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01 febbraio, 2015

Elogio della selce

L’arte è l’immagine allegorica della Creazione. (P. Klee)



Chi non ha almeno una volta sfogliato un calendario illustrato con quadri dipinti con la bocca o con i piedi? Anche il destino più crudele non può spegnere l’impulso a creare che alberga in taluni uomini. Davvero l’ingenium è qualità che separa gli “spiriti magni” dalla massa.

L’ispirazione, che ha donato all’umanità capolavori immortali, è attitudine a contemplare, a sintonizzarsi con la vita universa, a comporre la sinfonia delle emozioni, ad intuire l’anima delle cose. Sono virtù oggi sempre più rare.

L’estro è segno di nobiltà d’animo: accantonato ogni fine utilitaristico, il genio persegue come fine soltanto l’arte. Pochi sono i veri artisti, ma talora si scopre il buon gusto o un talento o un’inclinazione pure in un onesto artigiano.

Consideriamo gli oli e gli acquerelli dei lunari cui si accennava: vi si scopre spesso un genuino amore per la natura, trasfuso in tele che raffigurano ora ameni paesaggi primaverili, ora suggestive marine, ora scorci alpestri, ora interni inondati di luce… Con sapienti pennellate, con colori smaglianti e liquide ombre si squaderna un mondo di alberi, viottole, fiori, spiagge, colline, bimbi... E' soprattutto un universo interiore, uno slancio inesausto verso il sogno di un’esistenza libera da ogni costrizione.

Se pensiamo che “uomini” con cui la sorte è stata ingiustamente generosa, sono talmente snaturati e corrotti che usano la penna e la lingua solo per calunniare e per maledire, siamo inclini ad accogliere la distinzione dei filosofi gnostici. I pensatori della Gnosi antica, infatti, collocavano nel novero degli ilici, gli “esseri materiali”, tutti coloro in cui non si sprigiona mai una favilla di spiritualità. Sono perduti, senza speranza alcuna di acquisire un briciolo di decoro. Sono “sepolcri imbiancati”, scheletri vestiti di paludamenti. Non sono neppure come gli scrittori cortigiani del Rinascimento, in cui tra la piaggeria e la vacua erudizione, talora traluce una frase tornita, un’immagine notevole. Essi sono venali, ma affatto privi di qualsiasi vena.

Persino la selce, l’inerte e dura selce, se sfregata, genera rutilanti scintille, loro no...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

24 luglio, 2013

Salvator Rosa: le porte della percezione

Salvator Rosa (Napoli, 1615 – Roma 1673) pittore e poeta, è una tra le figure più insigni dell’arte secentesca. Formatosi nella bottega di J. de Ribera, nel 1635 si stabilì a Roma al servizio del cardinale Brancaccio. Qui partecipò alla vita intellettuale della città, divenendo popolarissimo come attore ed ideatore di farse e di spettacoli carnascialeschi. Partito per Firenze (1639 – 1645), vi fu accolto con grandi onori alla corte medicea. In seguito tornò nell’Urbe dove morì.

L’arte del Maestro, dagli esordi nella pittura di battaglia e di paesaggio, cui l’aveva iniziato A. Falcone, maturò poi un cambiamento in senso classicista sotto l’influsso di Testa, Lorrain e Van Swanewelt. Virò quindi verso una concezione “pittoresca”, di taglio “preromantico”. Infine l’artista definì una cifra solenne e nostalgica dell’antico, ricorrendo pure a motivi emblematici come teschi e scheletri. Il repertorio di severi temi mitologici e biblici, sostanziati da ideali moralizzanti, contribuisce a creare nelle sue opere atmosfere cupe e misteriose, di “orrida bellezza”. La raffigurazione della natura, deserta e selvaggia, esalta la solitudine ed i turbamenti dell’uomo. Discusso nel suo tempo, magnificato dalla critica (soprattutto britannica) del secolo XIX e considerato in Italia, fin quasi ai giorni nostri, un precursore della sensibilità romantica (anche per gli aspetti ribelli ed anticonformistici del suo carattere), Rosa esercitò un forte influsso sulla pittura partenopea, sebbene non gli si possano attribuire veri e propri allievi. Il paesaggio e le rappresentazioni di combattimenti furono i soggetti che più spesso furono imitati.

Al soggiorno fiorentino del pittore risale il capolavoro “Le tentazioni di Sant’Antonio” (Firenze, Galleria palatina di Palazzo Pitti). E’ un’opera che incarna l’ispirazione visionaria di Rosa. L’anacoreta egiziano è raffigurato in atto di brandire il crocifisso per stornare da sé delle creature terrifiche. Queste, emerse da uno scenario fosco e plumbeo, incombono sull’eremita appiattito sul giaciglio e sono quasi sul punto di ghermirlo. [1]

Nulla di mistico né di austero in questo vegliardo che, distolto dalla meditazione, si rotola e si torce all’assalto di iperbolici mostri che, partoriti dalle elucubrazioni medievali, ma poi confinati nell’iconografia nordica, di là tornano a sostituire la bella donna cui la tradizione nostrana affida volentieri il compito di rappresentare in sé tutte le tentazioni. Nessuno spirito religioso e nessuna seducente nudità, ma incubo notturno, pauroso, ossessivo: una di quelle ‘stregonerie’ delle quali il Rosa ebbe a compiacersi e che furono ambitissime dagli amatori”. (G. V. Castelnovi)

La possente, bizzarra fantasia di Rosa è all’origine della spaventevole allucinazione né difettavano gli antecedenti iconografici per la pittura delle macabre entità che assediano il santo. Il gusto barocco per l’eccentrico ed il cupo contribuiscono all’orrida visione. Nondimeno s'intravede forse in questo quadro stravagante l’impronta di una percezione di là dalle parvenze: così il demonio ossuto che, in primo piano sovrasta l’asceta, pare davvero essere uscito da una plaga infernale, da un mondo popolato di esseri malefici. La testa rostrata, dagli occhi corruschi, l’orrido collo arcuato, gli arti magri e nervosi, tesi sino allo spasmo nell’approssimarsi dello scatto letale, evocano simili figure che brulicano nelle avventate escursioni spiritiche e persino in certi resoconti xenologici.

Un’analogia (fortuita?) ci conduce, oltre che all’immaginario cinematografico degli alieni scottiani, al gigante del più che controverso caso materializzatosi in quel di Mortegliano.

L’immaginazione come finestra sull’ignoto.

[1] Una copia del quadro è custodita nella Pinacoteca Rambaldi di Coldirodi (Sanremo). E’ una riproduzione che, per quanto più sommaria nell’esecuzione rispetto all’originale, è di fattura decorosa.

Fonti:

AA. VV., La raccolta Rambaldi a Coldirodi, Sanremo, 2012
A. Chiumento, La creatura di Mortegliano, 2013
Enciclopedia dell’Arte, Milano, 2005, s.v. Rosa Salvatore


APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

20 luglio, 2013

Panneggi

E’ noto che Leonardo da Vinci amava dipingere i panneggi delle vesti: essi consentivano al genio rinascimentale di suggerire la tridimensionalità e la naturalezza. L’ombra indugia nell’incavo, scava le cose; la luce scivola sulla parte rilevata: ora il contrasto ora la gradazione fra lumeggiature ed ombreggiature rendono l’illusione della profondità, come fallace conferma che “là fuori” esiste qualcosa, uno spazio in cui abitare.

Dipingere, disegnare significano conoscere. Ha ragione Elemire Zolla, quando consiglia di effigiare gli oggetti al fine di comprenderli, di compenetrarli. Mentre si ritrae la natura o un altro soggetto, si scoprono i loro particolari che talora sfuggono anche all’osservazione più attenta. Ad esempio, non solo si riconosce che le spirali delle conchiglie rispecchiano gli avvolgimenti delle galassie, ma pure si rintracciano volute sulla buccia di molti frutti. Parimenti i fiori sono piccoli sistemi stellari. Tra l’altro, il movimento levogiro, il moto della vita, accomuna i corpi celesti e le piante.

Così un filo invisibile intesse l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, dagli spazi siderali agli atomi, lasciando affiorare una segreta armonia. E’ questa armonia che gli artisti cercano di tradurre in immagini, suoni, colori... Resta da capire come essa possa coesistere con le aspre, violente dissonanze del cosmo. Resta da capire il suo vero significato di là dalla pelle delle cose.

I Maestri, quando trasfigurano la realtà, possono solo accennarne l’essenza enigmatica, imperscrutabile.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

24 ottobre, 2009

Le bianche scogliere di Rugen: un paesaggio dell'anima in bilico tra timore e speranza

"Le bianche scogliere di Rugen" è un dipinto di Caspar David Friedrich (Greifswald 1774- Dresda, 1840). L'artista romantico tedesco, in questo quadro del 1818, raffigura uno scorcio della costa baltica. A proposito del capolavoro, Eva Di Stefano scrive:"Se finora (in molte delle opere precedenti, n.d.r.) abbiamo visto una zona piena e centrale - il monte e la figura - stagliarsi contro il cielo e l'infinito, qui la zona piena, invece, funge da cornice che ritaglia la zona centrale del vuoto, ovvero una distesa marina senza limiti e senza un orizzonte che la distingua dal cielo in cui sconfina. Se capovolgiamo mentalmente il quadro, ci accorgiamo che quello spazio immateriale dai contorni frastagliati equivale ai contorni appuntiti di una montagna... Quel vuoto appare come una lastra di trasparenze che attrae magneticamente lo sguardo, come fosse lo stesso sfondo impalpabile, simile ad un velario, a forgiare il ritmo appuntito delle scogliere che la luce trasfigura, in contrasto con la precisione delle alberate quinte laterali, delle figure, della vegetazione in primo piano. Su questo incerto palcoscenico dell'abisso tre personaggi si sporgono da una finestra naturale: la moglie, lo stesso Friedrich e, in piedi, il fratello Christian."[1]

Nei personaggi e nel colore degli abiti alcuni critici hanno voluto vedere significati simbolici, ma qui i valori sono affidati alla scelte compositive, ad una descrizione evocativa. Protagonista dell’opera è la natura con la candida scogliera, inquadrata dall'alto a suggerire un senso di vertigine. Il profilo spigoloso delle rocce contrasta con la placida distesa marina, appena increspata e soffusa di tinte delicate, giallo paglierino, celeste e rosa con gradazioni salmone. L'ampia inquadratura dà risalto sia allo scenario con il precipizio e l'arco dei rami che abbracciano l'azzurro, sia ai tre viandanti colti mentre sono mesmerizzati da qualcosa nel burrone, il cui ciglio è orlato di erbe in ciuffi. Sulla destra il fratello del pittore è assorto, mentre Friedrich e la donna paiono attratti e meravigliati da un punto preciso nel crepaccio.

Non si legga il soggetto in modo realistico, benché il quadro sia la testimonianza del viaggio intrapreso da Friedrich con la giovane consorte per presentarle la famiglia a Greifswald, con l'inevitabile sosta in quella terra dell'anima che è l'isola di Rugen. L'apparente realismo del paesaggio, infatti, è trasposto in particolari non verosimili, allusivi: i personaggi sono in bilico sull'enigmatico vuoto. L'esistenza è caducità, viaggio ai margini del mistero. Il fratello dell'artista poggia pericolosamente i piedi sulle gracili barbe di un cespuglio; la donna ha un piede quasi nello strapiombo. Friedrich ha abbandonato sul terreno il bastone ed il cilindro, come a suggerire il distacco dalla quotidianità e l'attesa sgomenta ma fiduciosa dell'istante supremo. Anche le radici dell'albero flesso sulla sinistra si aggrappano al vuoto. Spuntoni sottili e fragili come stalagmiti di cristallo si protendono verso il firmamento.

Il nulla è il vero soggetto dell'opera, il cupio dissolvi che è l'immersione nel setoso silenzio della natura, nella sua luce ambrata. Davanti alla vita si spalanca il sentimento del tempo che si stempera nell'eterno, tra tremore ed anelito. Le esili vele, immagini di labili sogni, scivolano sulla superficie del mare, mentre la brezza, profumata di salsedine, scorrendo tra le chiome, reca la voce del destino, una voce tramata di inquietudine e di consolazione.

[1] E. Di Stefano, Friedrich, Firenze, 2001, p. 27



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