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02 agosto, 2016

La morsa

Riteniamo che, se vogliamo recidere i legami, dobbiamo in primo luogo rinunciare alla ritorsione. Nietzsche scrive che “gli uomini magnanimi non sono vendicativi”. Non solo colui che non è animato da propositi vendicativi, si eleva al di sopra dell’uomo comune, ma crea i presupposti per una vita senza più ipoteche. Forse così ci liberiamo dei gravami che ci opprimono: da un lato cancelliamo il passato con i suoi debiti, dall’altro il futuro con i suoi obblighi.

Si capisce: non è per nulla facile. Quante volte gli altri ci deludono, ci tradiscono! Quanti sono invidiosi, ipocriti e maldicenti! Veniamo a sapere che persone in cui avevano riposto fiducia ci hanno diffamato, calunniato. La reazione istintiva è quella di rendere la pariglia. E’ comprensibile, eppure... In primo luogo s’innesca una reazione a catena, inoltre si resta impigliati in una pastoia… In prospettiva, lo spirito di rivalsa potrebbe determinare il nostro avvenire, anche quello che supera il cerchio della presente esistenza?

Com’è possibile dimenticare? Com’è possibile in situazioni estreme perdonare? In primo luogo, dobbiamo imparare a perdonare noi stessi. Se abbiamo commesso degli errori, se abbiamo compiuto delle azioni disdicevoli, non possiamo sempre rivangare quanto è accaduto. Basta. Cosa fatta, capo ha. Anche se siamo responsabili della nostra condotta, come ignorare le responsabilità delle circostanze, il ruolo del destino? Se continuiamo ad accusarci, a recriminare, la morsa del rimorso si stringe sempre più fino a stritolarci. Questo è l’unico risultato. Perdonare gli altri? Dimenticare i torti subìti, le bassezze? Dimenticare no, ma passarvi accanto, senza lasciarsi coinvolgere in modo eccessivo. Reagire con pungente ironia. Qualcuno o qualcosa provvederà affinché chi deve pagare il fio lo paghi.

Diversamente, si rischia di rimanere irretiti nella ragnatela delle esistenze, si rischia di restare intrappolati nel labirinto della ripetizione. Forse è questo in parte il significato dell’oscuro concetto di “eterno ritorno”, la perenne oscillazione di un fato insensato, il movimento immobile del tempo attraverso l’oceano dell’eternità. Invece dobbiamo mirare a trascendere il tempo che ci tempesta di schegge, dobbiamo mirare alla liberazione in questa vita. Dopo potrebbe essere tardi. Non forgiamo più catene di quante già ci vincolano.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

28 luglio, 2016

Giustizia e vendetta

La giustizia è una forma di vendetta, per quanto sublimata, legittimata, codificata. Non è un caso se nella società omerica, la vendetta, timorìa, era reputata un valore ed un preciso dovere dell’eroe, il kalòs kaì agathòs. La giustizia, infatti, è regolamento di conti, punizione dello scellerato oltre che rappresaglia. [1] Chi può contestarlo? Certi castighi sono doverosi, vitali. La giustizia mira a pareggiare i conti, a ripristinare un equilibrio turbato. E’ questo il compito del Tribunale divino che, premiando i probi con la beatitudine perenne e condannando i malvagi ad un inferno interminabile, attribuisce a ciascun uomo quanto merita in base alla sua condotta. [2]

Preferiremmo una giustizia perfetta, ma è impossibile ottenerla, almeno per due ragioni: da un lato gli uomini sono imperfetti e da loro non ci possiamo attendere un’equità assoluta, anche quando mirassero ad una totale imparzialità; inoltre una giustizia perfetta deve essere immediata, il che evidentemente non è e non può essere. In tale contesto, anche sulla stessa Giustizia superiore, per quanto compiuta ed ineccepibile, giacché rinviata post mortem, nonostante il tragitto umano sia comunque brevissimo, si proietta una pur evanescente ombra.

Si constata che l’esistenza e l’esigenza stessa della giustizia dipendono da una primigenia mancanza di giustizia. Sentiremmo la necessità del giusto, se non esistesse l’ingiusto? Non sarebbe stato possibile e desiderabile generare un universo senza la presenza del male nel tempo e senza l’Inferno nell’interminabilità, con il Tartaro che è l’orrido sotterraneo di un universo magnifico? Lo stesso strumento definitivo per una giustizia definitiva, l’Inferno senza fine, non è una macula sulla Creazione, non è inconciliabile con un cosmo redento dal male, anche dal semplice, sbiadito ricordo del male, dalla sua eco proveniente dal tenebroso scantinato? Sono domande per cui non abbiamo risposta, sono domande per cui forse non esiste risposta.

[1] Si veda, ad esempio, in un contesto teologico, la parentela tra vendetta e giustizia in Dante, Inf. Canto VII, vv. 11-12: vuolsi ne l’alto, là dove Michele/ fé la vendetta del superbo strupo.

[2] Consideriamo l'esistenza dell'Inferno e del Paradiso come ipotesi di lavoro.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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