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06 settembre, 2015

Aristocrazia



Alcuni ritengono che Homo sapiens sapiens oggi stia divenendo sempre più consapevole: come sempre, non si può generalizzare, ma ci sembra che, nel suo complesso, l’umanità sia decaduta in modo preoccupante, soprattutto in quei paesi dove i media esercitano il loro deleterio influsso con la propaganda ed il plagio che hanno ormai quasi del tutto sostituito non solo la cultura, ma anche l’informazione.

E’ sufficiente vedere quali sono le “notizie” più condivise e votate sugli aggregatori di siti, sulle reti asociali ed altrove per constatare la pochezza e la stupidità dei peones: queste “notizie” riguardano il calcio, il cinema più scadente e commerciale, i teleromanzi, le sagre, la moda, gli ammennicoli tecnologici, i finti bisticci tra “politici di destra” e “politici di sinistra”, liti suscitatrici fra i lettori di interminabili polemiche, condite da insulti e parole turpi...

Dov’è dunque la tanto sbandierata presa di coscienza? Bisogna anche rilevare che tra le persone in buona misura consce delle insidie tese, ad ogni passo, dal sistema, non si assiste ad una reale maturazione. A volte è l’approccio ad essere errato. Valga un esempio per tutti: quando alcuni vengono al corrente della biogeoingegneria clandestina, invece di intraprendere un percorso di lotta e di tenace divulgazione in merito allo scottante tema, si affannano per cercare dei rimedi naturali in modo da smaltire i metalli che si accumulano nell’organismo.

E’ reazione legittima e comprensibile, tuttavia denota in fondo l’atteggiamento di chi, rimanendo sulla difensiva, rinuncia ad un’azione risoluta. Inoltre è un contegno che prescinde da una vera comprensione del problema: pensare di eliminare tutti veleni diffusi con le operazioni chimico-biologiche ed in altri mille maniere, introducendo nella dieta tale o tal’altro alimento o integratore, è come credere che, togliendo l’acqua con un secchio da un’imbarcazione che sta inabissandosi, a causa di un’ampia falla, il natante non affonderà. Insomma, non si possono scambiare i palliativi, pur opportuni e consigliabili, per risoluzioni definitive. Il rischio è anche quello dell’egocentrismo, dell’indifferenza per i danni che sono recati al pianeta ed ai suoi abitanti.

Ci si rintana in un buen retiro, illudendosi che il mondo là fuori, con le sue laceranti contraddizioni, non verrà mai a bussare alla porta.

E’ vero, però, che in questo panorama desolante, con la maggior parte della popolazione inebetita dalla fielevisione, spicca un’élite il cui ingegno, discernimento e coraggio sopravanzano le più rosee aspettative. E’ un’avanguardia che si muove, pur tra i dardi infuocati dell’ostilità generale, verso radiosi orizzonti. Questa aristocrazia che, per intrinseche ragioni di superiorità intellettuale ed etica, non può comunicare con il volgo acefalo, è destinata a lasciarsi dietro di sé non solo un mondo fangoso, ma soprattutto chi ama rivoltarsi nel fango.

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05 agosto, 2013

Concreto-astratto

Ancora oggi le grammatiche insistono, allorquando è illustrato il sostantivo, sulla distinzione tra concreto ed astratto. E’ in primo luogo una dicotomia e, come tutte le dicotomie, presuppone una concezione dualistica. Non solo, tale divisione è di natura ontologica e non linguistica. Vero è che la lingua è lo strumento in cui la realtà è interpretata e persino “creata”, poiché un fenomeno si sporge nell’esistenza, nel momento in cui è denotato.

Tuttavia l’antitesi astratto – concreto, inserita ex abrupto in un discorso morfologico, è forviante. Ad essa soggiace una complessa valenza filosofica e non può essere proposta come un’ovvietà. Che cosa significa “concreto”? La materia è “concreta”? Ne siamo certi? Il nome “Dio” è collegato ad un referente concreto o astratto? “Amore” è un sostantivo astratto, poiché il denotatum non è tangibile? E’ evidente che questa opposizione, più di molte altre, è non solo di sconvolgente superficialità, ma pure propaga la faciloneria fra gli studenti già vittime di plagi quotidiani.

Semmai bisogna indugiare sulle ragioni per cui i sistemi linguistici tendono a costruire delle coppie: attivo – passivo; singolare – plurale; maschile – femminile; transitivo – intransitivo etc. Quest’impianto dicotomico probabilmente rispecchia l’attuale funzionamento della mente umana, la contrapposizione tra emisfero destro e sinistro. [1]

L’architettura dualista dei codici, lungi dall’essere connaturata all’uomo, è il risultato di un processo con cui si è persa una duttilità linguistico-cognitiva nonché la ricchezza dell’espressione poetica. Molti idiomi antichi (si pensi, ad esempio, al greco ed al sassone) erano triadici. Tra singolare e plurale esisteva il trait d’union del duale; fra attivo e passivo si poneva il congiungimento del medio. Tracce di un’ossatura tripartita oggi sono disseminate nelle lingue contemporanee, come fossili, come relitti morfologici. Tra gli idiomi indoeuropei solo lo sloveno ha conservato il duale.

Il movimento involutivo che ha condotto all’estinzione del tertium datur pare, allo stesso tempo, “causa” e “conseguenza” di una regressione concettuale. Tale declino spinge gli uomini di oggi a “pensare” in modo manicheo, ad escludere dal ragionamento l’eventualità di una terza via, le sfumature, le gradazioni… [2]

Il “pensiero” si è divaricato in una “logica” che non coincide con una forma mentis aristotelica, piuttosto con un infantile e del tutto emotivo “mi piace vs. non mi piace” (Facebook docet) o anche “ci credo vs. non ci credo”. Ecco che ci schiera con una parte o con un’altra, in un aut aut che ricorda le veementi ed irrazionali partigianerie “sportive”. Dalla glottologia alle reazioni pavloviane in àmbito “politico” il passo è breve.

Tanti secoli di filosofia si sono inceneriti in bambinesche attrazioni-repulsioni. Come si può ritenere che si generino forme di consapevolezza e brilli qualche intuizione, se la ri-flessione si è tanto appannata? L’intelletto tende a distanziare, a separare, smarrendo l’unità. L’emisfero destro ed il sinistro non comunicano, non interagiscono: si rimane scissi, la concettualizzazione diventa schizofrenica. Il linguaggio dia-bolico si è incantato con il suo “nel senso che”.

Il lògos si è plastificato nell’incastro dei mattoncini Lego.

[1] La dualità in oggetto ri-specchia e pro-duce una dualità che inerisce a molti aspetti del mondo fenomenico, mentre l’anello di congiunzione è un ri-flesso dell’essenza.

[2] L’altra faccia di questo non-pensiero è l’assenza totale di discernimento per cui vero e falso sono intercambiabili, anzi confusi nella stessa grisaille.

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