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18 dicembre, 2016

Semplice



Quando io crederò imparare a vivere e io imparerò a morire. (Leonardo da Vinci)

Quante volte cerchiamo le risposte nei libri, negli altri, nella natura, in noi stessi! Cerchiamo risposte che non troviamo. E’ poi così importante sapere? Non è preferibile essere felici, visto che non potremo mai snidare le cause delle cause, portare alla luce le vere radici del male?

Che cosa ci spinge a cercare di conoscere, a tentare di essere felici, quando la conoscenza, per un attimo acquisita, si rivela solo come un altro grado di ignoranza, quando la felicità, per un attimo sfiorata, si rivela solo come un altro grado di dolore?

Vorremmo, ma che cosa può anche la più tetragona volontà contro i fendenti del destino?

Invece di aspirare alla conoscenza dovremmo ambire alla saggezza. Come scrive T. S. Eliot: “Dov'è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov'è la conoscenza che abbiamo perso con l'informazione?” Aggiungiamo: dov’è l’informazione che abbiamo perso con la disinformazione? Siamo precipitati dalla saggezza alla disinformazione, dal cielo nell’abisso, dal silenzio iniziatico al frastuono dell’incomunicabilità.

Siamo tragicamente soli nei momenti decisivi dell’esistenza, cioè quando dobbiamo vivere e quando dobbiamo morire, vale a dire che siamo soli sempre sicché potremo condividere il dolore e le rarissime gioie solo con noi stessi.

E’ molto semplice: cerchiamo un modo idoneo per vivere ed un modo idoneo per morire, ma non li abbiamo ancora trovati.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

10 dicembre, 2016

Come il sistema è riuscito a rovinarci la vita

Tralasciando tutti coloro cui il sistema ha distrutto l’esistenza, scaraventandoli sotto un ponte, bisogna riconoscere che il Leviatano è comunque riuscito, passo dopo passo, a rovinare la vita di chi, tutto sommato, non se la passava tanto male.

Lo Stato, con i suoi innumerevoli tentacoli (fisco, forze dell’ordine”, polizia municipale, tribunali, “sanità”, amministrazioni pubbliche...), ha lacerato il tempo in una serie di scadenze indifferibili, di assurdi obblighi. L’unica alternativa al giogo della disoccupazione è il giogo di un lavoro che consiste, nel migliore dei casi, nella ripetizione infinita di compiti inutili ed alienanti: è un versare acqua nel setaccio delle Danaidi.

Siamo costantemente ricattati in primo luogo con il denaro: chi non ha un reddito, per quanto esiguo, è gettato ai margini della società, costretto ad elemosinare o a “vivere” di assistenza.

In tutto questo si legge un preciso, diabolico proposito di trasformare gli uomini in schiavi, di controllarli in modo ossessivo. Se agli schiavi, nel mondo romano, durante i Saturnali era concesso di agire come liberi, oggi agli iloti sono elargite distrazioni tecnologiche: si vive sepolti in squallidi, angusti bilocali, ma con il wi-fi. Non mancheranno asociali contatti tramite le “reti sociali”.

Presto il totale servaggio sarà sancito attraverso il microprocessore sottocutaneo di cui l’identità digitale, introdotta in modo proditorio e surrettizio, è l’inquietante prodromo.

Fino a qualche anno fa, almeno, quando ci si sentiva soffocati dal cappio dell’esecrato sistema, si poteva assaporare qualche ora in cui ritemprare il corpo e lo spirito, con una passeggiata in campagna, un’escursione in un luogo silvestre o per mezzo di quattro passi in riva al mare. Oggi uscire significa entrare in una camera a gas: il cielo è perennemente insudiciato da scie mefitiche e la natura è un pallido, esangue simulacro di sé stessa.

Così ci hanno tolto quasi tutto e ci toglieranno quel poco che ci rimane. Eppure per chi disdegna “tutti i regni del mondo”, per chi può asserire come il filosofo: “Omnia mea mecum porto” (Porto con me ogni vero bene”), le razzie statali, pur abominevoli, sono effimere punture di spillo. E’ così: la filosofia, che mira all’eterno ed al vero, è un bene che niente e nessuno ci potrà mai strappare.[1]

[1] "Omnia mea mecum porto" è una locuzione che Cicerone (Paradoxa Stoicorum 1, 1, 8) attribuisce a Biante di Priene, uno dei Sette savi vissuto nel VI secolo a.C. Seneca, invece, la ascrive al filosofo Stilpone di Mégara. Egli, quando Demetrio I Poliorcete, conquistata Mégara, gli chiese se avesse perso qualcosa, rispose "Nulla: ho tutto con me!" (Seneca, Epistulae morales, 9, 18-19).

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APOCALISSI ALIENE: il libro

30 ottobre, 2016

Che cosa significa?



Come può la volontà opporsi alla Volontà?

Quante volte ci siamo chiesti, dopo aver sognato: “Che cosa significa? Quale messaggio è intessuto nella trama del sogno?” Siamo sinceri: è preferibile che i sogni restino elusivi, anzi indecifrabili, perché o preannunciano eventi futuri, non sempre fausti, o in quanto pescano nelle acque torbide dell’inconscio, un inconscio che è amorale e, per certi versi, spaventoso.

Ha ragione Cicerone – quanta saggezza nelle sue opere, anche se fra gli autori classici l’Arpinate non brilla, a differenza di altri, né per originalità né per profondità di pensiero – quando nel De divinatione scrive che è auspicabile non conoscere il futuro, qualunque cosa esso ci riservi. Per quanto riguarda i sogni, il discorso è simile: meglio che restino enigmi sfingei. Quale beneficio potremmo trarre dalla possibilità di prevedere l’avvenire tramite un’esperienza onirica, di interpretare situazioni imperscrutabili? Ancora qualcuno si illude di poter non solo stornare gli avvenimenti funesti, ma persino di essere in grado di piegare il reale alla propria volontà.

Una fra le più grandi illusioni dei nostri tempi disperati è quella diffusa dalla filosofia New age, secondo cui possiamo cocreare, dirigere la nostra esistenza verso le mete che desideriamo: il pensiero positivo, la legge dell’attrazione, il potere dell’intenzione… sono le droghe somministrate per ottenebrare la mente, affinché gli uomini non percepiscano più la realtà, una realtà che, nonostante tutto, ha la testa dura. [1]

No, la legge dell’attrazione non funziona, non può funzionare ed è anche giusto che non funzioni: infatti essa manifesta un’attitudine egocentrica, mirando ad attirare denaro e successo per sé stessi, mentre si dimentica il male che attanaglia quasi tutto il pianeta, quasi tutta l’umanità.

Sarebbe bello se non esistesse il Supermale, in tutte le sue declinazioni, ma esso è parte integrante della vita. Dov’è il libero arbitrio? Siamo appesi ad un filo sottile: da un momento all’altro una sciagura si può abbattere ed infrangere il fragile cristallo dei giorni, disperdere affetti e speranze.

I sogni sono simboli ed i simboli sono oscuri, impenetrabili, sfuggenti. Come i simboli, essi sono atemporali, eterni e, se proprio intendiamo distillarne un significato, è quello relativo ad un Destino metafisico. Siamo sogni di un Dio che sogna? Per quale ragione alcuni sogni si sono incupiti in incubi? Se ignoriamo l’origine della realtà e del male, che sono consustanziali, sappiamo, però, che essi, qualunque sia la loro genesi, sono qui: non possiamo né schivarli né trasformarli a nostro piacimento. Meglio: è possibile incidere sul mondo, ma solo se è scritto che possiamo. Tutto è possibile: le stesse “leggi” di natura possono essere violate, purché tale violazione sia inscritta nel disegno originario.

Perché? Il Supermale avrà pure la sua risposta, ma non la conosciamo. Forse un giorno la conosceremo e comprenderemo il disegno complessivo, una volta cambiata prospettiva. Non possiamo escludere che chi oggi è attanagliato dalle sciagure, domani non solo sarà felice, ma capirà pure il senso recondito del suo fato. Ora, però… Esorta Seneca: “Gli avvenimenti che sono destinati ad accadere giacciono nell’incertezza: vivi adesso!” Giusto! Peccato che adesso sovente si possa al massimo sopravvivere.

Sono queste le riflessioni, sono queste le parole che piacciono poco o punto (i dementi negazionisti possono anche evitare di leggerle, perché incapaci di intendere anche solo il senso letterale): le chimere devono essere nutrite di chimere. Pazienza… Gli scatti dei fiori ed i video con i mici sono fantastici, ma non esauriscono il meraviglioso, eppure terribile universo in cui siamo inquilini.

Ognuno di noi è qui per un breve transito, ognuno “libero con il suo destino”.

[1] Non si afferma che il pensiero non è importante, ma che non può agire nei termini meccanici e meccanicistici prospettati dalla New age.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 aprile, 2016

Elogio della ripetizione

Siamo per lo più noi Italiani ad essere assillati dal problema della ripetizione: anche gli scrittori più superficiali, se possibile, cercano di non ripetere lo stesso termine, almeno nell’ambito di un unico periodo. Ne conseguono non di rado scelte lessicali discutibili, talora grottesche, giacché si dimentica – come c’insegna Roman Jakobson – che i sinonimi perfetti non esistono: di solito i sinonimi appartengono a registri differenti o a differenti età della lingua.

Non solo, la ripetizione può essere efficace: se non occorre evidenziare la diversità di sfumatura, di accezione, si può conferire enfasi ed icasticità ad un testo, iterando la stessa parola, un sintagma, addirittura un intero enunciato. L’anafora, l’epifora, l’anadiplosi… donano pathos e drammaticità all’elocuzione. Associata ad altre figure retoriche, sia di costruzione sia di significato, ad esempio la climax, il chiasmo, l’ironia…, la ripetizione scolpisce i suoni ed i significati, rendendoli plastici, aggettanti.

Come sarebbe povera e molle la Prima Catilinaria, se Cicerone non ricorresse all'insistita iterazione di certe parole?

Come sarebbe fiacco l’incipit del III canto dell’Inferno senza la formidabile anafora di “Per me”?

La ripetizione è anche garanzia di coerenza tematica: è come un filo che lega le perle in una collana. Salda i concetti in un’unità testuale, additando il cuore del problema. Certo, pure in questo caso, vale il motto latino est modus in rebus: è preferibile non abusare dell’iterazione, soprattutto se il repertorio lessicale ci offre buone alternative, se ci squaderna lessemi i cui valori si dispongono lungo una gamma semantica che può ampliarsi o restringersi, secondo le esigenze espressive, euristiche e di stile.

Evitiamo dunque di eccedere con il verbo “fare”, con il sostantivo “cosa” e via discorrendo. Rifuggiamo dall’insensato “nel senso che” e da consimili tic. Si rischia altrimenti di impantanarsi nella miseria linguistica di Umberto Eco e della coorte negazionista, da Paolo Attivissimo a Simone Angioni: è una miseria che, lungi dal denotare soltanto ignoranza, dà la misura di pochezza intellettuale e persino etica. E' il cimitero della lingua, della cultura, di tutto.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 giugno, 2013

Ipotassi, paratassi

Qualcuno un paio di settimane addietro volle consigliarmi di privilegiare la paratassi rispetto all’ipotassi. Al suo suggerimento allegò un breve testo scritto (molto male) da un gazzettiere. L’ignoranza impera: vero è che la coordinazione è sovente più icastica della subordinazione, ma la scelta tra l’una e l’altra dipende da esigenze espressive e persino dalla Weltanschauung.

Accuseremo scrittori come Cicerone o Livio, che optano per un periodare ampio, gerarchico, di non saper scrivere? Si è che autori come quelli sullodati esprimono con il loro modus scribendi una precisa concezione del reale, improntata a prospettiva ed ordine. Cicerone e Livio sono dei classici e “classico” vale in primo luogo regolare, armonico.

Un altro esempio: Giovanni Boccaccio, come è noto, predilige costruzioni linguistiche molto complesse dove attorno al “pianeta” della principale ruotano i numerosi “satelliti” delle complementari. Anche qui si rintraccia una visione del mondo, quella pre-umanistica destinata a culminare nell’interpretazione rinascimentale che colloca l’Uomo al centro della Storia e della Natura.[1]

Quando il concetto di realtà muta, cambia anche la lingua che insieme lo traduce e lo plasma. Così, verbigrazia, un poeta come Pascoli frantuma l’architettura del periodo, disarticola la frase, la scompone nei suoi atomi fonici, poiché l’universo che egli trasfigura è disgregato, privo di un baricentro.

Oggigiorno il gusto ci induce ad anteporre uno stile paratattico ad uno ipotattico. Tuttavia, in talune circostanze, solo un impianto linguistico complesso può rendere una stratificazione concettuale. La lingua è embricata al pensiero e viceversa: non comprenderlo significa non saper né scrivere né pensare. Di tale abissale ignoranza abbiamo, ahinoi, molti e sintomatici saggi.

La padronanza della subordinazione denota la capacità di ragionare, di sviluppare argomentazioni. In verità, chi oggi propugna una prosa esclusivamente paratattica, non ha alcuna dimestichezza con la lingua e, mentre crede di essere à la page, verga testi sconnessi e scorretti, dove le secondarie spesso non sono rette da alcunché.

Vediamo un campione. Vomita Heidi: “Sono in tanti, nel mondo scientifico italiano, a essere stufi delle cretinate pseudoscientifiche pubblicate sui giornali e trasmesse alla radio e in televisione (sì, Roberto Giacobbo, sto parlando con te) e del modo in cui il giornalismo sensazionalizza il lavoro paziente di chi fa ricerca scientifica: entrambi rimbambiscono la gente, spaventano inutilmente, affossano la ricerca italiana e causano sprechi e decisioni idiote (e a volte letali) da parte dei politici.

Così per domani (8 giugno) è stato organizzato l'evento “Italia unita per la corretta informazione scientifica”: una serie di incontri, in varie città d'Italia, per fare divulgazione scientifica e fare chiarezza su alcuni temi (pseudo)scientifici controversi.

Io contribuirò nel mio piccolo partecipando alla sessione di Pavia (dalle 14:30) con una relazione sulle cosiddette “scie chimiche”, ma ci saranno relatori esperti anche per parlare di piante geneticamente modificate, di vaccini, di cellule staminali e di modelli animali nella ricerca biomedica. Siateci: è un modo per far vedere che non tutti si sono rimbambiti e che c'è ancora voglia di fare scienza per il bene di tutti. Anche dei ciarlatani e dei catastrofisti
”.

Si censurino almeno la vomitevole ripetizione del verbo “fare”, l’uso di termini del registro familiare (stufi, cretinate), "pseudo-scientifiche" scritto senza il trattino, l’impiego di orridi neologismi (sensazionalizza), l’immancabile ma molesto verbo “esserci”, le cadute a rompicollo nella sintassi popolare (trasmesse alla radio)… Dulcis in fundo, si deplori la proposizione conclusiva ellittica del verbo, enunciato che resta lì impiccato. E’ indubbio che taluni Autori amano talvolta suggellare un discorso con un’ellissi, ma in primo luogo non ne abusano, inoltre la loro scelta rientra in una ricerca di efficacia e non è sintomo di analfabetismo, a differenza di quanto succede nel caso della “guardia svizzera”.

Si potrebbero soggiungere altre osservazioni, ma non intendo sviscerare un tema comunque analizzato all’interno di altri articoli. Ho tratto spunto da una balzana “critica” di negazionisti la cui tracotanza è pari solo alla loro infinita sprovvedutezza. Costoro, Attivissimo in primis, producono scritti che, nella loro pacchiana pretenziosità, sono simili alle riproduzioni in plastica del Colosseo. L’analogia con l’Anfiteatro Flavio è pressoché assente, giacché il monumento di plastica sembra una dentiera.

[1] E' una semplificazione esegetica che riporto per comodità comunicativa, sebbene il discorso sia molto più sfaccettato.


APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

14 dicembre, 2011

Genesi

Alcune riflessioni frammentarie circa il tema della creazione

Come avviene la creazione? La creazione è il prodigioso risultato di un prodigio, di cui è difficile comprendere la genesi. E’ arduo spiegare un fenomeno che sfugge alle coordinate razionali, situandosi nella regione liminare tra il nulla e l’infinito. Ritengo tuttavia che il processo creativo dipenda dall’aggregazione di atomi coincidenti con idee, emozioni e sensazioni. Una particella ne attrae un’altra che ne attira un’altra ancora e così via, fino a che numerosi atomi formano il corpo. Fuor di metafora, una semplice parola-idea o un accostamento inusuale di due termini (la callida iunctura di Orazio) possono, agglutinandosi ad altri, generare l’enunciato ed il testo. Si crea una sorta di frattale linguistico, i cui sviluppi sono a volte imprevedibili. Certo, resta difficile intendere come quel comune vocabolo, logoro e confuso tra un’infinità di lemmi, possa all’improvviso risplendere di luce propria e rischiarare la regione tutta intorno. Forse quel termine è associato all’intuizione, ad un’estemporanea e fuggevole visione oltre il visibile.

Ungaretti individua in una parola, di cui sono riscoperte le risonanze interiori e le qualità fonico-semantiche, il nucleo della poesia. Heidegger vede nel linguaggio poetico, con la sua sfida, quello che più di ogni altro lascia trasparire l’essenza dell’essere il quale resta in gran parte nascosto, non esaurendosi negli enti.

Cicerone menziona, a proposito della creazione poetica, l’ars e l’ingenium, ossia da un lato la tecnica, la padronanza degli strumenti stilistici, dall’altro il talento, un qualcosa di innato. L’Arpinate localizza le due sorgenti dell’arte, ma ci accorgiamo che il tema non è stato sviscerato.

Michelangelo scopre nel marmo le figure imprigionate: allo scultore spetta di liberarle. E’ così: le opere letterarie, i dipinti, le statue… sono già state create, esistono già in potenza; l’artista le cava dal mondo informe in cui sono inglobate, portandole allo scoperto. La creazione artistica si situa dunque agli antipodi rispetto a quella divina: Dio trae dal nulla il mondo, mentre l’artista si limita a scoprire forme ed idee già esistenti che l’uomo comune non è in grado di scorgere.

E’ come se il processo creativo, attingendo ad una fonte di archetipi, dipendesse da un appello, da un destino. “I' mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto e a quel modo/ch'e' ditta dentro vo significando”. Così Dante traduce l’idea dell’urgenza creativa.

Non è l’artista che si esprime, poiché una voce a lui anteriore e superiore parla attraverso di lui. Il silenzio nella sua mente è la condizione necessaria affinché quella voce si manifesti.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

06 maggio, 2011

L'Arte

Un tale – è Cicerone a riportare l'aneddoto - voleva insegnare a Temistocle, il fondatore della talassocrazia ateniese, l'arte della memoria. Temistocle non mostrò interesse: "Mi useresti un piacere di gran lunga maggiore, se mi insegnassi a dimenticare, piuttosto che a ricordare ciò che desidererei non ricordare." Saggia risposta quella dell'uomo politico. In verità non è solo auspicabile obliare gli affronti, come chiosa l'Arpinate: bisognerebbe imparare l'arte dell'oblio per cancellare quelle memorie (errori, sventure, incomprensioni, affanni) che assediano il presente.

Sebbene l'inglese sia ritenuto una lingua profana, alcune incursioni semantiche in tale idioma ci offrono motivi di riflessione: così che cos'è la dimenticanza, se non un conseguimento eccelso, una conquista gloriosa? Per questo motivo in inglese scordare è (to) forget, ossia ‘prendere, ottenere assai’ (il prefisso “for” ha valore intensivo). E' solo apparente il paradosso: molto stringe chi tutto perde, chi si lascia dietro di sé lo strascico tetro, fallace dei ricordi. Tra l'altro (to) forget è costruito secondo lo stesso modello di (to) forgive, omologo di “perdonare”: perdonare, infatti, è un donare molto, implicando un'elargizione di sé che è nobiltà d'animo.

Come apprendere dunque l'arte dell'oblio, dacché le rimembranze ci attorniano per espugnarci? Un ricordo assale il baluardo della coscienza, un altro le tende un'imboscata, un altro, muovendosi di soppiatto, entra da una breccia delle mura, un altro le dirocca, un po' alla volta, per penetrare nella cittadella...

Le reminiscenze sono in ogni dove. Scrutano, bisbigliano, fluttuano, quando non strattonano o non scaraventano nell’abisso del tempo trascorso. Là è un libro, qui un volto, lì un profumo, quivi una voce, ora è un sapore, talvolta è un brivido... Viviamo in un labirinto di memorie, tra riflessi di ombre ed ombre di larve. Né il sonno, con i suoi sogni pregni di esperienze, ci dà requie: durante la notte, anzi le ricordanze, trasfigurate in immagini emotive, ci turbano con in più quell'alone enigmatico che sfida il tentennante raziocinio.

Qualcuno scrisse che "un ricordo del dolore è ancora dolore, mentre un ricordo della gioia è dolore": è così, sebbene la qualità della sofferenza cambi. Cambiano il timbro e lo spessore: anche i patimenti appassiscono. Perché dovremmo, novelli Enea, rinnovare la pena con la rievocazione? No. Meglio tacere, quand’anche scordare significasse tacitare il cuore. L’oblio diventi obl-io, cancellazione dell’io caduto-caduco. Nel silenzio e nell'amnesia è il fuoco della speranza.

Che cosa saremmo senza le memorie, senza il solco del passato? Nulla. Ce ne dorremmo?



APOCALISSI ALIENE: il libro

04 agosto, 2009

Avanzare nella terra di nessuno alla ricerca della propria anima (articolo del Professor Francesco Lamendola)

Credo sia importante sottolineare la dissonanza tra chi esplora le regioni dell'anima e la massa che, rincorrendo milionarie ed impossibili vincite al lotto, dimostra di appartenere quasi ad un'altra specie. Così con piacere pubblico questo nuovo articolo del Professor Francesco Lamendola cui rinnovo i miei attestati di stima per la sua nobile e solitaria (a volte dolorosa) ricerca, anche quando approda a "conclusioni" che non mi trovano del tutto concorde. Qualcuno obietterà:"Con tutti i problemi concreti che ci attanagliano, qualcuno scrive di temi così evanescenti". Proprio per questo! Visto che il cerchio si stringe sempre più giorno dopo giorno, a somiglianza di un ruvido cappio, tra poco, perso tutto, resterà solo quello che la ruggine non corrode, se l'avremo tesaurizzato.

Circa la questione dell'anima, rimando al testo
Oltre l'ufologia che proposi tempo addietro nonché alla bella conversazione con Giovanni e con gli altri lettori. Qui mi limito a ribadire che non credo essa possa coincidere con un'energia fisica, mentre sarei propenso ad: "ipotizzare che potrebbero anche darsi delle persone parzialmente prive di anima, ovvero animate solo da impulsi di natura neuronale, simili ad automi o alle creature aliene di certi film di fantascienza."

A tutta prima, questo titolo potrebbe sembrare bizzarro: che cosa significa avanzare alla ricerca dell'anima? Occorre forse andare alla ricerca di qualcosa che già si possiede? E poi, che cosa mai sarebbe questa inconsueta «terra di nessuno»?

Cominciamo dalla prima domanda. L'espressione «anima» è molto meno autoevidente di quel che non si creda; occorre, pertanto, adoperarla con un minimo di consapevolezza. Senza volerci addentrare in una dissertazione storica e filologica, poiché non sarebbe questa la sede più adatta, è necessario almeno ricordare che la parola «anima» traduce, approssimativamente, il vocabolo greco «psyché», che sta per il nostro «soffio vitale»; e non è molto lontana dal senso di «pneuma» (generalmente reso in italiano con «spirito»).

Di conseguenza, per gli antichi Greci, tutti gli esseri viventi possedevano un'anima; che quella degli umani fosse immortale in senso strettamente individuale, era opinione sostenuta da alcuni, come Platone, e revocata in dubbio da altri, come Aristotele. Per quest'ultimo, «psyche» era più o meno sinonimo di «bios» («vita»); l'anima, per lui, è la sostanza del corpo, e sta ad esso così come la vista sta all'organo visivo. Impossibile, dunque, immaginare un atto visivo privo del relativo organo; e impossibile pensare un'anima priva di corpo, che sopravviva alla morte del corpo o che preesista alla sua nascita. Aristotele era in linea con il naturalismo del pensiero greco classico. In Omero, la «psyché» non è un principio distinto dal corpo, ma è il soffio vitale che se ne fugge via quando la morte tronca la vita di esso. Platone ha introdotto una concezione dualista, per cui corpo e anima sono concepiti come due entità autonome: l'anima è legata temporaneamente al destino del corpo, ma viene da un principio immateriale ed eterno; vive nel corpo come in un carcere o in una tomba, da cui aspira ad evadere; e, al momento della morte di questo, riacquista vita autonoma, in attesa della sua prossima reincarnazione.

La cultura romana, pur non avendo sviluppato una propria tendenza filosofica originale (Lucrezio, Cicerone, Seneca e Marco Aurelio non hanno fatto altro che mediare spunti della filosofia greca), ha tuttavia svolto una importante operazione concettuale: quella di riprendere il dualismo platonico e, di conseguenza, di concepire l'anima come qualcosa distinta dal corpo, indipendentemente dal fatto se la si voglia considerare immortale, oppure no.

Nella cultura giudaico-cristiana, dalla quale proveniamo e nella quale viviamo (sia pure avendone ormai smarrito il principio vitale), la parola e il concetto di «anima» derivano appunto dalla concezione romana, ovviamente sostanziata dalla filosofia del cristianesimo: secondo la quale ogni essere umano, fin dal momento del concepimento, riceve un'anima immortale, che sopravviverà alla morte del corpo e che sarà giudicata in base alla condotta morale tenuta in vita.

L'articolo continua qui.




APOCALISSI ALIENE: il libro

TANKER ENEMY TV: i filmati del Comitato Nazionale


Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

13 giugno, 2009

Luce nera

Non è poi così difficile comprendere come il lupo, animale dalle abitudini notturne, sia legato alla luce: è innanzitutto il chiarore della Luna, freddo ed inquietante. La luce è pure nel nome di questo predatore elusivo e temibile: il termine "lupo" (in latino lupus, l'inglese wolf ed il tedesco Wolf sono rami del medesimo tronco, il morfema, lukwos - wlkwos) si lega alla radice "lux" (luce). E' una luce tenebrosa, quella dei boschi immersi nel silenzio immobile della notte, screziato di riflessi argentei, di ombre tremolanti. E' una luce antecedente alla nascita, alla caduta nello spazio-tempo, quindi è un raggio nero, colore simbolo del non manifesto e del principio.

L’ambivalenza di questa luce, ancora agglutinata al buio originario, è nell’appellativo cultuale attribuito a Zeus in Arcadia, Liceo. L’epiteto è da collegare a lukos, quindi Zeus lupo o protettore dei lupi. Liceo o Licio è anche attribuito di Apollo, forse da lykos (lupo) o da lyke (luce). Sia Zeus sia Apollo sono numi i cui volti raggiavano i bagliori più sfavillanti.

Non si sbagliava quindi Cicerone che, trattando dei Lupercalia, le cerimonie celebrate a Roma il 15 febbraio da un collego di sacerdoti (i Luperci), riteneva essi risalissero ad un'epoca anteriore alla civiltà ed alle leggi. Era dunque un'età arcaica, ancora lontana dall'individuazione e dalla conoscenza di sé, come separazione dal mondo naturale. Per questo in alcune culture il lupo è animale totemico: è il lupo della steppa, luogo di sconfinata libertà e di avventure irte di pericoli.

La lupa è animale che simboleggia la fecondità e, per la sua identità fonica con la lupa, intesa come meretrice, evoca una condizione di sfrenatezza che il consorzio civile si impegnò a censurare o a ricondurre entro i confini del lecito, ma innominabile.

La lupa, che allattò Romolo e Remo, aveva la sua tana in una grotta, emblema dell'incoscienza prenatale e della profondità ctonia, ma la spelonca era all'ombra di un fico, da cui scaturiva una sorgente, allusioni al sapere che affiora dal sogno immemore del non essere. Si è gettati nell'esistenza, dopo essere rimasti nel tiepido ventre del nulla.

A volte, si avverte la nostalgia dei raggi algidi che si diramano tra i colonnati delle foreste e che si innervano sulle volte del tempio stellato.



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