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19 settembre, 2016

Apoteosi



Si racconta che, dopo che l'uccisione di Cesare per opera di Bruto e Cassio, alle Idi di marzo del 44 a.C., fu visto nel firmamento un corpo celeste, probabilmente una cometa: subito il popolo, assecondato dai sostenitori dell'uomo politico, si convinse che l'anima del dittatore si era trasformata in una stella. E' questo il catasterismo, la trasformazione di un eroe in astro o costellazione.

Oggi per essere divinizzati post mortem non è più necessario essere una figura esimia: basta essere un Eco qualsiasi, celebrato e venerato quasi come un nume, dopo la sua dipartita, nonostante i suoi incommensurabili demeriti culturali ed ideologici.

Qualche giorno addietro è deceduto Carlo Azeglio Ciampi: ecco il coro di panegiristi, gli elogi sperticati, le commemorazioni laudative. E' probabile che tra qualche anno sarà beatificato. Si dimentica che Ciampi, creatura dei Gesuiti, è stato responsabile, insieme con altri perniciosi politicanti, del disastro finanziario ed economico in cui è precipitata la nostra povera Italia.

Insomma, sei un ignorante? Defungi e diventi un intellettuale, un maître à penser. Sei un usuraio? Defungi e diventi un benefattore dell'umanità, un santo. A questo punto il giorno in cui lascerà questo mondo Chicco De Massis alias Task Force Butler - lunga vita a Chicco! - lo adoreremo come divinità. Visto che gli dei sono pianeti, ci prosterneremo al suo cospetto, invocandolo con il nome di un magnifico pianeta... Sì, il pianeta Papalla.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 aprile, 2016

Elogio della ripetizione

Siamo per lo più noi Italiani ad essere assillati dal problema della ripetizione: anche gli scrittori più superficiali, se possibile, cercano di non ripetere lo stesso termine, almeno nell’ambito di un unico periodo. Ne conseguono non di rado scelte lessicali discutibili, talora grottesche, giacché si dimentica – come c’insegna Roman Jakobson – che i sinonimi perfetti non esistono: di solito i sinonimi appartengono a registri differenti o a differenti età della lingua.

Non solo, la ripetizione può essere efficace: se non occorre evidenziare la diversità di sfumatura, di accezione, si può conferire enfasi ed icasticità ad un testo, iterando la stessa parola, un sintagma, addirittura un intero enunciato. L’anafora, l’epifora, l’anadiplosi… donano pathos e drammaticità all’elocuzione. Associata ad altre figure retoriche, sia di costruzione sia di significato, ad esempio la climax, il chiasmo, l’ironia…, la ripetizione scolpisce i suoni ed i significati, rendendoli plastici, aggettanti.

Come sarebbe povera e molle la Prima Catilinaria, se Cicerone non ricorresse all'insistita iterazione di certe parole?

Come sarebbe fiacco l’incipit del III canto dell’Inferno senza la formidabile anafora di “Per me”?

La ripetizione è anche garanzia di coerenza tematica: è come un filo che lega le perle in una collana. Salda i concetti in un’unità testuale, additando il cuore del problema. Certo, pure in questo caso, vale il motto latino est modus in rebus: è preferibile non abusare dell’iterazione, soprattutto se il repertorio lessicale ci offre buone alternative, se ci squaderna lessemi i cui valori si dispongono lungo una gamma semantica che può ampliarsi o restringersi, secondo le esigenze espressive, euristiche e di stile.

Evitiamo dunque di eccedere con il verbo “fare”, con il sostantivo “cosa” e via discorrendo. Rifuggiamo dall’insensato “nel senso che” e da consimili tic. Si rischia altrimenti di impantanarsi nella miseria linguistica di Umberto Eco e della coorte negazionista, da Paolo Attivissimo a Simone Angioni: è una miseria che, lungi dal denotare soltanto ignoranza, dà la misura di pochezza intellettuale e persino etica. E' il cimitero della lingua, della cultura, di tutto.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

06 settembre, 2015

Aristocrazia



Alcuni ritengono che Homo sapiens sapiens oggi stia divenendo sempre più consapevole: come sempre, non si può generalizzare, ma ci sembra che, nel suo complesso, l’umanità sia decaduta in modo preoccupante, soprattutto in quei paesi dove i media esercitano il loro deleterio influsso con la propaganda ed il plagio che hanno ormai quasi del tutto sostituito non solo la cultura, ma anche l’informazione.

E’ sufficiente vedere quali sono le “notizie” più condivise e votate sugli aggregatori di siti, sulle reti asociali ed altrove per constatare la pochezza e la stupidità dei peones: queste “notizie” riguardano il calcio, il cinema più scadente e commerciale, i teleromanzi, le sagre, la moda, gli ammennicoli tecnologici, i finti bisticci tra “politici di destra” e “politici di sinistra”, liti suscitatrici fra i lettori di interminabili polemiche, condite da insulti e parole turpi...

Dov’è dunque la tanto sbandierata presa di coscienza? Bisogna anche rilevare che tra le persone in buona misura consce delle insidie tese, ad ogni passo, dal sistema, non si assiste ad una reale maturazione. A volte è l’approccio ad essere errato. Valga un esempio per tutti: quando alcuni vengono al corrente della biogeoingegneria clandestina, invece di intraprendere un percorso di lotta e di tenace divulgazione in merito allo scottante tema, si affannano per cercare dei rimedi naturali in modo da smaltire i metalli che si accumulano nell’organismo.

E’ reazione legittima e comprensibile, tuttavia denota in fondo l’atteggiamento di chi, rimanendo sulla difensiva, rinuncia ad un’azione risoluta. Inoltre è un contegno che prescinde da una vera comprensione del problema: pensare di eliminare tutti veleni diffusi con le operazioni chimico-biologiche ed in altri mille maniere, introducendo nella dieta tale o tal’altro alimento o integratore, è come credere che, togliendo l’acqua con un secchio da un’imbarcazione che sta inabissandosi, a causa di un’ampia falla, il natante non affonderà. Insomma, non si possono scambiare i palliativi, pur opportuni e consigliabili, per risoluzioni definitive. Il rischio è anche quello dell’egocentrismo, dell’indifferenza per i danni che sono recati al pianeta ed ai suoi abitanti.

Ci si rintana in un buen retiro, illudendosi che il mondo là fuori, con le sue laceranti contraddizioni, non verrà mai a bussare alla porta.

E’ vero, però, che in questo panorama desolante, con la maggior parte della popolazione inebetita dalla fielevisione, spicca un’élite il cui ingegno, discernimento e coraggio sopravanzano le più rosee aspettative. E’ un’avanguardia che si muove, pur tra i dardi infuocati dell’ostilità generale, verso radiosi orizzonti. Questa aristocrazia che, per intrinseche ragioni di superiorità intellettuale ed etica, non può comunicare con il volgo acefalo, è destinata a lasciarsi dietro di sé non solo un mondo fangoso, ma soprattutto chi ama rivoltarsi nel fango.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

08 aprile, 2015

Il misconosciuto caso di Vittorio Brancatelli ed il destino dell’anima


Il misconosciuto incontro del terzo tipo di cui fu protagonista il siciliano Vittorio Brancatelli conferma un’ipotesi divergente circa il destino post-mortem. Questa congettura peregrina è stata ventilata da taluni ufologi e rilanciata, sotto il pretesto della finzione, nel romanzo di Valerio Petretto, “Oblion, la cospirazione”.

Nel 2002 Brancatelli pubblicò un libro intitolato “L’aliena. Messaggi dalla galassia - Cronaca di un incontro ravvicinato”. Nel volume l’autore rievoca la sua avventura ed il rendez vous con un’aliena che lo rese edotto a proposito del significato inerente alla vita umana, in una prospettiva cosmica.

Prealpi lombarde, Rifugio Grassi, a ridosso di Lecco. Vittorio stava compiendo un’escursione, quando vide in cielo una scia ed un oggetto volante che, sorvolato lo spartiacque, scomparve dietro le cime brianzole. Udì poi una deflagrazione, mentre il terreno sotto di lui tremò. Pensando che fosse precipitato un aereo, l’uomo, spinto dalla curiosità, s’inoltrò verso il luogo donde proveniva un bagliore. Giuntovi, egli scorse un enorme ordigno di forma ovale che irradiava una luce molte intensa. Quindi decise di entrare nel velivolo attraverso un portellone che si richiuse subito dopo il suo ingresso. Proseguendo all’interno della nave spaziale, si ritrovò in una sala di comando, dove giaceva, pallida e sofferente, una creatura dai capelli biondi ricadenti sugli omeri.

A questo punto cominciò un dialogo in italiano con la pilota dell’astronave. Ella gli palesò di chiamarsi Arvea e di essere un’Ispettrice dell’Impero galattico. In seguito si intrattenne con l’inatteso ospite su vari temi concernenti le relazioni tra la Terra e gli altri pianeti, le federazioni galattiche, gli extraterrestri e la sorte dell’anima individuale dopo il decesso.

Alcune “rivelazioni” di Arvea meritano particolare attenzione. Ne riportiamo qualche stralcio saliente, tratto dalla conversazione intercorsa con Vittorio Brancatelli.

Vittorio (d’ora in poi V.) “Da dove vieni e chi sei?”

(Arvea, d’ora in avanti A.) “Vengo dal centro della galassia cui appartiene anche questo sistema solare. Esiste un Impero che dirige i sistemi solari ormai da millenni. Io sono una pedina dell’Impero, mi occupo di esplorazioni e supervisiono l’amministrazione nei suoi confini”.

(V) “Perché la Terra è all’oscuro di tutto questo? Perché non vi rivelate e non integrate noi terrestri nel vostro sistema?”

(A) “Vuoi proprio saperlo?” mi scrutava valutandomi. “Non ti piacerà questa mia risposta! Voi terrestri siete integrati nell’Impero [...] La vostra Terra è la prigione dell’Impero!”

Ero confuso: pensavo che ciò che lei diceva potesse esser vero, ma non riuscivo a capire come io e tutta l’umanità potessimo essere prigionieri. Quando eravamo stati deportati e come?

(A) “Devi sapere prima un’altra cosa, che non rientra nelle vostre conoscenze, anche se qualche barlume a volte affiora. Noi – ed includo anche voi terrestri, poiché siete, almeno nella parte essenziale, uguali a tutti gli altri esseri dell’universo – noi, ripeto, non siamo esseri materiali. Siamo degli esseri immateriali! Voi direste, spirituali! Non siamo corpi né siamo costituiti di materia. [...] Noi tutti, siamo esseri eterni ed immortali che vivono fin dall’inizio del tempo.

Nella mia classe sociale siamo soliti, ormai da molto, usare corpi come quelli umani e lo facciamo introducendoci in essi e cambiandoli a piacimento, senza dover morire per questo o avere sensazione di morte. Gli altri, che non hanno e non avranno mai il potere, devono morire per reincarnarsi e sono contenti di dimenticare le esistenze precedenti, in modo da cominciare ogni nuova vita con slanci rinnovati e nuovo vigore.

Per voi terrestri è diverso! Voi, almeno una parte, eravate come me di classe superiore, ma non avete accettato l’Impero, le sue usanze, le sue tradizioni: le avete contestate mettendo in discussione le basi stesse dell’Impero che si fonda su una conoscenza millenaria e sulla fiducia nelle istituzioni. Voi terrestri siete in parte i contestatori scomodi dell’Impero. Le autorità, non potendo più fidarsi di voi né potendo uccidervi, poiché distruggerebbero solo un corpo, vi condannano all’oblio ed all’ignoranza, mischiati coi delinquenti comuni. Questa è la vera morte dell’anima: l’ignoranza! […]

Ladri, assassini, contestatori, sognatori petulanti, attaccabrighe, oppositori politici sono catturati ed uccisi, spogliati del proprio corpo, trattati affinché dimentichino ogni cosa, surgelati e spediti, con apposite navi, sul pianeta Gea, la vostra Terra. Siete iniettati in corpi appena partoriti da donne che saranno le vostre madri. Siete partoriti nel dolore e nell’incertezza. Ciò rappresenta per voi la nascita. Siete così soggetti alle leggi di questo pianeta, alla sua ignorante brutalità, alle malattie, all’invecchiamento ed alla morte.

Voi, però, in quanto esseri spirituali, non potete morire né essere costretti in alcun luogo. Ad ogni morte fisica, che rende libera l’essenza vitale che siete voi stessi, siete ancora catturati con apposite trappole poste intorno alla Terra stessa. Siete processati ancora una volta, condannati e quindi trattati per dimenticare.

Il ciclo si ripete: venite re-iniettati in nuovi corpi appena partoriti. Continuate così a reincarnarvi vita dopo vita, senza che vi sia permesso di ricordare alcunché, senza avere altre conoscenze oltre quelle che riuscite a scoprire con la vostra intelligenza e forse grazie a qualche ricordo che riesce a trapelare, malgrado i trattamenti.

Nessuno ricorda le vite precedenti!”

(V) “La Terra è dunque una prigione! Io sono un deportato! Ecco il grande segreto della Terra. Altro che le religioni, con le loro risposte piene di mistero. Altro che misteri! Non si vuole che noi sappiamo!”

(A) “L’Impero galattico si fonda su gerarchie assegnate ed immutabili in cui gli stessi esseri sono al potere da millenni e difficilmente avvengono cambiamenti. La forma di governo attuale è frutto di esperienze e modifiche avvenute secolo dopo secolo, che hanno affinato e reso sempre più perfetto il meccanismo burocratico e di governo stesso, per cui ogni possibile variante operativa diversa da quella attuale è già stata precedentemente sperimentata.

Gli esseri al potere conoscono tutto ciò che ti ho rivelato. Le masse, invece, sono tenute nell’ignoranza per meglio guidarle e mantenere l’ordine e lo status quo. Ogni tanto qualcuno, più irrequieto o più abile, riesce a ricordare. Vorrebbe modificare qualcosa, si agita, diventa irrefrenabile nel suo intento di cambiare; quando diventa palesemente pericoloso per il sistema, il suo corpo viene ucciso. Il suo essere spirituale è addormentato e catturato, trattato per dimenticare. Imprigionato in un cubetto di ghiaccio, è poi trasportato insieme con altri sul pianeta Gea, la vostra Terra. Sarà scaricato in mare in prossimità di uno dei poli del pianeta: quando il ghiaccio si scioglierà, sarà di nuovo libero. Al risveglio non ricorderà nulla, non riconoscerà neanche il pianeta, non potrà comunicare con alcuno; si lascerà quindi guidare dall’impulso che sente prepotente e cercherà un nuovo corpo per rinascere”.

Come giudicare queste informazioni? Sono le fantasie di un aspirante contattista o se ne può enucleare qualche verità? Oggettivamente l’episodio e la conversazione possiedono alcunché di fumettistico. Tuttavia il riferimento alle anime che sono intrappolate e costrette a riprendere un involucro corporeo lungo un ciclo di innumerevoli esistenze, oltre ad adombrare l’antica dottrina della metempsicosi (o metensomatosi), si allaccia alla supposizione nata nel campo di un’ufologia di frangia, secondo cui, dopo il trapasso, l’essenza spirituale dell’individuo è in qualche modo imprigionata ed obbligata a proseguire in un itinerario ciclico. Rispetto alla credenza orfica, però, non si intravede, nell’ambito delle ricerche xenologiche, per gli esseri psichici una liberazione, garantita agli iniziati da una progressiva crescita e presa di coscienza: la successione delle vite sembrerebbe non avere fine, in una specie di eterno ritorno dell’uguale.

Per quale scopo le anime sono “accalappiate” non è ben delucidato nel libro: si può ipotizzare che la psyché sia usata da creature mortali che, parassitando gli esseri dotati di una natura pneumatica, possono così sopravvivere ed accumulare conoscenze lungo la catena delle varie “reincarnazioni”. E’, più o meno, l’ipotesi malanghiana delle memorie aliene attive. Mutatis mutandis, ricorda pure un celebre aforisma del filosofo gnostico Basilide che scrisse: “L’uomo è un accampamento di demoni”. Il che è grave; ancora più grave perché, non sapendo di esserlo, l’uomo rischia di rimanere alla mercé di esseri che controllano la vita e la morte. Ad libitum?

Fonte: V. Brancatelli, L’aliena. Messaggi dalla galassia – Cronaca di un incontro ravvicinato, 2002

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

21 settembre, 2014

Lieve offerta


“Antonia Pozzi (Milano 1912-1938) è una poetessa e fotografa. Morta giovanissima, lasciò in ‘Parole’ (postumo, 1939) le tracce di una vocazione lirica fortemente autobiografica segnata dall’influsso di Rilke. Scrisse anche il saggio ‘Flaubert, la formazione letteraria’ (postumo, 1940)”.

Cifra di Antonia Pozzi è una poesia dolente e generosa, dal ritmo sovente spezzato, attraverso forti inarcature e l’interpunzione in cui talora il trattino separa i versi fin quasi a frantumarli. E’ così forse che la scrittrice evoca la fragile forza dell’emozione, la stessa precarietà della vita e dell’amore. Il ritmo qua e là indugia, quasi zoppica su una parola, una pausa. La vena melodica, dispiegata in strofe armoniose, di colpo è recisa per ospitare un silenzio sgomento.

I sentimenti, ora delicati ora acerbi, si trasfigurano in immagini naturali di rara bellezza. L’autrice, che fu anche talentuosa fotografa, immortala nel paesaggio, soprattutto alpestre, la durata dell’istante, la fugacità dell’eterno. E’ un continuo rimando fra introspezione e contemplazione di una natura profondamente amata e vissuta, quella natura che oggi non esiste (quasi) più.

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –
Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –
Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.


Leggi i componimenti di Antonia Pozzi qui.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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