23 agosto, 2006

Anthropos

Al delfino, unico fra tutti, la natura ha elargito quel dono che cercano invano i più grandi filosofi: l’amicizia disinteressata. (Plutarco)

La ricerca dell’anima conduce nel profondo. (J. Hillmann)


Come notano i glottologi, tra cui Giacomo Devoto, l’etimologia della parola greca ànthropos è incerta, per non dire oscura. Ciò ha qualcosa di ironico, poiché la cultura occidentale è pur sempre antropocentrica, trovando nell’uomo, nelle peculiarità che lo distinguono dagli altri esseri viventi e dal mondo che lo circonda, il suo fulcro, la sua raison d’etre.

Personalmente mi viene istintivo vedere nella breve sequenza di lettere al centro di ànthropos, “op”, un nesso con la radice greca che vale “vedere” e “conoscere”. L’uomo è, per antonomasia, l’essere che osserva, scruta e tenta di conoscere: è un essere in cui la mente assume un ruolo centrale. Mente, memoria… ma anche man, in inglese ed in persiano, uomo. Uomo, humus, fango, terra: una creatura, infima, ctonia e materiale, come il fango di cui è composta, ma protesa, con la testa e lo sguardo, verso le vette, verso le altezze più sublimi.

È difficile immaginare una creatura più contraddittoria, “angelica farfalla e verme immondo”; inutile assolverla o condannarla. Talvolta, però, la disdegniamo, dimostrando di preferire la compagnia di un anima-le a quella dei nostri simili, perché intuiamo la vicinanza di un’anima, sebbene una superba teologia consideri tale misterioso quid un’esclusiva umana.

Forse non ha torto chi pensa che non tutti gli uomini abbiano l’anima. Forse colui in cui brilla questa luce, attraverso mille prove, potrà diventare un d-io, ma solo se avrà rinunciato all’Io.

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