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04 gennaio, 2016

Vasai



In questi ultimi tempi pullulano i manuali sui temi più disparati: addirittura oggi sono pubblicati libri che insegnano ad educare i figli. Spero non siano come i volumi che spiegano in che modo usare le mirabolanti, prodigiose capacità del pensiero quantico (sic), testi utili quanto una tessera del bancomat ad uno che si è smarrito nella foresta pluviale: se così fosse, sarebbero solo carta ed inchiostro sprecati. E’ comunque incontestabile: oggi alcuni genitori capiscono che il loro mestiere è uno dei più difficili; così a volte decidono, tra le altre cose, di compulsare un vademecum.

Sì, quello dei genitori è un mestiere, simile a quello del vasaio che, lavorando al tornio, modella il manufatto con magistrale perizia. E’ sufficiente un attimo di distrazione o di incertezza e l’artigiano si troverà fra le mani un inutile ammasso di argilla. I genitori hanno delle responsabilità enormi nell’allevare i rampolli: ogni loro azione, ogni loro parola può causare ripercussioni irreversibili. Essi devono sapersi muovere dimostrando equilibrio: devono perseguire un’aurea mediocritas tra severità ed indulgenza, tra indicazione di regole (non norme) e comprensione. Non è per nulla facile: perciò gli adulti che riescono in questa improba impresa meritano il plauso della società.

Credo che, qualora in talune occasioni si riveli necessario far pendere uno dei piatti della bilancia (il piatto della fermezza e quello della benevolenza), sia preferibile assecondare l’impulso all’accondiscendenza, poiché l’eccesso di durezza può ingenerare frustrazioni ed inibizioni, laddove una certa dose di clemenza, soprattutto se accompagnata da saggi chiarimenti della propria condotta, favorisce nella prole l’abitudine a valorizzare la libertà. E’ palese, però, che ogni circostanza richiede il suo specifico intervento: non si può ammaestrare ad essere maestri nella formazione sicché la saggezza, l’esperienza, il dialogo dovranno suggerire come regolarsi di volta in volta.

Se dovessi elargire un consiglio prezioso, mi richiamerei ad un aforisma di Kahil Gibran, il poeta libanese di religione cristiana. Egli in una sua opera ammonisce: “Ricorda che i tuoi figli non sono i tuoi figli”. Ha ragione. Il vaso plasmato dall’artigiano è un oggetto che egli ha creato, ma ormai appartiene a coloro che lo useranno o lo ammireranno per la bellezza della fattura e delle decorazioni. Questo è tanto più vero per i discendenti: essi, pur portando l’impronta dei genitori, sono creature libere, con una loro identità, con un loro destino. Lasciamo che corrano, che si sbuccino le ginocchia, che commettano i loro errori, come tutti. Apprendano dalla vita.

Si bandiscano dunque atteggiamenti possessivi, soffocanti. Si insegni, se possibile, con l’esempio, con il silenzio più che con le parole. Le parole stesse siano semplici, sincere, concettose.

Alle già immani difficoltà del mestiere di educatore oggi si sono aggiunti gli abnormi interrogativi su come preparare i figli a vivere in questo mondo sempre più satanico. Non è facile rispondere, ma non si può eludere il problema. In primo luogo è auspicabile che i genitori non mandino i propri figli in quel carcere del corpo e della mente chiamato in modo eufemistico ed ipocrita “scuola”. Si trovino nelle pieghe delle norme (non regole) quegli spiragli per crescere in casa, con o senza precettore, la prole. Si rischia altrimenti che il proprio bel vaso sia disintegrato in men che non si dica.

Ci si chiedeva: come abituare i figli a vivere in questo mondo satanico? Senza dubbio è da scartare l’idea di mentire e censurare: nel mentire e nel censurare è già esperto lo Stato satanico, con tutte le sue legioni di demoni. Ritengo che i bimbi possano essere, con gradualità e prudenza, avvezzati a confrontarsi con le tare del potere. Anzi, l’infanzia è l’età in cui si preferisce una pur sgradevole verità ad una zuccherosa menzogna. Facendo leva sull’istinto dei fanciulli per il vero, il bello, il giusto, si potrebbe presentare loro il sistema come un’anomalia destinata ad essere superata, diversa dalla realtà familiare, sede di valori inconcussi e di affetti profondi. Il fine potrebbe essere quello di addestrare figli pronti, sagaci, schietti, creativi, sensibili ai princìpi, all’arte ed alla natura, più che al denaro, all’ego ed all’immagine. L’ideale è quello del bambino indaco, intuitivo, estroso, compassionevole, sveglio, un bambino che, nei confronti dei coetanei nutra rispetto ma senza complessi di inferiorità.

Un mondo satanico quindi? Purtroppo sì a tal punto che lo Stato-Leviatano mira a strappare alle famiglie i propri figli, secondo quanto anticipato da Aldous Huxley in “Brave new world”. Distruzione del ceto medio e della piccola borghesia, totale eliminazione della proprietà privata, annullamento di tutte le libertà: questa è l’agenda del Nuovo ordine mondiale. Già oggi, con i pretesti più vari, succede che i figli siano sottratti a genitori ritenuti spesso a torto inadatti come educatori; in futuro la famiglia, come è comunemente intesa, potrebbe non esistere più ed i figli, sin dalla nascita, essere condizionati e “gestiti” da uno Stato-mostro.

Giungerà il giorno in cui rimpiangeremo i nuclei familiari più tormentati?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

25 giugno, 2014

Appartiene ad un altro…

Nella celeberrima lirica “Cigola la carrucola del pozzo”, Eugenio Montale descrive un’avventura della memoria. Il riflesso sulla superficie dell’acqua contenuta in un secchio evoca il volto di una persona amata, ma presto quell’immagine si dissolve. Il ricordo si perde nell’oblio, in un passato irrevocabile, nella distanza dell’incomunicabilità.

Come spesso avviene, le parole più suggestive degli autori sono atrofizzate in interpretazioni banali. Si leggano i seguenti versi: “Accosto il volto a evanescenti labbri: / si deforma il passato, si fa vecchio,/ appartiene ad un altro...” “Appartiene ad un altro” non significa, infatti, che ora la donna condivide la sua esistenza con un altro uomo. Montale è conscio che l’identità individuale è labile, inconsistente, affidata ad una memoria di sé che è il tentativo di strappare alla dimenticanza ed alla fuga del tempo qualche brandello del proprio essere. "Appartiene ad un altro", ossia a qualcuno in cui non ci si riconosce, a chi non è più, al niente…

Che cosa garantisce che siamo gli stessi di un tempo? Solo l’abitudine a percepirci come coincidenza con le esperienze trascorse. Se cancelliamo la memoria, siamo ancora noi stessi? Esiste un substrato su cui alligna la coscienza o l’anima, per dirla con Hume, è un fascio di sensazioni? Una pianta che – si presume – non è dotata di facoltà mnemoniche, è ogni istante un essere nuovo?

Il paradosso della nave di Teseo (leggi Tèseo) esprime la questione metafisica dell'effettiva persistenza dell'identità originaria, per un ente le cui parti cambiano nel tempo; in altre parole, se un tutto unico rimane davvero sé stesso oppure no dopo che, col passare del tempo, tutti i suoi pezzi componenti sono cambiati con altri uguali o simili.

Si narra che la nave in legno sulla quale viaggiò il mitico eroe greco Teseo fosse conservata intatta nel corso degli anni, sostituendone le parti che via via si deterioravano. Giunse quindi un momento in cui tutte i pezzi adoperati in origine per costruirla erano state rimpiazzate, sebbene la nave stessa conservasse esattamente la sua forma originaria.

Ragionando su tale situazione - la nave è stata completamente rimpiazzata, ma allo stesso tempo essa è rimasta la nave di Teseo - la questione che ci si pone è la seguente: la nave di Teseo si è conservata oppure no? Ovvero l'oggetto, modificato nella sostanza ma senza variazioni nella forma, è ancora il medesimo oggetto o gli somiglia soltanto o è un altro?

Il paradosso si può riferire all'identità della nostra stessa persona che, nel corso degli anni, cambia in modo notevole sia sotto il profilo fisico sia sotto quello psicologico. Nonostante ciò, sembra che un quid individuale sia preservato.

Le attività psichiche (memoria, appercezione, proiezione…) paiono le garanzie di una continuità temporale da cui dipende l’idea della propria identità. Se tuttavia aboliamo il tempo, la concatenazione cronologica, che cosa resta? Siamo solidificati nella coscienza dell’io, ma nulla è più evanescente ed illusorio dell’io, leggero fardello, pesante piuma. L’io è prigione senza sbarre, è una cella i cui muri sono d’aria, una catena i cui anelli si spezzano, non appena si sprofonda nell’estraniamento da sé, nel non essere.

Montale, consapevole che l’identità è inconsistenza, sente il terreno franargli sotto i piedi. L’uomo, nel momento in cui intuisce che l’unico punto stabile e l’instabilità del ricordo (ora inafferrabile ora fallace ora sfocato ora unidirezionale) rischia di sdrucciolare nel nulla.

Eppure il senso di vertigine al cospetto dell’abisso è anche estasi sublime, emancipazione dai ceppi dell’ego. Davvero, dato che la vita è questa, “svanire è la ventura delle venture”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

07 gennaio, 2014

Ego ed eco

Viviamo nell'epoca delle ciarle insulse per gli stessi ciarlieri.



Non sono pochi i brillanti conversatori, ma quanti sanno veramente ascoltare? L’ego ipertrofico impedisce a molti di udire nelle parole altrui, se non un’eco delle proprie. Osserviamo costoro: il loro sguardo non si posa sull’interlocutore. Sono distratti, assorti a seguire il filo dei loro discorsi, insofferenti. Si annoiano, se gli interventi altrui superano una certa lunghezza.

Per quanto mi consta, nessun regista ha mai avuto l’idea di rinunciare in modo sistematico al campo e controcampo, l’inquadratura alternata degli attori-personaggi che dialogano, per adottare una tecnica uguale e contraria, indugiando con la macchina da presa non su chi parla, ma su chi ascolta o dovrebbe ascoltare.

Dagli occhi del destinatario, dalla mimica, dal modo di ammiccare, si comprenderebbe se davvero egli presta attenzione, quanto si immedesima nel locutore, se è empatico o noncurante o persino ostile, nonostante le sue parole di disponibilità, dietro il velo della cortesia. Particolari inquadrature e tagli permetterebbero di scrutare l’anima del personaggio.

La finzione cinematografica ci aiuterebbe ad estrarre una scheggia di vita.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

01 aprile, 2009

I

Singolare che il lungo, tortuoso percorso delle lingue indoeuropee sfoci in I, più che pronome di prima persona, figura araldica.

Osserviamo: il tratto verticale è veramente l'io, l'uomo che si pianta nel reale. E' un uomo-albero con un abbozzo di radici (la linea inferiore) ed uno di chioma (il breve segmento superiore). Profonda verità: l'uomo ha le radici che allignano nella Terra e l'intelligenza che scruta il Cielo. E' anche, come comprese Giovanni Pico della Mirandola, il dilemma tra l'ascensione verso una natura angelica o la caduta nella materialità. Questa esile linea evoca anche la cosciente, grandiosa fragilità che Blaise Pascal riconobbe nella condizione umana.

Così, nell'inglese, lingua ormai imbastardita e dura, a causa soprattutto della perdita della flessione, si isola questa orgogliosa colonnina (a volte troppo: non sarebbe preferibile scrivere il pronome con la minuscola, quando non è al principio di un enunciato?) che spezza lo spazio e, mentre cerca di sfiorare il firmamento, è irrigidita nell'ego, indurita in una concrezione che chiamiamo corpo. Non è certo in questo involucro l'identità né nella mente egocentrica: la vera identità è fluttuante, onda che si mesce ad altra onda, pietra permeabile. I pensieri provenienti dagli orizzonti del cosmo e dai recessi delle anime attraversano possibilità di esistenza che affiorano dal nulla per ritornarvi.

L'io emerge alla nascita, ma solo più tardi diventa ego, il cerchio chiuso in sé stesso, dimentico dell'inebriante. leggero essere in bilico sul non essere. L'identità, nella prima infanzia (sia filogenetica sia ontogenetica) è soggetto ed oggetto insieme, è percezione che percorre le dimensioni invisibili, vertigine tra gioia spaventevole ed insignificante dolore. E' una freccia che, una volta scoccata, colpisce differenti bersagli. Soprattutto è libertà dal Tempo, il padrone arcigno dell'esistenza. Per questo motivo difficilmente qualcuno di noi ricorda gli anni dell'iniziale puerizia: semmai assaporiamo ancora qualche acre sentore, ne sfioriamo superfici scabre o lisce, ma non riusciamo a rievocare per immagini, poiché la vista, senso astratto per eccellenza, era ottenebrata (quanto luminose erano quelle tenebre!) da sensazioni corpose, avvolgenti, umide di terra e calde di sole. Era il tempo dell'unità senza che ci si sentisse uno, della non dualità: la logica e la separazione sono i frutti amari della coscienza di sé, come alterità rispetto ad un mondo da cui siamo stati espulsi. Qui e lì, ieri ed oggi con la propaggine incerta del domani: la vita si di-vide, si esteriorizza e diventa ex-sistenza. La memoria crea l'illusione della persistenza, il carattere si forma scolpito o scheggiato, persino frantumato dagli eventi. Le esperienze si sedimentano per formare un sottile substrato che il futuro dilaverà, porterà via.

Osserviamo la I di I. E' il nostro essere filiforme divorato dallo spazio come in una longilinea scultura di Alberto Giacometti. La risposta è nell'accettazione: sparire non è annullamento, ma passaggio e ritorno al puro essere, al Sé. Non è condanna, ma quiete e liberazione.

Articolo correlato: Zret, T, 2009



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