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08 marzo, 2017

Concezioni bibliche a proposito dell’aldilà



Le concezioni che riguardano l’aldilà all’interno della Bibbia risultano discordanti. Nel Pentateuco l’oltretomba, Sheol, è descritto come una landa cupa dove soggiornano dopo la morte tutti gli uomini, sia i giusti sia gli iniqui, a prescindere dunque dalle scelte morali compiute nella vita. Gli abitanti dello Sheol sono "ombre" (Refaim), soggetti senza personalità e senza energia. L’aldilà ebraico non è molto dissimile dall’Ade omerico dipinto nell’Odissea: è una regione brumosa in cui dimorano le ombre di coloro che furono vivi. Sono appunto spettri privi del tutto o quasi di coscienza e che recuperano una larvale consapevolezza solo quando bevono il sangue delle vittime (animali dal vello nero) sacrificate loro. E’ possibile che sia l’dea ebraica sia quella omerica dipendano, almeno in parte, dall’analoga concezione dei Sumeri.

Nel Nuovo Testamento il disegno dell’oltretomba pare mutare radicalmente. In Matteo 13, 41-43, si legge: “Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi per intendere, intenda!” [1]

E’ evidente che il Messia, che pure asserisce di non voler cambiare uno iota della Torah, propone una nuova interpretazione dell’oltremondo, diviso in Inferno (la plaga del pianto e dello stridore di denti) e Paradiso. Di solito i biblisti riferiscono tale dicotomia ad un influsso della religione zoroastriana che distingue l’Eden dall’Inferno, luogo di inenarrabili tormenti destinati, però, a non essere interminabili.

Come il Redentore concepì veramente l’Ade? Le sue parole configurano delle immagini, delle metafore a suggerire i patimenti di chi si allontana da Dio o devono essere interpretate in senso letterale? Troveremo facilmente i sostenitori della prima come della seconda ipotesi, per di più con molti distinguo e una notevole varietà di sfumature. Dunque non sappiamo che cosa il Salvatore davvero intendesse: l’esegesi del brano succitato - e di molti altri all’interno della Bibbia - è sovente controversa, per ragioni legate alla difficoltà di tradurre le lingue antiche, inoltre perché è arduo ricostruire la mentalità di profeti e maestri vissuti molti secoli addietro. Né si deve dimenticare che le dottrine circa l’oltretomba discendono da contesti culturali sempre in fieri.

Comunque sia, la bipartizione neo-testamentaria è rincalzata dall’autore (Giovanni? Cerinto?) che raffigura, in Apocalisse 14, tre angeli che annunciano il giudizio finale di Dio: “Chiunque adora la bestia e la sua immagine, e ne prende il marchio sulla fronte o sulla mano, egli pure berrà il vino dell’ira di Dio versato puro nel calice della sua ira; e sarà tormentato con fuoco e zolfo davanti ai santi angeli e davanti all’Agnello. Il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli. Chiunque adora la bestia e la sua immagine e prende il marchio del suo nome, non ha riposo né giorno né notte”.

I letteralisti considerano tale passaggio e quello di Matteo 25:46, i più importanti dove si afferma la dottrina dell’inferno. Robert A. Peterson termina l’analisi di questi versetti nel modo seguente: “Concludo, perciò, che nonostante i tentativi per opera di alcuni di spiegare diversamente le cose, Apocalisse 14 insegna, irrevocabilmente, che l’inferno implica un eterno tormento cosciente dei dannati”. Robert Morey categoricamente sostiene la medesima opinione: “Per ogni regola di ermeneutica ed esegetica, l’unica interpretazione legittima di Apocalisse 14 è quella che vede chiaramente il tormento eterno cosciente per gli empi”.

Alcuni studiosi ritengono, invece, che le interpretazioni dogmatiche di Apocalisse 14 come prova di un supplizio letterale ed eterno, non tengano conto del linguaggio altamente metaforico del brano. Ad esempio, nel suo commentario sull’Apocalisse, J.P.M. Sweet, studioso britannico del Nuovo Testamento, annota: “Giovanni usa le immagini, come Gesù usava le parabole (cfr Mt 18:32-34; 25:41-46), per far capire il disastro inimmaginabile che deriva dal rifiuto di Dio e l’impensabile beatitudine dell’unione con lui, mentre c’è ancora tempo per compiere una scelta in questo senso”.

Certo, disconoscere il valore e la potenza del linguaggio analogico ed anagogico è segno di superficialità nell’approccio ai testi, ma mancano ad oggi argomenti conclusivi sulla vexata quaestio.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

20 agosto, 2015

Profezie



Oggi, poiché ci troviamo sul “limitar di Dite”, si evocano spesso le profezie, soprattutto quelle bibliche, affermando che esse si sono avverate e sono in procinto di avverarsi negli eventi di questi ultimi decenni.

Bisogna in primo luogo precisare che per lo più le profezie dell’Antico Testamento non si riferivano all’avvenire, in quanto in ebraico ed aramaico (in generale nelle lingue antiche semitiche ed indoeuropee) il tempo verbale futuro è un'invenzione relativamente tarda. Inoltre il profeta ebreo è colui che parla in nome di Dio, per ammonire il popolo, per ricordargli il suo traviamento, ma anche la misericordia del Signore, non un veggente che anticipa gli accadimenti ancora a venire. Vero è che in talune occasioni, egli si esprime circa le attese messianiche, ossia a proposito del Re (Messia, Colui che porta il sigillo regale) che restaurerà il dominio di David, una volta sconfitti gli oppressori (I Babilonesi ed i Seleucidi prima, i Romani poi), ma questa non è la regola. Tra l’altro i Messia, di cui i Giudei aspettavano (aspettano) l’avvento sono – come ci insegna Robert Graves – cinque; due erano quelli previsti da alcune sette ebraiche (anche gli Esseni?) e due quelli attorno ai quali si formò la prima comunità cristiana (Ebioniti). Non bisogna poi dimenticare che le credenze religiose e quindi le concezioni escatologiche divergono tra Ebrei e Samaritani, tra “Ortodossi” ed altri gruppi israelitici. La fede israelitica non è un corpus monolitico: nessun credo lo è. [1]

Tralasciando la congerie di preannunci e commenti ebraici, ci si accorge che anche il Cristianesimo adombra gli avvenimenti futuri con “predizioni” in genere oscure e in parziale squilibrio tra loro: fra tutte la più enigmatica è quella del Rapimento, senza contare che alcune anticipazioni paiono essere riferite (profezie post eventum?) alla conquista di Gerusalemme per opera delle legioni romane comandate da Tito. A proposito dell’Apocalissi, gli orizzonti ermeneutici sono molteplici, sebbene si debba riconoscere che il testo sia molto aderente a certe situazioni attuali, pur nel dubbio che taluni presagi di Cerinto (?) siano circostanze accadute perché qualcuno ha agito affinché accadessero, seguendo il canovaccio della Rivelazione. I modi ed i tempi della Parousia sono una questione non facile da dirimere.

Di solito gli oracoli sono suscettibili di molteplici interpretazioni sia nelle loro ermetiche simbologie sia nei tempi di adempimento: stando ad alcuni, già sette-otto anni addietro sarebbe dovuto cominciare il periodo della Grande Tribolazione. Se così fosse stato, oggi quel terribile interludio dovrebbe essere già concluso; il che purtroppo non è.

Ancora, le profezie danieline sono accolte dai Cristiani, laddove il Libro di Daniele non è considerato canonico dagli Ebrei: ciò ingenera ulteriore confusione, in un quadro già molto farraginoso. Come armonizzare, poi, le rivelazioni ebraico-cristiane con quelle islamiche o di altri popoli (Nativi americani, Indiani, Maya etc.)? Si trova pure un trait d’union, ma è un filo molto sottile, simile al filamento di una ragnatela quasi invisibile in controluce. Reperire qualche consonanza tra le prolessi musulmane (ritorno di Isa, ossia il Cristo, vittoria su Satana etc.) e quelle cristiane non è forse così arduo, considerato il comune substrato culturale, ma negli altri casi il compito è improbo.

Comunque sia, il concetto di profezia destinata in toto ad adempiersi esclude, piaccia o no, il libero arbitrio umano, anche se si troverà sempre qualche teologo e filosofo disposto a compiere il triplo salto mortale ed a mille contorsionismi logico-verbali, pur di conciliare l’inconciliabile. Se i fatti anticipati dagli oracoli sono ineluttabili, che senso hanno tanti moniti, persino tanti timori rispetto a ciò che non si può stornare?

Non aveva forse torto Lorenzo il Magnifico a scrivere: “Ciò ch'ha esser convien sia".

[1] Nel I sec. a. C. i Messia attesi erano il Figlio di David, il Figlio di Giuseppe, il Figlio dell’Uomo, il Sommo sacerdote (Messia di Aronne?), il servo umiliato di YHWH.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

04 dicembre, 2014

La "Gnosi" contro la Gnosi

Nell’articolo “Che cosa si nasconde dietro la simbologia dello star system?” ci ponevamo la seguente domanda: l’ostilità della fazione “illuminata” nei confronti del Cristianesimo significa che gli Oscurati sono il male ed il Cristianesimo il bene?

Per tentare di rispondere, occorre in primo luogo indugiare sul cosiddetto Vangelo di Giovanni. Ammettiamolo: in questo libretto si respira un’altra aria. L’ambiente è sempre la Palestina a cavallo del I sec. avanti e dopo Cristo, ma quel milieu è guardato con distacco, se non disdegno. Il Messia (i Messia) dei sinottici, complessivamente integrato nella mentalità ebraica, qui addirittura pare insofferente nei confronti del suo popolo. E’ come se l’autore di questo libello non fosse neanche un giudeo, ma un gentile: non mancano gli esegeti che attribuiscono il testo a tale Cerinto, filosofo gnostico attivo ad Efeso.

Riportiamo dei dati storici: il Quarto vangelo fu accolto nel canone solo dopo lunghe e roventi controversie. Il suo nucleo, su cui si stratificarono parti paoline, è senza dubbio gnostico. Quindi, quando si ripete che le balzane dottrine dei Fulminati sono gnostiche, si afferma qualcosa di impreciso: la vera Gnosi non è l’empia dottrina degli Oscurati, ma la “mappa” di un itinerario verso la liberazione e la scoperta dell’anima. A tale contesto vanno riferite le parabole, le espressioni cifrate, le suggestive simbologie. Invero, gli Ottenebrati manifestano un atteggiamento anti-gnostico, poiché non mirano in modo spassionato alla Conoscenza in sé, ma al potere. La conoscenza è da loro concepita non come fine nobile, ma quale vile strumento di controllo.

Si comprende che il Cristianesimo non è solo la religione che si può costruire sulla base dei sinottici, delle lettere paoline, delle altre epistole e della Rivelazione, ma pure il credo che trae la sua linfa più vitale dal Quarto vangelo. E’ un’ispirazione qua è là mistica, esoterica, filosofica, distante dalle concezioni elementari e per lo più catechetiche degli altri evangeli. Alcuni rivoli di questa sapienza scorrono negli apocrifi che non hanno avuto la stessa fortuna di Giovanni-Cerinto.

Piaccia o no, il Cristianesimo, a meno che non si espunga Giovanni-Cerinto dal corpus, è anche questo, ossia elucubrazione a tratti oscura su temi abissali, sul destino del cosmo e dell’umanità, sul significato più profondo di redenzione.

Ridurre la fede cristiana a prassi della rinuncia e della soggezione, significa trasformarla in un’etica deamicisiana e quietista, sdolcinata e passiva: se, invece, all’amore evangelico si associano contenuti mistico-iniziatici, si valorizza una Conoscenza che non è hybris. Quale chiesa può alimentare l’ignoranza ed erigerla a suo fondamento, se non una gerarchia che regna per mezzo dell’acquiescenza? L’uomo che rinuncia a cercare, accogliendo dogmi e “verità” preconfezionate, è proprio l’esemplare di Sapiens che il sistema vuole… fortissimamente.

(1) Non ci sono pervenute opere di Cerinto, nondimeno alcuni autori antichi (Eusebio di Cesarea ed Ippolito di Roma) affermano nei loro scritti che a Roma un dotto sacerdote “ortodosso”, di nome Gaio, vissuto sotto papa Zefirino (199-217), ripudiava il Vangelo secondo Giovanni, in quanto lo riteneva opera di Cerinto. Secondo Ireneo, invece, il Vangelo secondo Giovanni fu scritto proprio per confutare la dottrina gnostica di Cerinto. Secondo gli Alogi, una setta sorta intorno al 170 in Asia Minore, Cerinto fu addirittura l'autore dell'Apocalisse.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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