
Viviamo, anzi patiamo innumerevoli dissonanze: sono dissidî che ci impediscono di vivere, imprigionandoci in un’oscillazione immobile. Possiamo occupare il tempo nei modi più disparati, possiamo tentare di dimenticare il mondo là fuori, ma quel mondo con il suo cielo devastato alla fine invade il nostro buen retiro.
Che cosa stiamo respirando? Ossigeno o veleni? Che cosa stiamo bevendo? Acqua o una pozione letale? Di che cosa ci stiamo nutrendo? Di alimenti o di composti tossici e radioattivi? Anche i momenti più ordinari dell’esistenza sono inquinati da pensieri nocivi: la coscienza di esistere in una realtà profondamente contaminata dove la contaminazione fisica non è neppure la peggiore, ci getta in una statica frenesia, in una smania di cambiamento sempre risorgente, ma sempre frustrata.
Da quanti anni o decenni si evoca la fine del presente stato di cose, nel bene e nel male! Gli ultimi tempi hanno uno strascico lunghissimo, una nero eco che si protrae in spazi immensi: la fine sembra non finire mai.
Se riflettiamo, però, già tutto o quasi si è compiuto, già tutto o quasi è consumato. Un po’ come Diogene, cerchiamo l’umanità e non ne troviamo neppure un’ombra larvale. La superficialità si stende uniforme sulla superficie di un pianeta senza più storia. Ancora pochi passi…
Camminiamo sull’orlo dell’abisso, ma più del vuoto in basso a spaventare è il vuoto che si è scavato dentro.
Che cosa stiamo respirando? Ossigeno o veleni? Che cosa stiamo bevendo? Acqua o una pozione letale? Di che cosa ci stiamo nutrendo? Di alimenti o di composti tossici e radioattivi? Anche i momenti più ordinari dell’esistenza sono inquinati da pensieri nocivi: la coscienza di esistere in una realtà profondamente contaminata dove la contaminazione fisica non è neppure la peggiore, ci getta in una statica frenesia, in una smania di cambiamento sempre risorgente, ma sempre frustrata.
Da quanti anni o decenni si evoca la fine del presente stato di cose, nel bene e nel male! Gli ultimi tempi hanno uno strascico lunghissimo, una nero eco che si protrae in spazi immensi: la fine sembra non finire mai.
Se riflettiamo, però, già tutto o quasi si è compiuto, già tutto o quasi è consumato. Un po’ come Diogene, cerchiamo l’umanità e non ne troviamo neppure un’ombra larvale. La superficialità si stende uniforme sulla superficie di un pianeta senza più storia. Ancora pochi passi…
Camminiamo sull’orlo dell’abisso, ma più del vuoto in basso a spaventare è il vuoto che si è scavato dentro.
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