettivo da perseguire per ottenere un po’ di calma interiore, ma bisogna essere consapevoli che svellere le radici significa rinunciare ad una ricca parte di noi, per quanto contraddittoria. Così al niente, inteso come non-senso ed assurdo dei giorni, si sostituisce il dono dell’adesso, il niente.

Solo il nulla può cancellare il nulla, anche se esso potrebbe essere, se mai troveremo la chiave, la porta per il tutto.


APOCALISSI ALIENE: il libro

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