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30 marzo, 2017

Caterina da Siena: un'esperienza di pre-morte



Caterina Benincasa nota come Caterina da Siena (Siena, 1347 – Roma 1380) religiosa e teologa; santa. Penultima di venticinque figli, entrò nel 1363 nel terz’ordine domenicano delle mantellate. Affiancò alla vita contemplativa un alacre impegno nelle opere di carità, assistendo malati e bisognosi, promuovendo la riconciliazione tra famiglie e fazioni e la riforma della Chiesa. Intervenne con energia anche in alcune questioni politiche, adoperandosi fra l’altro per il ritorno dei papi dall’esilio di Avignone. Sono celebri le sue 381 lettere, indirizzate tra il 1370 ed il 1380 a chierici e laici, papi e re, umili e potenti; tutte percorse da un’impetuosa volontà di persuasione, esse ricorrono ad uno stile energico, ricco di immagini bibliche e di allegorie, ma anche di spontanee espressioni della parlata senese. Più letterario lo stile del Dialogo della divina provvidenza, dettato ai discepoli nel 1378.

Pochi sanno che Caterina da Siena visse un’esperienza di pre-morte, anzi, stando alle testimonianze dell’epoca, ella un giorno all’improvviso morì. Tornata dopo quattro ore in vita, raccontò il suo vissuto e descrisse quanto aveva visto, dopo che l’anima si era staccata dal corpo.

Il domenicano Raimondo da Capua o Raimondo delle Vigne (era discendente di Pier delle Vigne, lo sventurato funzionario dell’imperatore Federico II, collocato da Dante fra i suicidi), giuntagli la notizia dei fenomeni soprannaturali che costellavano l’esistenza di Caterina, volle sincerarsi che la donna fosse veramente una mistica: dapprincipio diffidente, concluse che i carismi di Caterina erano genuini.

Frate Raimondo, autore della biografia della santa senese, riporta, tra le varie manifestazioni misteriose, quanto le fu riferito da Caterina sul giorno in cui spirò. Il religioso scrive che la mistica scorse una luce intensa, la gloria dei Santi, le anime del Purgatorio e le atroci pene dei peccatori. Nella dimensione in cui si inoltrò l’anima di Caterina, un “luogo” dove il tempo non esiste ed in cui si prova un’estasi inesprimibile, ella potè contemplare la divina Essenza. Colà incontrò pure il Messia che le affidò la missione di predicare sia presso gli ultimi sia presso i dignitari. Infine di botto l’anima tornò nel corpo ed il dolore fu così grande che Caterina pianse per tre giorni e tre notti.

Pur nella peculiarità cattolica del racconto, l’esperienza della monaca palesa i tratti tipici delle NDE: la visione del fulgore, il senso di ineffabilità, l’intollerabile patimento sofferto, una volta che lo spirito si ritrova nel carcere del soma.

Fonti:

Enciclopedia del Medioevo, Milano, 2007, s.v. Caterina da Siena
A. Socci, Tornati dall’Aldilà, Milano, 2014


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APOCALISSI ALIENE: il libro

29 dicembre, 2016

Visioni del Paradiso e dell'Inferno




Più vivo intensamente la vita e più mi interrogo sull’enigma della morte. (J.K.)

Sono sempre più nutrite le testimonianze circa le cosiddette esperienze di pre-morte: in quasi tutti i resoconti i “redivivi” riferiscono di essersi inoltrati nel Paradiso e, non di rado, nell’Inferno. Sulle near death experiences, sulla loro natura e circa i loro addentellati con vissuti esplorati all’interno della Letteratura e persino dell’Ufologia, abbiamo disquisito in diverse occasioni (si veda infra); qui vorremmo, però, porre un quesito cruciale: è possibile che tali percezioni, pur nel notevole grado di realtà esperito, siano raffinati inganni alieno-arcontici? In altre parole, ha ragione chi opina che, dopo la morte, ci attenda il nulla o un sonno profondissimo in attesa della risurrezione? Lo spettacolo dell’Empireo e, di converso, dello spaventevole Tartaro potrebbero inculcare un senso di soggezione nei confronti del destino ultraterreno, rincalzando un’etica fondata non su un reale spirito di abnegazione, ma sul timore del giudizio: ne consegue una morale eterodiretta nonché una forma di controllo.

I cristiani dovrebbero sapere che la dottrina dell’immortalità dell’anima è estranea al Cristianesimo delle origini: oggi, tale concezione, mutuata da credenze e filosofie elleniche ed orientali, coesiste - in modo contraddittorio e senza che i fedeli se ne accorgano - con la fede nella rinascita nel giorno del Giudizio universale. Si ricordi, ad esempio, che la preghiera “L’eterno riposo” descrive proprio uno stato post mortem di insensibilità, escludendo una continuazione dell’esistenza in un ipotetico aldilà.

Purtroppo di fronte ad una questione fondamentale, una questione che riguarda tutti, abbiamo solo indizi frammentari ed ipotesi non verificabili. La sincerità di coloro che hanno varcato la soglia è indiscutibile; il radicale cambiamento di prospettiva, palingenesi che connota il loro percorso terreno pure. Tuttavia, un po’ come Cartesio, restiamo sempre con il dubbio che un demone possa aver architettato la frode.

Sfortunatamente né i numerosi libri né i documentari sul tema fugano le perplessità, anzi – e ciò vale per tutti gli interrogativi abissali – quanto più si approfondisce il soggetto, tanto più aumentano le domande che sorgono dalle antinomie in cui ci si imbatte.

Nel caso di un problema tanto vitale (e mortale), seguitiamo a reperire solo risposte parziali, ambigue ed insufficienti, quando avremmo bisogno della RISPOSTA.

Approfondimenti:

- Truman Cash ed il destino dell'anima, 2014
- Che cosa succede dopo la morte?, 2011
- Le esperienze di pre-morte nell'ambito dell'Ufologia, 2009

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APOCALISSI ALIENE: il libro

06 luglio, 2016

Fine del male?



La saggezza popolare identifica nella morte la fine di ogni sofferenza. “Ha smesso di soffrire”, “E’ passato/a a miglior vita”…: queste frasi esprimono il convincimento che, dopo il decesso, o perché subentra il nulla o in quanto l’anima si libera dai gravami terreni, ogni forma di dolore sparisce.

Quanto è plausibile tale convinzione? Se hanno ragione i materialisti, secondo i quali la fine del corpo è la fine di tutto, non si pongono problemi, ma se avessero torto?

Adepti di talune confessioni cristiane asseriscono che solo un’esigua minoranza degli uomini sarà premiata con l’eterna beatitudine, mentre miliardi di reprobi già dimorano nell’inferno dove sono destinati a precipitare quasi tutti gli appartenenti alle attuali generazioni della Terra.

Sono sempre più numerosi i ricercatori che vedono nella luce avvolgente, nella sensazione di beatitudine ricordate da chi ha avuto un’esperienza di pre-morte un inganno arcontico: gli Arconti (o i demoni alias alieni malevoli) attirerebbero l’anima in una trappola per poi riciclare la psyché, reintroducendola in un nuovo involucro. In questo modo gli Altri possono proseguire a parassitare le loro vittime e ad usarle per trasferire le memorie da un cervello ad un altro.

Non sappiamo se tale ipotesi sia credibile: vero è che trova il suo fondamento in alcune idee della Gnosi antica, spesso l’unica fonte da cui si sono attinte conoscenze in gran parte avvalorate da ricerche recenti in relazione alla natura umana, al ruolo dei Dominatori, alla vera essenza del Potere.

I molteplici vissuti di pre-morte (in inglese near death experiences), anche di Musulmani, Buddhisti, Induisti etc. evocano sovente non solo il Regno dei cieli, ma pure il Tartaro e di solito curiosamente lo raffigurano secondo l’iconografia cristiana (più che cattolica, poiché il Purgatorio è presenza rara). Se nel caso di “redivivi” cristiani tale scenario, dove figura sempre Dio e compare spesso il Messia, si può giudicare come filtro culturale con cui si interpreta e, in parte, si modella una realtà trascendente, come si può spiegare questo canovaccio quando a raccontare la sua avventura nell’aldilà è, ad esempio, un fervido seguace del Profeta?

Il racconto dell’adolescente Nathan, israeliano, pur riferendosi all’Empireo ed alla Gehenna in cui i veri Ebrei non credono accenna pure al Messia, ma non proprio nel modo in cui lo intendono i Cristiani. Di conseguenza il quadro si complica.

Pare purtroppo che vedere nella morte la fine di ogni male tout court sia un’illusione, mentre è possibile che, o in un altro livello o in un altro soma, si debba seguitare, se non a soffrire, comunque a resistere prima della liberazione definitiva.

E’ ovvio che siamo nel campo delle mere speculazioni: nessuno può dispensare la verità assoluta su questioni tanto liminali e vertiginose. Non sappiamo, verbigrazia, se esista il Paradiso: avrà ragione Agostino a considerarlo un “luogo” bellissimo ma semideserto?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

20 giugno, 2016

Viaggi astrali e rapimenti alieni



E’ curioso che le esperienze di pre-morte manifestino delle similitudini con i rapimenti alieni, ma non è meno singolare che pure i viaggi astrali presentino delle tangenze con le abductions. Siamo di fronte ad eventi che hanno tutti la stessa matrice, riconducibili al medesimo retroterra? Sono situazioni che, pur nella differente fenomenologia, sono accomunati dallo stesso substrato?

Esemplari due vissuti riportati da John Mack nel saggio “Passaporto per il cosmo”. La prima vicenda riguarda una donna statunitense di nome Andrea. Scrive Mack: “Una notte Andrea fu svegliata da un persistente ronzio e da un forte lampo di luce azzurra. Si spaventò, ma, quando provò a muoversi, si accorse di essere paralizzata. Il suo corpo cominciò a vibrare e vide due figure piccole e sottili. Le teste erano enormi, gli occhi grandi e sbarrati; braccia e gambe erano lunghe e magre. Una delle due creature le premé una specie di bastoncino dietro l’orecchio. 'Erano molto esili e sembravano fatti di luce, anche se avevano una struttura interna, ma non si trattava di ossa'. La luce a quel punto la avvolse completamente ed una delle creature la guardò fisso negli occhi. Quel contatto visivo la obbligò ad alzarsi dal letto”.

In seguito Andrea attraversò la finestra, sorvolò alcuni alberi, vedendo da quell’altezza lo stesso chiarore che aveva scorto nella camera. Era la luce a farla volare, tracciando una specie di spirale che collegava il suo ombelico alle creature. Alcuni nastri luminosi si irradiavano da uno dei due esseri: questi nastri sospinsero la rapita verso una navicella. Passando attraverso la finestra, la testimone sentì che il corpo si disperdeva nel vetro. Le cellule si espandevano ed esplodevano: si sentiva trasformata in pura luce.

L’altro racconto concerne un episodio in cui ad Andrea parve di viaggiare nello spazio e nel tempo fino a recarsi nell’antico Egitto. Mentre di nuovo il suo corpo era diventato luminoso, si trovò in mezzo ad un deserto, insieme con alcune persone dalla pelle olivastra. Ad un tratto ella notò una porta attraverso cui gli Egizi dell’epoca pre-dinastica trasferiscono nel nostro tempo la loro energia ed accedono nel nostro mondo.

Le esperienze multidimensionali di Andrea, le sue esplorazioni nel tempo e nello spazio, paiono rivelare una “realtà” in cui passato e presente possono coesistere e correre paralleli come i due binari di una ferrovia. Andrea ritiene che le persone possano vivere due vite: una in un’età preterita, una in quella attuale.

Dal quadro fin qui delineato emergono, oltre ad interrogativi sulla vera natura del reale, ben più complesso dell’ordinario modello quadridimensionale retto dalle “leggi” fisiche, le analogie di cui sopra. Vediamole in modo schematico.

• Viaggi astrali: il prodromo è sovente un ronzio.

• Rapimenti: talora il testimone ode, come preannuncio dell’abduction, un suono “metallico”, comunque artificiale.

• Viaggi astrali: la persona è spesso colpita da paralisi.

• Rapimenti: il rapito è quasi sempre incapace di muoversi.

• Viaggi astrali: l’”onironauta” attraversa corpi solidi come finestre, porte, muri.

• Rapimenti: è frequente l’attraversamento di vetri.

• Viaggi astrali: il soggetto vede un cordone che lo collega al soma.

• Rapimenti: in qualche caso è stato riferito di strisce azzurrognole che si dipartono dal corpo fisico.

• Viaggi astrali: è frequente la ricognizione del passato e del futuro, in una sfera dove il tempo non esiste più o comunque diventa molto fluido, suscettibile di contrarsi e dilatarsi, se non di annullarsi.

• Rapimenti: non è raro che il sequestrato veda l’avvenire, di solito sotto forma di immagini su uno schermo o per mezzo di ologrammi proiettati dagli Altri. In occasioni eccezionali sono raccontate incursioni nel passato.

Che cosa succede in questa regione di nessuno e di tutti, in questo territorio al confine tra l’universo fisico e quello metafisico? Chi vi alberga? Alieni, demoni, anime, gusci psichici…? Siamo nel labirinto come Teseo, ma senza alcun filo di Arianna.


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APOCALISSI ALIENE: il libro


10 giugno, 2016

Varchi

Il compianto John Mack, nel volume “Passaporto per il cosmo”, riferisce il racconto di Isabel, una rapita che “ha vissuto diverse esperienze in uno stato percettivo insolito o alterato. Un giorno, all’inizio del 1998, ella era in treno con un amico. Seduto nel loro scompartimento c’era un uomo o meglio una ‘creatura’, come l’ha definita Isabel, che guardava davanti a sé come un comunissimo essere umano. Guardando, però, con la coda dell’occhio la testimone rimase impietrita. Infatti in quell’istante, in luogo del passeggero, la testimone vide un enorme insetto senza braccia: somigliava ad una mantide religiosa o a qualcosa del genere.

Isabel raccontò all’amico quello che aveva scorto e, data la sua incredulità, ripeté la prova. Osservò lo sconosciuto frontalmente e poi di sfuggita, con la coda dell’occhio, e lo rivide cambiare aspetto. Si domandò se quell’uomo non fosse in grado di creare un’illusione visiva percepibile solo da chi voleva lui”.

Osserva l’autore: “L’alterazione della percezione spazio-temporale, che contraddistingue molti rapimenti alieni, si associa spesso alla sensazione di penetrare in una realtà o dimensione diversa”.

Nel vasto campionario delle abductions e dei fenomeni collegati, lo specialista estrapola un’eccezionale resoconto che riesce almeno in parte a spiegare in che modo si verifica quella circostanza paradossale per cui un ente materiale attraversa un altro oggetto solido.

Ecco a tale proposito la testimonianza di Karin: “Passare attraverso la finestra è un’esperienza dolorosissima, perché, per permettere ad un corpo solido di penetrare un altro corpo, gli alieni devono modificare la nostra stessa vibrazione ed è esattamente quello che fanno. Quando si passa attraverso un muro o una finestra, è come se tutte le molecole cominciassero… Ci si sente quasi separati da sé e poi ci si ritrova sul fondo di questa cosa (?) che in qualche modo è viva (?), infine distesi su un tavolo. Credo che solo in quel momento gli alieni smettano di alterare la nostra vibrazione, dopo averci condotti attraverso diversi piani spaziali e temporali, finché non ci manifestiamo fisicamente nel loro livello”.

La sagace benché frammentaria relazione di Karin ci induce a ritenere che in parecchie occasioni gli Altri prelevino non il soma vero e proprio, ma quello che è denominato “corpo astrale”: esso trapassa la materia per mezzo di una sorta di scomposizione e ricomposizione molecolare, come lascerebbe supporre il ragguaglio in esame?

Le due testimonianze qui riassunte ci spingono ad apparentare taluni vissuti ufologici ai cosiddetti viaggi astrali che implicano l’attraversamento di pareti, porte, vetri etc. Sono altresì situazioni in cui la percezione del “reale” e delle sue numerose sfaccettature subisce notevoli cambiamenti, soprattutto in merito alle coordinate cronotopiche ora, per così dire, stirate ora contratte, spesso annullate, un po’ come accade nei sogni.

Così la xenologia può aprire varchi sul regno dei sogni… o degli incubi.

Fonte: J. E. Mack, Passaporto per il cosmo, 1999, pp. 74-75

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APOCALISSI ALIENE: il libro

06 agosto, 2015

Manuale per sopravvivere dopo la morte

Ensitiv (pseudonimo) è autore di un singolare testo, edito da Uno Editori, intitolato "Manuale per sopravvivere dopo la morte". Non recensisco il libro, poiché un'ottima presentazione è stata scritta da Viator.

Vorrei, invece, trarre spunto dagli scenari descritti nel volume per qualche riflessione liminale.

Aveva ragione Leonardo da Vinci, quando sosteneva che non abbiamo ancora imparato a vivere che dobbiamo apprendere a morire. Si deve aggiungere che occorre poi essere preparati ad affrontare il destino post mortem. Insomma "gli esami non finiscono mai". Ammessa la sopravvivenza di un quid dell'individuo, sopravvivenza che l'autore e non solo lui dà per scontata, ci chiediamo quali siano le caratteristiche del mondo ultraterreno: quello perlustrato dal viaggiatore astrale è probabilmente solo una delle numerose dimensioni ulteriori, quella che a volte interagisce con la nostra. Ecco, la nostra dimensione concreta, tangibile... e se fosse la proiezione, il riflesso di un livello più vero di realtà? E' un rovesciamento concettuale simile a quello teorizzato da James Hillmann che considera il corpo l'ombra dell'anima e non viceversa.

Ensitiv asserisce che il tempo e lo spazio non esistono più nell'universo che egli esplora: queste coordinate sono forse più trascese e trasfigurate che eliminate, tanto è vero che in qualche modo certi “cittadini” dell'altra realtà restano attaccati ad un cronotopo fissato nell'ossessione.

Sono enigmi che si potrebbero in parte sciogliere, considerando che il mondo tratteggiato dall'autore è contiguo al nostro: vi appartiene anche il regno onirico di cui abbiamo diuturna, anzi notturna esperienza. Eppure siamo impigriti nel quotidiano, intrappolati nei nostri problemi a tal punto che non percepiamo i segnali che i livelli invisibili ci inviano.

Anche quando il soprannaturale s'insinua nell'ordinarietà attraversa una sottile fenditura, i nostri paradigmi teoretici restano inalterati, laddove anche un solo fenomeno che esula dalle leggi scientifiche note rivendica una rivisitazione dei modelli in cui le leggi sono inquadrate. Quali modelli? In primo luogo, quello ottocentesco che, nonostante un secolo di indagini e teorie pionieristiche, è ancora quello dominante. E' il sistema basato sui cosiddetti “fatti”, su un non sempre adeguato metodo empirico, sulla ripetibilità dell'esperimento etc. Siamo ottimisti se pensiamo che questo schema, sebbene obsoleto, non sia oggi stato soppiantato dalla propaganda e dalla disinformazione, mantenendo della tradizione galileiana e newtoniana soltanto la terminologia, a mo' di una bottiglia di vino pregiato riempita d'acqua.

Leggiamo dunque il saggio di Ensitiv non tanto con la curiosità per un tema così inconsueto, quanto con la coscienza che è necessario aprirsi alle possibilità più inattese, attingendo alla pur torbida fonte del nostro essere più profondo.

La "livella" ci rende tutti uguali nel momento del decesso: dopo probabilmente ognuno avrà un diverso destino che dipende, oltre che dalla condotta, dall'attitudine a gettare, di quando in quando, uno sguardo oltre la siepe.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

29 agosto, 2014

Preannuncio riguardante la spaccatura della litosfera in alcuni “messaggi alieni”


E’ noto che contattisti, contattati e rapiti sono spesso latori di “profezie aliene”. Le loro predizioni, concernenti il futuro della Terra e dell’umanità, sono quasi sempre infauste. Tali presagi talvolta scaturiscono da persone che vivono situazioni non nell’ambito dell’ufologia “viti e bulloni”, poiché sconfinano in sfere ulteriori.

In tempi non sospetti tale Robert Harland - il suo caso fu esaminato dalla ricercatrice Jenny Randles - raccontò che nel 1964 si era recato dal dentista per sottoporsi ad un serio intervento chirurgico. Quando gli fu somministrato l’anestetico, Harland ebbe un’esperienza extra-corporea. Da una prospettiva esterna al soma, vide l’odontoiatra sbattere il ginocchio contro uno spigolo, circostanza che più tardi il medico confermò.

Fin qui si tratta di una tipica O.O.B.E. associata ad un trauma fisico, ma poi Harland vide un essere alto con lunghi capelli bianchi passare attraverso il soffitto e comunicargli telepaticamente che doveva andare con lui. Fluttuarono insieme attraverso il soffitto ed entrarono in un disco volante; l’uomo fu condotto a visitare l’interno dell’astronave e gliene fu spiegato il funzionamento. Ricevette un messaggio da trasmettere al genere umano. La comunicazione si riferiva ad una terribile calamità: la crosta terrestre si sarebbe spaccata. Infine gli fu detto che avrebbe dovuto lottare per tornare nel suo corpo. In effetti alcune creature piccole e sgraziate cercarono di impedirglielo, ma Harland riuscì nel suo intento. Si svegliò mentre il medico, visibilmente preoccupato, lo scuoteva: era quasi morto sulla poltrona del suo studio.

Ancora negli anni ‘60 del XX secolo: per la precisione è il luglio del 1968. Un giovane di venticinque anni stava compiendo un’escursione al passo Grodner, sulle Dolomiti italiane, quando scorse tre creature alte e magre, con teste a cupola (?) e bellissimi occhi orientali. I visitatori, che erano accompagnati da un piccolo robot, gli rivelarono attraverso il pensiero che provenivano da una galassia lontana. I cosmonauti gli preannunciarono un futuro spostamento dei poli, la fratturazione della litosfera ed il fatto che la vita sulla Terra avrebbe corso gravi pericoli.

Agosto 2014: in Messico, presso la città di Hermosillo, si apre una fenditura lunga circa due chilometri e profonda 25 metri. L’evento si aggiunge alle enormi voragini che, da qualche anno, si formano in numerose regioni del globo, anche in assenza di cause precise idonee a spiegarle. Sono non di rado sinkholes dalla circonferenza liscia, netta, come se non fossero formazioni naturali.

Viviamo tempi strani ed inquietanti...

Fonti:

J. Randles, Alien abductions: the mystery solved, New Jersey, 1988
R. L. Thompson, Le civiltà degli alieni, 1995, pp. 383-384, 412


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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

26 gennaio, 2014

Coscienza senza materia

Nel momento in cui il nostro cervello perde le sue peculiari funzionalità, la coscienza non è più in grado di interagire con questa dimensione, stabilendo un contatto con altri piani di realtà.

Più mi accosto alla materia, più essa si allontana; più interrogo l’anima, più essa tace.

Dopo la morte attendono gli uomini cose che non sperano e neppure immaginano.
(Eraclito)



Il bel libro di Eben Alexander, “Milioni di farfalle” (titolo infelice nell'edizione italiana), narra un’esperienza di pre-morte. Il volume del neurochirurgo aggiunge alla letteratura sulle N.D.E. risvolti filosofici di notevole interesse. L’avventura in un mondo inesplorato spinge, infatti, l’autore a domandarsi se la coscienza individuale possa prescindere del tutto dalla materia-energia. Egli ritiene di sì, andando in rotta di collisione non solo con la maggior parte dei neuro-scienziati che, invece, vedono nella coscienza un epifenomeno del cervello, ma pure con chi cerca di elaborare teorie secondo cui la materia e la coscienza sarebbero pressoché consustanziali o interdipendenti.

La domanda di Alexander è cruciale e se ne trascina dietro altre non meno decisive. E’ necessario per la coscienza acquisire un corpo? In caso affermativo, l’assunzione di un corpo che cosa implica? Una caduta o un’evoluzione? Che ruolo ha la dimensione temporale nell’incarnazione della psiche?

Ha ragione l’autore: la sopravvivenza dell’anima, intesa come principio spirituale, contiene in sé l’esistenza di Dio e viceversa, anche se Dio va inteso in maniera molto differente da come lo descrivono le religioni positive. Comunque l’Essere è staccato dalla materia.

Mutatis mutandis, è una rivincita di Cartesio e del suo tanto esecrato dualismo, poiché la res cogitans è totalmente altra rispetto alla res extensa. Possiede, infatti, una differente natura ontologica. E’ una sostanza le cui caratteristiche fondamentali non coincidono con i tratti peculiari del mondo ilico.

Sull’altro versante ha ragione Stephen Hawking, che pur con argomentazioni più imbarazzanti che capziose, negando l’esistenza di Dio, rigetta ipso facto l’idea di un’anima in grado di sopravvivere alla disgregazione del soma. Le due affermazioni sono intercambiabili o, per lo meno, la seconda è un corollario dell’assunto.

Se, come scrive il Nostro, davvero “la coscienza è alla base di tutto”, è necessaria una rivoluzione copernicana, cambiare radicalmente il punto di osservazione ed adottare nuovi paradigmi interpretativi. In questo inedito contesto, paradossalmente emerge l’enigma della materia più del mistero riguardante la coscienza stessa. Il mito del Dio che si incarna, a questo punto, assumerebbe il significato cosmologico di una coscienza che resta inchiodata all’universo tangibile o per scelta o per un errore.

Rimangono, tra gli altri, il nodo di Gordio a proposito dell’azione dello spirito sulla materia e viceversa (sempre che non si escluda uno dei due termini), il tema abissale del libero arbitrio e la vexata quaestio del male (può il male dipendere dal libero arbitrio?). Se, però, sia pure come mera ipotesi di lavoro, accogliamo l’eventualità di una coscienza del tutto avulsa dalle restrizioni della corporeità, si apre uno spiraglio su una realtà finalmente reale.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

26 agosto, 2012

Zeit und Geist (prima parte)

Lo Spirito soffia dove vuole

In questi tempi di ottuso materialismo, aleggia, quasi per paradossale contrappasso, l’idea di Spirito. Se, però, accantoniamo le nebulose e spiritate elucubrazioni di molte correnti New age, dobbiamo chiederci che cosa si debba intendere per Spirito e per spiritualità. Vediamo di chiarire, anche se con qualche inevitabile semplificazione.

- Lo Spirito è un’illusione, una “reificazione del nulla”, poiché esiste solo la materia-energia in un cosmo entropico. E’ questa la posizione di atei, materialisti, scienziati tradizionalisti.
- Lo Spirito è tutto ciò che non è materiale: Dio, l’Assoluto contrapposto a ciò che è fisico. Codesta è un’interpretazione dualista, al cui interno si possono individuare differenti declinazioni: dalla dicotomia manichea e catara alla distinzione gerarchica con la creazione che possiede un grado ontologico più o meno elevato, dalla materia informe al cosmo permeato di luce divina.
- Lo Spirito è ciò che non è materiale (Dio-Coscienza), insieme con tutte le sfere che sono ancora in qualche modo fisiche, ma di vibrazione maggiore o meno dense. Nella tradizione esoterica di solito vengono indicati i seguenti piani: mondo ilico, piano astrale, sfera mentale, àmbito intuitivo, livello spirituale, piano dell’anima, sfera divina.[1]

Pertanto un orientamento spirituale non coincide con i fumosi ed aleatori concetti desunti da libri sull’attrazione e da rimasticature pseudo-orientali, poiché esso implica una Weltanschauung che, accanto al mondo sensibile, comprende i piani soprannaturali. La scienza positivista bolla le dimensioni incorporee come “non reali”. Noi, sospeso tale pre-giudizio, proveremo a sfiorare la natura delle realtà parallele.

E’ soprattutto attraverso le esperienze sciamaniche e mistiche (dalle percezioni degli sciamani preistorici sino ai riti di orfici e di Eleusi, dalle visioni medievali fino alle esplorazioni psichedeliche di Willliam James, Aldous Huxley, Albert Hofmann, Terence Mc Kenna, Carlos Castaneda…) che si strappa qualche lacerto di mondi tangenti.

E’ probabile che, nella maggioranza dei casi, gli esploratori dell’ignoto riescano ad internarsi nel regno astrale (l’aggettivo “astrale” non discende da “astro”) e non nei domini superiori.[2] In accordo con insegnamenti tradizionali e con i racconti degli onironauti, tale dimensione è popolata da larve, gusci psichici, elementali, entità malevole intente a suggere l’energia dei vivi con cui vengono in contatto attraverso le pericolose sedute medianiche o altri mezzi (canalizzazioni, autoscrittura, cerimonie di bassa magia…). Nell’astrale, terra di tutti e di nessuno, dimorano pure creature evolute e le anime dei defunti, in attesa di liberarsi delle scorie terrene per accedere poi ai livelli superiori o prima di trasmigrare in un altro soma.

In modo del tutto inatteso, alcune ricerche ufologiche si sono avventurate nel territorio dell’astrale, da quando si è constatato che molti rapimenti non avvengono sul piano fisico, ma su un livello sottile, con l’”anima” che è prelevata dal corpo e di solito condotta su un’astronave o in una base, dopo che essa ha attraversato una finestra o più raramente una parete. Il tempo in queste circostanze scorre in modo differente rispetto alla terra: è molto più dilatato. Il fenomeno del missing time e di uno svolgimento cronologico non coincidente con quello “normale” accomuna i rapimenti alieni ed i racconti medievali e moderni sulla fairyland, la terra delle fate e dei folletti. E’ un dato che sia i medicine men sia coloro che assumono sostanze psicotrope sia altri percipienti descrivono tutti una realtà molto simile dove, oltre agli esseri sopra menzionati, sono percepiti alieni con tanto di navicelle spaziali. Si veda l'arte paleolitica.

E’ possibile che gli Altri (demoni o alieni ostili) siano non solo fra gli abitanti del mondo astrale, ma pure dei “guardiani della soglia? Alcuni testi gnostici, purtroppo giuntici incompleti – in alcuni casi ne possiamo leggere solo magri frammenti - accennano ad una condizione post-mortem in cui l’anima, se non ha appreso delle formule precise o se non ho accquisito una conoscenza iniziatica da un Maestro, è catturata dai custodi e costretta a ritornare sulla terra imprigionata nel simulacro corporeo. Tale concezione dovrebbe risalire all’antico Egitto ed alla dottrina escatologica delineata nel cosiddetto “Libro dei morti” (“Libro della via verso la luce” è il titolo esatto) con parallelismi nella cultura del Buddhismo tibetano.

Se continuiamo il confronto con talune investigazioni xenologiche, ci imbattiamo negli ufonauti che mirerebbero a trasferire l’identità dei sequestrati da un corpo ad un altro, identità cui è aggregata una memoria esterna, con il fine presunto di conseguire una sorta di immortalità. La galleria in fondo alla quale si vede una luce raggiante, ma che non abbacina, tunnel e bagliore descritti da chi ha compiuto un’esperienza di pre-morte, insieme con altri particolari ricorrenti, sarebbe un'allucinazione generata da alieni scaltri. Costoro illuderebbero il trapassato con immagini e suoni attraenti per poi rimandarlo sulla Terra in un corpo, perché Essi hanno forse bisogno di un corpo, in primis del D.N.A. per mantenere il controllo dell’umanità o per perpetuare la loro specie, anche attraverso ibridazioni.[3]

[1] E' controverso se nel mondo in cui Egli abita esista solo un’”energia” ontologicamente diversa da quella dei livelli successivi, oppure se questo Assoluto sia comunque Egli stesso composto della stessa "sostanza" dei mondi più densi, nei quali questa medesima energia diventa sempre più densa fino a dar luogo alla materia solida che costituisce gli oggetti che noi percepiamo.

[2] E’ difficile stabilire se i sogni siano viaggi nell’astrale o fenomeni di esclusiva matrice encefalica: è probabile che alcuni, quelli profetici e pregnanti, siano incursioni in un universo contiguo. Non indugio sul tema che ho già considerato: vedi almeno Le porte del sogno in Omero.

[3] E' congettura peregrina che pare smentita dagli studi di Raymond Moody et al. da cui si evince che coloro che hanno tentato il suicidio vivono esperienze spaventose, mentre in tutti gli altri casi si traggono solo benefici dalle N.D.E., in primo luogo una visione spirituale della vita, una consapevolezza che l'uomo non è confinato nella prigione terrena.

N.B.: le fonti del presente articolo saranno indicate in calce all'ultima parte.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

26 luglio, 2012

La morte di Ivan Il'ič

La morte di Ivan Il'ič (1886) è un celebre racconto di Leone Tolstòj: il protagonista, Ivan Il'ič Golvin, è consigliere di Corte d’appello nella capitale russa. Borghese soddisfatto e cittadino modello, la sua esistenza vira di botto, allorché si ammala di tumore all’intestino. La storia comincia dalla fine, con i colleghi che apprendono del decesso dal giornale per precipitare nell’analessi con cui l’autore ripercorre la biografia del consigliere. E’ così dipinto il ritratto ordinario di un uomo pienamente inserito nel milieu, emblema di una società che trova i suoi cardini nel decoro e nella rispettabilità.

Che cosa si agita dietro la normalità? La carriera, il menage familiare dignitoso, benché incrinato da incomprensioni e divergenze tra Ivan e la consorte su come arredare il lussuoso appartamento, circa l’educazione da impartire ai giudiziosi figlioli, sono le cianfrusaglie che l’autore ammassa. Dov’è l’autenticità in una condizione che tocca il suo culmine nelle brillanti, fatue conversazioni nel corso di una partita di whist?

Con disgusto e sofferenza – una sofferenza persino maggiore rispetto a quella provata da Tolstòj, quando si immedesima nel calvario del suo personaggio – il maestro russo indugia su una vita che non è vita, perché inautentica, sterile, cieca di fronte al male che scalpita, appena dietro l’uscio del “salotto buono”. Il culto del denaro e del prestigio non arretrano neanche di fronte al trapasso, perché a morire sono sempre gli altri. Cinismo, miserabile cronaca di omuncoli che solo il destino più feroce potrà forse trasfigurare in uomini… per un istante.

Possibile che solo l’indecorosa malattia e la gelida, incombente ombra della morte diano un senso all’esistere? Persino Dio, quel Dio di cui Ivan avverte “la crudeltà e l’assenza”, si palesa, negandosi, soltanto nella cella della disperazione, nel buio della solitudine.

All’improvviso tutto impallidisce: i fiori della carta da parati, lo scintillio delle suppellettili Biedermeier, l’odore del marocchino… All’improvviso la prospettiva è sovvertita. I rapporti umani si rivelano falsi, le lacrime finte, le parole vuote. Resta solo il dolore tanto più lancinante, perché inflitto ad un incolpevole (anche se nessuno è del tutto innocente). Resta solo il fantasma della morte. Il sillogismo “Socrate è un uomo. Gli uomini sono mortali. Socrate è mortale.” si dilata da procedimento dialettico a condanna senza appello. Eppure viviamo (viviamo?), quasi fossimo immortali…

“La morte ed il sesso… sono le due roccaforti del male che per Tolstòj non si arrendevano in nessun modo, nemmeno al Vangelo! La morte? Perché? Perché qualsiasi cosa, perché lottare e perché oziare, perché soffrire e perché gioire, se poi comunque si muore? L’idea di una sopravvivenza ultraterrena sembrava a Tolstòj una resa vergognosa allo sconforto. Era evidentemente un’illusione… e d’altronde Gesù, Gesù stesso non aveva provato repulsione e terrore della morte?” (I. Sibaldi).

Nel bellissimo, commovente epilogo, Ivan sprofonda in un pertugio, alla fine del quale si illumina qualcosa. Egli si riconcilia con sé stesso e con gli altri: non è tardi, anche quando è tardi, ora che il tempo non esiste più. Il dolore e la morte scompaiono: “Cercò la sua solita paura della morte, la paura di un tempo e non la trovò. Dov’era? Quale morte? Non c’era nessuna paura, perché non c’era neppure la morte. In luogo della morte, c’era solo la luce”.

La luce di un sole che non tramonta.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

16 gennaio, 2012

Un'esperienza di pre-morte raccontata da Gregorio Magno (seconda ed ultima parte)

Leggi qui la prima parte.

“Un certo soldato della nostra città fu colpito dalla peste. Uscì dal proprio corpo senza vita, ma ben presto ritornò e riferì quel che gli era capitato. A quel tempo, queste cose accadevano a molti. Egli disse di aver visto un ponte sovrastante un fiume nero, lugubre, che esalava un olezzo insopportabile. Di là dal ponte, invece, erano dei campi meravigliosi tappezzati di erba verde e di fiori profumati, che fungevano apparentemente da luogo d’incontro di una folla vestita di bianco. V’era nell’aria un odore così piacevole, che bastava da solo a soddisfare quei signori che passeggiavano. In quel luogo ciascuno aveva una sua dimora piena di una luce splendente. Inoltre, vi stavano costruendo una casa di dimensioni sbalorditive, in mattoni d’oro, ma egli non riuscì a capire a chi fosse destinata. Sulla riva del fiume v’erano altre dimore, alcune delle quali contaminate dall’olezzo proveniente dall’acqua, altre nemmeno sfiorate da questo.

Il ponte costituiva il banco d’esame: se a cercare di attraversarlo era una persona iniqua, questa scivolava e cadeva nell’acqua scura e puzzolente, mentre i giusti, non essendo ostacolati dalla colpa, procedevano facilmente verso quel mondo di delizie. Rivelò di aver visto Pietro, un anziano della famiglia ecclesiastica morto quattro anni prima, nell’orribile melma al di sotto del ponte, oppresso da un’enorme catena di ferro. Alla domanda del perché, gli fu data una risposta che richiama alla mente tutto quanto sappiamo della vita di costui.

Gli fu detto: ‘E’ stato punito in questo modo perché, quando eseguiva l’ordine di punire qualcuno, lo faceva con spirito di crudeltà piuttosto che di obbedienza’. Chiunque l’abbia conosciuto sa quanto questo sia vero. Vide anche un presbitero raggiungere il ponte ed attraversarlo con tanta sicurezza nel passo quanta era stata l’onestà della sua vita. Sempre lì, pare abbia riconosciuto quel tale Stefano del quale s’è parlato prima: nel tentativo di attraversare il ponte, Stefano era scivolato ed ora la parte inferiore del corpo era lì penzolante. Dal fiume, degli uomini orrendi lo afferravano per i fianchi per tirarlo giù, mentre altri uomini splendidi, vestiti di bianco, lo tiravano su per le braccia. [1]

Durante questa lotta tra spiriti benigni e spiriti malvagi, lo spettatore di tutto ciò rientrava nel proprio corpo: così, non poté mai conoscerne il risultato. Quel che succedeva a Stefano, comunque, può spiegarsi in termini di vita: egli, infatti, era sempre stato conteso tra i peccati della carne ed i benefici della carità. Il fatto che venisse trascinato giù per i fianchi, ma contemporaneamente tirato su per le braccia, dimostra chiaramente che egli amava sì la carità, tuttavia non sapeva astenersi completamente dai vizi che lo trascinavano in basso. Quale aspetto ne uscisse vittorioso, non fu dato sapere al nostro testimone; né risulta più chiaro a noi che a colui che vide tutto ciò e ritornò alla vita. E' certo comunque che Stefano, pur essendo andato all’inferno e ritornato come si è detto, non corresse del tutto il suo modo di vivere. Di conseguenza, quando molti anni dopo egli lasciò il proprio corpo, aveva ancora da affrontare un combattimento all’ultimo sangue.

[1] Un angelo ed un demonio che si contendono un’anima sono descritti, tra gli altri, da Dante nel XXVII canto dell’Inferno. Qui l’anima di Guido da Montefeltro alla fine viene ghermita dal diavolo e precipitata nel girone dei consiglieri fraudolenti.

Fonti:

Enciclopedia del Medioevo, Milano, 2009, s.v. Gregorio I Magno
R. Moody Jr, La vita oltre la vita, Milano, 1989, pp. 99-100


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10 gennaio, 2012

Un’esperienza di pre-morte raccontata da Gregorio Magno (prima parte)

Gregorio Magno nei “Dialogi” riferisce un episodio meraviglioso che oggi definiremmo, usando l’espressione coniata dal dottor Raymond Moody Jr, “esperienza di pre-morte”. [1] E’ proprio Moody Jr a riportare il passo tratto dai “Dialogi”, per dimostrare che le near death experiences non sono un fenomeno peculiare dei nostri tempi, poiché se ne rintracciano testimonianze anche nell’antichità (si pensi al cosiddetto mito di Er, dipanato da Platone nella “Politeia”) e nel Medioevo. In effetti, l’aneddoto inserito nell’interessante saggio “La vita oltre la vita”, manifesta non pochi tratti tipici dei resoconti dovuti ai “redivivi”, sebbene in un’ottica religiosa, laddove le dichiarazioni dei “resuscitati” attuali sono pervase da una spiritualità alquanto lontana dai dogmi delle religioni positive. Gli stadi delle esperienze al confinetra la vita e la morte, sono stati individuati dagli studiosi e così, di solito, elencati:

- Cessazione dell'attività cardiaca

- Uscita dal corpo fisico e collocazione del corpo astrale sopra la posizione reale del soma

- Visione degli eventi che occorrono nella sala operatoria ed impossibilità di comunicare con le persone ivi presenti

- Sensazione di un benessere indescrivibile

- Viaggio improvviso attraverso l'oscurità (spesso descritta come tunnel) con allontanamento dalla zona in cui è posto il corpo fisico

- Esame e considerazione delle esperienze della propria vita

- Ingresso in un luogo ricco di particolari luminosi e colorati, con sensazioni di serenità e di amore che avvolgono il nuovo arrivato

- Incontro con entità disincarnate, che possono essere i propri congiunti già deceduti o entità spirituali ignote, o divinità della propria religione

- Ritorno, spesso contro voglia, nel proprio corpo fisico, dopo l'avvertimento di non aver ancora concluso la propria avventura terrena

- Riluttanza a raccontare ad altri il tipo di avventura vissuta

- Nuovo modo di concepire la morte

- Nuova scala di valori

- Cambiamento del modo di vivere [2]

Gregorio Magno racconta di un soldato che ritorna dalla “morte”: vivida è la raffigurazione dell’aldilà e della sorte d’un uomo d’affari, Stefano, originario di Costantinopoli. La relazione, che manifesta molte analogie con i vissuti dei “resuscitati” esaminati da Moody e da altri ricercatori, se ne discosta, laddove è rappresentato il ponte, struttura che, nella tradizione mazdea ed islamica, lo spirito del defunto attraversa. Se costui è malvagio, il ponte si assottiglia sempre più, finché l’anima precipita nell’Ade, se il trapassato è un giusto, invece, avanza senza difficoltà verso il Paradiso. Archetipi, reminiscenze di episodi realmente vissuti, invenzioni letterarie? Ciascuno giudichi liberamente.

[1] Gregorio I Magno (Roma, 540- ca 604), papa dal 590 all’anno della morte, di famiglia patrizia, fu prefetto di Roma (573) e, dopo la conversione alla vita monastica (578), diacono e nunzio di Pelagio II a Costantinopoli, alla corte del basiléus Tiberio. Eletto al soglio pontificio, valorizzò l’esperienza politico-amministrativa acquisita, riordinando il patrimonio della Chiesa, provvedendone ai bisogni di Roma colpita dalla peste e minacciata dai Longobardi. Inviò in Britannia, ai fini di evangelizzare l’isola, una missione di monaci guidata da Agostino, il futuro arcivescovo di Canterbury. Delle sue numerose opere si ricordano le Epistole, in 14 libri, i Dialogorum libri IV de vita et miraculis patrum Italorum et de aeternitate animarum, notevoli per la biografia di Benedetto da Norcia, il Liber regulae pastoralis, dove è delineato il ritratto del “perfetto vescovo”, un commento in 35 libri a Giobbe (Moralia in Iob), numerose omelie. Scritte in uno stile piano ed elegante, le opere di G.M. esercitarono un influsso determinante sulla cultura del Medioevo.

[2] Un’altra scansione, più concisa e che differisce in un solo aspetto, comprende le seguenti tappe: percezione di un suono, attraversamento di una galleria, senso di pace, inesprimibilità, abbandono dellinvolucro materiale, assunzione del corpo “sottile”, incontro con esseri spirituali, colloquio con l’essere di luce, film della vita, ritorno sulla terra.


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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

01 dicembre, 2011

L'anima e il suo destino

“L’anima e il suo destino” è il titolo di un saggio del teologo Vito Mancuso. Il libro ha suscitato infuocate polemiche, poiché l’autore, pur dichiarandosi cattolico, mette in discussione alcuni dogmi di Santa Madre Chiesa. In effetti, mi domando per quale motivo Mancuso continui ad aderire al Cattolicesimo, visto che ne contesta gran parte della discutibile dottrina. Non intendo qui recensire il volume che non è privo di qualche pregio, benché costruito su premesse scientifiche e filosofiche alquanto farraginose. E’, però, lodevole che l’autore si interroghi circa i novissimi, sull’orizzonte ultraterreno dell’uomo, accantonate le questioni sociali o pseudo-etiche cui indulgono in modo corrivo sacerdoti e vescovi dal pulpito e soprattutto in televisione.

Il saggio in oggetto è dunque uno sprone per collocare tra parentesi temi insulsi e cercare risposte sul nostro destino. Il tema dell’immortalità dell’anima, dibattuto sin dagli albori della filosofia, è oggi per lo più ignorato: la scienza quasi sempre identifica l’anima con il cervello, dichiarandone de facto la caducità; la filosofia preferisce esplorare altri territori. Resta, però, ineludibile la domanda: che cosa ci attende, dopo che sarà conclusa l’esperienza su questo pianeta? Le risposte sono sostanzialmente tre: il nulla, l’esistenza in un altro corpo, un’altra vita in una realtà non fisica.

Tutto sommato, la prima ipotesi non è poi così indesiderabile, viste le torture e le storture della condizione umana, tormenti che non sappiamo se la morte cancellerà ipso facto o no.

A proposito della seconda possibilità, mi sono già espresso nell’articolo “
Reincarnazione” cui rimando.

Bisogna ora sfiorare la terza congettura. Qui mi comporto da avvocato del diavolo e riconosco che, nonostante gli studi condotti sulle near death experiences ed il lascito di antiche, venerande tradizioni, a tutt’oggi l’idea di immortalità dell’anima resta labile ed affidata alla fede del singolo, a meno che non si abbia esperienza delle sfere invisibili. I racconti dei “ritornati in vita”, pur essendo indizi significativi, di per sé non dimostrano molto: potrebbero essere, infatti, il risultato di ricordi e di immagini introdotti dall’”esterno”. Il tanatologo Cesare Boni, convinto assertore dell’immortalità dell’anima, asserisce che i defunti ed i luoghi scorti da chi varca il limitare tra la dimensione terrena ed il regno oltremondano sono generati dalla coscienza stessa: non sono dunque “oggettivi”, essendo archetipi sedimentati nell’inconscio che l’io desta nel momento cruciale del trapasso. Di per sé non provano che, dopo il momento fatale, si dipani un’altra vita e ci si inoltri in una plaga metafisica.

Comunque stiano le cose, è palese che l’uomo difficilmente rinuncia a nutrire la speranza che la sua identità non si perda, una volta scritta la parola “fine”.

Alcuni confidano nella resurrezione del corpo, credenza probabilmente di matrice persiana che, se non si intende il soma come un quid trascendente la pura materialità (il corpo glorioso di Shaul), rischia di sdrucciolare in una concezione grossolana, prefigurando per gli eletti un paradiso simile ad un noioso villaggio turistico. Si è che l’eternità non è nel tempo, mentre il corpo (anche rigenerato) è nello spazio-tempo, ossia in uno stato incompatibile con la beatitudine. Vogliamo forse vagheggiare un mondo in cui si conservino indefinitamente le spoglie fisiche?

Se l’anima esiste, non è ilica: così è libera dal carcere spazio-temporale, causa di ogni patimento. Il suo stato è forse contiguo ad un sereno nulla o, per lo meno, ad un’estasi leggera, eterea, impalpabile. Se l’anima non esiste, l’individualità si sbriciola con il soma e… morta lì.

Esiste la vita dopo la morte? E’ questa la domanda che echeggia nel vuoto della nostra ignoranza.

Un altro interrogativo è forse, però, più abissale: esiste la vita dopo la nascita?


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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare


05 giugno, 2011

Post mortem

I convincimenti popolari (e non solo) vedono nella morte o la fine di tutto oppure il transito sic et simpliciter verso una vita migliore.

E’ necessario, però, non dare nulla per scontato: sebbene siano del tutto marginali e peregrine, esistono delle linee interpretative secondo cui, dopo il decesso, quel quid dell’individuo che sopravvive può essere catturato da entità predatrici. “Questi esseri della mente comune sono in grado di dirottare e trattenere parzialmente, non proprio rapire, l'entità cosciente dei defunti che hanno da poco abbandonato il corpo fisico, sottrarre parecchia energia ed inserire un falso karma, generalmente più sfavorevole di quello che il defunto avrebbe meritato e poi ne accelerano la rinascita”.

Tale scenario appartenente all’Ufologia eretica è già evocato in alcuni testi gnostici come l’Apocalisse di Giacomo, ove si legge: "Ora, quando Giacomo udì queste cose, si asciugò le lacrime dagli occhi e molto amaro [...] Il Signore disse a lui: 'Giacomo, ecco, ti rivelerò la redenzione. Quando sei afferrato e subisci queste sofferenze, una moltitudine si armerà contro di te per afferrarti. E in particolare tre di loro ti ghermiranno - coloro che siedono come esattori di pedaggio. Non solo chiedono il pedaggio, ma portano via le anime con un furto. Quando si cade in loro potere, uno di loro che è a guardia ti dirà: 'Chi sei tu e da dove vieni?' Gli risponderai: 'Io sono un figlio e sono dal Padre'. Egli ti chiederà: 'Che tipo di figlio sei ed a quale Padre appartieni?' Dirai: 'Vengo dal Padre pre-esistente e sono un figlio pre-esistente".

Tradizioni sapienziali pongono l’accento sull’esigenza di affrontare il passo fatale con un consono addestramento: gli Egizi con “Il libro della via verso la Luce” (vulgo “Libro dei morti”), il buddhismo tibetano (Bon), alcune scuole esoteriche dell’antichità, poi confluite in parte nel variegato oceano della Gnosi, ci ammoniscono circa i rischi in cui incorre l’io di chi è impreparato ad affrontare il viaggio nell’ignoto. Le cosiddette lamine orfiche, sottili placche auree datate tra il V sec. a.C. ed il III d.C. poste ed arrotolate all’interno di tombe ubicate nella Magna Grecia, a Creta e nell’Ellade, sono incise con istruzioni per l’aldilà, destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima (?) dell’iniziato. Le istruzioni sono formule che consentono alla psyché di imboccare la via che la riconduce alla sua dimora originaria, celeste. Nelle lamine orfiche la formula è una vera e propria parola d’ordine che il mystes deve pronunziare in risposta ad una precisa domanda. Il mot de passe è “Sono figlio della terra e del cielo stellato”. L’anima sitibonda deve poi abbeverarsi alla fonte Mnemosyne, ossia la sorgente della memoria, altrimenti, avendo obliato le precedenti incarnazioni, ricadrà nel “doloroso ciclo” delle esistenze. Il ricordo, scrive Alessandro Coscia, “inteso come comprensione del senso più profondo della vita, è salvezza dalla morte e recupero del tempo”. Appartiene alla pristina sapienza il concetto di uno psicopompo, il duce dei trapassati nell’Ade, onde essi non si perdano.

Più che ad un “furto di anime”, come paventato dal sibillino e frammentario libello gnostico e da alcuni ufologi, quale Susan Reed, si potrebbe pensare ad una sottrazione di energia per opera di vampiri psichici. In quel limbo, quella terra di nessuno che separa il mondo ilico dalle sfere ultraterrene, le coscienze potrebbero essere alla mercé di larve bisognose di nutrirsi con le energie dei defunti. È plausibile che queste entità siano in grado di generare visioni paradisiache con prati dal verde smagliante, giardini ameni, cieli tersi e luminosi…? Sono i magnifici paesaggi che i protagonisti delle esperienze di pre-morte ricordano di aver ammirato estasiati, dopo aver di solito percorso un tunnel il cui sbocco era inondato da una luce sfavillante. Codesti luoghi sono il frutto di un elaborato inganno teso ai danni di “anime” poi ghermite per essere incluse in involucri atti ad ospitare memorie “esterne”? Crediamo di no, ma, se così fosse, un’eventuale metensomatosi (meglio che metempsicosi) assumerebbe un significato sinistramente… alieno.

Fonti:

A. Coscia, La fonte sacra di Mnemosyne, 2011, in Fenix n.31
M. Tenan, Primo contatto, 2011
Zret, Ladri di anime, 2011
Id., La strage degli ufologi, 2010



APOCALISSI ALIENE: il libro

17 dicembre, 2010

Grondaie ostruite

Che cosa accomuna credenze tanto diverse tra loro: la fede nella rinascita, nella resurrezione e nella sopravvivenza dopo la morte? La proiezione del presente nel futuro. E’ una forma di alienazione: dacché il bene latita in questo mondo, deve esistere una prospettiva in un altro spazio, in un altro tempo.

La dottrina della metempsicosi o, meglio, della metensomatosi, come di solito è intesa, è verosimilmente un radicale travisamento di un’idea originaria. Le inconseguenze della metempsicosi non hanno impedito che tale opinione si diffondesse in modo straordinario, con tutte le idee inerenti, anch’esse sovente volgarizzate, di karma, samsara, nirvana

Circa la fede nella resurrezione della carne ci erudiscono gli storici delle religioni, ricordandone la probabile scaturigine persiano-mazdea. Si infiltrò poi in alcuni correnti ebraiche, nel Cristianesimo e nell’Islam. Non sarà certo il soma imperfetto a risorgere, bensì il corpo glorioso, incorruttibile animato dal soffio divino.

Promette Paolo: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché, se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno, però, nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato ed ogni potestà e potenza. Bisogna, infatti, che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte”. (1 Corinzi 15,20-26)

Il concetto di una sopravvivenza dopo il decesso è, pur nelle diverse accezioni, l’idea di un quid che, compiutosi il trapasso individuale, séguita ad esistere in un’altra realtà. Confortata da una tradizione molto antica e lambita da tenaci studi sulle “near death experiences”, la fede nella sopravvivenza dell’anima pare connaturata nell’uomo, in quanto essere senziente e sofferente, malgrado i proclami nichilisti di scienziati atei e di algidi agnostici.

Come fosse un filosofo, anche l’uomo comune è talvolta accecato dall’idea della morte e se, a differenza di Albert Camus non crede sia necessario dedicare ogni riflessione al suicidio, lo sfiora la sensazione che il gioco, sollazzevole o feroce che sia, debba un giorno finire.

Così, svalutato l’adesso, premuto dal macigno di un’esistenza torturante, gli uomini si pascono di queste amare ed avare speranze, consci che escluso il male, va, anzi andrà tutto bene. Come grondaie ostruite, attendono la pioggia celeste. Bisogna solo saper aspettare: intanto, mentre rimaniamo qui, incollati a ricordi dolorosi o crocifissi all’assurdo, alcuni savants non si peritano di spiegare il Male. Costoro, sempre pronti ad illustrare le loro grandiose teodicee, sono gli stessi che dal Male sono stati al massimo fugacemente sfiorati. Si sa: “Siamo tutti capaci a sopportare le sofferenze altrui” (W. Shakespeare)[1]. Molti non solo le sopportano: ne comprendono i più reconditi significati e risalgono alla loro origine.

Le spiegazioni per ogni malattia, guerra, tragedia, incidente, iniquità… sono lì, già belle e confezionate. L’industria delle risoluzioni non ha nulla da invidiare al mercato dei cellulari.

La porta della felicità è innanzi a noi, ma è sprangata. Tuttavia “domani è un altro giorno” e, chissà perché, si pensa che il futuro sarà migliore.

In questo modo la vita si protende, fidente e malcerta, sull’abisso dell’avvenire, del quale non si sa nulla, ma da cui tutto si spera.

[1] Su William Shakespeare, il cui vero nome fu quasi certamente Guglielmo Crollalanza, si legga l’articolo del Professor Francesco Lamendola, Quel grande punto interrogativo di nome William Shakespeare, 2010



APOCALISSI ALIENE: il libro


21 aprile, 2010

La strage degli ufologi

Susan Reed, il cui vero nome era Jennie Gosbell, è stata l'autrice di un libro, intitolato "Body snatchers". E’ un volume sui rapimenti e sui piani di dominio planetario per opera di esseri malevoli. Il corpo esanime della Reed è stato recuperato il giorno 8 ottobre del 2009 a Cable Beach (Inghilterra), dove la donna era in vacanza. La polizia, che ha escluso si sia trattato di omicidio, ha spiegato il decesso come annegamento accidentale.

La morte della Reed, che aveva 44 anni, segue di poco la scomparsa dell'ufologo francese Paul Vigay, anch'egli 44enne, morte occorsa nel febbraio del 2009. L'uomo fu trovato nelle acque di Portsmouth in Gran Bretagna. La fidanzata ed i familiari esclusero che Vigay, studioso di crop circles e che aveva pure collaborato alla realizzazione del film Signs, potesse essersi tolto la vita.

E' probabile che sia la Reed sia Vigay avessero sfiorato verità scottanti: accomunati dalle circostanze della morte e dall'età in cui sono immaturamente scomparsi, ci si deve chiedere se si tratti solo di coincidenze.

La ricercatrice, nel testo sopra citato, delinea uno sconvolgente scenario che altresì converge con le ipotesi formulate in modo (suppongo) indipendente da Corrado Malanga e da Nigel Kerner, congetture circa una dominazione aliena preceduta dall'instaurazione del Nuovo ordine mondiale. L'autrice si riferisce anche "a razze tra cui Grigi, Rettiliani ed Esseri di luce, interessati a prelevare, tramite una tecnologia molto avanzata, materiale genetico, ma soprattutto l'anima (la matrice anima-coscienza, come viene chiamata dalla testimone) umana, nonché ad "attaccare" (nel senso di agganciare) entità aliene nelle vittime prescelte." (L. Pallotta)

Sono evidenti le analogie con le ricostruzioni elaborate da Malanga e da Kerner a proposito di interferenze esterne che si traducono sovente in casi di parassitismo e di predazione dell'anima (?). Non è questa la sede per dibattere sulla questione dell'anima, su che cosa si debba intendere per essa e se sia realistico pensare ad una sua "cattura" per opera di visitatori indesiderati. E', invece, istruttivo enucleare alcuni aspetti su cui la Reed si sofferma: la creazione di ibridi umano-alieni (si vedano gli studi della Wilson, anche se il tema di una specie ibridata è considerato sotto un'altra angolazione, persino confortante); i piani delle élites per sfoltire la popolazione mondiale almeno dell'80 per cento, attraverso guerre infinite, epidemie, un'industria farmaceutica ed alimentare che uccide, gli organismi geneticamente modificati, un sistema bancario che depaupera ed affama le nazioni.

La storia è tenebrosa e culmina nel microprocessore sottopelle, sigillo di un soggiogamento definitivo e letale. Tuttavia ancora più raggelante è la descrizione di una rete creata dai Rettiliani per imprigionare l'anima (?) post mortem. Infatti, quando una persona muore, la sua anima (?) verrebbe confinata in un sistema di contenimento per impedirle di compiere il suo viaggio nelle sfere successive. Non solo, accedendo all'Akasha, le entità malvagie, introdurrebbero nella memoria di chi sta per incarnarsi nuovamente falsi ricordi per provocare sensi di colpa e per appesantire il karma. E' tema spinoso e controverso su cui si è in parte scritto nell'articolo Le esperienze di pre-morte nell'ambito dell'Ufologia cui dunque rimando. Qui sospendo il giudizio, essendo necessari approfondimenti multidsiciplinari per affrontare il soggetto in modo idoneo e soprattutto precisazioni terminologiche che richiederebbero amplissime disquisizioni.

Qualcosa nelle teorie testé accennate lascia perplessi: in particolare nell'enfasi sui Rettiliani perversi potrebbe annidarsi una parziale disinformazione, poiché altre razze potrebbero essere al vertice della piramide invisibile... gli Insettoidi? Infine, se il collasso storico pare imminente e fatale, la catastrofe metafisica implica una visione disperante che ognuno valuterà per quello che rappresenta.

Fonti:

J. Bartley, I ladri di anime, in X Times n. 18, aprile 2010
N. Kerner, Grey aliens and the harvesting of souls: the conspiracy to genetically tamper with humanity, 2010


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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 aprile, 2010

Un abitante di Carcosa

Ambrose Bierce (1842-1914?), giornalista e scrittore statunitense, è uno fra i maestri del racconto noir in cui la crudeltà, il grottesco. l'assurdo diventano criteri estetici. La sua produzione letteraria, molto copiosa, comprende ricordi della guerra civile cui partecipò giovanissimo, scritti giornalistici (articoli, saggi, appunti di viaggio, pamphlets...), caustici aforismi confluiti nel volume The Devil's dictionary, racconti gotici e fantastici riuniti in alcune crestomazie. Spirito sempre inappagato ed irrequieto, Bierce partì ultrasettantenne per il Messico insanguinato dalla rivoluzione con l'intento di intervistare Pancho Villa, ma fu fagocitato dal deserto. Nessuno è mai riuscito a stabilire quale fu la sua fine.

La novella più nota di Bierce è “Accadde al ponte di Owl Creek” (1891), una storia il cui protagonista sfiora, in un'analessi onirico-surreale, il limitare tra la vita e la morte. Da "Accadde al ponte di Owl Creek" fu tratto un episodio della serie televisiva “Ai confini della realtà” e persino una storia a fumetti.

"Un abitante di Carcosa" (1886) è un breve racconto in cui un uomo della città di Carcosa, considerando le parole del filosofo 'Hali' sulla natura della morte, vaga attraverso un deserto sconosciuto. Egli non sa come sia giunto lì, ma ricorda che era infermo a letto. Comincia ad essere angustiato, pensando di aver vagato fuori di casa in uno stato di incoscienza. Quindi osserva il paesaggio circostante, mentre freddi brividi gli percorrono la pelle. Si imbatte poi in una lince, in un gufo ed in uno strano uomo vestito di pelli e che porta una torcia. Per la prima volta, il protagonista si rende conto che deve essere notte, anche se può vedere tutto intorno a sé, come se il paesaggio fosse rischiarato dalla luce diurna. Scorge un boschetto che nasconde un cimitero di molti secoli addietro. Guardando le lapidi che una volta si ergevano presso le tombe, vede il suo nome, la data della sua nascita e del suo decesso. Si accorge allora che egli è morto: in lontananza si stagliano le rovine della 'città antica e celebre di Carcosa'. Una nota in calce al testo ricorda: "Questi sono i fatti comunicati al medium Bayrolles dallo spirito di Hoseib Alar Robardin".

L'intreccio è sviluppato in un crescendo di tensione che rimanda in modo parossistico la sconcertante scoperta finale. Il breve flash back, con cui il narratore autodiegetico rammenta quando era malato ed in preda al delirio, si fonde nelle descrizioni di uno scenario autunnale, popolato di simboli arcani (il rapace notturno, la lince e l'uomo con la teda). I motivi della letteratura gotica (si pensi ad Edgar Allan Poe) si avvivano attraverso particolari incongrui: alla luce del giorno il protagonista può scorgere le stelle, il canto barbaro dello straniero, il tronco che non getta alcuna ombra, pur essendo l'alba, il senso di esaltazione fisica e mentale..., nonostante il silenzio gelido e lo spaventoso abbraccio di rami spogli tutto intorno.

Questi tratti proiettano le vicende in una dimensione liminare, in cui l'abbacinante buio della fine confonde la ragione ed i sensi. Il tempo lineare si sfilaccia e s'attorciglia sicché la morte precede l'esistenza e la nascita stessa. Siamo quel che non fummo. La vita pare il sogno di un febbricitante, una reverie che dirama i percorsi di un vissuto fatale. E' il paradosso di un'esperienza i cui confini sono sconfinati e dove la consequenzialità logica si impiglia nel dedalo di una contemplazione stranita. E' questa la morte o il suo romanzesco preludio?

Con stupore, ma senza nostalgia per un mondo per sempre tramontato, il protagonista, in una sgomenta profondità di campo, mentre "un coro di lupi ulula, salutando l'aurora", fissa
"sulla sommità di irregolari colline che si estendono fino all'orizzonte, i ruderi dell'antica e celebre città di Carcosa".

Fonti:

Enciclopedia della Fantascienza, Milano, 1980, s.v. Bierce
F. Lamendola, La foresta insanguinata e il corpo senz'anima. Riflessioni sull'opera di A. Bierce, 2007



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APOCALISSI ALIENE: il libro

16 settembre, 2009

Le esperienze di pre-morte nell’ambito dell’Ufologia

Sono note le cosiddette esperienze di pre-morte studiate, tra gli altri, da Raymond Moody Jr e da Elizabeth Kubler Ross. Mentre gli scientisti si affannano a ricondurle a situazioni spiegabili con il riferimento alla bio-chimica del cervello, alcuni ricercatori sono inclini a considerarle l'indizio di una realtà spirituale. Recentemente il fisico teorico Fausto Intilla ha elaborato una teoria che, in parte, si aggancia a quanto scrissi in In-formazione. Intilla opina che l'anima (usiamo questo termine in mancanza di altri migliori, senza soffermarci sulle possibili accezioni) sia riconducibile "ad un particolare campo di informazione dinamica, in grado di dissociarsi dal corpo fisico che lo 'ospita', nel momento in cui non vi sono più i presupposti per rimanere legato alla propria sorgente elettromagnetica (attività cerebrale)". L'anima sarebbe "un campo di informazione dinamica capace di auto-organizzarsi, ossia di mantenere costante e regolare la sua struttura nel tempo, senza alcuna interferenza per opera dei comuni campi di energia".

Accantonando qui questioni sulla natura dell'anima che ho già preso in considerazione, vorrei esplorare la possibilità che le esperienze di pre-morte (in inglese menzionate con la sigla N.D.E.) siano dei vissuti su cui si proiettano le ombre dell'Ufologia. E' stato, infatti, ipotizzato che gli scenari percepiti e le sensazioni provate da coloro che hanno varcato la soglia dell'invisibile, siano suscitati da creature "aliene". Queste entità che già non di rado controllano le percezioni dei vivi, per continuare a plagiare gli uomini, creerebbero delle visioni oltremondane spesso conformi alle attese, alle speranze ed alle paure dei morenti. Paradiso ed Inferno sono quindi, secondo tale interpretazione, costruzioni indotte da un'Intelligenza esterna.

Pure il romanziere e rapito Whitley Strieber, autore del celebre Communion, anche se nell'ambito di una concezione differente, associa le N.D.E. ai visitatori: egli ritiene che i Grigi alberghino nella stessa dimensione o in livelli contigui al mondo dei defunti. Strieber considera i Grigi latori di conoscenze e persino degli psicopompi. Esisterebbe una sfera di realtà in cui tempo e spazio, perdendo i loro connotati consueti e rigidi, diventano elastici e fluttuanti. In questa sfera si muoverebbero le anime disincarnate come i visitors che usano la forza del pensiero per plasmare luoghi e circostanze nonché per viaggiare negli universi.

Alcuni identificano i Grigi con gli Arconti o con i loro emissari, araldi di menzogne, in sembianze di gracili e timide creature. Non credo questa identificazione sia corretta e, contro il rasoio di Ockham, ritengo che il cosmo sia abitato sia da esseri fisici sia da entità disincarnate, da parassiti psichici come da extraterrestri benevoli. Resta da stabilire se i vissuti di quelle persone che sono state rianimate, dopo che era stata constatata la morte cerebrale, siano il vestigio di una dimensione altra o immagini false proiettate da intelligenze desiderose di instillare la fede nell'immortalità dell'anima.

I Testimoni di Geova vedono il diavolo all'opera in tutte le testimonianze relative ad esperienze post-mortem: non mi pronuncio su questa credenza, ma ricorderei che sia la Tradizione sia le più recenti acquisizioni scientifiche tendono a smentirla. In ogni caso, qualora dopo il decesso ci attendesse il nulla, non ne trarrei motivo di inconsolabile dolore.

Lo scienziato ed ufologo Michael Wolf, nell'enigmatica e tesa opera intitolata Catchers of Heaven, a proposito dei Reticuliani afferma: "Sappiamo che questi Grigi manipolano il tempo e lo spazio mediante onde gravitazionali, che producono un'enorme energia e, se si controllano i documenti dei rapporti segreti sulle abductions, sembra che siano capaci di attraversare la materia, leggere il pensiero, comunicare telepaticamente e far fluttuare gli esseri umani, in assenza di strumenti fisici".

Queste stupefacenti doti ci pongono innanzi al mistero dello spirito e della materia, lasciano balenare l'idea di un piano dell'essere dove gli oggetti sono muri mentali. Un improvviso, salvifico risveglio potrebbe portare l'umanità oltre gli angusti confini dell'abitudine percettiva, segate le ferree sbarre del Da-sein. Allora ci accorgeremmo che sarebbe possibile accendere scintille di mondi ed ascoltare l’eco armoniosa della creazione.

Articolo correlato: Medici britannici postulano l'esistenza di una coscienza separata dal cervello studiando le esperienze di pre-morte, 2009


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