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21 aprile, 2016

Dissonanza evolutiva



In questi ultimi tempi è di moda la Programmazione neurolinguistica, in particolare imperversa uno dei suoi capisaldi concettuali, la dissonanza cognitiva. Il tema è complesso e non si può presumere di sviscerarlo. Tuttavia è doveroso ampliare un po’ il discorso.

Per “dissonanza cognitiva” si intende il coesistere di due pensieri antitetici all’interno della stessa persona: questa compresenza può generare disagio e tensione. Il concetto era già stato anticipato dalla Psicanalisi che considera il “complesso” un coacervo di idee, sentimenti e pulsioni contrastanti sì da creare una situazione di malessere suscettibile di sfociare nella nevrosi.

Stando agli psicologi che aderiscono alla corrente della Programmazione neurolinguistica, la dissonanza cognitiva si può superare o attraverso un adattamento o per mezzo di un cambiamento: si modifica così il modo di agire e quello di pensare.

ll problema maggiore della società attuale non ci sembra, però, la diffusione di stati psichici discordanti, quanto il fatto che gli individui della massa non percepiscono neppure le disarmonie. Essi non vivono, se non in modo superficiale ed effimero, quei contrasti che potrebbero propiziare una crescita, la costruzione di una visione del mondo più scaltrita. Ad esempio, posti di fronte all’evidente falsificazione mediatica di un evento, sebbene per qualche istante gli utenti notino una contraddizione tra la versione ufficiale e la sua reale dinamica, presto cancellano ogni incongruenza per adagiarsi nell’inerzia e nella stasi del non-pensiero di regime. Qui la dissonanza non agisce: insinua solo un lieve dubbio che è tosto sublimato. Sarebbe auspicabile, invece, che la discrepanza cognitiva ed emotiva, portasse ad un lavorio che è presupposto di una maturazione.

Dunque, se la dissonanza non incide, non porta ad alcun cambiamento: la si può definire allora una dissonanza paralizzante. In casi estremi può provocare situazioni paradossali: si pensi a coloro che accolgono due o più “verità” cui aderiscono secondo il contesto e le richieste di una figura considerata carismatica. Anche in tali circostanze, la discrepanza conferma uno status quo psichico, coincide con una sclerosi nell’azione e nel pensiero che diventano inazione e non-pensiero, proprio gli obiettivi che il sistema si prefigge.

A torto qualcuno considera la dissonanza deleteria: lo è se causa di forti patimenti, ma senza contrasti interiori non si evolve. La vita è dinamismo, continua necessità di adattarsi a situazioni nuove, inattese. Le stesse nevrosi sono il sintomo di un dissidio che seguita a fermentare tra conscio e subconscio, il segno di un equilibrio che è sempre precario e non potrebbe essere altrimenti. Sono conflitti inevitabili e persino giovevoli allorché, se non degenerano in una una psicosi, portano ad un’evoluzione. Vero è che talora basta un nonnulla per trasformare una crisi di crescita in una crisi depressiva, eppure è la vita stessa ad essere ossimorica, antitetica.

In fondo gli antichi, pur senza usare i criteri interpretativi di orientamenti psicologici spesso più cerebrali che convincenti, avevano centrato il bersaglio: Eraclito l’oscuro scrive che “la guerra è madre di tutte le cose”. La guerra, lato sensu, è anche l’agone interiore che ci sprona a migliorare. Marco Aurelio annota in “A sé stesso”: “La vita assomiglia più ad una lotta che ad una danza”. E’ così: è una lotta in primo luogo con noi stessi, con quella parte di noi che ha più paura della luce che del buio.

Video correlato: Dissonanza cognitiva: il corto circuito dell'anima

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

18 febbraio, 2012

Eraclito versus Democrito

Si racconta che Eraclito (Efeso, 550 a.C. circa, 480 a. C. circa) rispondesse allo spettacolo del mondo con il pianto, in netto contrasto con la solarità di Democrito (Abdera, Tracia, 460 circa, 370 a.C. circa).

“L’iconografia occidentale ha abbondantemente opposto il riso di Democrito, il poeta dalla scrittura chiara, alle lacrime di Eraclito, il bilioso, soprannominato l’Oscuro. E da Diogene di Sinope a Nietzsche, da Aristippo di Cirene a Michel Foucault, si ritrova, come tratto comune ai materialisti, edonisti ed altri grandi sovversivi della storia delle idee, questa capacità di ridere del mondo così com’è. Ridono solo quelli che prendono il mondo sul serio, proprio perché lo prendono sul serio.” (M. Onfray)

Sono stati scritti molti saggi sul riso come peculiarità dell’uomo (celebre lo studio di Henry Bergson) e, di là dalle differenti interpretazioni, talora forzate, si riconosce che sono proprio le contraddizioni del reale ad accendere la scintilla dell’ironia, della risata catartica, del ghigno amaro, del compiacimento, dell’umorismo pirandelliano.

Ci si chiede se la visione del mondo possa suscitare letizia o tormento. Quale mondo? Quello ancora tollerabile degli antichi o il nostro abominevole? La natura? Si afferma che la natura è perfetta: la considererei efficiente, non perfetta. Se l’universo fosse perfetto… L’umanità? L’umanità è talmente antinomica che non mi sorprende di constatare quali impulsi ambivalenti, irriducibili tra loro ci leghino ad essa e, nel contempo, ce ne separino. Prendere sul serio il mondo, come scrive Michel Onfray? Se veramente lo prendiamo sul serio, se lo consideriamo nella sua severità, abbiamo fondati motivi di dolerci: il riso rischia di essere la reazione istrionica di fronte all’incomprensibilità dell’essere. Mi pare che alcuni eventi siano refrattari al riso e non solo perché tragici ed assurdi (si entri in un nosocomio, in un carcere, in un ospizio, in un macello…), ma poiché denunciano l’insufficienza della condizione umana.

Così, paradossalmente, è più ironico Eraclito (ironia è proprio coscienza del divario tra reale ed ideale) di Democrito: le lacrime del filosofo efesio sono forse la consapevolezza del contrasto, dell’ineluttabile conflitto (pòlemos) universale. Nietzsche vide in Eraclito l’espressione dell’innocenza dionisiaca del mondo, di là dal bene e dal male, anteriore al declino moralistico socratico-platonico. Dioniso, però, è dio tragico per antonomasia: l’innocenza non è candore. Nel dio nato due volte non si distingue più tra la smorfia di dolore ed il ghigno sardonico.

Il pàthos sa essere grottesco; il ridicolo è patetico. Infine, di fronte alle realtà che trascendono le opposizioni, resta solo la domanda che subito si congela nel silenzio.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

24 aprile, 2011

L'arciere bendato

L’uomo è incline a catalogare, ad etichettare: la grammatica, dal settore linguistico, viene facilmente traslata nel mondo della vita. Ecco: viene costruita la grammatica della vita e la vita si sclerotizza nelle forme. L’uomo tende spesso a categorizzare: tale inclinazione, nata come esigenza di ordine, come “sfida al labirinto (I. Calvino), degenera in un’attitudine all’incasellamento più rigido, proprio laddove tale esigenza non si può applicare. La vita e la coscienza rifuggono da ogni schema, da ogni norma normalizzante. La vita viola le norme, le coercizioni. Insofferente di limiti, anela ad espandersi oltre l’oltre. Essa si riconosce nelle regole, principi regali e profondi attinti dal Sé, ma spezza le catene delle costrizioni empiriche e concettuali.

Quando qualcuno ci chiede se crediamo in Dio, in lui agisce in modo più o meno inconscio, il solito istinto classificatorio, di stampo dualistico. Bisognerebbe rispondergli: “Non so se Dio creda in me oppure no”. La risposta che incenerisce la domanda, provocatoria e paradossale, è la vera risposta. Se poi la provocazione è spinta, proiettata anzi fino al koan, l’affermazione apparentemente assurda e straniante, avremo reso la pariglia all’interlocutore che intende chiuderci nella trappola del gruppo. Cristiano, buddhista, induista, musulmano, ebreo, ateo, agnostico…: tutte classificazioni, generalizzazioni più false che detestabili.

Credere in Dio? E se fossimo dei credenti perplessi o degli atei fidenti o dei cercatori? Se la realtà trasgredisce il principio di non contraddizione, perché noi dovremmo essere sempre logici, razionali, quadrati? Se l’esistenza ci pone di fronte ad interrogativi, se essa smentisce sé stessa in ogni istante e rovescia i suoi assiomi, se la vita è permeata di morte, se si nega affermandosi, dovremmo noi ridurre il nostro essere alla bidimensionalità di un’etichetta? La vera identità non si lascia identificare, perché è anima e “per quanto tu possa camminare – scrive Eraclito l’oscuro - e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima.”

Le verità che offriamo sono simili a fiocchi di neve che cadono sul deserto: si sciolgono, ancora prima di sfiorare il suolo. Come possiamo dispensare la verità assoluta a proposito di una “realtà” su cui possiamo formarci solo delle speculazioni e teorie che difficilmente non entreranno in contrasto con la logica e con gli elementi percepiti dai sensi? Scrivono Shea e Wilson: “Questa mancanza di contraddizioni è rara: alcuni conflitti tra la teoria e la logica non vengono scoperti per secoli (per esempio, l’allontanamento di Mercurio dal calcolo newtoniano della sua orbita). Anche quando la si ottiene, l’assenza di incongruenze è soltanto la prova che la teoria non è totalmente falsa: mai in nessun caso, dimostra che la teoria è totalmente vera, dato che un numero indefinito di teorie simili può essere elaborato in ogni momento, partendo da dati conosciuti.”

Così le scienze esatte (esatte nella loro perfetta astrazione, avulse come sono dal cuore dell’esperienza umana), si rivelano le più inidonee per comprendere la natura intima delle cose, proprio come i giudizi che vengono trinciati sugli altri, sulla base per lo più di impressioni e pregiudizi. Siamo ossimori viventi, antitesi inconciliabili, antinomie dirompenti: le nostre parole assurgono a disfatta, non appena dimenticano l’assurdo ed il silenzio.

“Non giudicate e non sarete giudicati”: anche perché il giudizio mancherà clamorosamente il bersaglio, come una freccia scoccata a caso da un arciere bendato.

APOCALISSI ALIENE: il libro

15 gennaio, 2011

Avvistate gigantesche astronavi nell’orbita di Plutone?

La “Nezavisimaya Gazeta” riporta una notizia “ai confini della realtà” le cui fonti devono essere verificate: secondo il S.E.T.I., alcuni enormi oggetti attualmente oltre l’orbita di Plutone sarebbero delle astronavi extraterrestri che, nei prossimi anni, potrebbero attaccare la Terra. Di primo acchito, il tutto parrebbe il risultato di sensazionalismo giornalistico, eppure questi tempi di ferro sono percorsi da inquietanti segnali, premonizioni: sono solcati da eventi che, fino a poco tempo fa, appartenevano solo alle sceneggiature televisive e cinematografiche più sbrigliate. Così la possibilità di un’intrusione aliena, forse sotto forma olografica come attuazione del "Progetto Bluebeam", non si può escludere. Inoltre il riferimento a H.A.A.R.P. nell’articolo che abbiamo tradotto, si incastra in quella che abbiamo definito “la guerra segreta”. Davvero lunare nel testo, il cenno a presunti rapimenti su Selene, ma che la 'dark side of the Moon' nasconda oscuri segreti è noto.

E’ assai arduo immaginare gli orizzonti futuri, poiché le variabili in gioco sono numerose ed in quanto gli avvenimenti gettano ombre imponderabili. Lo scacchiere cosmico è labirintico. Tuttavia, con o senza invasioni, si ha l’impressione che il guado decisivo non sia tanto lontano. Pochi lo attraverseranno indenni e molti annegheranno? Plausibile.

Scrive Angelo Ciccarella nello studio “La radice della realtà”, 2010 (X Times, n. 27): “Il punto di svolta previsto per il 2012 non può essere concepito se non come il punto di incontro tra l’Universo pervenuto al limite di centrazione ed un altro Centro ancora più profondo”. Così si prospetta una svolta che trascende le “semplici” dinamiche storiche per investire il cuore della realtà, la cui essenza vera ci sfugge, ma che pulsa sotto la campitura uniforme dei fenomeni.

Coloro che si affannano a nascondere i cambiamenti in atto (molti sono terribili prove), abbarbicati disperatamente ad un mondo che si sta sgretolando, sghignazzano di fronte a scenari che bollano come assurdi, pazzeschi. Ci insegna, però, Eraclito l’oscuro che “la verità è inverosimile”: è inverosimile sino a quando non ci sbattiamo il naso contro.

[...] Il S.E.T.I. (Search for extraterrestrial intelligence), un'organizzazione indipendente e non commerciale, ha rilasciato una dichiarazione sensazionale. Tre astronavi giganti si starebbero dirigendo verso la Terra. La più grande di loro è di 240 kilometri di larghezza. Attualmente gli oggetti sono oltre l'orbita di Plutone.

Le astronavi sono state rilevate dal sistema di ricerca H.A.A.R.P. Il sistema, con base in Alaska, è stato progettato per studiare il fenomeno delle aurore boreali. Secondo i ricercatori del S.E.T.I., gli oggetti sono astronavi extraterrestri. Esse saranno visibili con i telescopi ottici, non appena avranno raggiunto l'orbita di Marte. Il governo statunitense è stato informato dell'evento. Le navi saranno in prossimità della Terra nel dicembre 2012.

La data del presunto contatto con la civiltà dello spazio porta in primo piano i pensieri sul calendario Maya che termina il 21 dicembre 2012. E' solo una coincidenza? Molto probabilmente i ricercatori S.E.T.I. hanno scambiato il loro desiderio per realtà: cinquanta anni di costante monitoraggio dello spazio non hanno prodotto alcun risultato. (Questo non è vero, n.d.t. Si legga l'articolo Dalla Terra al cosmo) [...]

Si dice che gli Statunitensi abbiano classificato moltissime informazioni sulle scoperte concernenti la Luna. Nel 1988, un importante funzionario cinese, esponente del programma spaziale della sua nazione, presentò le immagini di impronte umane sulla superficie selenica. Il funzionario dichiarò di aver ricevuto le informazioni da una fonte affidabile ed accusò gli Statunitensi di occultare questi rapporti. Le foto portano la data dal 3 agosto 1969 - due settimane dopo che Armstrong ed Aldrin scesero sulla superficie del satellite, il 20 luglio 1969. Pertanto i materiali della missione lunare sono stati studiati e classificati dalla N.A.S.A.

Il 15 marzo 2009, il “New York Times” pubblicò un'altra sensazionale indiscrezione. Lo stesso funzionario cinese, Mao Kan, ha rivelato di aver ottenuto 1.000 fotografie segrete della N.A.S.A.: gli scatti ritraggono non solo le impronte umane, ma anche una carcassa umana sulla superficie della Luna. Alcune delle ossa della carcassa sono sparse, ha affermato il funzionario. Il cadavere dell'uomo deve essere stato lasciato cadere sulla Luna da una navicella aliena, mentre gli extraterrestri hanno preso alcuni campioni di tessuto per la loro ricerca.

Le foto sono state scattate da una sonda lunare. L’atmosfera molto rarefatta permette di catturare i minimi particolari dall'orbita lunare. Le foto della carcassa sono molto chiare.

Il Dr Ken Johnston, ex direttore del Controllo foto e dati del N.A.S.A. Lunar receiving laboratory, ha asserito che gli astronauti statunitensi hanno trovato e fotografato rovine antiche di una città che sorgeva sulla Luna. Presumibilmente i cosmonauti avevano visto grandi macchinari sconosciuti sulla Luna. I dati sono stati classificati dal governo di Washington.

È tutto questo solo disinformazione o è una fantastica verità? Riusciremo mai a saperlo?

Fonte: Nezavisimaya Gazeta

Letto su
Pravda.ru


APOCALISSI ALIENE: il libro


20 agosto, 2009

Ironia

L'esistenza (quella empirica, ordinaria) è confinata in questo spazio angusto tra la nascita e la morte e dobbiamo ammettere che, per quanto ci affanniamo, sono pochissime le risposte sovente provvisorie che troviamo. Non credo a chi afferma di non essersi mai posto quesiti fondamentali nel corso della sua vita: davvero mai si è posto il problema di quale sia il senso e di che cosa ci attenda dopo la morte? Anche gli agnostici, se non sono dei perfetti bruti, un giorno o l'altro si troveranno al cospetto della Sfinge. Vero è che la Sfinge resta muta ed imperscrutabile, ma è nella natura umana la ricerca. Qualcuno, cercando, scoprirà un disegno superiore, per giunta un ordine provvidenziale; qualcun altro concluderà che il creato e la vita sono frutto del caso. Per quanto mi riguarda, penso che una logica debba essere sottesa alla "storia" dell'universo dall'origine sino al suo fine (uso questo termine in modo ambivalente), ma sono lontano dalle posizioni di chi pretende di spiegare l'intera realtà, magari ricorrendo a formule matematiche o esibendo la bellezza delle geometrie naturali.

Siamo seri: non si tratta di essere pessimisti o disfattisti. Credo, però, che, se un uomo di cultura tentasse di dimostrare ad un clochard semiassiderato, affamato e febbricitante, che la "vita è meravigliosa", poiché in ogni dove si può rintracciare la serie di Fibonacci, lo sventurato lo prenderebbe a botte ed a ragione. E' un po' come se un povero che non mangia da giorni fosse invitato da un ricco anfitrione nella sua principesca villa. Invece di offrire un pasto all'indigente, l'ospite compiaciuto gli mostra preziosi affreschi che adornano le pareti e le volte della magione. Nel biblico Libro di Giobbe, Dio, di fronte all’atroce esperienza del dolore, è soltanto capace di additare allo sventurato Giobbe le sue magnifiche invenzioni: “Che delusione –chiosa Claudel– l’Architetto orgoglioso ci porta su e giù per le sue costruzioni”.

Nessuna teodicea potrà essere del tutto esauriente e credibile: resta una penombra, in cui, come fremiti di una tenda scossa dal vento, si agitano dubbi ed inquietudini. Per questo motivo rifuggo dalla verità preconfezionate e dalle fedi tetragone, pur senza rigettare a priori interpretazioni, fossero pure eccentriche. Anzi le letture eterodosse spesso si accostano maggiormente al cuore delle questioni essenziali, a somiglianza di dardi che colpiscono il bersaglio, nonostante o grazie ad una traiettoria un po' irregolare. Si confida in una palingenesi, ma dobbiamo essere talmente umili da non escludere la possibilità che alcune speranze siano illusorie.

In fondo, la condizione umana è ironica: infatti l'uomo interroga fingendo di non sapere.[1] L'essere umano finge di non sapere che difficilmente troverà delle risposte soddisfacenti, eppure caparbio continua la sua estenuante queste. L'ironia è anche romantica, intesa come coscienza del divario tra reale ed ideale. L'ideale, simile ad una stella radiosa ma inattingibile, splende nel firmamento della Verità. Quanti astri, però, che ammiriamo nella notte, sono già spenti! Così, dobbiamo accontentarci di fioche ombre, di echi esangui, provenienti da abissi siderali.

La realtà sfugge a qualsiasi tentativo di definizione. Giochiamo a nascondino con il mondo che ora si appiatta ora si affaccia da dietro una cantonata. E' un gioco a volte divertente, talora sfiancante e crudele. Eraclìto l'oscuro aveva colto il carattere ambiguo, faceto e ludico del Tempo, quando scrisse: "Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi".

Questo suo aforisma si potrebbe applicare pure all'universo ed a Dio, un fanciullo che costruisce fantastici castelli di sabbia sulla riva del silenzio.


[1] Il termine "ironia" discende dal verbo greco "eiro" che significa anche "interrogare, fingendo di non sapere".



APOCALISSI ALIENE: il libro
TANKER ENEMY TV: i filmati del Comitato Nazionale

Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

01 luglio, 2009

Il mondo, la coscienza, il nulla (prima parte)

Il tempo, la più grande illusione, concretizza ogni destino. (Davy)

Niente e nessuno ci può garantire che esiste il mondo fuori di noi. Si racconta che Pirrone, filosofo greco, andasse a sbattere contro gli alberi, poiché non poteva essere sicuro che l'albero fosse un oggetto "esterno", "concreto" e "reale". Da un punto di vista filosofico non aveva torto, sebbene dovesse procurarsi, a causa del suo ostinato scetticismo, dei forti mal di capo: la "realtà" è il risultato di una fede. Noi crediamo che l'albero continui ad esserci, anche quando non lo percepiamo, laddove il fenomeno è letteralmente ciò che appare ai nostri sensi. Fondamentale fu la rivoluzione copernicana con cui Immanuel Kant trasferì lo spazio ed il tempo all'interno dell'io legislatore, della coscienza cui il mondo fenomenico deve adattarsi affinché sia esperito. Tuttavia se, grazie alle filosofie orientali, a Platone, a Berkeley ed all'Idealismo, abbiamo spostato il baricentro dell'essere dall'"esterno" verso l'"interno", restano molti problemi irrisolti.

Orbene riconosciamo, sulla base di acquisizioni antiche e recenti, che l'universo è una proiezione, generata da un oloprogramma. Ricordiamo che energia, spazio e tempo sono "condensazioni" di atti percettivi, provvisorie ed illusorie immagini dinamiche create dal cervello-mente-coscienza. Rammentiamo pure che l'abitudine e schemi a priori producono da un lato la sequenza lineare del tempo, dall'altro la collocazione spaziale degli oggetti, senza che tali caratteristiche ineriscano al mondo in sé. Non è forse un caso se queste forme a priori della sensibilità si strutturano, se consideriamo la linea ontogenetica (lo sviluppo dell'individuo) gradatamente affinché l'individuo possa organizzare la visione dell'universo, secondo un modello empiricamente funzionale, sebbene non veritiero. Sicuramente ci è capitato di sentire dei bimbi che impiegano i tempi verbali in modo contraddittorio. Ad esempio, dicono: "Domani sono andato all'asilo". Questo uso disinvolto e paradossale degli indicatori cronologici sembra denotare una non-oggettività delle relazioni temporali: passato, presente e futuro coesistono nella mente del bambino (diagramma ontogenetico) come nell'età del Sogno appartenente alla mitologia degli Aborigeni australiani. Pare che si possa inferire dalla non-sostanzialità dei rapporti temporali una non-sostanzialità del tempo tout court.

Esterno ed interno sono due aspetti inscindibili: solo per convenzione li distinguiamo, perché è nella coscienza che si configura quel che esiste. L’unitarietà del tutto, l’atemporalità dell’eterno è il fiume eracliteo in cui non è possibile immergersi due volte.

La concezione idealistica del reale sconfina nel solipsismo, poiché, l'universo è in quanto ipse fecit. Il sole sorge comunque anche senza l'io che lo percepisca e lo coaguli in un crogiolo fenomenico? A rigore, no. No, il sole non può sorgere, se l'io non lo percepisce e coagula. Si evita il solipsismo o postulando, con Kant, un noumeno inconoscibile, ma che è il substrato del mondo fenomenico, o ricorrendo ad una Mente che proietta e, nel contempo, esperisce l'universo. Tale Mente, un io penso trascendentale ed ontologico concepito non solo come attività ma anche come sostanza, può essere anche definita Dio, di cui gli io individuali partecipano, come le onde dello stesso mare. Sennonché, a differenza del Dio delle religioni positive, questa Mente non pare coincidere con un Creatore consapevole, ma con una specie di Narratore-Descrittore di possibilità di esistenza (gli enti non necessari), avulse da un fine preciso. Questa Mente è simile ad un sognatore che tesse e disfa racconti ed immagini oniriche e che, solo nel caso dei rari sogni lucidi, riesce a definire l'intreccio ed i ruoli dei personaggi.



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