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28 luglio, 2016

Giustizia e vendetta

La giustizia è una forma di vendetta, per quanto sublimata, legittimata, codificata. Non è un caso se nella società omerica, la vendetta, timorìa, era reputata un valore ed un preciso dovere dell’eroe, il kalòs kaì agathòs. La giustizia, infatti, è regolamento di conti, punizione dello scellerato oltre che rappresaglia. [1] Chi può contestarlo? Certi castighi sono doverosi, vitali. La giustizia mira a pareggiare i conti, a ripristinare un equilibrio turbato. E’ questo il compito del Tribunale divino che, premiando i probi con la beatitudine perenne e condannando i malvagi ad un inferno interminabile, attribuisce a ciascun uomo quanto merita in base alla sua condotta. [2]

Preferiremmo una giustizia perfetta, ma è impossibile ottenerla, almeno per due ragioni: da un lato gli uomini sono imperfetti e da loro non ci possiamo attendere un’equità assoluta, anche quando mirassero ad una totale imparzialità; inoltre una giustizia perfetta deve essere immediata, il che evidentemente non è e non può essere. In tale contesto, anche sulla stessa Giustizia superiore, per quanto compiuta ed ineccepibile, giacché rinviata post mortem, nonostante il tragitto umano sia comunque brevissimo, si proietta una pur evanescente ombra.

Si constata che l’esistenza e l’esigenza stessa della giustizia dipendono da una primigenia mancanza di giustizia. Sentiremmo la necessità del giusto, se non esistesse l’ingiusto? Non sarebbe stato possibile e desiderabile generare un universo senza la presenza del male nel tempo e senza l’Inferno nell’interminabilità, con il Tartaro che è l’orrido sotterraneo di un universo magnifico? Lo stesso strumento definitivo per una giustizia definitiva, l’Inferno senza fine, non è una macula sulla Creazione, non è inconciliabile con un cosmo redento dal male, anche dal semplice, sbiadito ricordo del male, dalla sua eco proveniente dal tenebroso scantinato? Sono domande per cui non abbiamo risposta, sono domande per cui forse non esiste risposta.

[1] Si veda, ad esempio, in un contesto teologico, la parentela tra vendetta e giustizia in Dante, Inf. Canto VII, vv. 11-12: vuolsi ne l’alto, là dove Michele/ fé la vendetta del superbo strupo.

[2] Consideriamo l'esistenza dell'Inferno e del Paradiso come ipotesi di lavoro.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

06 maggio, 2016

Significati e funzioni delle azioni giudiziarie

“Non esistono poteri buoni” (F. De André)

Se è vero, come è vero, che la giustizia non esiste – d’altronde che cos’è la giustizia, anche nel migliore dei casi, se non una vendetta istituzionalizzata, una punizione il cui esercizio è delegato allo Stato? – come si spiegano le opportune azioni giudiziarie che costellano la cronaca? Qui è arrestato un sindaco fraudolento, là è indagato un imprenditore disonesto, altrove un politico corrotto riceve un avviso di garanzia, addirittura a volte sono sfiorati vicesegretari, ministri, funzionari, vertici dell’esercito: che cosa significano le inchieste e le azioni giudiziarie? Come si spiegano?

A nostro avviso, in primo luogo tali iniziative di singoli magistrati sono il segno della loro vanità, del desiderio di mettersi in mostra, di far carriera. Inoltre talune azioni sono da inquadrare in faide tra diverse conventicole degli apparati, in lotte fratricide fra appartenenze massoniche. Soprattutto le comunque sporadiche ed inefficaci boutades di taluni giudici mirano ad accreditare presso l’opinione pubblica l’immagine di una magistratura solerte, equanime, integerrima. E’ un’immagine che acquisisce particolare risalto nel momento in cui contrasta con il pressoché totale discredito in cui versa la classe “politica” nell’immaginario collettivo. Si crea così uno di quei numerosi e falsi dualismi che il sistema usa per perpetuare il controllo dei cittadini, convincendoli, ad esempio, che “Destra” e “Sinistra” sono diverse, laddove sono non soltanto uguali, ma persino intercambiabili.

E’ sufficiente che, in qualche soporifero dibattito televisivo sia invitata una toga o sia interpellato un ex pubblico ministero, per ridestare nella massa, il cui encefalogramma è piatto o quasi, un sussulto etico, un ingenuo plauso del potere giudiziario: è un po’ come la scossa elettrica che regala qualche istante di vita larvale alla creatura del Dottor Frankenstein. Questo residuo ed estemporaneo consenso è sufficiente per illudere il popolino che esista un’istituzione “buona”, per ribadire le funzioni e le prerogative dell’establishment, anche solo nella sua ipostasi giuridica.

La trinità politica, con il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, può così continuare ad esistere e ad esercitare il suo perverso dominio anche attraverso solo una delle sue “persone”, poiché nello Stato la parte, a mo’ di sineddoche, vale per il tutto.

Tali riflessioni non escludono che, in circostanze del tutto eccezionali, agisca qualche giudice intemerato, ma il numero di costoro è veramente esiguo, senza dimenticare che i pochissimi magistrati virtuosi sono, con le buone o con le cattive, messi nelle condizioni di non nuocere all’establishment. Esemplare il caso del magistrato Clementina Forleo che, tra le altre cose, anni addietro, organizzò il prelievo in quota, fallito a causa di una soffiata. Isolata e vessata, la Forleo oggi non può scalfire una situazione inscalfibile.

Così, mentre la fiducia nella giustizia "umana" tocca il grado zero, cresce l’aspettativa in una Giustizia vera, infallibile, adamantina: è una Giustizia superiore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

28 febbraio, 2016

Il Nuovo disordine mondiale



Il presente articolo è stato pubblicato tramite una connessione temporanea e di fortuna, a seguito di un grave problema di collegamento alla Rete.

E’ molto diffusa fra i ricercatori indipendenti la dicitura “Nuovo ordine mondiale” a designare il regime totalitario esteso, almeno teoricamente e nei progetti della feccia, a tutto il pianeta.

Ci chiediamo se tale locuzione sia adeguata. Ci pare di no. La parola “ordine” che, all’interno del sintagma è il termine più forte sotto il profilo semantico, evoca un sistema ben strutturato e basato sulla legge: tale legge sarà pure draconiana ma dovrebbe essere uguale per tutti e destinata a promuovere un’equilibrata convivenza civile. Sub lege libertas? No, l’esatto contrario. Invero codesto Novus ordo non ha neppure un lato positivo, perché l’ordine non consuona con l’eguaglianza ed il rispetto delle regole; invece coincide con una dittatura che, mentre schiaccia la libertà di pensiero e di espressione, promuove la licenza, la sfrenatezza, il caos. Così la famiglia è disgregata attraverso leggi ad hoc, la società viene corrotta e disarticolata, per mezzo dell’immigrazione incontrollata, a causa dei conflitti interetnici; le nazioni sono snaturate, gli Stati sono esautorati con la creazione di istituzioni sovranazionali. Questo non è ordine: questa è confusione, babele!

Si illude chi crede che l’instaurazione del Novus ordo seclorum significhi almeno debellare la cosiddetta microcriminalità, rendere sicure e vivibili le degradate metropoli. Si illude chi pensa che finalmente la giustizia, per quanto - lo ribadiamo - ferrea e disumana, sia, all’interno di tale sistema centralizzato, applicata in modo equanime, senza favoritismi. E’ il contrario. La coercizione, il controllo e la punizione si abbattono SOLO sui dissidenti, mentre criminali incalliti e feroci trovano clemenza e comprensione presso i tribunali. Ciò non è una coincidenza: è una precisa, delinquenziale volontà di perseguitare donne e uomini liberi, mentre si fomentano e legittimano i delitti, le turpitudini, le perversità, tutti i vizi che disintegrano e traviano i rapporti umani e sociali. Le cronache ogni giorno documentano ed attestano che la “Giustizia” è implacabile contro gli innocenti ed indulgente nei confronti degli scellerati.

Ecco perché le città sono sempre più sporche, degradate, caotiche: è questo l’”ordine”. Ecco perché le istituzioni sono sempre più inefficienti, pletoriche, marce,: è questo l’”ordine”. L’ordine si nutre del disordine, della disorganizzazione, delle sperequazioni, della miseria. Esso si radica in un suolo contaminato; si alimenta di veleni, a guisa di certi batteri che prosperano nei terreni e nelle acque inquinate. La delinquenza e la violazione delle norme servono sempre come pretesto per colpire cittadini onesti già vessati.

Anche il progetto di creare delle macroregioni in Europa, destinate a sostituire ed a sovrapporsi alle attuali circoscrizioni amministrative, è funzionale a generare ulteriore caos: diventa tutto un intrico di norme, di competenze, di regolamenti, mentre le tradizioni locali sono disgregate dalla ridefinizione dei confini.

Pure le guerre e le tensioni internazionali fanno alla bisogna: oltre ad essere dettate da loschi interessi economici, producono un perenne stato di incertezza e di precarietà.

No. Non è né laworder. La “legge” è interpretata ad uso e consumo dei prepotenti e dei furbi; è strumento per eliminare il dissenso e, contemporaneamente, per giustificare ed assolvere i furfanti più pericolosi. E’ una “Giustizia” forte con i deboli e comprensiva con gli arroganti. Il diritto è storto e nessuno può raddrizzarlo.

Sub lege servitus: sotto la legge la schiavitù ed ogni ingiustizia, ma con tutte le firme e le marche da bollo regolari.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

15 aprile, 2015

Vivere nell'età dell'ipocrisia


Avevano perfettamente ragione i sofisti quando asserivano che la “giustizia” è solo la legge del più forte e del più scaltro. E’ così! Tutte le elucubrazioni ed esegesi, anche le più sottili, circa i problemi giuridici non valgono un fico secco, se confrontate con la spietata constatazione dei sofisti. A che pro lambiccarsi su ponderosi manuali di diritto (nulla è più storto del diritto) per tentare di stabilire che cosa sia l’equità? Viviamo in un mondo capovolto in cui gli onesti e gli innocenti non hanno alcuna speranza di veder riconosciuta la loro integrità, laddove i farabutti istituzionali imperversano impuniti, delinquono allegramente.

Era già Catone il Censore a scrivere: “I ladri privati sono in catene, mentre i ladri pubblici vivono tra l’oro e la porpora”. Tacito ci ricorda che “in uno stato molto corrotto, le leggi pullulano”. I classici sono gli autori il cui insegnamento è sempre attuale e veramente è difficile aggiungere qualcosa ai loro immortali moniti. Anche Manzoni della mefitica “giustizia” umana aveva inteso tutto: attraverso i personaggi e gli episodi dei “Promessi sposi” denuncia con amara ironia l’iniquità, la pochezza, la ferocia, l’avventatezza di magistrati e birri.

Le tare della “giustizia” sono innumerevoli. Nelle false “democrazie occidentali” le magagne della giurisprudenza sono nascoste dietro una folta e ben sagomata siepe di disposizioni, regole, clausole, commi, codicilli... I mali peggiori sono senza dubbio le deroghe e le proroghe. Le eccezioni si annidano in leggi che possono essere condivisibili, per snaturarle o vanificarle. Le posticipazioni situano in un futuro che non verrà mai l’applicazione di quelle pochissime prescrizioni il cui rispetto migliorerebbe le condizioni del consorzio umano. Così ci si ritrova con una “giustizia” che è solo coercizione ed arbitrio. Invano si invocheranno norme giuste e sagge: chi le dovrebbe rispettare, le calpesterà sempre. In ogni caso resteranno disattese.

In verità il sistema giuridico attuale è del tutto indistinguibile da una giustizia sommaria e sommamente ipocrita.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

09 settembre, 2014

Il giusto ed il buongusto


"Non è giusto!" Così esclama il bimbo cui è stato sottratto in modo immotivato un balocco. Si deve ritenere che un senso etico, per quanto confuso, sia innato o, per lo meno, precoce nell'essere umano. Che cosa significa "giusto"? Qual è la differenza tra "giusto" ed "ingiusto" di là da una concezione empirica e superficiale? Ancora una volta l'indagine etimologica non ci è di grande ausilio: "Giusto proviene dal latino ius, antichissima definizione di una formula di incitamento, portafortuna, sopravvissuta solo nelle aree che hanno conservata intatta la classe sacerdotale (indo-iranica e latina) e da cui si è svolta la nozione di diritto. Forma originaria è yeus alternante con yewes".(G. Devoto) Il lessema latino si connette al verbo iurare, giurare.

Dunque il diritto sembra radicato in forme solenni e sacre di giuramento. Tuttavia la sacralità del giuramento è venata di alcunché di sacrilego, se, ad esempio, in inglese, il verbo (to) swear significa sia "giurare" sia "bestemmiare". Anche i Vangeli condannano il giuramento. E' impossibile quindi definire il concetto di giustizia, laddove il quasi sinonimo "equità" riesce ad evocare un'ombra di significato, allorché pensiamo al latino aequor, mare, da aequus, inteso come superficie piana. Quindi l'equità è qualcosa di livellato, di uniforme.

Non erra alla fine Platone (attraverso il suo alter ego, Socrate) che, rifiutando l'idea secondo cui l'equità sarebbe "beneficare gli amici e nuocere ai nemici", o "l'utile del più forte", alla fine getta la spugna. Infatti, nella conclusione della “Politeia”, il filosofo ateniese riconosce che le sue argomentazioni non hanno fruttato i risultati sperati: non è stato chiarito che cosa sia veramente la giustizia, sebbene se ne sia riconosciuto il giovamento e si sia ammesso che essa deve essere una qualche virtù.

Che differenza rispetto a molti filosofastri, intellettualoidi, pseudo-scienziati contemporanei che pensano di poter distinguere tra giusto ed ingiusto, tra vero e falso, tra scientifico e non scientifico! Certi concetti e vocaboli dovrebbero essere maneggiati con cura, altrimenti si rischia di cristallizzarsi nel dogmatismo. Nonostante la tanto sbandierata tolleranza, la società attuale è dogmatica, intransigente. Il "sapere" è diventato apodittico. Ignoranti ed idioti, con la cassa di risonanza costituita dai media istituzionali, propagandano il pensiero unico. Lo spirito critico, l'abitudine alla ricerca e l'approccio epistemologico sono defunti. E’ necessario persino il buon gusto, quando ci si accosta a taluni lessemi e sensi. E’ una questione di savoir faire: si deve cominciare con il riconoscimento che la "giustizia" dei tribunali è quasi sempre una parodia per poi degustare i veri valori dell’equità, nel senso più nobile del termine. Proprio come un assaggiatore di vini, occorre saper apprezzare il bouquet delle parole.

Le persone sono regredite a livelli infantili, simili a quei pargoli che gridano: "Non è giusto!", quando ad un coetaneo sono date due caramelle ed a lui neanche una. Come i bambini, oggi gli adulti sono del tutto incapaci di suggerire un'idea di "giustizia", mentre si lasciano trascinare da parole emotive, da motivazioni deamicisiane. Ecco allora che i governi ed il clero facilmente persuadono la gente che una guerra è “giusta”, “umanitaria”. Il popolino è convinto che le armi sono “intelligenti”. Il popolino non si accorge dello stridente contrasto tra il nome “guerra” e gli opportunistici aggettivi che vi sono incollati. Ecco perché è sufficiente una campagna orchestrata dai parolai al "potere" per scatenare un sanguinoso conflitto. Si affila la lingua, prima di affilare le baionette.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

26 aprile, 2014

Lo stravolgimento della giustizia nei sistemi attuali

Nulla oggi è storto quanto il diritto. La giurisprudenza è decaduta nella teoria come nella prassi. Si può forse definire giustizia quel ginepraio di norme in cui ci si perde come Dante nella “selva oscura”?

Non è ammissibile che il diritto, le cui regole dovrebbero essere adamantine ed ispirate ai più nobili valori, traligni. Indigna la corruzione del diritto, ma ancora di più che si levino poche voci a deplorarla, a condannare una “giustizia” ormai ridotta a mero strumento di coercizione.

Ci stiamo assuefacendo ad azioni extra legem: è normale che la Cassazione, il cui ruolo dovrebbe essere appunto quello di cassare, ossia cancellare le sentenze di secondo grado per ragioni procedurali e formali, decida di riavviare un processo? Il principio “ne bis in idem” è stato affossato con la conseguenza che si instaurano azioni penali interminabili. L’altro cardine giuridico, “in dubio pro reo” è da tempo del tutto sgangherato.

Si afferma che la “giustizia” italiana mutua alcuni suoi limiti dalla giurisprudenza romana. Bisogna essere precisi: il diritto a Roma era incentrato non su un corpus normativo, ma sulle sentenze precedenti, un po’ come avviene oggi – in linea teorica - nei paesi anglosassoni. E’ semmai l’eredità giustinianea del Codex a costituire la premessa di una giurisprudenza “chiusa”, rigida e che ambisce a regolare astrattamente una casistica articolata, complessa, talora contraddittoria.

Invero, non è che un sistema sia migliore dell’altro: se si applicano con rigore i princìpi di equità e di imparzialità, i due paradigmi giuridici si equivalgono. Bisogna, però, rilevare che il rischio del modello giustinianeo, avulso dalla considerazione delle circostanze più disparate, è quello del summum ius, summa iniuria.

Il problema reale è un altro ed è un problema spaventoso: la giustizia dovrebbe essere amministrata da persone integerrime, di comprovata equanimità e, last but not least, coltissime, perché il loro compito è assai delicato. La cultura è condicio sine qua non per esaminare accidenti difficili, controversi, ispirandosi alla saggezza dei giurisperiti e dei filosofi più eccellenti. Non si confonda la cultura con l’erudizione: in qualsiasi campo l’erudizione è più perniciosa che inutile, laddove la cultura è profondità, abitudine al discernimento e purezza di intenti. L’ignoranza della lingua italiana, fenomeno che aggredisce e corrode anche la categoria dei magistrati, è indizio di inquietante villania, di inadeguatezza per un ufficio in cui specchiata moralità e sapere sono interdipendenti. Solo l’uomo probo può essere veramente colto.

Orbene, nascono due o tre uomini in un decennio con i requisiti sullodati e di solito non intraprendono la carriera giudiziaria. Possiamo dunque pensare che, nel momento in cui valutiamo la “giustizia” nel mondo attuale, essa non sia piuttosto una sua grottesca caricatura al punto che sarebbe senz’altro preferibile non esistessero né tribunali né magistrati né processi né verdetti?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

10 marzo, 2014

Giustizia umana e Coscienza sono incompatibili

Lo Stato non siamo noi. In quanto uomini liberi, integri, amanti della Verità e della Giustizia, noi riconosciamo come autorità solo la nostra Coscienza ed esigiamo che le istituzioni dichiarino di essere onorate della nostra stessa impeccabile esistenza.

Sempre più spesso ci chiedono la nostra opinione circa la sovranità individuale, ossia la possibilità di ciascun uomo di affermare la propria libertà e dignità al di fuori dei vincoli di legge sanciti dagli Stati. Ora, non entriamo nel merito della questione, poiché è un tema alquanto complesso. Qui ci limitiamo ad accennare alcune coordinate.

Il sistema giuridico internazionale risente in misura maggiore o minore della bolla "Unam sanctam" promulgata dall’orrendo pontefice Bonifacio VIII (al secolo Benedetto Caetani) e di altre due lettere papali successive. La giurisprudenza dei paesi anglosassoni, almeno in linea teorica, contempla l’evenienza che il singolo proclami la propria sovranità. Il diritto italiano, invece, in cui i giudici, sempre in linea teorica, applicano una legge a loro superiore, diritto che discende dai principi del Corpus iuris civilis giustinianeo, non pare proprio prevedere tale opportunità.

Il punto comunque non è questo, giacché la legge è un’astrazione: non esiste una giustizia umana da cui possa promanare un ordinamento ineccepibile. Lo Stato di diritto è una chimera. Lo Stato è solo l’espressione di una classe o di una cricca che opprime, sfrutta e vessa il popolo, pensando esclusivamente a preservare i suoi luridi privilegi. Perciò ogni disquisizione a proposito di norme, regole, fonti del diritto, costituzioni... è, prima che inutile, ridicola.

Per quanto ci riguarda, il codice penale ed il codice di procedura penale sui cui ci siamo formati coincidono in toto con “I promessi sposi”. Intendiamo che Manzoni comprese come funziona, anzi come non funziona la “giustizia”, debole con i forti e forte con i deboli. L’autore milanese era tutto fuorché uno sprovveduto: nel romanzo con sarcasmo e con lucidità denuncia una situazione politica e sociale corrotta sino al midollo. Solo i deficienti e gli allucinati possono pensare che i magistrati siano imparziali, che nei tribunali si pronuncino sentenze giuste. Renzo e Lucia e, più in generale, gli umili lo imparano a loro spese. Poiché essi, però, hanno fede in Dio, nella sua Giustizia superiore, alla fine accettano questa vita di mota. Gli altri si attaccano al tram e fischiano l’Aida.

Come ci insegnano i sofisti, la giustizia è la legge del più forte e del più scaltro. Lo Stato, in quanto costruzione del tutto illegittima e criminale, può solo partorire una giustizia iniqua, feroce ed aberrante. All’interno dei codici si troverà sempre qualche cavillo, qualche pretesto, qualche appiglio per un’interpretazione ad uso e consumo del prepotente di turno. Non ha ragione chi ha ragione, ma chi è arrogante, come ci ammonisce Fedro nella celebre ed amara favola, “Il lupo e l’agnello”.

Nel "Paradiso" Dante, scrive “Diligite iustitiam qui iudicatis terram”, ossia “Amate la giustizia voi che giudicate la terra”. Dispiace constatare che il sommo poeta vaneggiasse di uomini amanti della giustizia in grado di giudicare gli altri. I pochi uomini probi, integerrimi, disinteressati non operano nei tribunali, anzi non operano all’interno delle nefaste e nefande istituzioni. Se siamo fortunati, ci imbatteremo in greggi di inetti, in masnade di ignoranti, ma l’onestà appartiene ad un’altra dimensione.

Chi combatte per attestare la sovranità individuale merita un plauso, poiché manifesta una concezione alta e nobile della giurisprudenza. Purtroppo la realtà effettuale è ben diversa: i pre-potenti, anche quei pochi che conoscono i fondamenti giuridici, non esitano un attimo a spiaccicare il cittadino, come fosse una mosca. Coloro non si peritano di trasgredire le regole basilari della convivenza civile: non hanno alcun ritegno. Sono in una botte di ferro. Il vizio e la scelleratezza sono per loro garanzia di totale impunità. Nessuno mai avrà l’ardire non di perseguirli, ma di torcere loro un capello.

Chiarito ciò, ci sembra che i fautori della sovranità individuale siano un po’ come coloro che, basandosi sui cardini teorici di una fisica quantistica mal compresa, sono sicuri di poter modificare gli eventi, anzi l’intero universo con il potere dell’intenzione, potere tra l’altro di un singolo individuo. Sinora non risulta ci siano riusciti.

Questo non significa che non si debbano esperire tutte le vie lecite per rintuzzare gli assalti di un sistema tirannico. Si possono e si devono escogitare strategie per contrastare i misfatti governativi. In effetti, negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito, qualche cittadino, appellandosi al codice della navigazione, è stato in grado di schivare la mannaia dei palazzi di “giustizia”. Tuttavia di fronte a qualcuno che ha trionfato, quanti sono gli infelici che sono massacrati di botte o fulminati con il taser, ancora prima che possano proferire un fonema!

Siamo in ogni caso sempre disponibili a rettificare tali conclusioni: chi fosse riuscito a schivare i fendenti di un establishment odioso, è invitato a comunicarcelo ed a rendere partecipi della sua positiva esperienza il maggior numero di lettori possibile.

Reputiamo, però, che chi confida in questa o in simili forme di difesa della propria libertà empirica (non interiore, che è invulnerabile) sia simile ad un soldato intento a proteggersi da una mitragliata con uno scudo di cartone.


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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

20 luglio, 2009

Giustizia

"Non è giusto!" Quante volte abbiamo udito questa protesta! Che cos'è la giustizia? "Dare a ciascuno il suo", splendida ma elusiva risposta. Se è pressoché impossibile definire che cosa sia la giustizia, non di meno sentiamo istintivamente quel che è iniquo. Così ripensiamo con indignazione alla condanna di Socrate nel 399 a.C., condanna alla pena di morte pronunciata dal tribunale di un regime "democratico". Così ricordiamo l'apoftegma di Catone il Censore: "I ladri privati sono in ceppi ed in catene, mentre i ladri pubblici vivono nell'oro e nella porpora". E' una constatazione oggi più che mai valida.

Milioni di persone ogni anno muoiono di fame, di sete, per malattie, a causa di cruenti conflitti fomentati dalle multinazionali e dai governi, in seguito a disastri innaturali. E' giusto? Una decisione di un arbitro non conforme alle attese dei tifosi viene vissuta come la somma ingiustizia. Sarà stato pure il risultato di una decisione poco saggia e meditata, ma è percepito come un delitto di lesa maestà. Blaise Pascal coglieva nel segno, quando notava che è peculiare degli uomini incaponirsi per le bazzecole, trascurando le questioni importanti. Capita sovente di vedere uomini e donne attempati che, invece di rivolgere pensosi l'attenzione al destino che li attende, ancora si impuntano su questioni oziose e risibili, come se potessero vivere in eterno. Non potrebbe essere il loro l'ultimo giorno sulla Terra? Siamo saggi solo in qualche banale consiglio, dispensato con malcelata sufficienza.

Dunque ci scandalizziamo per le imperfezioni, ci irritiamo per i granelli di polvere, ma restiamo indifferenti di fronte alle carneficine ed alla distruzione del pianeta, all'ottenebramento della coscienza. E' fondamentale che sui gerani del nostro davanzale non sgocciolino le stille del bucato steso al piano di sopra, ma se gli aerei diffondono tonnellate di veleni, che ci importa? E' giusto ciò? Anzi, è ragionevole?

Guardiamoci intorno: i criminali governano, viziosi che esibiscono virtù inesistenti; giudici incapaci sputano sentenze, condannando spesso innocenti e ladri di polli; banchieri-usurai decidono le sorti del mondo, mentre il ladruncolo è messo alla gogna; ignoranti in sommo grado pontificano nelle università, mentre intellettuali e scienziati di valore sono emarginati, quando non sono vilipesi e calunniati; tronfi e corrotti soloni legiferano in modo draconiano, laddove i cittadini onesti sono vessati per un'inezia; ministri e sottosegretari vivono nel lusso più sfrenato, mentre gli operai sudano per buscarsi il pane e rischiano ogni giorno la vita per un miserrimo salario... [1] Da per tutto regnano la nequizia, l'ipocrisia, la sopraffazione, ma ammantate dei più brillanti (e falsi) ideali. E' tutto ciò giusto? Chiunque comprende che non lo è, ma, quando si tratta di additare una risoluzione, molti sanno soltanto proporre misure ancora più inique della stessa iniquità o ingenuamente si affidano alle screditate istituzioni.

Guardiamo oltre le apparenze e di là della società umana: la natura, dietro parvenze gradevoli, è un'arena insanguinata. La lotta per la sopravvivenza spinge una fiera contro un erbivoro, il vischio a suggere la linfa di un olmo. Sgomenta il duello mortale tra una lucertola ed una scolopendra: di fronte a questo contrasto feroce, quale autore potrebbe celebrare la bellezza della natura e la razionalità del cosmo? Non tutto ciò che è naturale è anche razionale.

Noi stessi a volte siamo lacerati da sentimenti contrastanti, da passioni infuocate. Non solo, siamo schiavi degli istinti e della materia: dobbiamo nutrirci per sopravvivere. L'inedia rende gli uomini feroci, disposti a tutto. Nacque la leggenda che il conte Ugolino della Gherardesca, divorato dai morsi della fame, si cibò delle carni dei figlioli. Probabilmente non fu così: ma possiamo escludere che un padre non sia indotto dall'impulso infrenabile alla sopravvivenza a compiere un atto tanto abominevole?

Ammettiamolo: siamo creature nate dal fango e che appena hanno sollevato il capo dalla mota, alcuni per contemplare le stelle, ma molti per guardare solo un po' oltre il proprio naso.

Ammettiamolo: la giustizia non può provenire dagli uomini, soprattutto se incuneati nelle strutture di potere.

Infine riconosciamo che, nonostante le meravigliose e perfette geometrie, nonostante le armoniose leggi di natura, un quid irrazionale si è annidato nel cosmo. Saremo onesti se, lungi dal diffamare il mondo, eviteremo anche di considerarlo il migliore dei mondi possibili.

E’ auspicabile tentare di migliorarlo, per quanto è nelle nostre possibilità.


[1] Ovviamente esistono le eccezioni.



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