Che cosa spinge certe persone a dileguarsi? Rinunciando alla vita “normale”, alcuni decidono di sparire all’improvviso. Quanto è fragile l’equilibrio della “normalità”! Forse non esiste altro viaggio che la fuga. Se la fuga non avviene, nei modi più disparati, nell’alveo della quotidianità, essa si concreta nell’allontanamento. Diserzione? Distacco? Si dà una svolta definitiva, irrevocabile.
Può essere una svolta con cui si imprime alla vita un nuovo corso, una via per trovarsi e per perdersi. In verità, mai come oggi, l’esistenza è imprigionata nell’inautenticità, nel vuoto che fagocita tutto. All’insufficienza ontologica del vivere, sempre proteso veso un senso inattingibile, si somma il disvalore aggiunto della meccanicità che sclerotizza il mondo contemporaneo. I giorni si susseguono in uno stillicidio ghiacciato, immobili come cippi miliari.
La frattura della dipartita (“partire” è letteralmente “dividersi”) è preceduto da tanti traumi spesso invisibili, ma nell’invisibile si staglia l’essenza. Per questo motivo accade di colpo, solo se guardiamo l’esterno. Una laboriosa, silente gestazione precede gli atti più significativi.
Se non è una causa o una circostanza cogente a dirigere le scelte estreme, è la ricerca di una dimensione vera, di uno spazio che non subisca più la tirannia del tempo e delle sue scadenze. Il fine non è il viaggio (i cieli sono uguali in ogni dove), non è la meta, ma il proprio essere, quello che sfugge ad ogni definizione. Strappare le radici, cancellare ogni traccia, il passato non ha futuro.
Le definiscono sparizioni, ma non si erà già invisibili prima? Ora che si è scomparsi, il profilo spicca sulla superficie omogenea dell’assenza.
Può essere una svolta con cui si imprime alla vita un nuovo corso, una via per trovarsi e per perdersi. In verità, mai come oggi, l’esistenza è imprigionata nell’inautenticità, nel vuoto che fagocita tutto. All’insufficienza ontologica del vivere, sempre proteso veso un senso inattingibile, si somma il disvalore aggiunto della meccanicità che sclerotizza il mondo contemporaneo. I giorni si susseguono in uno stillicidio ghiacciato, immobili come cippi miliari.
La frattura della dipartita (“partire” è letteralmente “dividersi”) è preceduto da tanti traumi spesso invisibili, ma nell’invisibile si staglia l’essenza. Per questo motivo accade di colpo, solo se guardiamo l’esterno. Una laboriosa, silente gestazione precede gli atti più significativi.
Se non è una causa o una circostanza cogente a dirigere le scelte estreme, è la ricerca di una dimensione vera, di uno spazio che non subisca più la tirannia del tempo e delle sue scadenze. Il fine non è il viaggio (i cieli sono uguali in ogni dove), non è la meta, ma il proprio essere, quello che sfugge ad ogni definizione. Strappare le radici, cancellare ogni traccia, il passato non ha futuro.
Le definiscono sparizioni, ma non si erà già invisibili prima? Ora che si è scomparsi, il profilo spicca sulla superficie omogenea dell’assenza.

