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06 ottobre, 2016

Dalla prospettiva ai modelli interpretativi del mondo



Al di fuori della Matematica che si riferisce solo a numeri morti e formule vuote e perciò può essere perfettamente logica, la Scienza non è altro che un gioco di bambini nel crepuscolo, un voler acchiappare ombre di volatili, fermare ombre di erbe al vento. (F. Pessoa)

La prospettiva, come di solito la si intende, fu elaborata nell’età umanistico-rinascimentale in primo luogo da uomini di genio quali Leon Battista Alberti, Filippo Brunelleschi e Piero della Francesca. Il termine “prospettiva” deriva dal latino “perspectiva” (Piero scrisse il trattato De perspectiva pingendi) e significa vedere bene, vedere in modo nitido (la radice indogermanica “spek” vale appunto “guardare”: si considerino lessemi come spettacolo, specchio, spia etc; il prefisso "per" ha valore intensivo). La prospettiva rinascimentale, basata su precisi criteri matematici, non è – come dimostrò Erwin Panofsky – la semplice riproduzione ottica del “reale”, ma una sua interpretazione aritmetica. Ne risulta un carattere astratto di là dal suo apparente realismo, consistente nella convergenza delle linee verso uno o più punti di fuga e nel rimpicciolimento degli oggetti all’aumentare della distanza dal punto di osservazione. La prospettiva matematica non tiene conto né della curvatura della retina né degli effetti atmosferici. Essa è dunque uno schema della realtà, sebbene dotato di un buon grado di approssimazione. La prospettiva degli antichi, invece, per quanto priva di rigore geometrico, tentava di rendere la natura ottica e retinica della percezione. Proprio per questo le colonne dei templi greci presentavano sovente, ad un terzo circa dell’altezza, un rigonfiamento definito entasi, che aveva scopo ottico-prospettico.

Ora, nei numerosi studi circa la Terra piatta si prescinde da un aspetto che, in una teoria fondata su un’osservazione diretta dei fenomeni dovrebbe essere essenziale: ci riferiamo alla convessità della retina che curva le rette e raddrizza le linee curve. Perché si trascura ciò? Tale omissione non rischia di rovesciare i corollari dei postulati? E’ poi plausibile una teoria imperniata sui sensi che sappiamo possono essere fallaci?

La stessa percezione non è mai del tutto oggettiva: è permeata di forme simboliche, di filtri culturali ed antropologici. E’ segno di superficialità porla a fondamento di un intero modello. Inoltre rivolgiamoci le seguenti domande: chi percepisce che cosa? In che modo? Soprattutto chiediamoci: che cos’è la cosa?

Come abbiamo scritto, il paradigma della Terra piatta, formulato con toni apodittici, rischia di tradursi in una resa all’oggetto, alla “realtà” là fuori, come se si potesse essere sicuri che davvero esiste un mondo esterno al soggetto che lo percepisce. E’ ovvio che tale obiezione vale anche nei confronti del paradigma opposto. Entrambi, quando esposti in termini assoluti e non proposti come ipotesi cosmologiche, denotano un ingenuo realismo, oggi superato dalla stragrande maggioranza non solo dei filosofi ma anche degli scienziati (si pensi almeno al biocentrismo di Robert Lanza) in favore di sistemi riconducibili, in misura più o meno radicale, alla teoria dell’universo olografico-noetico (dal greco nous, mente, intelletto), secondo cui spazio, tempo ed estensione sono proiezioni coscienziali, privi di una loro oggettività. Ammettiamo che il sistema olografico ha alcuni punti deboli, ma possiede tutto sommato una sua coerenza interna. E’ vero che non riesce a spiegare in modo convincente né la “concretezza” del cosmo né la genesi del male, inoltre – come abbiamo già osservato – è incompatibile con l’idea di libero arbitrio, dal momento che la Coscienza si estrinseca in un mondo che ab origine è già contenuto in sé (tutto è già accaduto). Nondimeno, il pattern olografico-coscienziale è ricco di spunti interessanti e può favorire una visione duttile e critica della “realtà”.

Al contrario, altre teorie impongono non una visione del mondo, ma un particolare tipo di mondo con coordinate rigide, promovendo il dogmatismo ora biblico ora scientista. Ci sembra un regresso rispetto alle acquisizioni più recenti, alla possibilità di ampliare gli orizzonti conoscitivi lontani da pregiudizi, semplificazioni, antiquate dicotomie.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

25 maggio, 2016

Il problema della coscienza non è un problema



Si discute sempre più spesso, almeno nel contesto dell’informazione indipendente, di controllo mentale e della coscienza. In realtà, bisognerebbe definirlo controllo cerebrale: certe frequenze elettromagnetiche, le sostanze psicotrope, talune azioni psico-linguistiche incidono, infatti, talvolta in modo pesante, sui processi cognitivi ed emotivi di origine encefalica, sull'equilibrio psico-fisico dei soggetti più esposti e più vulnerabili.

Tuttavia – questa è una buona notizia – in nessun modo si può veramente influire sulla Coscienza, per la semplice ragione che essa, se esiste, non è di natura materiale. Mentre il cervello che, in fondo, va presumibilmente inteso come un trasduttore, traduce impulsi esterni in segnali biochimici, la Coscienza plasma il pensiero, genera le idee.

Certo, in pieno Positivismo, Hyppolite Taine ed altri scienziati potevano asserire che il cervello secerne il pensiero, come fosse un ormone, che virtù e vizio sono assimilabili allo zucchero ed al vetriolo, ma per fortuna, i settori più avanzati della ricerca attuale, potati i rami secchi dello scientismo, hanno compiuto una rivoluzione copernicana: si consideri, ad esempio, il Biocentrismo di Robert Lanza, il fisico secondo cui è la Coscienza a porre lo spazio-tempo ed a promanare da sé il mondo fenomenico, non vice versa.

E’ grosso modo una rivincita dell’orientamento filosofico che, con tutti i suoi limiti ed i suoi pregi, da Platone giunge sino a Berkeley, da Kant all’Idealismo tedesco ed italiano: è una rivincita non scevra di pericoli, primo fra tutti il rischio che si cada in un mentalismo apodittico, in una “calunnia della terra”, laddove molte questioni concettuali inerenti all’essenza della sfera intelligibile e di quella sensibile, ai loro reciproci rapporti, devono ancora essere risolte e delimitate in termini chiari.

Nondimeno possiamo stabilire che, in quanto la Coscienza è immateriale, avulsa dalle coordinate cronotopiche, eterna, essa non può essere in alcuna maniera né aggredita né manipolata. Correttamente dunque denunceremo e cercheremo di contrastare gli stratagemmi tecnologici, chimici, biologici e retorici atti a gestire ed a dominare le dinamiche psichiche e cerebrali, ma chi ha Coscienza alla fine non deve temere veramente alcunché.

Che cos’è la Coscienza? Definirla è impossibile, semmai potremo tentare di delinearne il profilo, elencando ciò che non è: non è ilica, non è caduca, non è imprigionata nelle leggi fisiche.

Quale relazione si instaura tra Coscienza ed inconscio? Quali sono le caratteristiche dell’inconscio? Altre domande cruciali, cui è quasi impossibile rispondere. Per ora, basti aver compreso che “la torre che non crolla” probabilmente non è una chimera.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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