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02 aprile, 2014

Superare il "darwinismo letterario"

Un disegno tipicamente scolastico vede in Dante l’autore rivolto alle cose celesti, considera Petrarca il poeta in bilico tra immanenza e trascendenza, Boccaccio lo scrittore che valorizza il mondo terreno. E’ uno schema a priori e, come tutti gli schemi, astratto. Si presuppone che la storia letteraria debba avere uno sviluppo, secondo una linea precisa. Tale “darwinismo letterario” inficia la comprensione delle testimonianze artistiche.

Tra i critici è stato soprattutto Vittore Branca ad avallare ed a diffondere l’idea del “Decameron” quale “epopea dei mercanti”, quindi celebrazione dei valori espressi dalla civiltà borghese tardo-medievale: l’intraprendenza, l’ingegno, l’alacrità, l’uso accorto del denaro per creare nuove ricchezze. A ben vedere, però, nel capolavoro del Boccaccio, sono pochissime le novelle incentrate sulle presunte virtù del mercante. Non solo, tale figura o consegue i suoi obiettivi grazie alla fortuna o incarna una mentalità angusta che il Nostro è incline a condannare. Si pensi almeno alla celebre novella “Lisabetta da Messina”: qui la “ragion di mercatura”, lo spirito classista, in contrasto con le ragioni del sentimento, conducono la protagonista alla costernazione ed alla morte.

Il “Decameron” è una Commedia laica che dall’abisso del vizio, incarnato dal mattatore della prima novella, il turpe Ser Ciappelletto, conduce, attraverso le erte dell’esperienza umana, alla vetta della virtù rappresentata da Griselda, esempio di abnegazione talmente sublime da sconfinare nell’inverosimile.

Boccaccio talora vagheggia gli ideali della società cortese e, se non vi aderisce del tutto, è specialmente per il suo lucido realismo: perché ha compreso che l’età cavalleresca è per sempre tramontata. Ciò non lo esime dal guardare con un certo disdegno la nuova realtà: ne riconosce le spinte propulsive, ma, come Dante, intravede la tara di una temperie socio-economica che trova nell’usura e nella spregiudicatezza i suoi perversi capisaldi. Cardini sostiene che il "Decameron" costituisce "un vero e proprio progetto di rifondazione cavalleresca d'un mondo sconvolto dall'avidità e dalla grettezza mercantili".

E’ naturale che una tale rilettura del “Decameron” sfilaccia la tradizionale filigrana esegetica, inducendo ad interpretare i fenomeni storico-letterari secondo criteri più duttili, in grado di rilevare convergenze diacroniche, resistenze, riprese, marce indietro di là dal solito itinerario “evolutivo”.

Siamo abituati a fidarci delle esposizioni preconfezionate, delle versioni accademiche: in questo modo si ottunde lo spirito critico, scopo precipuo, di là delle insincere dichiarazioni di intenti, dei programmi scolastici vergati dal Ministero della pubblica distruzione. E’ quanto persegue chi conosciamo bene.

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18 dicembre, 2013

Sincronismo



E’ noto che Giovanni Pascoli nella sua casa di Barga, avvolta nella serenità bucolica della Garfagnana, aveva uno studio con tre scrivanie. Egli, infatti, soleva dedicarsi con sorprendente sincronismo alla poesia italiana, alla poesia latina ed alla critica dantesca. Dovremmo seguire l’esempio di Pascoli ed imparare a dividere il nostro tempo fra attività differenti, coltivando diversi interessi e discipline.

Il sapere (ma è ancora sapere?) è oggigiorno iperspecializzato e settoriale. La frattura tra cultura umanistica e cultura scientifica non è stata ricomposta. Così la formazione si disgrega, si disarticola. Si erigono steccati con cui sono confinati i vari campi di studio. Il vero intellettuale rifugge dall’erudizione che è conseguenza di una ricerca unidirezionale e di un interesse sterile. Il vero intellettuale compone il Leitmotiv ed il contrappunto. Le sue dita si muovono con disinvoltura fra i tasti eburnei ed i tasti d’ebano.

E’ lodevole l’uomo che, pur concentrando sguardo ed attenzione su un soggetto, getta sempre un’occhiata altrove. La mente si avvezza a spaziare, diventa duttile, curiosa. Le conoscenze si integrano: si apprende a correlare, a trascendere limiti sovente artificiosi. La cultura si sfaccetta e, se ogni sfaccettatura è levigata, brilla a guisa di diamante.

Purtroppo siamo ben lungi dall’ideale dell’uomo enciclopedico che diede lustro al Rinascimento e lontano pure dalla mirabile simultaneità con cui Pascoli curava i suoi tre fragranti roseti. Oggidì la scuola, ridotta in uno stato pietoso, in quei pochi casi in cui tenta di trasmettere qualche conoscenza, punta su tecnicismi. Dimentica dell’armonia e della verità, s’impernia solo ciò che è utile, tosto spendibile per rosicare un sei, un credito, una competenza da sfruttare sul mercato della disoccupazione. Difettano segnatamente l’attitudine ad osservare, a riflettere ed a creare. Mentre l’intelletto si ottunde, anche la mano si aggranchisce, nell’incessante digitazione dei tasti o nel diuturno scorrimento dei polpastrelli sullo schermo. Gli occhi fissi, vitrei sul cellulare o su un’altra diavoleria: non esiste nient’altro.

Difettano tante cose anche a chi è incline ad indagare, mancano la quiete ed il tempo da consacrare all’otium. Francesco Petrarca si immergeva nei suoi amati classici, immerso nella riposante pace della natura silvestre a Valchiusa, ad Arquà.

In quale mondo e in quali rimasugli di tempo i pochi uomini vivi oggi ponderano e studiano non occorre descrivere.

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