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11 aprile, 2014

Naufragio con spettatore


Lo studioso tedesco Hans Blumenberg, analizzando il proemio del II libro appartenente al De rerum natura di Lucrezio, ha compendiato il rapporto tra il saggio epicureo e la realtà attraverso un efficace titolo, cioè “Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora sull’esistenza”. Il filosofo epicureo, infatti, contempla da lontano la burrasca che sballotta la nave su cui viaggiano i mortali, non partecipe di fronte allo spettacolo di un’umanità preda di insane passioni, sempre bramosa di piaceri e di successi, ma ognora inappagata.

A distanza di molti secoli, il poeta Valerio Magrelli nel componimento “Il confine tra la mia vita”, rivisita e rielabora il tema, evidenziando la contigua distanza tra noi e gli altri, l’incolmabile prossimità tra chi è di là e di qua dallo schermo. Lo spartiacque che separa i “sommersi” ed i “salvati” oggi è il confine televisivo, finestra cui si affacciano ciechi che tutto vedono. Lo spettatore assiste alla carneficina della storia umana, appena sfiorato da sequenze piatte nella loro plastica atrocità.

E’ stato il caso o il destino a scaraventare alcuni sulla sponda dell’orrore e ad adagiare altri sulla riva di sabbia dorata? Da che cosa dipende questa disparità?

Guardiamo con indifferente empatia, con estranea partecipazione, sperando ci sia risparmiato di essere risucchiati dall’altra parte, mentre la marea sale lenta, inavvertita…

Il confine tra la mia vita e la morte altrui
passa dal divanetto di fronte alla tv,
pio litorale dove si riceve
il pane dell’orrore quotidiano.
Davanti all’ingiustizia che sublime
ci ha tratti in salvo per farci contemplare
il naufragio da terra,
essere giusti rappresenta
appena la minima moneta
di decenza da versare a noi stessi,
mendicanti di senso,
e al dio che impunemente
ci ha fatto accomodare sulla riva,
dal lato giusto del televisore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

04 luglio, 2010

Cono d'ombra

Una linea di irrazionalità percorre l'universo, simile ad una fenditura in un muro. Ciò non dipende solo dall'autocontradditorietà del tutto, poiché qualcosa di indefinibile e di oscuro borda i confini del reale. Più si cerca di stanare l'enigma, più esso si interna nel sottosuolo della verità. Tra gli spigoli del mondo che non riusciamo a smussare il più tagliente è il dolore che eclissa la felicità. Noi, infatti, conosciamo la felicità solo per assenza di pena o come rimpianto o come proiezione. E' in questo aspetto proiettivo e dunque alienante che le religioni (anche quelle laiche, come la religione del progresso) dichiarano la loro sconfitta: di fronte alla spoliazione del presente, si lascia splendere il vibrante miraggio del futuro, quando la sofferenza e l'iniquità saranno cancellate.

Nella natura umana è intrinseco l'impulso alla felicità: in questo movimento perennemente frustrato, è inscritto il destino dell'esistenza. Pagine memorabili vergarono, tra gli altri, Lucrezio e Schopenauer su questa tensione insopprimibile ed insoddisfatta, una smania infinita mortificata nel finito. Schopenauer, uno dei più acuti indagatori del dolore, scrisse:"Che ogni felicità sia di natura negativa soltanto... abbiamo una prova. Ogni poesia epica o drammatica può in ogni caso rappresentare soltanto uno sforzo, un'aspirazione attiva, una lotta per la conquista della felicità e non mai la felicità durevole e compiuta. Essa conduce il suo eroe attraverso mille difficoltà e pericoli sino alla meta: non appena questa è raggiunta, subito lascia cadere il sipario. Null'altro, infatti, le resterebbe, se non mostrare che la luminosa meta, nella quale forse sognava di trovare l'appagamento, ha beffato anche lui, di modo che, quando l'ha raggiunta, egli non si trova meglio di prima."(Il mondo come volontà e rappresentazione)

Paradossalmente si potrebbe asserire che l'incongruità del mondo non è tanto nei patimenti, ma nell'anelito ad una felicità chimerica che non sappiamo da chi o che cosa fu instillata o se fu conseguenza di un cambiamento. Non potrebbero gli uomini contentarsi di essere come gli animali che non sono torturati da desideri irrealizzabili? Gli uomini, invece, si protendono nell'esistenza, nello spazio-tempo, per carpire un briciolo di gioia, a confronto di una mole abnorme di mali. La coscienza e la conoscenza crescono come edere rampicanti che soffocano un cipresso. Così è invidiabile la condizione dei bruti, paghi, sebbene non sappiano di esserlo. Anche la morte per loro è un lento perdersi in un crepuscolo brumoso.

Per stroncare il dolore, i saggi hanno sempre consigliato di tollerare i fendenti della sorte e di rinunciare ai desideri: si pensi all'abstine et sustine di Epitteto. Facile a dirsi. Così l'unica fuga dall'affanno non è nel piacere, illusorio o talmente fugace da risultare inafferrabile, ma nell'estinzione degli impulsi, in un'attitudine che talora assomiglia ad una negazione. Si compie un moto a ritroso che si prefigge il ritorno ad una (presunta) condizione edenica, ad un essere originario in bilico sul non essere. L'itinerario dell'universo è un sottile cerchio inclinato. Dunque, dopo essere scivolati, si arranca per risalire, cercando di contrastare la forza di gravità e senza guardare nell'abisso.

Spesso si sente citare la necessità di una "liberazione in vita". A volte questa espressione pare equivalente a "liberazione da questa vita".



APOCALISSI ALIENE: il libro

19 ottobre, 2009

Vegliardi

A volte intravediamo negli occhi dei bimbi profondità indescrivibili. E' come se essi fossero eredi di un'ancestrale memoria genetica e psichica risalente alle origini della stirpe da cui discendono, ma sembrano anche i custodi muti della storia cosmica dal principio sino ad oggi. In verità questi bambini sono dei vegliardi, onusti di ricordi per lo più dimenticati: in loro talvolta affiorano reminiscenze anteriori alla formazione della Terra, delle ere in cui la vita pulsava nel cuore delle comete, delle epoche in cui viaggiatori nel tempo e nello spazio solcavano su vascelli di luce gli oceani dell'immensità.

Per Platone la conoscenza è anamnesi, ricordo sfocato di esistenze precedenti: così nelle iridi dei bambini baluginano spire di galassie e roteano astri sorgenti da scuri abissi. E' una conoscenza che, non appena, viene comunicata si perde, simile a quei papiri antichi che si sbriciolano, quando entrano in contatto con gli agenti atmosferici o se sono sfiorati da mani incaute.

Il passato ed il futuro coesistono nella luce corrusca dell'istante: così in quegli occhi così vivi e radiosi, già aleggiano le ombre della senilità. Lo sguardo è spento, vacuo, rassegnato oppure, fisso oltre le apparenze, scruta le cose alla ricerca di una fenditura.

Si nasce già vecchi e la corsa verso la fine è immatura. Oggi l'infanzia è circoscritta in uno spazio angusto, poiché presto il mondo travolge il giardino dell'innocenza. Così, solo per qualche attimo, i bambini ci rammentano da dove veniamo e chi siamo: presto si accodano, incamminandosi sulla strada della "nostra povera ragione". Senili, ancora prima di incanutire e di incurvarsi, vagano in un pianeta ormai consumato, declinante, all'interno di un universo arrancante verso il nulla.

Già Lucrezio, nel poema De rerum natura, si doleva perché la terra era esausta, depauperata; oggi sterili ed
aride lande attendono invano il refrigerio della brezza ed il lavacro delle piogge. Tutto è dominato da un'infinita stanchezza: i colori colano via, i suoni si sfibrano in note dodecafoniche, le immagini si sfaldano in fragili veli.

Ancora poco tempo, scandito da abitudini insensate e logore, da informi presagi.

Ancora poco tempo
.


APOCALISSI ALIENE: il libro

04 agosto, 2009

Avanzare nella terra di nessuno alla ricerca della propria anima (articolo del Professor Francesco Lamendola)

Credo sia importante sottolineare la dissonanza tra chi esplora le regioni dell'anima e la massa che, rincorrendo milionarie ed impossibili vincite al lotto, dimostra di appartenere quasi ad un'altra specie. Così con piacere pubblico questo nuovo articolo del Professor Francesco Lamendola cui rinnovo i miei attestati di stima per la sua nobile e solitaria (a volte dolorosa) ricerca, anche quando approda a "conclusioni" che non mi trovano del tutto concorde. Qualcuno obietterà:"Con tutti i problemi concreti che ci attanagliano, qualcuno scrive di temi così evanescenti". Proprio per questo! Visto che il cerchio si stringe sempre più giorno dopo giorno, a somiglianza di un ruvido cappio, tra poco, perso tutto, resterà solo quello che la ruggine non corrode, se l'avremo tesaurizzato.

Circa la questione dell'anima, rimando al testo
Oltre l'ufologia che proposi tempo addietro nonché alla bella conversazione con Giovanni e con gli altri lettori. Qui mi limito a ribadire che non credo essa possa coincidere con un'energia fisica, mentre sarei propenso ad: "ipotizzare che potrebbero anche darsi delle persone parzialmente prive di anima, ovvero animate solo da impulsi di natura neuronale, simili ad automi o alle creature aliene di certi film di fantascienza."

A tutta prima, questo titolo potrebbe sembrare bizzarro: che cosa significa avanzare alla ricerca dell'anima? Occorre forse andare alla ricerca di qualcosa che già si possiede? E poi, che cosa mai sarebbe questa inconsueta «terra di nessuno»?

Cominciamo dalla prima domanda. L'espressione «anima» è molto meno autoevidente di quel che non si creda; occorre, pertanto, adoperarla con un minimo di consapevolezza. Senza volerci addentrare in una dissertazione storica e filologica, poiché non sarebbe questa la sede più adatta, è necessario almeno ricordare che la parola «anima» traduce, approssimativamente, il vocabolo greco «psyché», che sta per il nostro «soffio vitale»; e non è molto lontana dal senso di «pneuma» (generalmente reso in italiano con «spirito»).

Di conseguenza, per gli antichi Greci, tutti gli esseri viventi possedevano un'anima; che quella degli umani fosse immortale in senso strettamente individuale, era opinione sostenuta da alcuni, come Platone, e revocata in dubbio da altri, come Aristotele. Per quest'ultimo, «psyche» era più o meno sinonimo di «bios» («vita»); l'anima, per lui, è la sostanza del corpo, e sta ad esso così come la vista sta all'organo visivo. Impossibile, dunque, immaginare un atto visivo privo del relativo organo; e impossibile pensare un'anima priva di corpo, che sopravviva alla morte del corpo o che preesista alla sua nascita. Aristotele era in linea con il naturalismo del pensiero greco classico. In Omero, la «psyché» non è un principio distinto dal corpo, ma è il soffio vitale che se ne fugge via quando la morte tronca la vita di esso. Platone ha introdotto una concezione dualista, per cui corpo e anima sono concepiti come due entità autonome: l'anima è legata temporaneamente al destino del corpo, ma viene da un principio immateriale ed eterno; vive nel corpo come in un carcere o in una tomba, da cui aspira ad evadere; e, al momento della morte di questo, riacquista vita autonoma, in attesa della sua prossima reincarnazione.

La cultura romana, pur non avendo sviluppato una propria tendenza filosofica originale (Lucrezio, Cicerone, Seneca e Marco Aurelio non hanno fatto altro che mediare spunti della filosofia greca), ha tuttavia svolto una importante operazione concettuale: quella di riprendere il dualismo platonico e, di conseguenza, di concepire l'anima come qualcosa distinta dal corpo, indipendentemente dal fatto se la si voglia considerare immortale, oppure no.

Nella cultura giudaico-cristiana, dalla quale proveniamo e nella quale viviamo (sia pure avendone ormai smarrito il principio vitale), la parola e il concetto di «anima» derivano appunto dalla concezione romana, ovviamente sostanziata dalla filosofia del cristianesimo: secondo la quale ogni essere umano, fin dal momento del concepimento, riceve un'anima immortale, che sopravviverà alla morte del corpo e che sarà giudicata in base alla condotta morale tenuta in vita.

L'articolo continua qui.




APOCALISSI ALIENE: il libro

TANKER ENEMY TV: i filmati del Comitato Nazionale


Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

11 aprile, 2009

Senza nome

Ci sfiora la sensazione a volte che qualcosa sia accaduto: è come un'anomalia o un rumore di fondo di cui non è possibile comprendere la vera natura. E' un quid che non si può ricondurre ad una genesi. Il linguaggio cerca invano di catturare la forma di questa incrinatura, di definirne il profilo spezzato.

In una giornata perfetta, si insinua un pensiero oscuro, simile ad un velo fuggevole sulla luce del cielo, ad una sottilissima ruga che solca la pelle liscia. Qualcosa si è infranto: una vena quasi invisibile percorre il calice di cristallo.

Katherine Mansfield, nel suo introspettivo racconto Il canarino, affida alla protagonista queste riflessioni: "Eppure, anche senza essere morbosi e senza abbandonarsi ai ricordi... e così via, devo confessare che mi sembra ci sia qualcosa di triste nella vita. E' difficile dire che cosa. Non mi sto riferendo a quei dolori che tutti conosciamo, come le malattie, la miseria e la morte. No, è qualcosa di diverso. E' qui, dentro, nel profondo, fa parte di noi come il nostro respiro. Per quanto duramente io lavori e mi stanchi, appena mi fermo un attimo sento che è lì che mi aspetta. Spesso mi chiedo se tutti abbiano la stessa sensazione. Non si può mai sapere".

E' vero, come intuisce la Mansfield, che avvertiamo la trafittura di questa spina, soprattutto quando ci fermiamo, quando interrompiamo per un istante le consuete attività quotidiane. Anche Lucrezio descrisse in modo mirabile l'angoscia che attanaglia l'uomo, pure Pascal evocò il tedio che adombra la vita, ma essi, come molti altri, trovarono una causa a tale condizione: la paura della morte o la comprensione dell'insufficienza della vita umana senza Dio. L'autrice neozelandese, invece, non le attribuisce un nome, poiché non lo conosce e forse non l'ha. E' un sentimento senza voce, un fuoco senza fiamma, un'ombra senza colore. Come afferrarli?

Viene il dubbio a volte che il cosmo intero sia pregno di questa misteriosa eco. Appartiene al nostro respiro, ma pure al respiro dell'universo.

E' l'alito che si effonde nelle innumerevoli espansioni e contrazioni del tutto.

E' l'alito che un giorno esalerà, senza risposta, nel silenzio dell'ultima fine?




APOCALISSI ALIENE: il libro

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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

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