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01 luglio, 2014

Utilizzare


Utilizzare”: questo è il verbo che imperversa oggigiorno. Orrido gallicismo, rivela l’atteggiamento utilitaristico della nostra società. “Utilizzare”, vocabolo che, con quella zeta geminata, è unghia che stride sul vetro, gesso che graffia l’ardesia.

E’ il verbo che anche nei testi vergati dagli ineffabili geni del Ministero dell’istruzione (sic) è riferito agli autori che “utilizzano” le figure retoriche, il registro, le immagini... Povera lingua italiana depauperata e rovinata da inutili beoti! Non manca nei documenti ufficiali quasi mai il sostantivo “effettuazione”, abominio linguistico che non deprecheremo mai abbastanza.

Si diceva del lessema “utilizzare” affibbiato agli scrittori, come se un artista adoperasse le parole, i colori, le note... E’ il contrario! Il vero artista si abbandona alla corrente dell’ispirazione: i versi, le figure, le melodie... si affollano e brulicano attorno a lui, implorandolo di dar forma loro, di farli emergere dalla nebbia dell’inespresso e dell’indistinto alla luce adamantina dell’intuizione. Ecco che allora affiora una frase, un motivo, un soggetto.

Il vero artista è veggente, perché, come Omero, è cieco, cieco alle apparenze, mentre scruta l’ignoto ed ausculta le vibrazioni del silenzio.

Nell’antichità non si distingueva tra poeta e vate, tra aedo ed oracolo: il “vates” è colui che vede. La radice indogermanica di questo termine è probabilmente la stessa del verbo latino “video” (indoeuropeo "vid-ved") Senza dubbio si connette al nome proprio del dio germanico Wotan (Odino), il nume che, rinunciando ad un occhio, acquisisce il dono della profezia, guadagna la conoscenza delle cose soprannaturali.

Lo stesso Apollo è il dio sia delle arti sia dei vaticini.

Dunque è necessario ribaltare l’interpretazione: non è l’artista che opera delle scelte, poiché egli è scelto dall’idea, invasato dal nume, beneficiario di una rivelazione che è al tempo stesso epifania ed occultamento, grazia e condanna.

Dante lo chiarisce in modo netto, inequivocabile: “I’mi son un che, quando Amor mi spira, noto e a quel modo ch’è ditta dentro vo significando”. (Pur. XXIV, 52-54). Il concetto di ispirazione (l’ispirazione è afflato divino ed incanto) e l’idea di una voce che detta allo scrittore quanto egli annota.

Si direbbe che il vero artista non è chi possiede fantasia, ma colui che si lascia guidare dal daìmon, docile ed umile, verso vette abissali.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

13 giugno, 2009

Luce nera

Non è poi così difficile comprendere come il lupo, animale dalle abitudini notturne, sia legato alla luce: è innanzitutto il chiarore della Luna, freddo ed inquietante. La luce è pure nel nome di questo predatore elusivo e temibile: il termine "lupo" (in latino lupus, l'inglese wolf ed il tedesco Wolf sono rami del medesimo tronco, il morfema, lukwos - wlkwos) si lega alla radice "lux" (luce). E' una luce tenebrosa, quella dei boschi immersi nel silenzio immobile della notte, screziato di riflessi argentei, di ombre tremolanti. E' una luce antecedente alla nascita, alla caduta nello spazio-tempo, quindi è un raggio nero, colore simbolo del non manifesto e del principio.

L’ambivalenza di questa luce, ancora agglutinata al buio originario, è nell’appellativo cultuale attribuito a Zeus in Arcadia, Liceo. L’epiteto è da collegare a lukos, quindi Zeus lupo o protettore dei lupi. Liceo o Licio è anche attribuito di Apollo, forse da lykos (lupo) o da lyke (luce). Sia Zeus sia Apollo sono numi i cui volti raggiavano i bagliori più sfavillanti.

Non si sbagliava quindi Cicerone che, trattando dei Lupercalia, le cerimonie celebrate a Roma il 15 febbraio da un collego di sacerdoti (i Luperci), riteneva essi risalissero ad un'epoca anteriore alla civiltà ed alle leggi. Era dunque un'età arcaica, ancora lontana dall'individuazione e dalla conoscenza di sé, come separazione dal mondo naturale. Per questo in alcune culture il lupo è animale totemico: è il lupo della steppa, luogo di sconfinata libertà e di avventure irte di pericoli.

La lupa è animale che simboleggia la fecondità e, per la sua identità fonica con la lupa, intesa come meretrice, evoca una condizione di sfrenatezza che il consorzio civile si impegnò a censurare o a ricondurre entro i confini del lecito, ma innominabile.

La lupa, che allattò Romolo e Remo, aveva la sua tana in una grotta, emblema dell'incoscienza prenatale e della profondità ctonia, ma la spelonca era all'ombra di un fico, da cui scaturiva una sorgente, allusioni al sapere che affiora dal sogno immemore del non essere. Si è gettati nell'esistenza, dopo essere rimasti nel tiepido ventre del nulla.

A volte, si avverte la nostalgia dei raggi algidi che si diramano tra i colonnati delle foreste e che si innervano sulle volte del tempio stellato.



APOCALISSI ALIENE: il libro
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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

19 marzo, 2009

Sillabe

La magia del reale è nel suono che si articola in Lògos. In latino "carmen" vale "canto", "incantesimo", "formula magica" e "poesia": da questo nucleo semantico si propagano onde di senso in molteplici direzioni.

Oggi è quasi del tutto smarrito l'alone sacro del linguaggio che crea e distrugge. Oggi il linguaggio è ridotto a volgare strumento denotativo sicché non siamo in grado di comprendere come il re Salomone potesse intendere le voci dei volatili o perché il dio Apollo, che presiedeva alla poesia ed alla musica, fosse anche un nume distruttore. Si è persa la com-unicazione con la natura, quindi la com-unione, il contatto anche con noi stessi, di cui non sappiamo auscultare l'eco penetrante che, simile ad un incerto riverbero, si perde in una caverna vuota. Oggi le parole non sono più alate, come erano in Omero, ma pesanti ed opache: sono vocaboli che fendono il silenzio, offendono la verità ed i suoi cercatori.

Se camminiamo in un parco o percorriamo il sentiero di un bosco il cinguettio flautato della capinera, il sibilo del merlo, l'argenteo tintinnio del pettirosso sono soltanto increspature del silenzio, quando un tempo erano aerei versi di liriche naturali. Soprattutto erano messaggi dall'ignoto, sillabe sibilline che l'uomo interpretava per attingere il senso altissimo delle dimensioni invisibili.

Giovanni Pascoli, uno degli ultimi grandi ascoltatori del pentagramma della natura, seppe leggere nelle onomatopee pure di passeriformi e rapaci notturni, frammenti di enunciati, prima che essi si trasformassero in un pulviscolo di note destinate ad impigliarsi nel ronzio letale delle basse frequenze.

Nota Marius Schneider in "Pietre che cantano": "Gli animali fungono da intermediari tra gli dei ed i mortali, poiché la loro espressione fonetica è più vicina alla lingua originaria di quanto non lo sia il discorso articolato dell'uomo. Perciò soltanto ai sacerdoti ed agli eroi, che comprendono la lingua degli animali, è concessa una conoscenza più profonda della natura acustica delle cose."

Forse è per questo che proviamo un'indefinibile nostalgia per quando il mondo non era muto nel suo assordante frastuono di immagini ma una musica di gemme preziose, un concento. I suoni sono diventati disarmonici: stridono in frasi malaccorte, in giudizi corrivi, in rumori duri.

Si incidono, simili a solchi, ma non lasciano il segno.

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