Visualizzazione post con etichetta S. Girolamo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta S. Girolamo. Mostra tutti i post

17 luglio, 2010

Ebioniti: eretici o cristiani delle origini? (prima parte)

Preciso che il seguente articolo, le cui fonti saranno indicate in calce all'ultima parte, non ambisce a dispensare delle verità definitive: si tratta solo di una ricerca passibile di integrazioni e correzioni.

Come in un palinsesto che restituisce un'opera perduta, così un'indagine approfondita oltre le incrostazioni della storia ufficiale può portare a scoprire uno scorcio di antichi orizzonti. Le enciclopedie presentano gli Ebioniti come "eretici", complici i fraintendimenti e le contraffazioni di teologi e padri della Chiesa. Se si compulsano, però, saggi di autori spassionati, si scopre che definire gli Ebioniti “eretici” è una falsificazione bell'e buona. D'altronde che cosa ci si può aspettare da artefici di "pie frodi"? Molti studiosi hanno denunciato tutti i sotterfugi con cui esegeti e storici, almeno a partire dal IV secolo dopo Cristo, censurarono, interpolarono, stravolsero i fatti: scaltrissimi, dotati talora di un'eloquenza potente, ma venale, adottarono lo stesso modus operandi che oggi connota i disinformatori. Ne risulta un'assoluta mistificazione, ma che, per mezzo di trucchi da prestigiatori, si palesa come verità, l'unica verità. Ecco allora trasformati gli Ebioniti in una setta sparuta ed eccentrica. Sparuti lo furono, perché emarginati e perseguitati, ma eccentrici no. Ecco allora che, con sfacciata inversione, la loro dottrina diventò eterodossa e strana.

Agli inizi del IV secolo, l'opportunista imperatore Costantino incontrò a Gerusalemme un'antica comunità di fedeli che risaliva ai tempi dell'apostolo Giacomo (Jacob), “il fratello del Signore”. Giacomo non volle scindere l'insegnamento del Maestro dall'antica fede e con i suoi confratelli continuava ad osservare le Leggi ebraiche. Aveva perfino tentato di convincere i proseliti gentili a rispettarle. Centotrent'anni dopo la sua morte, la gente di Gerusalemme ricordava la devozione con cui frequentava il Tempio e le sue preci tanto numerose che gli si incallirono i ginocchi. Il piissimo Giacomo oggi ci può apparire un po' fanatico, ma non fu certo un interprete bislacco dell'Ebraismo, come si legge qua e là. A capo della cosiddetta Chiesa di Gerusalemme, i suoi successori, vescovi di Sion, furono Giudei: Shimon, Tobiah, Benjamin, Levi, Efrem... Gli scrittori occidentali li chiamarono Vescovi della Circoncisione, perché, durante tre secoli, avevano seguitato ad applicarla.

Gli Ebioniti (il loro nome significa "poveri": le diffamazioni sul significato di "poveri" pullularono) si riconobbero in un Vangelo che da loro prende il nome. Ne conserviamo magrissimi frammenti per tradizione indiretta. Probabilmente fu distrutto. Fu una fonte cui si ispirò Matteo per il suo testo, in cui si legge in filigrana uno scritto precedente?

Tra i passi patristici, i più antichi riferimenti espliciti sono offerti da Ireneo di Lione (130-202 d.C.). Nel suo pamphlet “Contro le eresie” (180 d.C. circa), Ireneo testimonia l'uso del Vangelo di Matteo presso gli Ebioniti:

« Nel vangelo che essi [gli Ebioniti] usano, detto "secondo Matteo", che è, però, non interamente completo, bensì alterato e mutilato (sic) - essi lo chiamano "Vangelo Ebraico"- [...] hanno tolto la genealogia di Matteo »
(Epifanio di Salamina, "Panarion" 13,2 e 14,3)
« Coloro che sono chiamati Ebioniti [...] usano solo il vangelo secondo Matteo e rifiutano l'apostolo Paolo, chiamandolo apostata della Legge. [...] Gli Ebioniti pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno un'esatta conoscenza del Signore (sic).
(Ireneo di Lione, "Contro gli eretici", 1,26,2; 3,11,7)
« Nel vangelo che usano i Nazareni e gli Ebioniti, che recentemente ho tradotto dall'ebraico in greco e che i più considerano il Matteo autentico, quest'uomo che ha la mano arida...»
(Girolamo, "Comm. I in Matth". 12,13)

Epifanio di Salamina ed altri riportano la credenza che il Vangelo degli Ebioniti fosse basato su quello secondo Matteo, ma che vi fossero stati rimossi i versetti contrari alla teologia degli Ebioniti, come nel caso del racconto della nascita di Gesù; è possibile che la mancanza del riferimento alle locuste come cibo di Giovanni Battista sia dovuta alla pratica del vegetarismo all’interno del gruppo.

Data la mancata trasmissione dei manoscritti del Vangelo degli Ebioniti, è impossibile risalire al reale contenuto del testo ed al suo legame col Vangelo detto di Matteo. Probabilmente costituiva la primordiale stesura in aramaico operata dall'apostolo ricordato da Papia e citata da Eusebio di Cesarea in "Storia Ecclesiastica" 3,39,16.



APOCALISSI ALIENE: il libro

26 maggio, 2009

Avventura deserta

"Avventura deserta" è un racconto di Massimo Bontempelli (Como, 1878- Roma, 1960). Tratto dalla raccolta "Miracoli", l'autore nel breve testo narra un'avventura prodigiosa. Il protagonista attraversa il deserto, allorquando scorge in lontananza un leone "dall'aria tranquilla e malinconica". Dopo alcuni minuti, l'io narrante si imbatte in un angelo: Era molto più alto di me: bellissimo e dritto, con le ali grandi piegate lungo il corpo e tutta la persona raggiava. Scambiate poche parole con la creatura, i due procedono verso il leone. L'angelo ed il felino, camminando l'uno a fianco dell'altro, parlano per lunga pezza. Dopodichè, mentre il leone si allontana, l'angelo sorride, apre le grandi ali, si solleva e, lasciando una scia lunga d'azzurro nell'aria, sparisce nel cielo. Il protagonista, infine, la cui "anima è piena di luce e di malinconia", si ritrova solo nel deserto.

E' questa l'esile trama di una storia che non racconta, di un miracolo pieno di meraviglia. Bontempelli descrive un'avventura magica, affidando l'evocazione del soprannaturale ai simboli, preziosi scrigni di sogni. Sono emblemi un po' prevedibili, ma avvivati dalla sapiente prosa del narratore che lumeggia con tocchi delicati ed eleganti lo spazio, le figure e le atmosfere sospese.

Così è dipinto il luogo in cui è ambientata la vicenda: “Tutta la superficie del piano era fasciata d'una vertigine luminosa, lo spazio fino al cielo era immoto rovente. La terra era una sterminata vegetazione di tremolii lucidi... Lentamente quella lucidità fluida, sotto l'afa sabbiosa dell'aria, si dissolveva ai miei occhi in una vivida nebbia di diamante". La riflessione è specchiata nelle seguenti parole: "Io non ho mai saputo che cosa il leone del deserto e l'arcangelo del cielo dicessero di me; non ho mai avuto curiosità di indovinarlo e nemmeno l'avevo in quel punto. Io non pensavo nulla, tra le solitudini ardenti del cielo e della terra, mentre lo sterminato mi circondava da ogni parte e le diafane vampe dell'aria e della sabbia mi avviluppavano".

Lo stile adamantino contrasta con l'indeterminatezza, il movimento centrifugo dei significati: il leone, che, per la solenne regalità, ricorda i quadri rinascimentali in cui è effigiato S. Girolamo nel suo studio, e l'arcangelo non sono personaggi, ma presenze. Paradossalmente il deserto da luogo della solitudine eremitica e del silenzio, diviene la dimensione dell'incontro con esseri di altre realtà. Il vuoto abbacinante si riempie della luce infinita che si scheggia, in miriadi di faville, dal diamante della Natura. Viene in mente la differenza che intercorre in inglese tra "loneliness" e "solitude": "loneliness" è l'isolamento, una condizione subìta e tormentosa di abbandono, di rescissione dal senso, dagli altri dal Sé; "solitude" è il quieto ritiro, la distanza dall'inautenticità, l'oasi del silenzio tramato di echi immateriali. L'avventura del protagonista è propiziata dal suo cammino solitario tra i colli di arena. Nella sua enigmaticità, il racconto di Bontempelli lascia intendere che non tutto può essere compreso (il dialogo fitto tra il leone e l'angelo di cui il protagonista non conosce il contenuto né vuole indovinarlo). Il mistero della propria anima è sacro sicché è bene che non si cerchi di accedere, se non si è puri, nei penetrali del Tempio.

Ancora Bontempelli immagina un'epifania che è uno strappo nel velo opaco delle cose: è evento rarissimo di cui ci pare a volte di intravedere l'ombra trasparente dietro il sipario dei fenomeni. Di solito accade quando camminiamo (prodigi ed intuizioni si donano all'uomo che è in cammino anche in senso letterale; Nietzsche l'aveva capito): allora per un istante avvertiamo che altri esseri camminano con noi, solleciti e silenziosi. Dissolto quell'istante, durante il quale avevamo rallentato un po' l'andatura, poiché sfiorati da un soffio di ali, studiamo il passo, ma il cuore è pervaso della luce malinconica del crepuscolo.



APOCALISSI ALIENE: il libro
TANKER ENEMY TV: i filmati del Comitato Nazionale

Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

AddThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...