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17 maggio, 2016

Necessità di disimparare



Un apologo zen racconta di un giovane studente che desidera diventare allievo di un rinomato maestro. Il saggio lo ospita nella sua disadorna abitazione e gli offre del tè. Il maestro mesce la bevanda, ma, dopo che la tazza è colma, sèguita a versare il tè che trabocca e si spande sul tavolo. La nostra mente è quella coppa piena di credenze errate.

Siamo sommersi da banalità e da luoghi comuni: continuano a raccontarci che bisogna imparare. E’ vero, ma che cosa, come e perché? Inoltre, prima di apprendere, non sarà necessario disimparare? Sì, è necessario cancellare tutti i pregiudizi, gli schemi, gli pseudo-concetti che ci sono stati inculcati sin da quando eravamo bambini. L’intelletto libero è un intelletto vuoto che semmai sarà opportuno empire di panorami, di prospettive, di orizzonti, non di nozioni.

Si vedono i risultati di un sistema “educativo” che non istruisce, ma indottrina, non diffonde cultura, ma innesca soltanto automatismi. Siamo trasformati in numeri… living by numbers. Così, per trovare un po’ di luce in fondo alle persone, è d’uopo togliere strati e strati di condizionamenti, di reazioni pavloviane, di spesse incrostazioni e ruggini mentali.

Che fatica eliminare tutti questi sedimenti, svellere i preconcetti, ripartire ab ovo, fare tabula rasa! Eppure dobbiamo provare a pensare, ad immaginare, persino a sognare in maniera nuova, divergente. Dobbiamo imparare l’importanza, anzi il valore decisivo del disimparare.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 novembre, 2015

Assolutamente



Ormai ci si imbatte sempre più spesso nell’abominevole “Assolutamente”. Donde sia spuntato questo mantra e perché si sia diffuso a macchia d’olio è difficile da comprendere. Fatto sta che l’avverbio ormai impazza e non ce ne liberiamo più: “giornalisti”, “politici”, “esperti”, persone comuni a qualsiasi domanda rispondono con “assolutamente” oppure per giunta con “assolutamente sì” o “assolutamente no”. Il lessema è usato come sinonimo di “certo”, “senza dubbio”, “affatto”, ma ormai è anche fine a sé stesso. Il vaniloquio degli hollow men alla fine ruota attorno a due o tre luoghi comuni, infarciti di codesta parola-intercalare che, con la sua lunghezza e la s geminata, forse aiuta a colmare il vuoto da cui è fagocitato il nostro decadente corpo sociale. Non abbiamo più alcunché da dire: possiamo dichiarare soltanto la nostra assoluta relatività, anzi trascurabilità.

Anche “assolutamente” è un segno dei tempi, come gli ormai quasi estinti “cioè”, “ovviamente”, “voglio dire”…: sono tempi in cui l’incommensurabile numero di parole che invadono lo spazio della “comunicazione” è poco più di un borborigmo.

Si racconta che Diogene andasse in giro con una lanterna per cercare l’”uomo”: il filosofo cinico intendeva in quel modo irridere i pensatori secondo cui esiste un archetipo “uomo” di cui i singoli sono accidenti.

Oggi qualcuno ancora si ostina a cercare un’ombra di humanitas tra la gente, ma è impresa vana. La maggioranza degli uomini non è formata da individui malvagi, bensì da ignavi. Basta camminare per strada: si incrociano non esseri coscienti, ma quasi sempre sagome senza identità. I volti sono vuoti, piatti, inespressivi. Oltre quelle superfici il niente. Le silhouettes si muovono sotto un cielo d’asfalto, percorrendo strade senza direzione, con la testa incollata al cellulare. Si ha il sentore che siano esistenze abortite nel cimitero della storia.

Articolo correlato: Umanità?, 2015

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